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Un'idea che non sia pericolosa non merita affatto di essere chiamata idea

Oscar Wilde
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

 

Gentile dott. Cruciani, non dirò nulla di nuovo e non andrò ad aggiungere alcunché di originale a quanto si dice generalmente sull’informazione nel nostro paese, tuttavia una cosa ce l’ho proprio qui sul groppo ed è necessario che me ne liberi per non soffocare o morire di crepacuore, poi proprio prima delle ferie che anelo da più di un anno. Sapevamo sin dall’inizio alla Gingko che sarebbe stato difficile che il libro pubblicato di recente “L’ombra del Duomo”, che tratta dell’attentato a Silvio Berlusconi ad opera di Tartaglia, non avrebbe avuto di certo riscontri positivi sui media italiani. Era immaginabile. Gli articoli su Libero, Destra News, quello dell’onorevole Francesco Storace erano già ovvi e ‘insiti’ direi ancor prima che il libro uscisse. Ciononostante, in merito alla sua intervista su Radio 24, nell’ambito della trasmissione “La Zanzara”(30 giugno 2010), a uno dei nostri autori Matteo Pontes, viene davvero una grande amarezza, un senso di fastidio, e un profondo disgusto. A prescindere dalle tesi, dall’oggetto stesso dell’intervista, dai destinatari etc - si fosse parlato di cavoli o zucchine, dell’uomo sulla Luna o dei Neanderthal, ciò che contava a mio modo di vedere era che si aveva (lei aveva) l’occasione di approfondire un qualcosa e ascoltare un parere diverso, di sentire un’altra voce, un’opinione, e quindi di discorrere con qualcuno, confrontarsi, magari anche polemizzare per l’amore della verità, e invece tutto questo è stato sprecato e mandato al macero semplicemente per una energia di supponenza incontrollata, e una superficialità che di certo non le guadagnerà il Pulitzer perché, credo, la guida da sempre. Per una sottomissione, aggiungerei, all’aggressività che è quella di coloro che forse ne hanno preso troppe e adesso anticipano le probabili percosse, anche se spesso non arrivano. Deve sapere, caro Cruciani, che il mondo non è fatto solo di bestie che sbranano, ma anche di gente pacifica, idealista, sincera, che parla, cresce, si confronta, si informa. Aggressività non sempre significa vincere, e non sempre significa rigore, esattezza, e soprattutto nel giornalismo è l’esatto contrario antidoto alla professione di conoscenza. Un giornalista dovrebbe per suo dna essere paziente e avere una sola dote: la capacità di ascolto. Saper ascoltare, non parlare, non dare sulla voce, avere pazienza e sentire ciò che la gente ha da dire. Giornalismo è ascolto, è tenere le orecchie ben aperte, perché se si ascolta bene si può capire. Chi non ascolta, chi da’ troppo fiato e parla sempre lui è un povero stolto che esce di casa la mattina con un’idea e racconterà sempre quella senza crescere di un briciolo. La sua intervista, d’altro canto, ancora una volta, attesta il nostro provincialismo, il nostro pressapochismo, la nostra superficialità, il nostro bisogno di avere un padrone, di sentirci parte di un gruppo. Ha dato l’immagine di ciò che siamo in realtà: gente che ha bisogno di una parrocchia, di una fazione, di una parte. Nel suo caso, forse mi sbaglio (ma è anche questa un’opinione!), io la reputo una persona abbastanza libera, ma purtroppo anche lei non sfugge a un padrone ancor più tirannico: il se stessi, il proprio ego, i preconcetti. Questo padrone è ancora più nocivo nel giornalismo che un editore tiranno. Mi permetta di dirle che informazione significa spalmare su una tavolozza bianca colori, sfumature, tonalità e, sulla base della commistione tra queste, andare poi ad offrire la tavolozza al pubblico che dipingerà da sé il dipinto. Non significa avere la tavolozza già bella e pronta e  andarla a spiaccicare su una tela peraltro già abbozzata. Il fatto è che lei nemmeno se ne accorge, perché sin dall’inizio, sin da quando ha iniziato a fare il giornalista ha fatto esattamente quello che facevano e hanno sempre fatto tutti gli altri. Non ha avuto esempi differenti, non ha potuto vedere altro e adesso cosa fa? Quello che fanno tutti. Se tu nasci in una famiglia dove tuo padre picchia tua madre, molto, molto probabilmente picchierai la tua fidanzata etc etc, non è così?  Dunque, l’informazione in Italia, che adesso anche lei rappresenta, è troppo interessata, troppo politica , troppo poco sincera o troppo… Caro Cruciani non ha neppure letto il libro, glielo abbiamo mandato noi ma non in tempo per l’intervista. Ha sbagliato persino il titolo del libro (non “All’ombra del Duomo”, ma “L’ombra del Duomo”). Lo ha definito “uno strano libretto”, ma non sarebbe stato meglio leggerlo lo strano libretto? Non sarebbe stato meglio essere veramente, sinceramente curiosi e poi parlarne, chiedere, informarsi, capire. Capire perché due giovani, due italiani, due bravi ragazzi decidono un giorno di scrivere e di sostenere una tesi. Crede davvero che due ventenni abbiano potuto scrivere un libro del genere perché asserviti a un qualche interesse? Conosce lei il candore, l’idealismo, la voglia di cambiare le cose? Non sempre tutto è marcio, tutto di parte. Esiste anche la giovinezza, l’entusiasmo! Conosce lei l’entusiasmo? Non è stato anche lei rivoluzionario negli anni della sua giovinezza? Non ha bruciato anche lei di passione ai suoi tempi? Per qualcosa in cui credeva? In ogni caso, non è suo compito e prerogativa sostenere che una tesi sia vera o falsa, una qualsiasi tesi, capisce? Lei deve raccontare, fornire al pubblico gli strumenti per giudicare, non giudicare. La gente giudica da sé, non ha bisogno di veicoli. In Italia invece si ha la presunzione di voler giudicare per gli altri. I giornalisti sono tutti predicatori o arringatori delle folle. Un giornalista racconta, non giudica, mai. Se è al tavolo con gli amici giudica, ma se espleta la sua funzione, che è sempre pubblica, Cruciani, sempre pubblica anche quando è dichiaratamente di parte, si limita a registrare i fatti. Lei ha registrato i fatti o ha giudicato? Se ha giudicato non è un giornalista ma un arringatore o un predicatore. Be', quale preferisce? Lei ha letto i fatti che vengono esposti nel libro? E’ stato curioso di leggerli?  Dato che non l’ha fatto, si è mostrato un esempio lampante di tutto ciò che giornalismo non dovrebbe essere. Se bisogna intervistare qualcuno, bisogna avere la compiacenza di starlo a sentire, la compiacenza di essere onestamente curioso di ciò che vorrebbe sostenere. E’ la data di nascita e l’età dell’intervistato cosa contano? Forse bisognava chiedere anche il codice fiscale, se era gay e se intende sposarsi in chiesa o in municipio? Che razza di domande sono. Lei crede davvero in ciò che ha scritto, ha chiesto al nostro autore. Potrei ribatterle: ma lei crede di aver fatto un servizio al suo pubblico nell’aver svolto un’intervista del genere? Crede di essersi arricchito, di esser cresciuto, di aver appreso qualcosa di nuovo? Crede di aver ascoltato? Francamente penso di no. Ha solo parlato. Si è riempieto le orecchie di se stesso. Crede che la gente, il suo pubblico abbia voluto sentire lei, o avrebbe avuto desiderio di conoscere quello che aveva da dire l’intervistato? Crede che il suo pubblico sia stato informato adeguatamente?

Mi permetta un ultimo appunto: Lei parla di “operazione del libro”. Vorrei dirle con grande chiarezza che con i libri non si fanno operazioni. Almeno noi non ne facciamo. Come editore, personalmente, e noi alla Gingko, forse a differenza di qualcun altro, non abbiamo nessun padrone, siamo liberi come l’aria, non abbiamo bisogno di ingrassare le nostre casse perché siamo già squattrinati e ne siamo fieri e i soldi non sono la nostra primaria preoccupazione. Siamo ricchi di ideali, capisce! Facciamo libri per amore dei libri e quando ne pubblichiamo uno è perché ci crediamo, non perché dobbiamo crederci o ci dicono di crederci. Sopra di noi non c’è nessuno a cui dar conto e ogni cosa che facciamo la facciamo con sincera convinzione. Quindi, se posso concludere questa piccola modesta lezione di giornalismo, le dico: cerchi d’ora in avanti di essere più curioso. Se vuole fare bene il giornalista, ascolti! Si informi e legga tutto, non solo quello che ritiene interessante. Cultura significa esser sempre aperti e sempre pronti a smentirsi. Curiosi significa crescere, cambiare, migliorare e forse diventare saggi. Ci pare che queste doti, almeno per il momento, non le appartengano. Ascolti Cruciani, ascolti, o cambi mestiere e si dia alla politica. Ecco: i politici parlano e non ascoltano. Ma un uomo dovrebbe ascoltare più che parlare.

L’Editore

Alessandro Pugliese

Codice fiscale: pgllsn77b16c349t

ETA’: 33

Non sposato. Ma se lo farò, mi sposerò in municipio.

Preferenze sessuali: eterosessuale.

(questo in modo che abbia una completezza di informazioni)

 
Di redazione gingko (del 28/06/2010 @ 09:21:28, in Polifemi live, linkato 28 volte)
Da un articolo comparso il 25 giugno sul quotidiano LIBERO, (clicca sulla prima pagina, in basso), a firma di Francesco Borgonovo, responsabile Cultura, sul libro di Matteo Pontes e Andrea Sora si apre un coro di critiche da: l'on. Francesco Storace (clicca qui). Destra news (clicca qui). Il Fazioso (clicca qui).
 
