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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Un estratto dall'antologia "Qui tutto va a puttane!".
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Riportiamo il discorso che l'autrice de "Il ventre della Terra" ha tenuto in occasione della presentazione del suo libro a Bologna il 27 marzo 2008
Visto che oggi l’argomento è l’ambiente, o meglio i problemi legati all’ambiente, e soprattutto riguardo a come questi possano riflettersi sull’uomo, prima di parlare del libro vorrei dedicare due parole invece a come la natura possa influire positivamente sulla nostra vita. Ora sto per laurearmi in Tecniche Erboristiche e lavoro in un negozio di erboristeria da alcuni anni, quindi praticamente quello che faccio nella vita è utilizzare preparati vegetali per il benessere umano.
Vorrei prima parlare di questo, sia perché nel libro ho dedicato una parte all’uso delle erbe officinali (seppur da un punto di vista forse più magico, più “tradizionale”, piuttosto che scientifico), sia perché lo ritengo un ottimo esempio di come la natura possa entrare a far parte della nostra quotidianità con un ruolo attivo, importante, come quello del mantenimento della nostra salute. Quindi, ecco, vorrei fare una breve introduzione su quello che è il mondo dell’erboristeria.
C’è un errore che generalmente si fa e cioè il considerare le piante officinali una sorta di medicina ma più leggera e senza effetti collaterali. In realtà le cose non stanno così, perché l’erboristeria e la medicina hanno 2 approcci diversi e dico questo per vari motivi.
Il primo motivo riguarda la nostra “partecipazione” al processo di guarigione. Il prodotto erboristico ha una sua azione chimica, seppure più blanda di quella di un farmaco, però andrebbe accompagnata da una “consapevolezza”di ciò che ci sta accadendo. Bisogna capirsi, ascoltare il proprio corpo, comprendere i bisogni del nostro organismo, i nostri limiti, capire quali sbagli abbiamo fatto per arrivare alla malattia, e per malattia non intendo malattie gravi ma problemi come mal di gola, sindromi da raffreddamento, bruciori di stomaco e così via. Molto spesso è infatti il nostro stile di vita che ci fa ammalare: il luogo fisico in cui viviamo, la nostra alimentazione, i nostri vizi, il tipo di lavoro che facciamo, il livello di stress a cui siamo sottoposti. Anche le nostre condizioni psicologiche influenzano moltissimo il nostro stato di salute, e quindi possiamo prendere qualsiasi cosa ci dia beneficio ma appena smetteremo di assumerla, se non avremo eliminato la causa, il problema si ripresenterà. Ad esempio, pensiamo a una gastrite (o un mal di testa, o problemi di insonnia…). Possiamo anche prendere un prodotto che riduca l’ipersecrezione acida gastrica o una tisana che disinfiammi un po’ lo stomaco ma, smesse di prenderle, se non avremo risolto il problema che sta alla base (che può essere lo sress, o un’alimentazione sbagliata), il disturbo si ripresenterà. Quindi, ecco, capire di poter avere un ruolo attivo nella nostra guarigione.
Il secondo motivo è che in campo erboristico ha un ampio spazio il discorso della prevenzione. L’erboristeria si avvale di tutta una serie di piante che mantengono alto il nostro livello di benessere e che impediscono alla malattia di manifestarsi, ognuna con le proprie sfumature.
Ci sono piante che alzano le difese immunitarie come l’Echinacea, che oltre a stimolare i linfociti ha anche proprietà antinfiammatorie. Oppure l’Astragalo, pianta importantissima nella tradizione cinese, che rinforza il “chi”, la nostra energia vitale: oltre che avere una azione sul nostro sistema di difesa, è anche un tonico, un corroborante del nostro organismo. L’Aloe vera, famosissima, ricca di vitamine, sali minerali, amminoacidi, agisce sul sistema immunitario ma è anche un buon disintossicante e antinfiammatorio.
Oppure piante “adattogene”, cioè che aiutano il corpo ad adattarsi agli stress fisici e mentali, come il Ginseng, l’Eleuterococco, e a superare la stanchezza.
Piante che proteggano e rinforzino il fegato, come il Cardo mariano, che depura questo organo e lo aiuta nell’eliminare composti indesiderati. O ancora l’assunzione di preparati con antiossidanti, che contrastano i radicali liberi che possono danneggiare componenti cellulari , come il tè verde.
Ma anche, e soprattutto, è importante assumere una pianta alle primissime avvisaglie dell’arrivo di un problema, senza aspettare che ci sia una manifestazione grave in atto, per cui poi è indispensabile andare dal medico. Ma per questo è necessario conoscersi, ascoltare il proprio corpo, capire le sue reazioni. Ci vuole tempo e voglia di iniziare un discorso di questo tipo.
Il concetto stesso di malattia è diverso. In generale in tutte quelle che sono le “terapie alternative” la malattia è vista come un campanello d’allarme che ci dice che è arrivato il momento di cambiare. Noi tendiamo a vivere in modo abitudinario, siamo ancorati al passato, abbiamo paura di cambiare. Pensate a quanto è difficile finire una relazione, o lasciare un lavoro che si svolge da anni per uno completamente nuovo, anche se quelli che abbiamo non ci soddisfano. Il nostro organismo è in continua trasformazione, il nostro cervello ha bisogno di stimoli sempre nuovi. Ippocrate, il padre della medicina moderna, disse: “se non sei disposto a cambiare non ti si può guarire”.
E alla fine qual è il modo migliore di cambiare se non quello di prendere in considerazione un modo più naturale di vivere? Adesso viviamo costantemente bombardati da rumore, da luci, da messaggi pubblicitari… non c’è riposo mentale, neanche di notte. Invece di rilassarci per recuperare le energie siamo attraversati da un flusso incessante di pensieri, su quello che abbiamo fatto, quello che dobbiamo fare, quello che vorremmo o non vorremmo che accadesse.
