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2. Lucciole
[estratto]
“Accidenti! ma dove vivi, Albalaura? Anch’io ho studiato, ho cercato un lavoro che fosse un minimo soddisfacente e che cosa ho trovato? Commessa interinale, call-center interinale, persino un marito interinale che mi ha lasciata a piedi. E cosa faccio ora, facendo finta di fare l’autostop? La puttana! Un lavoro un po’ meno interinale degli altri, pensavo. Salvo poi accorgermi che non lo era per niente, tant’è che non esci più dal giro. Dai, guardati intorno. La gente è piena di maschere, la gente non pensa, non prova, non riesce a percepire che una parte infinitesimale di ciò che riusciva ad assaporare un tempo. Fino a ieri ci si prendeva cura dei dettagli, delle finiture, delle piccole attenzioni che venivano dalla buona educazione. Poi è arrivato un giorno in cui un manipolo di scioperanti ha deciso che la buona educazione è una colpa imperdonabile, il retaggio filisteo di una società corrotta, e ha spazzato via tutto. Il problema è che se tu elimini la buona educazione che cosa resta? Soltanto la cattiva. Oggi viviamo in questa massa putrescente di volgarità, sotto un diluvio di arroganze, di delitti, massacri, bombardati da immagini truculente. Niente più delicatezze di disegno, stilografiche, sfumature di colore: solo vernice a spruzzo, penne a sfera, pennarelli. Guarda me, per esempio, che faccio come te il mestiere più antico del mondo. Credi mi piaccia vestirmi così forse? Come un’acrobata del circo, con questa orrenda tuta leopardata e con questo cinturone che mi fa tanto sentire un cow-boy, con questi stivali da poliziotta del sesso e due zeppe da battona?” [...]
Raffaele Olivieri
(18.09.07)
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3. Solite domande in televisione
[estratto]
“Con la bocca” rispose decisa.
La risposta giusta era proprio quella, non poteva essere altrimenti. Una risposta va data con la bocca. Questa era la risposta.
Il ragazzo si sbottonò i pantaloni e Colette, con la bocca occupata, non fu in grado di continuare a dare risposte alla ruota finale.
Intascò i trenta euro che, evidentemente, erano il montepremi per una sola risposta giusta. Poi scese dalla macchina e aspettò l’arrivo degli altri conduttori.
Questa fu la prima delle infinite notti di Colette in Italia.
Tutte le altre notti furono un susseguirsi di domande alle quali Colette col tempo, imparò a rispondere:
“Quanto?”
“Come?”
“Dove?”
Nessuno le domandava chi avesse vinto la gara dei cento metri alle Olimpiadi di Roma, chi fosse il Capo di Stato dello Zimbabwe, quanti petali ha una margherita, in che anno Manzoni scrisse I Promessi sposi.
Gli italiani facevano sempre quelle solite tre domande:
“Quanto?”
“Come?”
“Dove?”
Poi, buona parte di quelle poche centinaia di euro che lei vinceva ogni notte con le sue risposte, andava a Ramon. [...]
Mauro Simeone
(18.09.07)
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4. Barrio Brazuelos
[estratto]
Quando mi lasciò, mi diede in dono un cellulare, che poi sarebbe stato il mio strumento di lavoro. La mia inquilina colombiana, comprese subito che io non sapevo nulla del mio futuro italiano, mi guardò e sorridendo mi disse: “bienvenida en esa casa de putas” e si fece una grassa e grossa risata e iniziò a spiegarmi che l’abitazione non era altro che una casa di appuntamenti clandestina, e le camere da letto erano il nostro luogo di lavoro. I clienti, mediante il cellulare, ci contattavano e noi dovevamo dargli l’indirizzo corretto e poi il gioco era fatto. Le sue parole mi impietrirono. Mi uscì una domanda spontanea: come potevano sapere il numero di cellulare, se nemmeno io ne ero a conoscenza? Lei, Petra, si fece un’altra grassa risata e disse che il nostro numero si trovava in decine di inserzioni su siti Internet e in alcuni giornali che i clienti che volevano follar compravano abitualmente.
Mi misi improvvisamente a piangere: dalla Colombia all’Italia la mia vita era sempre la stessa, dovevo essere ancora sfruttata.
Petra cercò di rincuorarmi, mi disse che mi sarei dovuta riscattare, avrei dovuto guadagnare bene e dopo circa 4 o 5 anni avrei potuto pagare il mio debito contratto con il gruppo di Hernan e autoriscattarmi a donna libera. [...]
Alessandro Fontana
(18.09.07)
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5. Alla destra della purezza
[estratto]
E fu allora che lo vidi. Uno squarcio che le partiva poco sotto l’ombelico e che finiva il suo viaggio sotto l’elastico delle usurate mutandine nere. Il taglio era cicatrizzato, stranamente più chiaro e in rilievo rispetto alla pelle piacevolmente olivastra della pancia. Mia madre ne ha uno uguale, io vengo fuori da lì.