 

 
 
Per amor di verità ci permettiamo di replicare al dott. Borgonovo che non è anormale e non deve stupirsi che un piccolo editore compaia in una grande libreria del centro (Feltrinelli, Milano) e ad esso venga data visibilità e spazio. Dovrebbe essere così - e per fortuna spesso lo è - in un paese democratico come il nostro. Anche perché l'Italia è ancora un paese democratico.  Non si tratta di piccoli e grandi editori. I libri camminano con le proprie gambe. Se i libri sono interessanti e la gente li legge e apprezza... in ogni caso nessun accordo recondito o misterioso tra la Gingko e la Feltrinelli. 
 
 
 
 
Di redazione gingko (del 31/05/2010 @ 18:34:24, in Polifemi live, linkato 68 volte)

Pubblichiamo la lettera di dimissioni inviata dalla giornalista televisiva Maria Luisa Busi (TG1) al direttore Augusto Minzolini e ai vertici Rai.

AL Dott. Augusto MINZOLINIAl CDR p.c. Dott. Paolo GARIMBERTI p.c. Prof. Mauro MASI p.c. Dott. Luciano FLUSSI 

Caro direttore, ti chiedo di essere sollevata dalla mansione di conduttrice dell’edizione delle 20 del TG1, essendosi determinata una situazione che non mi consente di svolgere questo compito senza pregiudizio per le mie convinzioni professionali.

Questa è per me una scelta difficile, ma obbligata. Considero la linea editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di dirottamento, a causa del quale il TG1 rischia di schiantarsi contro una definitiva perdita di credibilità nei confronti dei telespettatori.

Come ha detto il presidente della Commissione di Vigilanza RAI Sergio Zavoli: “la più grande testata italiana, rinunciando alla sua tradizionale struttura, ha visto trasformare insieme con la sua identità, parte dell’ascolto tradizionale”.

Amo questo giornale, dove lavoro da 21 anni. Perché è un grande giornale. E’ stato il giornale di Vespa, Frajese, Longhi, Morrione, Fava, Giuntella. Il giornale delle culture diverse, delle idee diverse. Le conteneva tutte, era questa la sua ricchezza. Era il loro giornale, il nostro giornale. Anche dei colleghi che hai rimosso dai loro incarichi e di molti altri qui dentro che sono stati emarginati. Questo è il giornale che ha sempre parlato a tutto il Paese. Il giornale degli italiani. Il giornale che ha dato voce a tutte le voci. Non è mai stato il giornale di una voce sola. Oggi l’informazione del TG1 è un’informazione parziale e di parte. Dov’è il paese reale? Dove sono le donne della vita reale? Quelle che devono aspettare mesi per una mammografia, se non possono pagarla? Quelle coi salari peggiori d’Europa, quelle che fanno fatica ogni giorno ad andare avanti  perché negli asili nido non c’è posto per tutti i nostri figli? Devono farsi levare il sangue e morire per avere l’onore di un nostro titolo? E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro famiglie.  Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese,  che non possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un figlio? E dove sono i cassintegrati dell’Alitalia? Che fine hanno fatto? E le centinaia di aziende che chiudono e gli imprenditori del nord-est che si tolgono la vita perché falliti? Dov’è questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare? Quell’Italia esiste. Ma il Tg1 l’ha eliminata.

Anche io compro la carta igienica per mia figlia che frequenta la prima elementare in una scuola pubblica. Ma la sera, nel TG1 delle 20, diamo spazio solo ai ministri Gelmini e Brunetta che presentano il nuovo grande progetto per la digitalizzazione della scuola, compreso di lavagna interattiva multimediale.  L’Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un’informazione di parte - un editoriale sulla giustizia, uno contro i pentiti di mafia, un altro sull’inchiesta di Trani nel quale hai affermato di non essere indagato, smentito dai fatti il giorno dopo - e l’infotainment quotidiano: da quante volte occorre lavarsi le mani ogni giorno, alla caccia al coccodrillo nel lago, alle mutande antiscippo.  Una scelta editoriale con la quale stiamo arricchendo le sceneggiature dei programmi di satira e impoverendo la nostra reputazione di primo giornale del servizio pubblico della più importante azienda culturale del Paese. Oltre che i cittadini, ne fanno le spese tanti bravi colleghi che potrebbero dedicarsi con maggiore soddisfazione a ben altre inchieste di più alto profilo e interesse generale. 

Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un conduttore, una conduttrice, può soltanto levare la propria faccia, a questo punto.  Nell’affidamento dei telespettatori è infatti al conduttore che viene ricollegata la notizia. E’ lui che ricopre primariamente il ruolo di garante del rapporto di fiducia che sussiste con i telespettatori.  I fatti de l’Aquila ne sono stata la prova. Quando centinaia di persone hanno inveito contro la troupe che guidavo al grido di vergogna e scodinzolini, ho capito che quel rapporto di fiducia che ci ha sempre legato al nostro pubblico era davvero compromesso. E’ quello che accade quando si privilegia la comunicazione all’informazione, la propaganda alla verifica. 

Un’ultima annotazione più personale.

Ho fatto dell’onestà e della lealtà lo stile della mia vita e della mia professione. Dissentire non è tradire. Non rammento chi lo ha detto recentemente.

Pertanto:

1)     Respingo l’accusa di avere avuto un comportamento scorretto. Le critiche che ho espresso pubblicamente - ricordo che si tratta di un mio diritto oltre che di un dovere essendo una consigliera della FNSI - le avevo già mosse anche nelle riunioni di sommario e a te, personalmente. Con spirito di leale collaborazione, pensando che in un lavoro come il nostro la circolazione delle idee e la pluralità delle opinioni costituisca un arricchimento. Per questo ho continuato a condurre in questi mesi. Ma è palese che non c’è più alcuno spazio per la dialettica democratica al TG1. Sono i tempi del pensiero unico. Chi non ci sta è fuori, prima o dopo.

2)     Respingo l’accusa che mi è stata mossa di sputare nel piatto in cui mangio. Ricordo che la pietanza è quella di un semplice inviato, che chiede semplicemente che quel piatto contenga gli ingredienti giusti. Tutti e onesti. E tengo a precisare di avere sempre rifiutato compensi fuori dalla Rai, lautamente offerti dalle grandi aziende per i volti chiamati a presentare le loro conventions, ritenendo che un giornalista del servizio pubblico non debba trarre profitto dal proprio ruolo.    

3)   Respingo come offensive le affermazioni contenute nella tua lettera  dopo l’intervista rilasciata a Repubblica, lettera nella quale hai sollecitato all’azienda un provvedimento disciplinare nei miei confronti: mi hai accusato di “danneggiare il giornale per cui lavoro”, con le mie dichiarazioni sui dati d’ascolto. I dati resi pubblici hanno confermato quelle dichiarazioni. Trovo inoltre paradossale la tua considerazione seguente: “il tg1 darà conto delle posizioni delle minoranze ma non stravolgerà i fatti in ossequio a campagne ideologiche”. Posso dirti che l’unica campagna a cui mi dedico è quella dove trascorro i week end con la famiglia. Spero tu possa dire altrettanto. Viceversa ho notato come non si sia levata una tua parola contro la violenta campagna diffamatoria che i quotidiani Il Giornale, Libero e il settimanale Panorama - anche utilizzando impropriamente corrispondenza aziendale a me diretta - hanno scatenato nei miei confronti in seguito alle mie critiche alla tua linea editoriale. Un attacco a orologeria: screditare subito chi dissente per indebolire la valenza delle sue affermazioni. Sono stata definita “tosa ciacolante - ragazza chiacchierona - cronista senza cronaca, editorialista senza editoriali” e via di questo passo.  Non è ciò che mi disse il Presidente Ciampi consegnandomi il Premio Saint Vincent di giornalismo, al Quirinale. A queste vigliaccate risponderà il mio legale. Ma sappi che non è certo per questo che lascio la conduzione delle 20. Thomas Bernhard in Antichi Maestri scrive decine di volte una parola che amo molto: Rispetto. Non di ammirazione viviamo, dice, ma è di rispetto che abbiamo bisogno. Caro direttore, credo che occorra maggiore rispetto. Per le notizie, per il pubblico, per la verità. Quello che nutro per la storia del TG1, per la mia azienda, mi porta a questa decisione. Il rispetto per i telespettatori, nostri unici referenti. Dovremmo ricordarlo sempre. Anche tu ne avresti il dovere.     

Marialuisa Busi  Roma, 20 maggio 2010.

 
Di redazione gingko (del 02/06/2009 @ 20:28:07, in Polifemi live, linkato 182 volte)
 
Di redazione gingko (del 29/05/2009 @ 08:56:05, in Polifemi live, linkato 164 volte)

Una irregolare che non ce la fa proprio ad arrendersi

di Barbara X

“Ma è la società che è impostata in modo tale da vanificare le velleità di chiunque,” proferì ancora la mia amica. “E’ la società che obbliga il singolo a comportarsi in un certo modo, a gettare la spugna anzitempo, a camminare in fila per due, in altre parole ad adeguarsi al rigido volere d’abitudine. Anch’io sono finita nella rete e non ho potuto farci niente, perché - diciamolo - ho scoperto che mi andava bene così: il lavoro, lo stipendio, la casa, il marito, le figlie, qualche piccola grana da borghesucola di tanto in tanto e l’indifferenza, l’indifferenza alla vera vita del cuore. Vedi, io mi sono adagiata all’interno della mia bolla di sapone per molti anni, ma adesso che sono in pensione e nella società occupo una posizione neutra, ho capito perché voi siete sempre più stanchi e, alle volte, ribelli e arrabbiati. E ho anche capito che per me dipingere quadri equivaleva a evadere dalla bolla di sapone, dalla prigione, che negli anni è comunque riuscita lentamente a corrompermi, a svigorirmi, a soffocare i miei aneliti di gioventù. Affrontare e combattere la realtà fuggendo le catene del sistema: non è quello che anche tu cerchi di fare scrivendo?”