Praticamente in tutte le grandi culture antiche la malattia è vista come il risultato di un allontanamento dell’uomo dalla natura (e con questo intendo anche dalla propria natura).
Nella medicina tibetana è causata dall’ignoranza dell’essere umano che sviluppa un falso senso dell’Io, quale individuo indipendente dagli altri, dalla natura che lo circonda, dal cosmo. Da questa visione sbagliata nascono stati mentali distruttivi come: attaccamento, confusione, stupidità, per cui una persona vede la realtà in modo distorto e illusorio con conseguenti squilibri fisici.
La tradizione Ayurvedica dà notevole importanza sia per la prevenzione che per la cura della salute, alla conoscenza dei cicli della natura e ai loro effetti sull’organismo. Tutto ciò che accade in natura è armonizzato in ritmi giornalieri, mensili, stagionali, e questi cicli manifestano un notevole influsso sui sistemi viventi. C’è una strettissima connessione tra le forze vitali dell’organismo umano e quelle del restante mondo naturale.
Nella Cinese: l’energia che alimenta l’organismo deriva da un adeguamento ai ritmi del Cosmo. Se c’è adeguamento questa energia alimenta l’organismo, ma se è in disequilibrio lo fa ammalare.
Purtroppo ormai noi, non solo non facciamo più tutto questo, ma il problema maggiore è che non ci crediamo neanche. Non crediamo nemmeno che possa esserci utile. Siamo completamente “distaccati”dalla natura. La vediamo come qualcosa di estraneo, di cui non facciamo parte. Ed è questa la cosa più grave, è questo il concetto da combattere se si vuole tutelare il patrimonio naturale. Forse ognuno di noi dovrebbe trovare qualcosa per cui valga la pena battersi, per cui sentirsi grati alla natura. Per me sono tante cose: la pace che si prova camminando in un bosco, o osservando il mare; la felicità che ti dà il creare un “contatto” con un animale; il benessere fisico e mentale che mi danno le piante officinali; il senso di mistero che provo di fronte a tutto ciò che di inspiegabile ci circonda… sono queste le basi da cui sono partita scrivendo il libro. Ho cercato di unire la mia passione per queste cose e la mia preoccupazione (mia e di tutta la mia generazione) nei riguardi del futuro, soprattutto per ciò che concerne un tema così importante e attuale come quello ambientale, raccontando però una storia che non fosse cupa e angosciante, ma un’avventura, con personaggi magici e un po’ fiabeschi, con situazioni surreali e soprattutto che racchiudesse in sé un messaggio positivo.
IL LIBRO
“Il ventre della Terra” è ambientato nel 2181 – e quindi nel futuro - e lo sfondo su cui si svolge la vicenda è un po’ apocalittico, nel senso che quello che ho ipotizzato è uno dei peggiori futuri possibili (anche se – lo riconosco - per molti versi inverosimile) a cui potremmo andare incontro.
I protagonisti del racconto vivono, infatti, negli anni che seguono la “Grande Crisi”, un periodo in cui si è verificata una crisi ambientale di enorme portata, che ha totalmente stravolto il mondo che noi conosciamo: ad eccezione dell’uomo, animali e piante si sono completamente estinti; l’ossigeno dell’aria e gli alimenti sono prodotti artificialmente e la popolazione mondiale è stata decimata da carestie e malattie. In seguito alla Crisi, soprattutto nei paesi più ricchi, con il tempo la situazione si è stabilizzata, anche se la qualità della vita è notevolmente peggiorata e le prospettive future sono cupe.
Ed è su questo scenario che si dipana la storia o, meglio, il viaggio della protagonista del libro, Mira, una ragazza inglese di 20 anni. È una ragazza molto simile a tante altre sue coetanee, e all’inizio del racconto la incontriamo, infatti, all’università, dove si annoia alle lezioni e vagheggia sul suo ragazzo, su cosa indosserà per il prossimo appuntamento con lui, su quello che si diranno…poco importa che viva in un mondo devastato e pieno di problemi; un mondo che si trova in un equilibrio precario e che questo equilibrio stia per spezzarsi.
Poi accade un fatto traumatico e la protagonista, che fino a quel momento ha vissuto in una sorta di bambagia rassicurante, per la prima volta in vita sua si ritrova a dover prendere decisioni importanti ed ad affrontare la vita da sola, con le sue sole forze.
È costretta a partire ed è proprio questo suo lungo viaggio che stravolgerà il suo modo di concepire la vita e il mondo che la circonda, costringendola a mettere in discussione i suoi valori e le sue false sicurezze e facendole acquisire una nuova consapevolezza di se stessa in rapporto al “tutto” di cui è parte integrante.
L’inizio del libro forse è un po’ autobiografico nel senso che io stessa, in questi ultimi anni, entrando nell’età adulta, ho iniziato a liberarmi da quel sano egoismo che caratterizza un po’ la fase adolescenziale della vita, quando si vede il mondo un po’ come se fossimo in una grande bolla trasparente che contiene la famiglia, i nostri amici, le nostre certezze, e tutto ciò che sta nella bolla è importante, ciò che sta fuori non lo è, non ci riguarda.
Me ne liberavo e al tempo stesso iniziavo per la prima volta a interessarmi a problemi di grossa portata ma anche a quelli più modesti, come il trovarmi un lavoro o il confrontarmi con persone diverse da me. Iniziavo ad aprirmi, ad essere meno superficiale.
Subito dopo la maturità mi ero iscritta alla Facoltà di Scienze Politiche, ma per quanto trovassi interessanti le materie che studiavo, mi sentivo insoddisfatta: la sensazione era di avere a che fare con materie troppo astratte e teoriche, mentre io, forse perché ho sempre vissuto in campagna e sono sempre stata in mezzo al verde e a contatto con gli animali, sentivo il bisogno di qualcosa di diverso, di studiare i meccanismi della “vita”.