Si stese sul letto, io mi stesi accanto a lei, e poggiai la testa su quel taglio, aspirando l’odore che non apparteneva a mia madre, ma che era quello del mio essere diventato uomo. Non la toccai, Costanza, neanche per un istante, non come l’avrebbe toccata un qualunque altro bifolco al quale lei era abituata. Ma l’accarezzai, le parlai di me e di quanto mi sarebbe piaciuto poter vivere raccontando storie, lei rideva e diceva che le storie gliele raccontavano tutti i suoi clienti. Storie che lei chiamava ‘favola del principe azzurro in procinto di separazione'.
Parlammo per tre ore. L’ascoltai parlare per tutto il tempo, e non ho alcuna voglia di dirvi cosa mi disse, ma ora so che le donne sono il sigillo della divinità in terra. Le toccai la cicatrice del cesareo con la punta di un indice, la fissai, non lo scorderò mai, la fissai e dissi: “vengo da un posto simile.” Lei mi rispose: “da qui non verrà mai più nessuno.”
Quando per la prima volta vidi la morte, lo schermo erano gli occhi di una puttana. Allora mi distesi, mi stiracchiai per dormire qualche minuto alla destra della purezza. [...]
Sebastiano Lupica
(22.09.07)
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6. Una notte nera, poi l'alba
[estratto]
Un sabato sera come tanti altri per la ricca e gaudente gioventù del centro di Molochia.
A cena in qualche lussuoso ristorante, un bicchierino nel locale preferito e poi la discoteca, oppure una corsa in auto fino ai check-point che davano accesso alla Merdopoli, per l’allegro giro nelle vie della prostituzione, logicamente bandita dal centro e dalla zona B.
“Siamo a posto, capo?”
“Sì, tutti registrati. Ecco il vostro talloncino per il rientro: non perdetelo.”
“Tranquillo, capo, siamo ragazzi con la testa sulle spalle.”
La barra d’acciaio si sollevò, e una Gluteo nera di grossa cilindrata fece ingresso nella Merdopoli. Fu il ragazzo che ne era alla guida a tranquillizzare l’ufficiale di confine delle Forze di Protezione; con lui, in quell’auto che procedeva lentamente, altri due amici. Tutti e tre sembravano molto eccitati per il fatto di trovarsi nella Merdopoli, e con sguardi avidi ne osservavano le strade buie e gli edifici, sperando di scorgervi il più presto possibile i primi segni di ciò che stavano febbrilmente cercando: una persona da umiliare, magari pure pagandola affinché soggiacesse a qualche gioco erotico proibito.
I tre amici conoscevano bene quei quartieri; ora, infatti, la Gluteo percorreva i viali dove si prostituivano le trans - allegre, chiassose, in perizoma, bellezze statuarie su vertiginosi tacchi a spillo.
I tre non stavano più nella pelle; gomiti poggiati sui finestrini abbassati, ridevano di quel variopinto dolore da marciapiede. E, oltre alle battute volgari e agli insulti rivolti a quelle persone di categoria inferiore, urlavano ferocemente verso di esse, forse per esorcizzare una recondita frustrazione, per sfidare e sbeffeggiare una lontana paura, per dare sfogo a un desiderio ignoto e inconfessato. [...]
Barbara X
(22.09.07)
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7. Romina
[estratto]
Da parte mia, in verità, non ero poi tanto sicura che quello fosse davvero il suo primo compleanno in Italia. L’italiano di Romina era sciolto, farcito di espressioni idiomatiche, le parolacce infilate al punto giusto, usava il ‘che cazzo me ne frega’ proprio bene e anche ‘m’hai rotto le palle’ con chi a scuola parlava male degli albanesi ‘tutti ladri e donne puttane’.
Più probabilmente, pensavo, quello era il primo dei suoi sedici anni che festeggiava con una torta comprata in pasticceria e lo spumante secco nei bicchieri di vetro.
“Aspettavamo te per le candeline” disse facendomi sedere accanto a lei. Qualcuno spense le luci, lei si preparò a soffiare sulle sedici candele accese, tutti cantammo la solita canzone dei compleanni e poi tornarono le luci, ognuno mangiò il proprio pezzo di ‘millefoglie’.
Le suore si guardavano compiaciute e tutto filava alla perfezione.
Poi la suora più vecchia, la Madre, mi fece cenno con gli occhi di seguirla in una stanza vicina.
Pensai immediatamente volesse farmi visitare la casa, ma mi resi conto che sbagliavo.