Be’, certo, la cosa poteva anche essere vista in questa maniera, i suoi ragionamenti non facevano una grinza. I ritmi e le esigenze supreme delle forze che governano il mondo non hanno mai tollerato evasioni o ribellioni di sorta, tutto qui. Il sistema ti dice: “Se vuoi l’evasione e qualche pensiero innocuo, vai in una libreria del centro, dove troverai i testi che io voglio che tu legga, oppure guarda la televisione, guarda i programmi che io voglio vengano trasmessi, - e guai a te se ti metti a rompere i coglioni.”

 Siamo tutti schiavi, e lo saremo sempre di più. Il modello di essere umano forgiato da questa società è ormai il mentalmente inesistente. Annullate le coscienze, si punterà a spegnere il cervello e poi ancora il cuore, fino a che tutti quanti verremo pilotati dal governo sotterraneo del pianeta a mezzo di un telecomando, come tanti automi. Ma quelle e quelli come me verranno eliminati molto prima che ciò avvenga. Questo perché diciamo “No” a certe luride menzogne, e vogliamo saltellare in mezzo alla strada, giocare, cadere, rialzarci, fare rumore, protestare, ridere, vivere e avere quel che non ci è stato mai permesso di toccare, ossia la vera libertà!

“Cavoli vostri.” Quanta cattiveria c’è in queste due parole con le quali è solito risponderci il sistema? Tanta, troppa. In esse v’è tutta l’atroce indifferenza di questo mondo disumano. Bisogna solo prenderne atto e agire di conseguenza, evitando schiamazzi e azioni che potrebbero rivelarsi deleterie. Più tardi, quando tutto sarà pronto, si vedrà.

Intanto ci si convinca che la vita quotidiana e la massa sono due elementi che tendono a generalizzare, banalizzare e volgarizzare tutti i moti autentici dell’animo, tutte le passioni, e anche i messaggi di chi ha o ha avuto a disposizione un pulpito per potersi esprimere liberamente: è questa la regola numero uno, e sembra proprio non esserci alcuna via di scampo.

Allora agli irregolari come me non rimane altro che constatare l’orrida normalità e l’angoscioso nulla dell’apparato sociale, i quali, ovviamente, si rifiutano di colorare e sconvolgere positivamente l’esistenza dell’essere umano, in special modo dell’individuo che decide di concedere spazio alle proprie velleità creative per non morire dentro.

Ma a che serve gridare se nessuno è disposto ad ascoltarti?

A niente. E, al tempo stesso, a tutto.

E’ dalla nascita dell’uomo, ovverosia dell’essere più immondo del pianeta, che l’arte va avanti in questa maniera, cioè con una sorta di forza d’inerzia; e la sua inutilità, la sua ambigua inesistenza e le sue palesi contraddizioni, peraltro già evidenziate in passato da moltissimi grandi artisti, contribuiscono a renderla sempre più affascinante, conferendole i connotati di un paradiso artificiale. Dunque non c’è da stupirsi se, nel suo grembo materno, c’è ancora chi, come la sottoscritta, non ce la fa proprio ad arrendersi…

 
Di redazione gingko (del 24/12/2008 @ 09:11:52, in Polifemi live, linkato 270 volte)

Proprio la settimana scorsa un caro amico mi ha detto: “Però voi trans una piccola fortuna ce l’avete: il Vaticano, non considerandovi minimamente, non vi rompe le scatole. Lo fa con i gay, con le lesbiche, con quelli stufi di soffrire che chiedono la morte, ecc. Ma a voi…” A noi trans la bordata di disprezzo e considerazione al contrario è arrivata oggi: oggi il pontefice ci ha detto chiaro e tondo che chi determina il sesso è solo Dio, e che nessun essere umano è autorizzato a cambiare il proprio, andando contro le leggi divine. Le parole, di solito, hanno un peso relativo; ma quando vengono pronunciate dal capo della chiesa, fanno sempre sobbalzare sulla seggiola; spesso i benpensanti le prendono per oro colato e divengono una piccola grande verità destinata a radicarsi nella coscienza obnubilata della massa. Da domani (già sono preparata) il fruttivendolo, la lavandaia, i vicini di casa mi saluteranno come sempre, sicuro, ma nel loro sguardo baluginerà anche qualcos’altro, le tracce d’un pensiero ereditato da questo 22 dicembre: “Però non ci ha mica torto il papa, non è giusto che la Barbara si è scelta il sesso da sé, è solo Dio che decide: ‘A te la passerina, a lui il pimpinello’”. E così, decenni di studi psicologici e di aiuti medici potrebbero rischiare di essere vanificati dalle parole d’un personaggio che ha l’abitudine di ficcare sempre il naso in affari che proprio non lo riguardano. E qui cade proprio a fagiolo una frase d’un mio scritto abbastanza recente: “Chi manovra i fili dei burattini che popolano la massa, ha capito che coloro ai quali si rivolge non hanno più difese, cioè capacità di giudizio e discernimento, perciò seguita a colpirne le menti con devastanti precetti che essi seguono passivamente. E’ da qui che hanno origine la violenza, il razzismo, l’esclusione.” Ma sarebbe anche giusto chiedersi: perché questi devastanti precetti? A quale scopo qualcuno tutti i santi giorni se ne esce con certe parole? Forse per salvaguardare la pacificazione forzata e vuota di coloro che lo sostengono senza sapere quel che fanno? Sì, può darsi. Ma sento che c’è dell’altro, qualcosa di demoniaco. Come per esempio la volontà di speculare sul dolore altrui, la volontà di accentuare e perpetuare la sofferenza di chi già sta patendo le pene dell’inferno in questo mondo. La vita delle persone transgender non è tra le più facili, tutt’altro; allora mi chiedo: per quale sorta di perfido disegno bisogna andare a peggiorare ancora di più le condizioni di vita delle persone come noi? Questo è il regno del demonio: ecco la risposta. Il mio Victor Hugo, riferendosi a un rospo torturato da una banda di monelli perché da questi considerato troppo brutto, ebbe a scrivere: “Quale oscuro atto! Aggiungere l’orrore alla difformità!” E’ un termine ambiguo quel “difformità”, sia per il rospo che per l’argomento di cui sto trattando; ma sta comunque a significare una presunta condizione di svantaggio rispetto agli altri esseri coi quali ci si deve confrontare e dai quali si viene giudicati. Ma tale condizione di svantaggio, in una società normale, civile e veramente democratica, dovrebbe generare un sentimento di comprensione, di bontà, non già di disprezzo. Quel disprezzo al quale ormai ci hanno tristemente abituati moltissimi di coloro che parlano d’amore verso il prossimo, mentre magari, a pochi passi dalla croce, un loro collega sta insegnando a un bimbo come slacciarsi i calzoncini…

 

Barbara X
22.12.2008
 
Di redazione gingko (del 27/11/2008 @ 18:51:47, in Polifemi live, linkato 346 volte)
 
Di redazione gingko (del 27/11/2008 @ 18:16:19, in Polifemi live, linkato 351 volte)
 
Di redazione gingko (del 27/11/2008 @ 18:07:13, in Polifemi live, linkato 334 volte)
 
Di redazione gingko (del 27/11/2008 @ 18:02:12, in Polifemi live, linkato 349 volte)
 
Di redazione gingko (del 27/11/2008 @ 17:59:14, in Polifemi live, linkato 323 volte)
 
Di redazione gingko (del 24/11/2008 @ 15:49:06, in Polifemi live, linkato 345 volte)
 
Di redazione gingko (del 15/07/2008 @ 09:18:22, in Polifemi live, linkato 391 volte)

Segnaliamo un servizio del Tg3 Regionale Emilia Romagna che racconta l'ennesimo contributo dell'associazione onlus bolognese a favore della lotta contro lo sfruttamento della prostituzione e la tratta di esseri umani.

Clicca qui per vedere il video

 
Di Angela Siciliano (del 14/07/2008 @ 09:55:11, in Polifemi live, linkato 650 volte)

Negli ultimi anni ci siamo abituati, in molte cittá italiane ed europee, a vedere le parate gay almeno una volta l'anno. E a prescindere dalle reazioni emotive degli altri cittadini, che a volte sono di allegria a volte di fastidio, bene o male ormai si svolgono pacificamente, con la musica a tutto volume, qualche striscione a grandi lettere, costumi e danze.
Almeno cosí accade a Copenaghen (anche se pochi anni fa durante la sfilata in un quartiere - che una volta era operaio e ora è a maggioranza immigrati - un gruppo di ragazzini di origine diversa da quella etnica lanció una serie di pietre contro i carri, ferendo i ballerini. Le pietre furono lanciate insieme a ingiurie volgari e denigranti).
In genere, dunque, ormai tutte le cittá, volenti o nolenti, si stanno rassegnando alle parate gay che se da una parte esagerano in carne in esposizione e pose direi fantascientifiche, dall'altra mettono anche allegria e spruzzano un po' di diversitá sulla monotona atmosfera cittadina.
Non tutti gli omosessuali vanno alle parate, sia chiaro, é una piccola percentuale di gay che o ritiene un dovere politico parteciparvi o lo ritiene un modo divertente di esprimersi. Un'altra percentuale di gay magari si ferma a guardarli e saluta i conoscenti, qualcuno non ha proprio tempo o evita la folla per principio, ma certo i sentimenti verso le parate sono vari anche all'interno dello stesso mondo omosessuale. E il potersi permettere riflessioni su quanto sia utile o meno sbattere in faccia alla macellaia e al fruttivendolo un paio di chiappe imbellettate per poterli convincere che abbiamo il diritto si esistere é giá una grande libertá. Di pensiero e di espressione, appunto.
Ma ci sono luoghi in cui é ancora reato essere omosessuali e le parate gay sono simbolo di disordine civile oltre che morale; finiscono con la polizia che attacca i manifestanti, piccoli eserciti neonazisti che provocano e bastonano, con la galera e cose simili (galera non per i neonazisti ma per i gay che riescono ad acciuffare). 