Fu per caso che scoprii che a Milano tenevano un corso di Naturopatia, corso in cui si affrontano le tematiche relative alle diverse “terapie alternative”, a cui mi iscrissi subito. In seguito, per approfondire gli argomenti che mi stavano più a cuore, lasciai Scienze Politiche per
la Facoltà di Tecniche Erboristiche.
Gli studi che ho seguito hanno modificato in modo radicale la mia visione del mondo e di me stessa, introducendomi ad una visione olistica dell’esistenza, una visione – cioè - in cui non c’è una separazione netta tra mente e corpo, tra l’uomo e il mondo che lo circonda, tra microcosmo e macrocosmo.
Il libro è, in un certo senso, il frutto di questo mio piccolo percorso.
I temi conduttori del romanzo fondamentalmente sono due e su questi oggi vorrei porre maggiore attenzione, perché credo che aiutino meglio a comprendere il senso di questo libro.
Il primo è il tema del viaggio e il secondo è quello del rapporto uomo-ambiente. Si tratta certo di argomenti che, all’apparenza, possono sembrare diversi ed estranei l’uno all’altro, ma io trovo che siano indissolubilmente legati tra di loro.
TEMA VIAGGIO
Come dicevo all’inizio, la protagonista, Mira, è costretta a mettersi in viaggio e dopo essersi recata prima in Francia e poi in Grecia, arriva in India.
Eppure non è tanto il viaggio materiale di cui qui mi interessa parlare (certamente anche quel tipo di viaggio è importante, perché vedere e toccare con mano realtà diverse dalla nostra ci rende più obiettivi e ridimensiona la nostra visione delle cose).
Quello che più conta, sono le esperienze cui va incontro durante il suo percorso. Mira, infatti, incontra diversi personaggi che la guidano e la fanno depositaria della loro saggezza e si ritrova in situazioni che mai avrebbe pensato di affrontare. E, via via che muta lo scenario esterno, anche lei si trasforma.
Quando parlo di “viaggio”, quindi, mi riferisco ad un percorso interiore, psichico e spirituale ad un tempo. È un viaggio lungo, faticoso e spesso doloroso quello che lei compie dentro di sè, ma è anche un viaggio che la trasforma, la rende migliore, più consapevole e attenta a ciò che la circonda.
La protagonista del racconto si trova, naturalmente, a fare i conti con la paura e l’ansia, i dubbi, e spesso anche con lo scetticismo e l’incredulità, ma si tratta di emozioni che inevitabilmente accompagnano un processo di crescita e una più ampia visione delle cose.
E quindi, sarebbe più corretto dire che nel libro ho affrontato, più che il tema del viaggio, quello del cambiamento, della trasformazione, ma mi piace di più pensare al viaggio perché è correlato all’idea di movimento, del “panta rei”, ovvero del “tutto scorre”. Usare il termine “cambiamento” mi dà l’idea di qualcosa di statico, che poi, tutto a un tratto, muta. Invece la vita per me è sempre dinamica, non si ferma mai, va sempre avanti, è sempre in trasformazione.
Certo, se ci fermiamo ad osservare le nostre azioni esteriori, abbiamo l’impressione che tutto sia fermo, ripetitivo, ci sembra, alla fine, di fare sempre le stesse cose: ci svegliamo, andiamo a lavorare oppure studiamo, mangiamo, dormiamo…, ma in realtà pian piano, dentro di noi, qualcosa si muove sempre, è in eterno movimento, è, appunto, in “viaggio”, e ci sono avvenimenti, stili di vita, modi di pensare, che ne possono rallentare o accelerare il processo.
Per cui, tornando al libro, Mira compie un lungo viaggio che la trasforma completamente: parte cercando qualcosa e poi, pur continuando a cercarla, capisce che c’è altro da cercare, forse anche di più importante. Qualcosa da cui potrebbe dipendere il futuro dell’umanità intera.
Impara che ci sono delle volte in cui bisogna mettere il bene comune davanti a tutto, e delle altre in cui bisogna lasciarsi andare e seguire il flusso della vita anche se ci porta lontano da quelli che ci sembrano dei bisogni irrinunciabili.
Al riguardo, c’è un passo del libro che vorrei leggervi da cui si evince la presa di coscienza di questa ragazza riguardo ai problemi del momento storico che sta vivendo:
“Ci incamminammo sopra il ponte, e poco più oltre lui incominciò a parlarmi chiedendomi che cosa avessi imparato in quel mio lungo viaggio.
Colta alla sprovvista dalla sua richiesta, gli risposi dapprima piuttosto superficialmente: - bè, sono stata via molto, ho imparato tante cose - ma insistette, pretendendo risposte esaustive.
- Che la nostra vita è vuota – gli risposi allora. – Allontanandoci dalla natura abbiamo perduto Dio, e adesso vaghiamo come anime smarrite aspettando di morire. Tutto ci sembra scontato. Nasciamo senza neanche chiederci il perché; viviamo senza bellezza, rincorrendo ideali sbagliati, tirando a campare, in un mondo d’asfalto.
Lo guardai, lui contraccambiava il mio sguardo, immobile e concentrato.
- Moriamo con il rimpianto di non aver vissuto, senza mai aver apprezzato la luce negli occhi di un altro essere, senza che mai ci sia importato di una sofferenza che non ci appartiene, senza mai aver fatto qualcosa per alleviarla.
- La nostra vista non è più allenata, vediamo solo ciò che ci interessa vedere; e il nostro istinto non ci guida più.
- Bene, Mira, - fece lui – va avanti.