Appena chiuse la porta, mi guardò con un'espressione grave e scuotendo la testa, e mi informò che le cose con Romina non andavano per niente bene e che anzi se avesse seguitato a comportarsi nella sua maniera irriverente e sboccata, lei sarebbe stata costretta a mandarla via. [...]
Amelia Flaiano
(16.10.07)
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8. Intervista all'ex puttana
[estratto]
- Prima ha detto che si sente molto più libera e felice della maggior parte dei clienti che vengono da lei. Che cosa intendeva dire?
- Questo è uno dei motivi per cui mi sono decisa a continuare con questo lavoro: prestare il mio corpo in cambio di denaro. Non ci vedo nulla di male, se tutto è fatto nel rispetto della persona. Vedo in alcuni dei miei clienti una mancanza di libertà dovuta al lavoro che fanno, gente che è stata pronta a vendere il proprio orgoglio, o la propria dignità per un buon posto di lavoro. Gente che è venuta a compromessi con i propri desideri e le proprie ambizioni pur di mantenere un certo tenore di vita. Sono persone infelici che molte volte si offrono di pagarmi anche solo per fare due chiacchiere, per trovare una persona che in silenzio abbia il tempo per sentirli parlare, esternare tutto ciò che di marcio hanno dovuto tenere dentro se stessi. Professionisti che hanno venduto l’anima al diavolo per il proprio arrivismo, che sono scesi a patti col diavolo per poter dire di fare il lavoro che fanno. Gente che vende intere giornate, e quindi la propria vita, per un lavoro, perdendo la cosa più importante: la libertà, il tempo per se stessi.
- Li disprezza?
- Non significa che li disprezzo, ma che credo sia molto più dignitoso prestare il proprio corpo a persone che te lo chiedono e non ti mancano di rispetto, piuttosto che vendere l’anima, la propria vita, per un lavoro che in cambio di mille pensieri, mille umiliazioni, ti dà solo un mucchio di denaro per comprarti una bella macchina o la villetta al mare. C’è gente pronta a tutto pur di farsi vedere in giro con un Porsche. Io in fin dei conti faccio il lavoro più vecchio del mondo, e forse quello più sincero. Tutti abbiamo bisogno di sfogarci, soprattutto dal punto di vista sessuale, ed io permetto a queste persone di esprimere i propri bisogni sia fisici che molte volte mentali, sociali, anche solo con un paio di chiacchiere dopo una sana e naturale scopata. Tutto qua. [...]
- Non incontra ostracismo nella società? Mi riferisco in rapporto con la sua professione?
- Qualcuno in paese mi guarda male. Agli inizi era più difficile: otto anni fa, anche se non ti picchiavano più e non eri più per strada, eri comunque una puttana, anzi ancor di più perché dopo la riapertura delle case chiuse avevi continuato a venderti. Ora pian piano la gente comincia a cambiare idea, comincia a capire che è molto meglio prestare un buco che hai in mezzo alle gambe piuttosto che vendere l’anima che hai in testa per una vita che poi altro non è che un susseguirsi di cose materiali, futili, inutili, che prima o poi lascerai, che dovrai abbandonare come tutti. Tanti conducono una corsa oscena ed arrivista verso il denaro, la fama, senza sapere che fanno un sacco di fatica per niente. Corrono e corrono nemmeno un giorno possano fermarsi in eterno e godere dei loro sforzi. Io non corro, cerco di fare meno fatica possibile, e di stare anzitutto bene con me stessa, serena. Posso confessarle una cosa? [...]
Tony Farina
(16.10.07)
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10. Gineceo
[estratto]
Qui, nel GINECEO, parlano dei loro sogni, ridono: avere una casa vera, un uomo da amare, vero, un uomo vero che le ami, dei figli, veri, da crescere…intanto però i soldi guadagnati vanno divisi fra ‘il fidanzato’ e la famiglia rimasta al paese, e loro restano qui a nutrire quell’esercito di circa 600 minori non accompagnati che attualmente transitano sul territorio bolognese. Le guardo una ad una dal mio osservatorio dietro la colonna sotto il portico del cortile, evidentemente si stanno preparando per andare al lavoro. Ci sono gli ultimi ritocchi al viso e ai capelli, un’occhiata generale all’effetto d’insieme, la borsa a tracolla. Il pulmino con il ragazzo alla guida le sta aspettando sulla strada. Le voci sono gaie e festose. Sembrano ragazze che stanno andando ad una festa. Mi passano vicino. Una di loro bacia frettolosamente la medaglietta che tiene al collo, un’altra porta la mano destra sulla fronte, sul petto, poi sulla spalla sinistra e destra, a simulare il segno della croce, e un’altra ancora si sta passando un fazzoletto proprio sotto gli occhi, ad asciugare il sudore. Loro se ne vanno, queste mini-donne, e io resto a pensare: sarà sudore o pianto?
Alba Piolanti
(22.01.08)
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