È successo cosí a Sofia, in Ungheria, di recente, è successo cosí anche in altri ex-paesi comunisti appartenenti alla defunta Unione Sovietica. Diciamo che gli ultimi paesi entrati nella Comunitá Europea sono costretti a fare i conti con questo passaggio culturale, imposto dalle regole comunitarie: non discriminare i cittidadini omosessuali. E in questo caso dunque ben venga la mano lunga di Bruxelles.
Poi si tratta di superare i pregiudizi, i miti, le informazioni sbagliate sull'omosessualitá, i tabù. In certi paesi - nel mondo - la gente é convinta che non esistano da loro i gay, oppure che essere omosessuali significhi apprezzare il sesso con i bambini o che se si é omosessuale allora si é anche pazzoide, malato fisicamente, posseduto dal diavolo, portatore di malattie infettive e cose simili. 

Fuori dall'Europa, pochi giorni fa si é svolta la prima parata gay in India, a New Delhi. Gli organizzatori si aspettavano pochi partecipanti, riferisce Poul Bonke Justesen, il giornalista dell'articolo su Berlinske Tidende un quotidiano danese, del 5 luglio, perché in India vige ancora una legge che risale a 147 anni fa, dai tempi degli inglesi, la quale puo' condannare un omosessuale fino a 10 anni di carcere. Naturalmente ora si discute di eliminare la legge che é contro i diritti umani, ma é ancora vigente. E cosí gli omosessuali coraggiosi che hanno partecipato alla storica parata hanno preferito indossare una maschera, ma erano in migliaia, mentre gli organizzatori aspettavano al massimo un centinaio di partecipanti. Un successo. In India manifestazioni simili stanno avvenendo in diverse altre grandi cittá. 

Riferisco anche i dati trovati in un articolo di Kirstin Stefánsdóttir Egekvist, 12 luglio, su un altro quotidiano danese, Politiken: a livello globale, in 8 nazioni essere omosessuali porta alla pena di morte; in 78 é un reato che porta a molti anni di prigionia.
In Egitto il maggio scorso cinque uomini sono stati condannati a tre anni di prigione, scoperti perché siero-positivi (HIV), il loro medico ha dunque imposto loro una visita anale per dedurre se avevano avuto rapporti sessuali omosessuali. Tratte le conclusioni dalla visita medica, le autoritá li hanno tenuti legati al letto d'ospedale fino al processo, circa tre mesi dopo, e questo anche se malati.
Ma i maltrattamenti e l'aggressivitá verso gli uomini e le donne omosessuali sono un fenomeno che più o meno appartiene a tutti i paesi, in misura diversa, ma é presente ovunque e quasi potremmo dire che l'aggressivitá cresce di pari passo con le libertá i e i diritti che si vanno acquisendo in misura sempre più completa.
Le nazioni che condannano a morte gli omosessuali sono: Emirati Arabi Uniti, Gambia, Iran, Mauritania, Nigeria, Arabia Saudita, Sudan, Yemen.
La nazioni che permettono il matrimonio, senza distinzioni di alcun genere tra quello omosessuale e quello eterosessuale: Repubblica Sudafricana, Spagna, Olanda, Belgio, Canada, California e Massachusetts negli Stati Uniti d'America, Norvegia.
Le nazioni che permettono registrazioni di partnariato con diritti molto simili ai matrimoni eterosessuali ma conservando delle limitazioni: Argentina (solo in Buenos Aires), Australia, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Lussemburgo, Svizzera, Slovenia, Gran Bretagna, Svezia, Repubblica Ceca, Germania, Nuova Zelandia, Guinea francese, Uruguay, Messico (in Coahuila e nel Distretto Federale), Usa (Hawaii, Oregon,Washington, Vermont, New Jersey, Connecticut, New Hampshire, Maine).

A.S.

http://letture-e-riletture.blogspot.com/

 
Di redazione gingko (del 24/03/2008 @ 17:33:57, in Polifemi live, linkato 857 volte)

Un solo carico di lavatrice, richiede circa 80 litri d’acqua. Una doccia di media durata, diciamo ‘normale’, non di ammollo, richiede una quantità d’acqua più o meno simile, mentre per un bagno in vasca si consumano fra i 120 e i 160 litri.

Questa quantità d’acqua corrisponde a quella disponibile giornalmente per 16 abitanti del Madagascar.

Bisogna aggiungere che per produrre un chilogrammo di carta sono necessari 325 litri di acqua. Nella metropolitana di Londra ogni giorno vengono abbandonate 6 tonnellate di carta! 95 litri d’acqua sono poi necessari per un chilo di acciaio e circa 10 litri d’acqua sono impiegati per un litro di benzina. Per costruire un’auto del peso di 1 tonnellata, di litri di acqua se ne consumano addirittura 150 mila.

 

Molti di noi saranno sicuramente amanti del kiwi. Questo frutto non è originario della nostra terra eppure siamo diventati i terzi produttori al mondo. Il kiwi proviene dalla Cina. Da noi, in Italia, il kiwi viene coltivato in molte zone ma in maniera intensiva in Ciociaria, Frosinone, Latina, etc. Bene, occorre sapere che il kiwi richiede una quantità d’acqua dieci-dodici volte maggiore a quella che necessita il pomodoro o la zucchina. Il nostro amore per il kiwi sta provocando un velocissimo quanto irreversibile depauperamento delle falde acquifere di quelle aree d’Italia. Ma il problema del kiwi è un’inezia. E questo solo per citare un dato a noi vicino. In alcune aree degli Stati Uniti, della Cina e dell’India, le falde acquifere vengono attualmente consumate più rapidamente di quanto non riescano a ricostituirsi, tanto che le superfici delle stesse si stanno riducendo costantemente e alcuni fiumi, come il Fiume Colorado negli Stati Uniti occidentali e il Fiume Giallo in Cina, spesso si prosciugano prima di raggiungere il mare. Grandi bacini, come quello del Guaranì, un corpo idrico a valenza globale, o il mar Morto stanno scomparendo (il mar Morto ha già perso il 30 per cento della sua superficie, come è quasi scomparso in Russia il lago Baikal e d’Aral. I grandi laghi dell’America del Nord, come i grandi fiumi dell’Amazzonia, dell’Africa e dell’Asia che attraversano più paesi, costituiscono degli “ecosistemi maggiori” d’importanza vitale per il funzionamento del ciclo integrale dell’acqua e della vita sul pianeta ma stanno morendo anche essi, vedono il loro livello scendere a causa dell’eccessivo prelevamento. Delle grandi paludi della Mesopotamia ne sopravvivono appena il 10%. In Africa le riserve di acqua dei laghi, con i loro 30.000 chilometri cubi, che sono tra le più vaste dell’intero pianeta, sono già scese a profondità tali per cui nella regione si prevedono gravi carenze già a partire da questo decennio, mentre il lago Chad è ridotto a un ventesimo delle dimensioni del 1960. Nel prossimo decennio sorte analoga toccherebbe ai cinque paesi del Maghreb. Già oggi per l’utilizzo delle acque del Senegal sono stati mobilitati molti mezzi senza per questo riuscire a soddisfare i bisogni locali. Nei paesi aridi che possono permettersi di spendere tanto (Kuwait, Arabia Saudita), il problema della scarsità idrica viene in parte risolto con la dissalazione dell’acqua marina per la coltivazione, ma si tratta di un processo comunque particolarmente costoso dal punto di vista energetico. In California il consumo d’acqua nella stagione estiva ha dovuto essere regolamentato (in alcuni periodi è infatti prevista solo una doccia al giorno per abitante). L’Egitto, che pure ha un piano per la gestione delle acque da trent’anni, si trova a far fronte a una domanda di acqua rapidamente crescente. L’aumento della popolazione e dello standard di vita, dal 1959 a oggi, ha portato a un dimezzamento dell’acqua disponibile pro-capite e si prevede che scenderà fino a un terzo nei prossimi venti anni.   

La riduzione delle falde acquifire è provocata da molti fattori. Non per ultimo per il fatto che la gran parte dei sistemi di irrigazione è inefficiente. L’irrigazione inefficiente non determina soltanto uno spreco di acqua, ma causa anche dei rischi ambientali e sanitari, fra i quali la perdita di terreni agricoli produttivi a causa dell’acquitrinizzazione dei suoli. L’acquitrinizzazione dei suoli che porta le acque ad essere stagnanti facilita la trasmissione della malaria.

Tutte le regioni italiane si stagliano nell’arco di spreco di acqua dolce che va dal 35 per cento al 60 per cento. In Svizzera e in Svezia la percentuale di tali perdite si attesta attorno al 9 per cento.

Secondo le stime del Wwf, ciascun italiano ha una disponibilità teorica annua di 2.700 metri cubi d’acqua, ma la quantità realmente disponibile crolla a 1.100 metri cubi a causa dell’inquinamento delle falde e dei fiumi e della rete idrica vecchia e inadeguata, con una significativa percentuale delle riserve sprecata per via delle perdite e degli allacciamenti abusivi.

I consumi domestici nel nostro Paese rimangono a livelli eccessivi, se si pensa che l’italiano medio consuma 250 litri d’acqua potabile al giorno, mentre i nostri vicini svizzeri ne consumano 159 litri e gli svedesi 119.  

IL PROBLEMA DELLE DIGHE

Un altro problema considerevole è sicuramente quello delle dighe, che drenano l’acqua, spesso alterando il corretto equilibrio ecologico. Si calcola che nel mondo ci siano più di 800 mila dighe di varie dimensioni, che immagazzinano 6.000 chilometri cubi di acqua, pari al 15 per cento circa della riserva rinnovabile del pianeta.