- La religione ha perduto il suo carattere intimo e personale ed è divenuta qualcosa da mostrare quando si è in pubblico, ma svuotata di ogni significato. È stata una scusa per guerre, un alibi per mobilitarsi contro qualcuno e non per creare unità, per far crescere il rispetto, per capire le diversità. L’uomo, in realtà, ha smarrito l’anima. “
Penso che il percorso di Mira è quello che poi dovremmo fare tutti crescendo, diventando adulti, maturando: ampliare la mente, andare alla ricerca del nostro vero io, cercare di vedere anche nei problemi un’opportunità di crescita. Nel suo caso lei, attraverso questa grande avventura che si trova a vivere, riesce a comprendere per la prima volta, e non più con gli occhi di una ragazzina ma con quelli di una donna, il periodo storico che si trova a vivere, gli errori e le grandi responsabilità umane nei confronti, in questo caso, dell’ambiente, della natura.
TEMA UOMO-NATURA
E qui mi riallaccio al secondo grande tema di cui vorrei parlare: il rapporto tra l’uomo e la natura. Credo che il rapporto che ognuno di noi ha con il mondo naturale rispecchi fondamentalmente il nostro rapporto con quella parte di noi stessi più profonda, più istintiva, più selvaggia, e non plasmata che abbiamo.
Jung, uno psicanalista che si è occupato molto e a lungo dei simboli, ha detto: “ Il bosco perché oscuro e impenetrabile è, come le acque profonde e il mare, ricettacolo dell’inconscio e del misterioso: gli alberi come i pesci nell’acqua, sono i contenuti vivi dell’inconscio.”
Non a caso si usa l’espressione “linfa vitale” ad indicare quella forza creatrice e generatrice che tutti abbiamo dentro e che ci dà la vita. Il fatto che l’uomo si curi poco, o non si curi affatto, di coltivare, di proteggere, di sviluppare ciò che c’è nel suo profondo, e che, anzi, si dia da fare in senso opposto soffocando e distruggendo la sua natura autentica, si riflette all’esterno con i nostri comportamenti verso il mondo vegetale e animale.
Stiamo facendo uno scempio delle risorse del pianeta e gli appelli degli scienziati e degli ecologisti sono allarmanti, ma per quanto questi possano generare in ciascuno di noi sgomento e angoscia, finisce col prevalere l’indifferenza, preferiamo pensare ad altro come se tutto questo non riguardasse personalmente ciascuno di noi.
Il nostro atteggiamento mentale nei confronti dei problemi ambientali è identico a quello che assumiamo nei confronti della nostra interiorità: preferiamo pensare ad altro. Tutte le nostre energie sono utilizzate per raggiungere obiettivi esterni a noi ed è anche giusto, in parte, visto che viviamo in una società in cui la soddisfazione di certi bisogni è indispensabile, tuttavia ritengo che non dovremmo mai perdere di vista che comunque l’uomo è pur sempre un animale e, come tale, è strettamente dipendente dall’ambiente in cui vive. L’organismo umano è un sistema aperto. Un sistema chiuso è un sistema che non scambia energia con l’esterno come, ad esempio, un sasso. Intorno al sasso, faccio per dire, potrebbe accadere qualsiasi cosa, potrebbe esplodere una bomba atomica, potrebbe esserci un’inondazione, potrebbe sparire l’ossigeno dall’atmosfera, ma lui resterà sempre lì, indifferente a tutto ciò. Una persona invece, così come un animale o un vegetale, effettua degli scambi con l’esterno: ha bisogno di assumere energia da fuori, sottoforma di calore, di cibo, di acqua, la elabora; in parte la usa per tutte le sue funzioni e in parte la conserva, e produce sostanze di scarto che riversa nell’ambiente, come ad esempio l’anidride carbonica, che poi viene utilizzata da altri organismi, e così via. Gli esseri viventi fanno tutti parte di questo enorme ciclo che è l’ecosistema, che andrebbe immaginato come un essere vivente esso stesso, un essere vivente molto resistente perché è capace di adattarsi parecchio ai cambiamenti (ad esempio quando una specie si estingue), ma al tempo stesso fragile perché oltre un certo punto rischia il collasso, e se collassa c’è pericolo per tutte le creature che ne fanno parte. L’uomo forse non si rende abbastanza conto che fa parte di questo ecosistema esattamente come gli altri esseri di questo pianeta.
L’avidità di potere, di denaro, di “benessere” materiale si accompagnano ad una sorta di arroganza, di senso di superiorità, che fa pensare all’uomo di essere padrone del mondo, che gli fa credere di aver domato la natura, di poter disporre di tutto e di tutti in modo indiscriminato e distruttivo. Anche se forse ora si inizia ad intravedere un cambiamento in questo senso, per lo meno ora si iniziano a capire quali siano i nostri limiti. Paradossalmente, in questo sistema, anche l’uomo viene sfruttato, violentato, “modificato” da questa logica dell’usa e getta. Siamo bombardati continuamente da messaggi mediatici che invitano all’avere, al possedere sempre più cose, e ci convincono che il significato delle nostre esistenze si possa misurare dai beni accumulati, piuttosto che da quello che siamo veramente. E la vita che conduciamo, un po’ tutti in modo nevrotico, non fa che amplificare questo stato di cose, questo distacco uomo-ambiente. Le nostre vite sono diventate asettiche, anche noi siamo asettici nel senso letterale del termine, cioè disinfettati.
A volte mi capita di andare in un parco e di vedere magari un bambino che mette le mani nella terra. Generalmente arriva subito la madre che lo sgrida perché sporca i pantaloni da settanta euro…tutto questo per dire che quasi rifiutiamo il contatto con la natura perché è “sporca”. Produciamo spazzatura a tonnellate, inquiniamo l’acqua e l’aria con scarichi e veleni di ogni tipo, ma paradossalmente – o forse proprio per questo - siamo ossessionati dalla sporcizia: facciamo docce in continuazione, copriamo l’odore naturale del nostro corpo con profumi e deodoranti, usiamo disinfettanti sempre più potenti. Facciamo di tutto per inseguire un ideale irraggiungibile, per cui dobbiamo essere asettici; dobbiamo essere perfetti; dobbiamo dare il massimo, senza mai mostrare le nostre debolezze e i nostri difetti, anzi, sarebbe preferibile non averne proprio. La società ci impone di essere puliti, in tutti i sensi del termine, compreso il “senza peccati”, e per peccato intendo anche solo mangiare un dolce di troppo, avere un chilo di troppo. E proprio perché questo ideale ci impone di essere a tutti i costi in un certo modo, e dal nostro mondo interiore ci arrivano tutt’altri segnali, siamo in lotta perenne con noi stessi, e siccome di solito quello che facciamo vincere è l’esterno, ecco che allora si crea il distacco. Distacco con noi stessi, che si riflette poi con un distacco anche all’esterno. Gli animali fanno paura, la natura è qualcosa da dominare. Ma questo modo di vivere sta mostrando sempre maggiori pecche. La gente, soprattutto in Occidente, nonostante tutti i nostri bisogni primari siano soddisfatti, non è felice. Le persone, povere o ricche, sane o malate, belle o brutte che siano, avvertono un profondo vuoto dentro di sè e sentono la mancanza di qualcosa che a volte neanche la fede riesce a colmare. E, sempre di più, si rivolgono alle antiche saggezze dell’Oriente: al Buddismo: il cui fine è il “Risveglio”, l’illuminazione, il Nirvana, uno stato in cui non esiste più un sé separato da tutto il resto, che è un’illusione. Allo Yoga: vocabolo che in sanscrito significa Unione, l’unione di mente, corpo e spirito, l’unione degli opposti, dell’individuo con ciò che lo circonda. Non ci sono limiti, non c’è separazione, tutto è unito. Insomma si rivolge alla cultura di Paesi - da notare - cosiddetti “sottosviluppati” e che – guarda caso - basano la loro visione del mondo sull’integralità dell’essere umano quale parte del Tutto, e ridimensionano l’Uomo a un ruolo non di padrone della Terra ma di un essere soggetto alle stesse leggi che governano tutto l’universo. Per questo ritengo che il “viaggio” nel profondo di noi stessi sia fondamentale per ritrovare il contatto con la natura e rispettarne il delicato equilibrio. Ritrovare un rapporto con la nostra parte più antica e autentica, ritrovare e seguire i nostri cicli, ritrovare la sacralità in ognuno di noi sono tutte condizioni necessarie per ritrovare la sacralità nel mondo che ci circonda. Alla fine è tutto qui il senso del libro, proviamo a scoprire davvero come siamo fatti, cosa ci rende davvero felici e cosa invece è solo un’illusione, di cosa abbiamo realmente bisogno. E, a questo proposito vorrei concludere con un’ultima citazione in cui ho cercato di racchiudere in poche righe questo grande concetto. È un breve passo, in cui uno dei personaggi del libro sta spiegando alla protagonista come bisognerebbe “rapportarsi” con noi stessi: “E si fermò riconquistando il fiato. Mi prese per mano e io pensai che ormai poco importava il modo in cui sarebbe finita quella notte. Stavo assistendo a qualcosa di miracoloso, dovevo essere grata a quell’uomo che mi stava portando a conoscere il luogo più sacro sulla Terra. Quante cose avevo imparato da lui! Eppure chi era realmente?
Le mie gambe erano molto stanche. Riprendemmo a camminare.
Disse: - il modo giusto di vivere, di utilizzare la nostra anima senza mortificarla, esaltandola, donandole beneficio, non esercitando su di essa alcuna coercizione, è quello di cercare incessantemente il luogo silenzioso dentro di noi che è permeato di conoscenza, e che è lì per farci capire qual’è il nostro posto al mondo. Così facendo, Mira, riusciremo a liberarci delle gabbie che la vita ci impone, ad insegnarci la compassione verso le creature che insieme a noi si trovano in questa spirale di infinito che è la creazione.”
Il ventre della Terra
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Riportiamo l'articolo che Valentina Francolino ci ha inviato per la rubrica "Ne ha detto l'autrice"
Quando iniziai a scrivere il libro lo feci di getto, in modo istintivo, quasi a voler tirar fuori di me le sensazioni che provavo per dargli un nome, una forma. Quello che sentivo, ad ogni modo, era di difficile comprensione. Incominciavo a entrare nell’età adulta e quello che si prospettava di fronte a me era un mondo in forte cambiamento. Iniziavo per la prima volta ad interessarmi a problemi di grossa portata, tra cui ovviamente quello ambientale, ma anche a quelli più modesti, come il trovarmi un lavoro o il confrontarmi con persone molto diverse da me. Iniziavo ad aprirmi al mondo, ad essere meno superficiale, ad avere a cuore anche situazioni che non mi riguardavano direttamente, e questo è un cambiamento che ho voluto che anche Mira, la protagonista del libro, facesse.
Il suo lungo viaggio, costellato da avvenimenti e personaggi sicuramente non “ordinari” è forse in realtà nulla in confronto al vero, e più incredibile viaggio che compie dentro di sè, che la trasforma, la rende migliore, più consapevole e attenta a ciò che la circonda. Questo ovviamente con tutta la paura e l’ansia che inevitabilmente accompagna una più ampia visione delle cose. Paura e ansia che credo siano rappresentative della mia stessa generazione.
Se forse le precedenti guardavano al futuro come a un progressivo, costante miglioramento delle condizioni di vita, ora per la prima volta ci troviamo in un momento storico cruciale, in cui questa convinzione incomincia a vacillare, in cui pensando al domani ci si sente insicuri e incerti. E credo che l’ambientazione un po’ “apocalittica” del romanzo, sicuramente sia stato un modo non troppo inconscio di esprimere i miei stessi timori a riguardo.