LE DIGHE IN ITALIA

In Italia sono state censite circa 11 mila dighe, solo 800 delle quali controllate dal Servizio nazionale dighe. Le altre 10.000 sfuggono alle verifiche del Servizio nazionale per il semplice fatto che non rientrano nei parametri previsti per il controllo obbligatorio: un’altezza superiore ai 15 metri o un invaso della capacità di almeno 1 milione di metri cubi d’acqua.

LE GUERRE DELL’ACQUA

Solo sulla base di questi pochi numeri e di queste citazioni, non è un mistero ormai per nessuno che il problema dell’acqua sia un problema di primaria importanza, non solo per l’Africa, o per i paesi cosiddetti in via di sviluppo, ma per l’intera popolazione mondiale.

Circa 80 paesi, che rappresentano il 40% della popolazione mondiale, non hanno risorse sufficienti (meno di 2.7 litri al giorno per persona) di acqua dolce e almeno un miliardo di persone non ha accesso a risorse di acqua potabile. Nel 2000 il 18% della popolazione mondiale non disponeva di un accesso a fonti d’acqua dolce entro un chilometro dalla propria abitazione e ben il 53% del totale non disponeva di un accesso a connessioni domestiche. Ma l’acqua dolce che c’è, per esempio quella dei fiumi e dei laghi, non solo sta diminuendo ma diventa anche sempre più inquinata. Si è stimato che ogni metro cubo di acqua contaminata scaricata nei bacini o nei flussi idrici naturali rende inutilizzabili da 8 a 10 metri cubi di acqua pura. Ciò significa che la maggior parte delle regioni e delle nazioni del mondo si trovano già oggi di fronte alla minaccia di un catastrofico impoverimento qualitativo delle loro risorse idriche. Nei paesi di in via di sviluppo i dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità evidenziano che ogni 15 secondi un bambino muore per la diarrea o per disturbi legati alle cattive condizioni dell’acqua. Nel solo 1998 ben due milioni di persone sono morte per disturbi legati alla sola diarrea. Ogni giorno 6.000 bambini di età inferiore a 5 anni muoiono in seguito al consumo di acqua non potabile. Naturalmente la popolazione mondiale crescerà. La FAO stima che nei prossimi 30 anni diventeremo quasi 9 miliardi. 9 miliardi di individui!

Si prevede che entro il 2025 vi saranno almeno 3 miliardi di persone che soffriranno per la scarsità di acqua potabile. L’80 per cento delle malattie nei paesi in via di sviluppo sarà provocato dall’impiego e dal consumo di acqua insalubre. Il consumo di acqua nel mondo, dal 1960 ad oggi è aumentato del 60 per cento.

Teniamo conto che verosimilmente l’incremento demografico maggiore si registrerà proprio nei paesi in via di sviluppo. Questo naturalmente farà sì che non solo aumenterà il fabbisogno di acqua dolce potabile, ma anche il consumo di acqua per scopi industriali che dovrà soddisfare il fabbisogno alimentare e le esigenze più generali di produttività. Il prelievo di acqua per scopi industriali a tutt’oggi costituisce la seconda fonte di prelievi dopo l’agricoltura. Da tempo si  parla di guerre dell’acqua e le si sposta nel futuro ma la verità e gli studi e i numeri dicono che nel mondo ci sono attualmente già circa 50 conflitti (fortunatamente non necessariamente armati) tra stati, per cause legate all’accesso, all’utilizzo e alla proprietà di risorse idriche. Ben di più che per il controllo delle fonti di petrolio. Mark Twain in tempi non sospetti scriveva: «Il whisky è per bere, l’acqua per combattersi».

Negli ultimi 50 anni le controversie tra stati per il controllo delle risorse idriche sono state 1.831, in gran parte risolte con la firma di 200 trattati di condivisione dell’acqua o la costruzione di nuove dighe o bacini artificiali; 507 casi sono stati conflittuali, in 37 casi hanno comportato scontri violenti, in 21 vere e proprie guerre con l’intervento degli eserciti. L’acqua è oggi il bene più prezioso per l’umanità, quello che decide della vita e della morte, del benessere e della povertà.

Ma aggiungiamo altri numeri: il 97,5 per cento dell’acqua della Terra è salata e del rimanente 2,5 per cento, soltanto lo 0,007 per cento è a disposizione dell’uomo. La maggior parte dell’acqua dolce viene utilizzata per uso agricolo. Più precisamente, l’agricoltura utilizza il 70 per cento delle risorse, l’industria il 20 per cento, e il restante 10 per cento viene indirizzato verso altri usi.

I CONFLITTI PER L’ACQUA

L’acqua è soprannominata: Oro blu. Volete sapere qualche conflitto?

Esempio: 1) Turchia. La Turchia ha risorse idriche pro capite superiori a quelle italiane ma da anni è ai ferri corti con Siria e Iraq per il controllo di Tigri ed Eufrate.  

Esempio 2): Egitto. L’Egitto è in disputa da decenni con Etiopia e Sudan per il controllo delle acque del Nilo (un fiume, tra l’altro, che attraversa ben 9 diversi paesi africani).

Esempio 3): Israele. Israele è in crisi, sempre per il controllo delle acque, con i suoi vicini arabi. Il caso israelo-palestinese legato all’acqua è forse il più eloquente. Come testimonia la differenza tra coloni israeliani e popolazione palestinese che, pur vivendo negli stessi territori, usufruiscono di differenti possibilità di accesso e di utilizzazione delle risorse idriche, il consumo medio palestinese, in Cisgiordania e a Gaza, è di circa 150 metri cubi pro capite all’anno, mentre quello dei coloni israeliani dei territori occupati si aggira intorno ai 700-800 metri cubi.

E non è un caso se in Israele la gestione delle risorse idriche fa capo al ministero dell’Agricoltura, mentre l’Autorità palestinese ha affidato la stessa competenza al ministero della Difesa…

DESERTIFICAZIONE  

 

La cattiva gestione dell’acqua, lo spreco dell’acqua, insieme ad altri fattori come la deforestazione, lo sfruttamento non occulato dei terreni, l’effetto serra, porta al fenomeno della desertificazione. Il fenomeno della desertificazione e’ un fenomeno naturale, badiamo bene, terreni prima fertili diventano nelle epoche aridi. Il problema è che, come altri fenomeni naturali che hanno i loro ritmi, esso viene aggravato dall’azione dell’uomo, non è più un fenomeno, diventa un problema. Non dimentichiamo di aggiungere alla deforestazione, all’eccessivo sfruttamento dei terreni agricoli, all’errata gestione dell’acqua, gli incendi. Gli incendi sempre maggiori ogni anno, e in tutto il mondo, sottraggono alla terra grandi quantità di riserve idriche necessarie al mantenimento del suo ecosistema.

La desertificazione è un fenomeno globale, come tutti i problemi ambientali. Riguarda anche l’Italia. Le zone italiane più interessate dal processo di desertificazione sono soprattutto le isole, grandi e piccole, e le coste del Sud: la Sicilia e la Sardegna, le isole Pelage (Lampedusa, Linosa e Lampione), Pantelleria, le Egadi, Ustica e parte delle coste di Puglia, Calabria e Basilicata per un totale di 5 regioni, 13 province e 16.100 chilometri quadrati di territorio pari al 5,35% dell’Italia. Secondo i dati in possesso del  Ministero dell’Ambiente e Tutela del Territorio, che presiede il Comitato Italiano di lotta alla desertificazione, addirittura il 27% circa del nostro territorio sarebbe minacciato da processi di inaridimento dei suoli.

La regione dove più alto è il rischio di terre «aride e desolate» è la Sicilia con il 36,6% del suo territorio sensibile alla desertificazione.

Secondo le previsioni di Legambiente, la temperatura nel nostro Meridione è destinata a salire di 2-3 gradi nel giro di un secolo, facendo calare le risorse idriche da 6,3 miliardi di metri cubi a 5,1 miliardi.

La desertificazione non è una espansione dei deserti (“desertizzazione”), ma un “degrado delle terre nelle zone aride, semi-aride e subumide secche. Essa si manifesta con la diminuzione o la scomparsa della produttività e complessità biologica o economica delle terre coltivate, sia irrigate che non, delle praterie, dei pascoli, delle foreste o delle superfici boschive.

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite di qualche anno fa, sono circa 110 i Paesi affetti da desertificazione. Sarebbero colpite o a rischio di desertificazione il 70% delle terre aride coltivabili, pari a circa il 30% del totale delle terre emerse. Se il problema è particolarmente grave in Africa e nei Paesi in via di sviluppo come Asia, America Latina e Caraibi, le Nazioni Unite indicano che anche Stati Uniti, Australia, Europa meridionale e orientale sono direttamente interessati al fenomeno. Quello che sorprende è che, addirittura, sarebbero gli USA a guidare la classifica con il 74% delle aree colpite.

Desertificazione, insomma, significa sterilita’. La sterilità dei terreni porta anche drammatici risvolti economici, sociali e sanitari: nei Paesi poveri o in via di sviluppo la desertificazione provoca forti carestie e povertà, costringendo le popolazioni colpite a migrazioni di massa alla ricerca di terreni sufficientemente fertili per lo sviluppo agricolo. I grandi esodi per la conquista di nuovi territori dove poter sopravvivere provocano, poi, forti tensioni etniche che sfociano spesso in conflitti. Si stima che circa il 50% dei conflitti armati sulla Terra siano in parte dovuti a questi pesanti movimenti migratori. Senza contare che la desertificazione e le siccità possono incrementare nelle zone povere del mondo malattie quali il colera, la febbre tifoidea, l’epatite A e le malattie diarroiche. Si e’ riscontrato un rapido aumento delle incidenze di epidemie di malaria, collegate solitamente con i movimenti della popolazione e con i cambi climatici delle stagioni. In particolare in Africa la desertificazione, la siccità e la gestione non appropriata delle zone della savana hanno ridotto drasticamente la quantita’ di prodotti raccolti dai cespugli, quali bacche, foglie e radici che hanno sempre rappresentato supplementi nutrizionali fondamentali per le popolazioni locali. Inoltre, questi mutamenti della biodiversità possono mettere a rischio anche la medicina tradizionale che da sempre svolge un ruolo essenziale in tutto il continente africano.