Ma al tempo stesso volevo anche lanciare un messaggio positivo e non scrivere una storia cupa, pessimista, che esprimesse solo angoscia. Così ho cercato di inventare personaggi quasi fiabeschi per fargli vivere un’avventura magica e surreale, perché il messaggio fondamentale che vorrei far passare più di ogni altro è questo: non dobbiamo mai abbandonare le speranze e lasciarci sopraffare dalle paure. Perché anche in una Terra distrutta e devastata può ancora esserci magia. Perché anche in mezzo all’asfalto può nascere un fiore. Perché l’amore può comunque sbocciare in un mondo di plastica. Perché, infine, anche nell’oscurità più nera e buia, da qualche parte potremo accendere una piccola luce e quello che vedremo sarà bello come un’enorme e incontaminata valle alberata.
Per la Quarta edizione del Premio Internazionale di Poesia Teramo 2007 la giuria ha assegnato alla nostra casa editrice il Premio Speciale con il libro "Le ceneri di Candore" di Alessandro Pugliese.
La cerimonia di premiazione si terrà a Teramo nella Sala Polifunzionale della Provincia il 24 novembre prossimo.

Un'intervista all'autore da parte del quotidiano "Il Tempo"
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Una recensione su "La Provincia Magazine"
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Un'intervista rilasciata a "Radio Telemagia"
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Una breve e lucida recensione da parte della redazione di Arcilettore
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Quando lessi per la prima volta del progetto editoriale della casa editrice sulla prostituzione, pensai semplicemente che fosse una bella iniziativa, interessante, attuale, ma al tempo stesso talmente lontana dalla mia vita da non sentire di voler esprimere un’opinione seria a riguardo.
La mia regola principale è sempre stata di scrivere ciò che sento, ciò che conosco personalmente, ciò che penso. E questo argomento non mi ha mai toccata così da vicino.
Certo, ovviamente anch’io vivo nel mondo reale, anch’io ogni giorno passo in macchina davanti a un certo numero di “donne di strada”. Ormai quasi le riconosco e sono diventate parte integrante del territorio; so che passando per una strada che attraversa diversi campi, dopo l’azienda che alleva cani e dopo il maneggio, arriverò a un incrocio, e loro saranno lì. Loro, delle persone, delle donne, saranno lì sedute, più o meno svestite, a qualsiasi ora del giorno o della notte, ad aspettare.
Passo davanti a loro, le guardo, mi sento stringere un po’ il cuore e provo dispiacere; poi attraverso l’incrocio e torno alla mia vita, a pensare al prossimo esame e a cose ancora più stupide.
La prostituzione è un dramma che ormai ci ha assuefatti, perché ce lo troviamo sbattuto in faccia ogni giorno, come avviene quando si sente dell’ennesimo attentato in Medio Oriente, o del problema della fame del mondo. Io mi sono sempre ritenuta una persona molto sensibile, mi capita di soffrire seriamente quando sento alcune notizie, eppure anche su di me quella tremenda assassina dell’abitudine fa effetto.
Così, proprio stamattina mi sono decisa a uscire dai soliti schemi mentali e a riflettere attentamente su questo problema.
Oltre agli ovvi sentimenti che sono nati dentro di me: compassione, indignazione, senso di fratellanza…ho avuto un’idea. Perché non fermarmi a parlargli? Perché non provare a creare un ponte tra me e loro? Perché non andare dalle dirette interessate e porgli la tanto sospirata domanda: “perché lo fate?”
Dopo circa dieci minuti, ancora euforica per il mio progetto, incontrai per caso una mia parente, una donna di quarantacinque anni, ed esposi a lei il frutto della mia mattinata.
Ciò che mi rispose (e che mi lasciò basita) fu: “stacci alla larga e guarda che se lo fanno è perché vogliono la vita comoda; io piuttosto che prostituirmi andrei a lavare i cessi, e se loro non lo fanno è perché evidentemente guadagnano di più così.”
Sul momento mi ci misi pure a discutere e la trovai superficiale, ma poi mi chiesi: “quanti la pensano davvero così?”
Domandai ad altre due persone, sempre donne, ma più anziane, e mi risposero in sostanza allo stesso modo. Anzi, sembrava quasi che sorridessero al pensiero di una giovane ragazza come me che si poneva un problema del genere. Ci mancò poco che mi dicessero: “povera scema, vivi ancora nel mondo delle favole.”
Perciò cambiai idea e decisi che è di questo che invece vorrei parlare, non della prostituzione in sé, ma di ciò che la gente pensa della prostituzione e di tutti gli altri mali della società.
Perché ancora oggi, nel 2007, in un mondo in cui c’è informazione, in cui quindi i problemi vengono analizzati attraverso i diversi punti di vista, ci sono ancora persone (e parecchie) che si limitano a liquidare un argomento così complesso e duro con una misera e superficiale frase del genere?
Se per loro io vivo nel mondo delle favole solo perché ritengo che la maggior parte delle prostitute siano delle vittime, loro in che mondo vivono?
Quando hanno perso l’innocenza e perché?
Quando hanno smesso di indignarsi?
Cosa porta una persona, una donna per giunta, a pensare in questo modo?
Sono queste le domande su cui sto riflettendo e su cui ho formulato varie ipotesi.
All’inizio ho pensato che fosse un modo inconsapevole per non vedere la sofferenza degli altri, perché non si riesce ad accettarla. Oppure, forse, poteva darsi che una persona che ha già problemi personali seri tenda a non considerare quelli altrui. In seguito ho valutato come fallaci queste giustificazioni. Conoscendo quelle donne molto bene, ho capito che non era il loro caso.
Allora poteva essere una ricerca del “capro espiatorio” a cui dare la colpa per la caduta dei cosiddetti “valori” della nostra società, come avviene del resto anche per gli immigrati. E questa ipotesi già mi convinceva di più, mi sembrava un’idea molto diffusa (come se una società che ha valori forti li potesse perdere in questo modo…). Ma poi ho cercato di vedere le cose più in grande, a livello, diciamo, mondiale e, come nel piccolo tanti riescono a passare davanti a prostitute, senzatetto, persone problematiche senza provare nemmeno un po’ di dispiacere, o addirittura considerandoli colpevoli per la loro situazione, così nel grande si arriva ad accettare che esistano differenze incommensurabili per ciò che concerne le possibilità di vita o addirittura di sopravvivenza.
Ho cercato mille motivi per giustificare questo comportamento ma purtroppo credo che dietro a tutto questo ci sia una sola cosa, che non ha spiegazioni e si commenta da sola: una semplice, banale, vergognosa, indifferenza.
A nessuno importa più di nessuno.
Non esistono più “i problemi”, esistono solo i “nostri” problemi.
Esistono i “nostri” obiettivi, i “nostri” desideri, le “nostre” esigenze.
Tutto il resto va in secondo piano.
E così la voglia di essere belli, di essere delle persone come la società ci impone di essere diventa più importante di ogni altra cosa.
Chi ascolta più la voce della coscienza?
Chi più sa di averla una coscienza?
Come si può pensare che ci si occupi di certi problemi a un livello tale da voler fare qualcosa per risolverli, se quasi non ci importa nemmeno più niente delle persone che abbiamo intorno?
Quante persone conosciamo e magari chiamiamo “amici” ma poi in realtà sono solo persone con cui parliamo di noi stessi di fronte a un caffè senza nemmeno ascoltare le loro risposte?
Tra tutti gli uomini e donne che riteniamo importanti per noi, per quanti di loro saremmo disposti a modificare la nostra vita, anche di pochissimo, per dargli una mano in caso di bisogno?
Proviamo a contarle, la prossima volta che daremo alle prostitute la colpa della perdita dei valori della nostra società.

Un primo bilancio dei nostri primi 9 mesi di attività editoriale (da editori in proprio) hanno portato nei nostri scaffali redazionali un cospicuo numero di opere, in gran parte opere di autori esordienti, per il novantanove per cento italiani (di tutte le regioni: chi più chi meno).
La media di dattiloscritti che ogni giorno arriva è di quattro/cinque. Nel fine settimana poi (sabato, domenica), il numero delle ricezioni aumenta fino a sette/otto. La qualità delle opere è alta. Gli italiani dimostrano di scrivere molto bene, dal punto di vista stilistico, e di essere abili costruttori di trame e di strutture narrative. Le fonti letterarie sono eterogenee, i generi i più disparati. Le tematiche, i soggetti, gli intenti, sono molteplici. In Italia c’è più gente che scrive di quanta legge libri altrui. Una prima considerazione su questo assunto è che “Le ceneri di Candore”, la nostra prima pubblicazione, non è stata acquistata da nessuno tra tutti gli autori che ci hanno sottoposto un loro testo, nessuno di essi ha acquistato il volume! Questo capita a molti nostri colleghi. E’ indice che gli autori che spediscono un loro testo ai piccoli e medi editori vogliono essere (giustamente!) pubblicati, eppure non si interessano affatto a che cosa pubblica l’editore presso il quale desidererebbero appunto essere promossi e distribuiti. Ciò vale a dire che non conoscono gli intenti degli editori, il loro programma, la natura delle opere che ritengono valide e in linea con i propri ideali di letteratura. C’è da dire di converso (anche se questo non è giustificativo) che spesso i piccoli e medi e anche grandi marchi editoriali, sebbene i nomi altisonanti delle proprie collane, non posseggono un vero e proprio piano editoriale. E anche che spesso alcuni editori (e questo invece è giustificativo) mettono in piedi delle iniziative (iniziative!) - per non dire degli stratagemmi - atti alla promozione della lettura (la lettura dei propri libri) francamente eccentrici: conosciamo infatti dei casi di editori i quali consentono agli autori di sottoporgli un’opera previo acquisto di propri volumi (cioè non puoi mandarmi un dattiloscritto se prima non compri un mio libro: esistono, credetici!). In questo caso, se fossi al posto di un autore nemmeno io comprerei un libro da questi editori! Ritornando agli autori esordienti (e non solo), probabilmente, gran parte di questi non ritengono essere qualitativamente valida l’offerta dei piccoli editori, non spendono per acquistare un libro dell’editore stesso che li pubblica perché, inconsciamente, è probabile, essi ritengono minore una pubblicazione che non proviene dai grossi nomi dell’editoria. Lo stesso vale per i critici, intendiamoci, per i giornalisti, per tutto il personale “culturale” della filiera del libro.
Non v’è alcun vero interesse da parte di nessuno. Se teniamo in considerazione che le case editrici in Italia sono più o meno cinquemila e che le grandi case editrici sono, diciamo, una trentina (forse meno), se teniamo in debita considerazione che gli stessi autori che si rivolgono ai grandi nomi editoriali passano, dopo o contemporaneamente, ad esporre il loro lavoro ai piccoli e medi editori, ci possiamo rendere benissimo conto che la fonte è sempre una e che un libro che viene selezionato da un grosso nome editoriale è simile a quello selezionato dai piccoli nomi. Però, un autore esordiente, o uno scrittore affermato non spende denari e non si interessa affatto al resto della produzione editoriale italiana restante fuori questi grossi nomi. Se questa debolezza potrebbe essere perdonata in chi scrive e vorrebbe essere pubblicato, e un poco meno in chi scrive ed è famoso, è imperdonabile a mio parere in chi lavora a vario titolo nell’industria culturale. Come in ogni ambito della vita nazionale a ben vedere v’è una forte ipocrisia, superficialità e incompetenza.