MORIA DELLE RANE E DEI ROSPI  

Uno dei tanti effetti della desertificazione - solo per fare un esempio - congiunto con il surriscaldamento del pianeta è alla base della moria di centinaia di specie di rane e di rospi, in quanto alimenterebbe il diffondersi di una malattia della pelle che provoca la morte degli animali. Gli scienziati ritengono di aver trovato la prova che dimostra come il surriscaldamento globale stia causando il diffondersi di una malattia contagiosa che sta eliminando intere popolazioni di anfibi. 

 

Il declino drammatico delle 6.000 specie di anfibi era stato identificato nel 1990 e spiegato con la teoria della diffusione di un’infezione devastante della pelle causata da un fungo. 

 

Uno studio condotto da una squadra internazionale di ricercatori ha collegato la diffusione di questa specie di fungo con l’aumento delle temperature tropicali connesse con il riscaldamento globale. Gli scienziati ritengono che le temperature medie di molte regioni tropicali, che sono ricche di una specie endemica di rane e di rospi, siano diventate perfette per lo sviluppo del fungo.

La perdita rapida di anfibi - rane, rospi, e salamandre - ha già ridotto di circa un terzo la specie, mentre altre centinaia sono minacciate. Con conseguenze drammatiche sulla catena alimentare e l’ecosistema nel suo complesso.  

 

SFRUTTAMENTO DEGLI ANIMALI DA ALLEVAMENTO

La sterilità del terreno oltre che suscitato da una diminuzione delle falde acquifere e da una pressione eccessiva esercitata sui terreni è indotta anche da uno sfruttamento e da un impiego irrazionale degli stessi terreni ai fini dell’allevamento.   

In questo momento nel mondo vengono allevati approssimativamente 20 miliardi di animali a scopi alimentari, più del triplo di tutti gli esseri umani; il 70% dei prodotti di origine animale proviene da allevamenti intensivi, ubicati inizialmente solo in Europa e America del Nord ma oggi diffusi anche in Brasile, Cina, India, Filippine e altre regioni in via di sviluppo, mentre il 30% residuo proviene da allevamenti estensivi, dislocati soprattutto in America.

In particolare, sono allevati a scopo alimentare 15.7 miliardi di polli, 4.9 miliardi di quadrupedi (tra cui 1.5 miliardi di bovini). Dal 1961 il numero dei quadrupedi di interesse zootecnico è aumentato del 60%, mentre quello dei volatili d’allevamento è quadruplicato . Tutti questi animali occupano circa il 30% delle terre coltivabili del pianeta (per quanto riguarda gli Stati Uniti il 12% della superficie continentale è destinato al pascolo di bovini, per lo più negli stati del West e del Midwest). Un quarto delle terre emerse vengono utilizzate per nutrire direttamente bovini ed altro bestiame

 

Complessivamente ogni anno si consumano in tutto il mondo 217 milioni di tonnellate di carne. Nei soli Stati Uniti ogni giorno vengono macellati 100.000 bovini. Per quanto riguarda il nostro paese, in Italia vengono allevati più di mezzo miliardo di animali all’anno, sono in funzione 2.900 macelli e 95.000 allevamenti con mucche “da latte”. L’industrializzazione favorisce la concentrazione degli animali in grandi strutture e in una particolare zona geografica: circa il 60% della zootecnia italiana è stanziata qui in Pianura Padana, in cui sono allevati quasi 6 milioni di bovini e 6.3 milioni di suini. La produzione italiana, rispetto ai consumi, è deficitaria per tutti i prodotti animali, perciò siamo grandi importatori sia di animali vivi che di carne e prodotti derivati: la bilancia commerciale del settore zootecnico registra infatti un passivo di 5 miliardi di euro l’anno. 

 

Le vacche da latte arrivano a produrre 40 litri di latte al giorno (bisogna considerare che in media ogni 9000 litri di latte prodotto viene partorito un vitello): è un dato impensabile in natura, per la cui realizzazione si rende necessario l’utilizzo massiccio di ormoni anabolizzanti, fattori promotori della crescita, steroidi, selezione genetica. Questa sequenza di trattamenti provoca numerose malattie, per cui alla lista di sostanze rintracciabili nel latte e nelle carni si devono aggiungere antibiotici e farmaci vari. Spesso solo una parte delle sostanze utilizzate è legalmente somministrabile agli animali. I controlli sono abbastanza a maglie larghe, almeno per quanto riguarda Unione Europea e Stati Uniti (i paesi con la normativa più sviluppata in materia di protezione del consumatore; cosa immaginare poi degli altri?): si svolgono infatti a campione, vista l’impossibilità di controllare una mole enorme di capi, e si intensificano solo in occasione di crisi particolari crisi sanitarie. Negli Usa i capi macellati le cui carni vengono sottoposte a test per rilevare la presenza di residui chimici tossici sono infatti uno ogni 250.000.

 

EFFETTO SERRA

Tra le cause della desertificazione come abbiamo visto c’è il riscaldamento del clima e qui entra in gioco l’effetto serra. Sono alcuni gas presenti nell’ atmosfera che generano l’effetto serra, cioè intrappolano il calore irradiato dalla terra impedendone l’ uscita nello spazio esterno, come il vetro intrappola il calore in una serra. Questo fenomeno, normalmente naturale e benefico (senza l’effetto serra la terra sarebbe di almeno 15 gradi più fredda), sta aumentando di importanza a causa dell’ aumento di concentrazione di questi gas (gas ad effetto serra, detti anche  “gas-serra”) dovuto alle attività umane.

I principali gas ad effetto serra sono: biossido di carbonio (o anidride carbonica,) il metano, i fluorocarburi, il protossido di azoto, persino il vapore d’ acqua contribuisce all’ effetto serra. 

Il Biossido di Carbonio o anidride carbonica è aumentato nell’atmosfera dal 1880 al 2006, e continuerà ad aumentare nel prossimo futuro, perché è il prodotto finale della combustione dei combustibili fossili (carbone, petrolio e derivati, metano), delle foreste e delle biomasse. Ma teniamo in considerazione che tutti i calcolatori attivi nel mondo ogni anno immettono nell’aria da soli ben 45 kg di anidride carbonica. Il biossido di carbonio si scioglie facilmente in acqua: gli oceani ne contengono enormi quantità, ma l’ aumento di temperatura dovuto all’ effetto serra diminuisce la solubilità del gas in acqua, liberando nuovo gas nell’ atmosfera e accelerando il fenomeno.

Ma non c’è solo l’anidride carbonica. Vi sono migliaia di sostanze tossiche che sono difficilmente degradabili e persistono a lungo nell’ ambiente, possono accumularsi a grande distanza dai luoghi di emissione, oppure, (essendo spesso liposolubili) concentrarsi nei tessuti adiposi umani o di animali che si trovano al vertice di una catena alimentare (fenomeno di bioaccumulazione). Le più note fra queste sostanze sono i DDT che contaminano largamente gli oceani, tanto da essere stati ritrovati nelle balene ed in altri mammiferi oceanici.

I DDT persistono nell’ ambiente per anni e possono bioaccumularsi fino a 70.000 volte.

In molti Paesi, le materie plastiche erano e sono smaltite o bruciandole all’ aperto senza controllo o tramite  discariche. La combustione all’ aperto rilascia  nell’ aria sostanze inquinanti come in particolare, la combustione di PVC (polivinilcloruro), una fra le materie plastiche più diffuse la quale produce per combustione appunto, oltre ad anidride carbonica ed acqua, anche e soprattutto acido cloridrico e, in  quantità minori, diossine e furani; questi ultimi sono inquinanti organici persistenti (POP), circolano globalmente e sono stati associati con molti effetti negativi sugli uomini, tra cui disordini immunitari e cloracne; sono inoltre classificati come possibili cancerogeni.

Solo in Europa Occidentale sono stati prodotti nel solo 1999 qualcosa come circa 19.166.000 di tonellate di rifiuti da materie plastiche già utilizzate (escludendo quelli provenienti dalla produzione). Essendo chimicamente stabili, le materie plastiche possono rimanere seppellite per lunghi periodi nelle discariche, molte delle quali sono già quasi sature. Nelle nazioni sviluppate, circa tre quarti dei rifiuti di materie plastiche sono posti in discarica, mentre la parte rimanente è riciclata o incenerita per produrre energia.

Dunque maggiore quantità di rifiuti, maggiore combustione, maggiore effetto serra, maggiore innalzamento del calore della superficie terrestre. Maggiore calore, maggiore siccità e maggiore inaridimento dei suoli. Come vedete il tutto è collegato inestricabilmente, e siamo partiti dall’acqua, perché ogni cosa, anche i rifiuti è fatta d’acqua. Se tocchiamo qualcosa cioè avremo effetti incontrollati su qualcos’altro. 