Se un grosso nome investe in pubblicità in un libro (che anche il più ingenuo dei critici vede essere un pappone), la schiera di critici e di lavoratori culturali in coro canta le lodi del pappone. Non si ha un’idea precisa di quanti papponi illeggibili e vacui vengono pubblicati dai grandi nomi editoriali! Mi chiedo spesso, passando in libreria, chi mai acquista questi libri e quanti ne vengono venduti! Sono tutti simili a se stessi e non dicono alcunché di innovativo. Soltanto che questi volumi hanno il marchio della grande sigla editoriale e allora il lettore è indotto ad acquistarlo. Come in ogni altro ambito della vita italiana v’è un pressappochismo spaventole. A mio modo di vedere questo accade perché non vi sono veri scopritori, veri critici, veri giornalisti, vere persone competenti e preparati e sensibili e veri intenditori dell’arte letteraria. Basta vedere una trasmissione Rai (quella di quell’intenditore in occhialini il quale si interessa oltre che di letteratura anche di cinema, basta ascoltare con attenzione quel che viene detto dei libri, e quali libri vengono osannati e chi sono gli autori e chi li commenta, oltre al presentatore, quello noto insomma per farsi una domanda e darsi la risposta, mi avete capito!) e si capisce quanta strada bisogna fare e come la produzione e il mondo librario siano lo specchio attuale della società italiana nel suo complesso. Tutto funziona esattamente come nei telegiornali. Se un telegiornale dà una notizia tutti i telegiornali sono costretti a darla per non esser da meno, così noi vediamo cloni di telegiornale: si distinguono solo per le notizie di animali, di clima, di gelati, di sagre, di cinema, etc. Alla stessa stregua, se un autore viene notato da qualcuno allora tutte le voci dell’industria dei media devono riprendere il coro e le giaculatorie e prendere in esame e passare in pasto al pubblico quell’opera. Ma chi è un vero esploratore oggi della produzione culturale del nostro Paese? Pochi, pochissimi, se non nessuno. Tutto lo spazio e tutti i media preferiscono recensire, notare, promuovere solo ciò che è noto, ciò non che hanno scoperto, ma che gli è arrivato, magari ciò che è spinto, spinto non dalla validità intrinseca dell’opera stessa ma di chi sta alle spalle. E’ anche vero che la maggior parte delle piccole e medie case editrici pubblica, per gran parte, autentiche schifezze che non hanno né capo e né coda e lo fa per diversi motivi, non per ultima la motivazione economica. Ma è anche vero però che proprio dai piccoli e medi editori spesso, spessissimo compare il vero e incidente testo da leggere, da dover leggere, l’opera d’arte, il romanzo prezioso. Tuttavia il lettore purtroppo non ne viene a conoscenza. Per quello che riguarda la parte autoriale della produzione letteraria, poi proprio tutti abbiamo sotto gli occhi la situazione cultuale del nostro Paese. Vi sono degli scrittori famosi, già, che vendono molte copie. Ammaniti, De Carlo, Magris, Baricco, Veronesi, etc etc, ma ditemi: quali di questi scrittori rimarrà tra trenta, cinquant’anni? Che cosa scrivono di veramente notevole, che cosa ci dicono della realtà odierna, quali capolavori hanno scritto? Scrivono delle storie! Nient’altro. Nient’altro che esala da esse, che si elevi, che trascenda la trama! Storie o storielline che non hanno nessuna pregnanza artistica se non sociale e civile. Sono storielle di evasione, di intrattenimento, i cui personaggi non hanno l’intento di trasbordare oltre la storia e dirci qualcosa, il criticare qualcosa, parlare della realtà e delle trasformazioni che ci circondano, offrire un qualche contributo di decodifica della realtà . Questo perché si preoccupano non di parlare ma di narrare. Ciò che interessa loro non è competere per chi è più scomodo, per chi turba, per chi incide, per chi dice parole più forti, bensì per mettere in piedi la storia più bella, con più effetti travolgenti. Insomma fanno intrattenimento. Tra cinquant’anni che cosa avremo, da parte loro, di registrato di ciò che è l’oggi? Niente, fumo! Purtroppo anche i piccoli e medi editori hanno questo problema. Si lasciano corrompere. Pubblicano storielle, storie d’intrattenimento, non hanno come visione generale quella di una linea editoriale che vuole raccontare qualcosa. Un editore oggi cioè non si pone come preoccupazione imminente quella di raccontare, di esaminare, di dar voce a una interpretazione di qualcosa, non ha un suo piano editoriale, non dice: “io, la mia casa editrice, il mio obiettivo, è quello di raccontare quest’aspetto, questa tematica, voglio che il mio progetto racconti questo e non quest’altro”. I cataloghi dei nostri colleghi, in maggior parte, sono delle enormi zuppiere di macedonia, v’è di tutto e il contrario di tutto, senza alcuna coerenza tematica, ideologica. La storia più bella, quella che si crede più di significato, bammete!, viene stampata e buttata in pasto ai librai i quali dal canto loro sono invasi da centinaia di titoli che nel giro di sei mesi scompaiono senza lasciare traccia. Allora tutto questo per dare un modesto consiglio agli autori che ci sottopongono i loro libri, e a tutti coloro che vogliono scrivere. Non scrivete se non avete qualcosa da raccontare, nel senso di non scrivere se non si possiede un significato da imprimere a una storia. Non c’è bisogno di storia oggi, ve ne sono a decine, e ormai si è raccontato di tutto: piuttosto scrivete se a monte del vostro progetto v’è un messaggio che volete dare. Non deve essere prioritario né lo stile né la storia, ovvero la trama, DEVE ESSERE prioritario il MESSAGGIO. E’ attorno ad esso, AL MESSAGGIO, a ciò che volete raccontare, che occorre che costruiate una storia. La storia deve essere funzionale al messaggio, non il contrario. Se non v’è un messaggio avrete scritto uno dei tanti libri che ci sono in circolazione, magari pubblicherete e verrete letti ma tra cinquant’anni di quello che avrete scritto non rimarrà nulla. Puntate, ambite all’immortalità. Scrivete per i posteri, questo è un consiglio che mi sento di dare.
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