Tutto questo ci porta a dire che il mondo si sta riscaldando:

 

-   la temperatura media superficiale globale è aumentata nel 20° secolo di circa 0,6° gradi. Il decennio che è andato dal 1990 fino al 2000 è stato il  più caldo del secolo. Il 1998 è stato l’ anno più caldo da quando si hanno registrazioni strumentali (dal 1861). I dati dei satelliti dimostrano una diminuzione di circa il 10% dell’area coperta dalle nevi dalla fine degli anni Sessanta. In particolare si stanno ritirando velocemente le nevi e i ghiacciai equatoriali, sulle Ande peruviane e in Africa. In Africa il 33% dei ghiacci del Kilimangiaro è scomparso negli ultimi 20 anni; è diminuito lo spessore del ghiaccio marino dell’Artico nella tarda estate. Lo scioglimento dei ghiacci come vedremo innalza il livello dei mari, il maggiore calore provoca l’innalzamento dei livelli dei mari a causa dell’ espansione termica delle acque (causa principale). Conclusione: l’incremento dell’innalzamento delle acque marine nel corso del 20° secolo è stato di 20-30 centimetri. Vedremo quali sono gli effetti di tutto ciò.     

-   Aggiungiamo per il momento solo una conseguenza. Se il clima si riscalda, se vi sono ondate di calore, se esse provocano siccità, suoli più aridi, ma anche un’ evaporazione dell’ acqua più intensa, questo genera anche terribili sconvolgimenti climatici. Una maggiore evaporazione dell’acqua accumula più energia nell’atmosfera e questo genera tempeste, tornadi, uragani più violenti e frequenti.

SCIOGLIMENTO DEI GHIACCI

Polo Nord  

Dunque abbiamo detto che l’innalzamento dei livelli dei mari e degli oceani è dovuto a due fattori. Il principale di questi fattori è la dilatazione termica dell’acqua dovuta al riscaldamento del clima. L’altro fattore è lo scioglimento dei ghiacci. Naturalmente tutto è collegato. Se aumenterà ancora l’effetto serra, esso oltre alla desertificazione, provocherà in toto lo scioglimento dei ghiacci. Ma che cosa succederà se tutto il ghiaccio, non diciamo del pianeta ma solo dei Poli dovesse sciogliersi? Quali saranno gli effetti?

Entro la fine di questo secolo il Polo Nord, sinonimo di ghiacci eterni, di temperature estreme e di venti violentissimi, potrebbe non esistere più. Il mare prenderebbe il totale sopravvento. Lo dice la Nasa che ha studiato lo scioglimento dei ghiacci del polo Nord e dice che essi si stanno sciogliendo a una velocità che li vede diminuire del 9% ogni dieci anni. Nel 2002 la loro estensione è stata la più ridotta da quando vengono raccolti dati dai satelliti. Se questo andamento continuerà in futuro, alla fine del XXI secolo l’interazione tra le acque più calde dei mari circostanti e l’aumento della temperatura terrestre li avrà fatti scomparire del tutto. I ghiacci del Polo Nord, a differenza di quelli del Polo Sud, galleggiano direttamente sul mare e ogni anno tra l’inverno e l’estate aumentano e diminuiscono sia come superficie occupata che in spessore. Durante i primi mesi di quest’anno lo spessore medio si è ridotto a soli 3 metri, rispetto ai 7 metri che normalmente esso può raggiungere. La ricerca della Nasa ha messo in luce che la temperatura media del Polo Nord è aumentata di 1,2 °C nell’ultimo decennio rispetto alle medie precedenti.

Come abbiamo detto, per quanto riguarda il Polo Nord lo scioglimento delle enorme masse ghiacciate non ha effetto sull’innalzamento dei livelli dell’acqua, però produce altri effetti. Per esempio ha una notevole influenza sullo sviluppo del plancton e sulla circolazione delle acque oceaniche i cui effetti sull’ecologia a livello planetario non sono ancora noti. Se la perenne copertura dei ghiacci dovesse scomparire del tutto, il clima e il sistema ecologico dell’intero oceano artico subirebbe profondi mutamenti con ripercussioni in tutto l’emisfero settentrionale del pianeta.

Non c’è da temere un aumento del livello dei mari, perché il ghiaccio già galleggia sull’oceano e quindi, esattamente come avviene per un cubetto di ghiaccio che si scioglie in un bicchiere, il livello dell’acqua rimane pressoché costante. Lo scioglimento però fa sì che una maggiore quantità di calore venga trattenuta dalle acque marine che contribuiscono a un ulteriore scioglimento dei ghiacci. Acque più calde significa anche un ritardo dell’espansione dei ghiacci invernali che, dunque, anno dopo anno si ritireranno sempre più.

Aggiungiamo un altro dato. Abbiamo detto finora che scioglimento dei ghiacci del polo nord determina effetti sul plancton, determina effetti sulla temperatura dell’acqua artica stessa, dunque produce ulteriore calore che scioglie anche d’inverno il ghiaccio, e questo naturalmente va sempre sommato ad un innalzamento delle temperature provocate fdall’effetto serra già dato, già di partenza. Questo nuovo dato da aggiungere è che i ghiacci del solo Polo Nord contengono più del 6 per cento dell’acqua potabile del mondo. Se il ghiaccio scompare e si mischia all’acqua salina avremo perso anche una riserva considerevole di acqua. Ma aggiungiamo altri numeri. Nel 2002 il Larson B, una piattaforma di ghiaccio da 500 miliardi di tonnellate con un’estensione pari al doppio di quella di Londra, si è disintegrato in meno di un mese: pur non avendo avuto ricadute immediate sul livello del mare, questo episodio è emblematico degli effetti del surriscaldamento globale.

In Groenlandia il ghiacciaio di Kangerdlugssuaq, sulla costa orientale, è uno dei ghiacciai più veloci al mondo, perché si muove verso il mare ad una velocità di quasi 14 chilometri all’anno. Le misurazioni sono state effettuate usando un sistema GPS ad alta precisione. Il ghiacciaio, inoltre, si è ritirato di 5 chilometri dal 2001, dopo aver mantenuto condizioni stabili per almeno quarant’anni. Lo scioglimento dell’intera Groenlandia a differenza dello scioglimento dei ghiacci al Polo Nord determinerebbe un innalzamento dei mari di 6 metri, ma anche un incremento di un solo metro significherebbe l’inondazione di New York, Amsterdam, Venezia e di tutto il Bangladesh.

POLO SUD O ANTARTIDE

Per quanto riguarda il Polo sud, nel 2005, il British Antarctic Survey ha rilevato che l’87 per cento dei ghiacciai della penisola antartica si sono ritirati negli ultimi cinquant’anni e negli ultimi cinque anni i ghiacciai hanno perso in media 50 metri all’anno. L’intera banchisa antartica contiene acqua a sufficienza per innalzare il livello dei mari di 62 metri.

Ci sono due principali piattaforme di ghiaccio che formano il continente antartico.  La piattaforma di Ross è  il principale emissario per parecchi grandi ghiacciai situati nella zona ovest del continente, eD è più estesa dello stato del Texas.  Tre anni fa sulla piattaforma di Ross  si iniziarono a staccare iceberg così grandi che si possono confrontare per grandezza col Massachusetts e il Connecticut. Questi iceberg che si staccano violentemente dalle piattaforme mantengono fredda la maggior parte delle acque di questo pianeta.  Se la sola piattaforma di Ross si sciogliesse tutta, il livello delle acque marine salirebbe di circa 16 piedi. Ciò significherebbe la fine di gran parte della Florida e altre regioni del mondo. Gli effetti dello scioglimento dei ghiacci, insomma, sarebbero devastanti.

LA CIRCOLAZIONE TERMOALINA

L’acqua negli oceani, lo abbiamo accennato prima, è in continuo movimento per effetto delle maree, del moto ondoso e delle correnti che sospingono le gelide acque polari verso l’equatore e le calde acque subtropicali verso i poli [circolazione termoalina ]. Il fenomeno della circolazione termoalina è attivato dalle differenze di temperatura e di salinità dei mari, e una della sue componenti è la corrente del Golfo, che regala all’Europa il suo clima relativamente mite. Queste grandi correnti, oltre a mitigare l’Europa e a giocare un ruolo fondamentale nel clima, incrementano la capacità dell’oceano di assorbire anidride carbonica.

Gli studi più recenti denunciano un rallentamento della circolazione termoalina tra la Scozia e la Groenlandia.

La diminuzione del livello di salinità degli oceani, dovuta sia allo scioglimento dei ghiacciai che all’aumento delle precipitazioni, potrebbe interrompere, rallentare o comunque alterare le grandi correnti transoceaniche, con disastrose conseguenze sul clima e sull’agricoltura in Europa e con impatti su tutti i mari e sulle temperature in tutto il mondo.

Il discorso che abbiamo fatto per il polo Nord non vale per il Polo sud. Perché i ghiacci del polo sud non galleggiano sull’acqua, sono staccati dall’acqua, essi ricoprono terra ferma. Se si dovessero sciogliere interamente nei prossimi cento anni vi sarebbe, secondo le previsioni, un aumento del livello medio del mare compreso tra i 9 e gli 88 centimetri. Questo innalzamento dipenderà sia dal progressivo scioglimento dei ghiacciai, sia dalla naturale espansione degli oceani, dovuta al fatto che l’acqua aumenta di volume quando aumenta di temperatura. Per quanto possa sembrare modesto, anche un innalzamento di pochi centimetri provocherebbe il caos: inondazioni nelle zone costiere, contaminazione delle falde acquifere potabili, aumento del grado di salinità degli estuari sono solo alcuni degli elementi di questo scenario allarmante. Molte delle città sulla costa avrebbero problemi. Risorse strategiche per le popolazioni costiere, come le spiagge, l’acqua potabile, la pesca, la barriera corallina e gli atolli sarebbero a rischio.

 -   Le regioni mediterranee dell’Europa e dell’Africa sarebbero le più vulnerabili. Nell’Europa del Sud l’estate si allungherà e l’acqua dolce disponibile diminuirà. Aumenteranno le differenze climatiche e ambientali fra le regioni del Nord e del Sud, vulnerabili alla siccità. Metà dei ghiacciai alpini scompariranno. Aumenterà il livello dei fiumi in gran parte dell’Europa e il rischio di inondazioni sulle aree costiere, con pesanti conseguenze per il turismo, l’industria e l’agricoltura. In Italia, il mare ingoierà le zone costiere formate da lagune e da foci dei fiumi. La produttività media diminuirà nell’Europa del Sud e dell’Est, mentre il Nord potrà contare su temperature più miti, che favoriranno le colture agricole. Insomma se continuerà l’innalzamento del livello dei mari vi saranno altre conseguenze: erosioni di costa ed inondazioni di popolose aree costiere (delta del Nilo, BanglaDesh) e  piccole isole ( in particolare sono minacciati gli atolli del sud Pacifico). Vi sarà una maggiore trasmissibilità di alcune malattie infettive, fra cui malaria e febbre gialla. 

PINGUINI ADELEIA

Per rimanere ai poli, v’è da dire una altra cosa, che può sembrare anch’essa insignificante ma va registrata. La vita degli animali. La vita degli animali come quella dei pinguini Adeleia, per esempio riscontra problemi derivanti dallo scioglimento e dallo staccamento dei ghiacci. Sta diventando pericoloso per loro andare alla ricerca di cibo in mare, e come risultato, il loro numero va via via diminuendo. Gli esperti prevedono che questi animali potrebbero abbandonare molte delle loro aree tradizionali, in cui vivevano, per sempre. I pinguini hanno inoltre problemi aggiuntivi per l’allevamento dei cuccioli. Il ghiaccio sta bloccando la strada delle colonie in cui allevano e cibano i piccoli.  Come risultato devono percorrere 30 miglia per procurarsi cibo, cosa ardua potendo camminare solo alla velocità di un miglio all’ora. Ma qui non si tratta solo di pinguini e di una sola specie, si tratta di molto altro. Vedremo tra breve cosa accade anche alle balene.

NON SOLO POLI, ANCHE L’HIMALAYA

Dobbiamo però allargare il discorso del ghiaccio geograficamente prima, perché il ghiaccio dei due poli non è il solo ghiaccio che esiste al mondo. Esistono infiniti ghiacciai in tutto il mondo. Per soffermarci solo un luogo che è presente peraltro nel libro, ovvero la catena hymalayana, i dati dimostrano che i ghiacciai della regione himalayana, la più grande concentrazione di ghiaccio sul pianeta dopo le regioni polari, stanno ritirandosi di circa 10-15 metri all’anno. E’ importante parlare di quest’area geografica perché mentre ai Poli, gli effetti dello scioglimento dei ghiacci non avrebbe delle conseguenze dirette sulla vita degli uomini, nel caso dell’Hymalaya, al danno ambientale si aggiungerebbe il disastro e la tragedia della strage di nostri simili. Il primo effetto dello scioglimento sarà di certo un aumento della portata dei fiumi e di conseguenza un aumento del rischio inondazioni. Subito dopo, in pochi decenni, il livello delle acque dei fiumi si abbasserà e ci sarà carenza di risorse idriche per chi abita in Nepal, nella Cina occidentale e nell’India settentrionale. I ghiacciai della regione alimentano alcuni tra i fiumi più grandi al mondo, come il Gange, l’Indo, il Brahmaputra, il Salween, il Mekong, lo Yangtze e il Huang He (fiume Giallo), assicurando una fornitura di acqua per tutto l’anno a centinaia di milioni di persone.

In Nepal già oggi si registra un aumento medio di temperatura di 0,06 gradi l’anno e si assiste ad una costante riduzione di tre nevai che alimentano i fiumi del paese. Nella Cina nord-occidentale l’altipiano di Qinghai ha visto una riduzione nella portata dei fiumi e nel livello dei laghi. In India, il ghiacciaio Gangotri, che sostiene il principale bacino fluviale a nord del paese, sta arretrando di 23 metri l’anno. Rischia di lasciare dietro di sè una scia di devastazioni ambientali ed economiche che metterebbero in pericolo la sopravvivenza di oltre un miliardo di persone. Quelle che vivono ai piedi delle montagne, rischiano di essere spazzate via dalle alluvioni, e quelle che contano sull’acqua dolce dei fiumi himalayani.

Se le temperature continuano a crescere con questo ritmo tra cinquant’anni sull’Himalaya e sul Karakorum non ci saranno più ghiaccio e neve. Le conseguenze ambientali, ma soprattutto socio-economiche, saranno spaventose.

EVEREST

Un esempio? L’Imja Glacier, ai piedi del monte Everest, si ritira di ben 70 metri all’anno lasciando dietro di sè enormi laghi glaciali la cui superficie è cresciuta anche dell’800 per cento a partire dagli anni Settanta. Il pericolo più imminente è che debordino, devastando territori e dei villaggi circostanti.

Negli anni cinquanta in Himalaya c’erano 12 laghi glaciali. Oggi se ne contano oltre 9.000. Di cui molti al limite di capienza. Solo nel bacino nepalese del Dudh Koshi, nella regione dell’Everest, ce ne sono 12 ad alto rischio.

Anche un lievissimo terremoto potrebbe farli esplodere. E l’acqua, scendendo a valle, trascinerebbe con sé detriti, rocce, acqua di altri laghi. Spazzando via villaggi, campi, strade, ponti, centrali idroelettriche e in generale la vita umana.

Uno scenario del genere scatenerebbe una crisi ambientale, ma soprattutto economica, di proporzioni colossali nel Sud Est Asiatico. La minaccia non è solo quella delle alluvioni: il passo successivo è la siccità di tutta la regione.

La catena dell’Himalaya-Karakorum, infatti, si estende per oltre 2.500 chilometri dal Pakistan al Bhutan. E i suoi ghiacciai danno origine a nove dei più grandi fumi d’Asia, che danno acqua dolce e vita a oltre 1 miliardo e trecentomila persone. Ovvero, circa un quinto della popolazione mondiale.

Come vedete stiamo parlando ancora di acqua. L’acqua è dentro di noi, da la vita, noi siamo fatti d’acqua, ma l’acqua è anche fuori di noi e vive e si anima a tutti i livelli dell’attività umana. Nel ciclo dell’acqua inquinata entra in gioco tutto l’equilibrio del nostro pianeta. Dall’acqua bisogna partire.

EFFETTO SERRA E  DANNI MARINI

Non scostandoci da questa impostazione, allontaniamoci dai Poli e dall’Himalaya e parliamo di mare e di oceani. Un innalzamento delle temperature medie dei mari ha ricadute pesanti sull’intera catena alimentare marina: il fitoplancton, ad esempio, del quale si nutrono alcuni piccoli crostacei come il krill, cresce sotto il ghiaccio polare. Una diminuzione dei ghiacci implica una diminuzione del krill, che è fondamentale per l’alimentazione di molte specie di cetacei e di grandi balene.

LE BALENOTTERE

Le balenottere azzurre, in Antartide, sono l’1 per cento della popolazione originaria, nonostante quaranta anni di protezione totale. Le balene grigie del Pacifico Occidentale sono le più minacciate in assoluto: i circa cento esemplari rimasti sono ormai sull’orlo dell’estinzione. Nell’800 ce n’erano circa un milione e mezzo. Oltre all’innalzamento delle temperature e all’alterazione dell’equilibrio biologico, le balene devono vedersela con la caccia commerciale e con l’inquinamento delle acque. L’impatto delle attività dell’uomo sugli ecosistemi marini è profondamente cambiato negli ultimi cinquant’anni. Per inquinamento non si intende solo quello chimico ma anche quello acustico, legato ai sonar e ai motori delle imbarcazioni. Per quanto riguarda la pesca commerciale non si deve pensare solo alla pesca delle balene ma alla pesca industriale più in generale che sottrae alle balene preziose risorse alimentari.

FORESTE IN FONDO ALL’OCEANO

Quando si parla di pesca commerciale si dicono molto cose e si indicano fenomeni complicati. Noi ci limiteremo a dire che la pesca commerciale/industriale mette a repentaglio non solo le balene ma le profondità marine nel loro complesso. LE FORESTE PRIMARIE sono in pericolo anche in fondo agli oceani. I fondali oceanici sono l’ultima zona inesplorata del pianeta: secondo i biologi marini, sono centinaia di migliaia le specie marine che devono ancora essere scoperte. Ma molte di queste specie sono messe in pericolo da una delle pratiche più diffuse della pesca commerciale e una delle più distruttive che esista,ovvero la pesca a strascico.

Sui fondali oceanici vi sono rilievi montuosi, proprio come sulla terraferma. La catena montuosa più lunga del mondo è una catena sottomarina, la Dorsale Medio Atlantica, che si snoda da una parte all’altra del pianeta - dall’Oceano Antartico all’Atlantico - e che è quattro volte più lunga delle Ande, delle Montagne Rocciose e dell’Himalaya insieme.

Le montagne marine sono ecosistemi ricchissimi di biodiversità. Colorate foreste di coralli, spugne, piccoli crostacei. Molte delle specie che abitano queste montagne non si trovano da nessuna altra parte. E ci sono fondati motivi per credere che la diffusione di alcune di queste specie sia circoscritta anche ad una sola di queste montagne.

LA PESCA COMMERCIALE

La grande industria della pesca commerciale si è purtroppo accorta di quanto siano remunerative le profondità oceaniche, e ha esteso le sue pratiche di pesca insostenibile fino a sfruttare gli abissi incontaminati e le montagne sottomarine, usando questa tecnica che si chiama “pesca a strascico” perché  è utilizzata, anche in fondali meno profondi, non solo negli abissi e prevede che delle enormi e pesanti reti da pesca vengano trascinate lungo i fondali. Le larghe placche metalliche e le ruote di gomma attaccate a queste reti si muovono sui fondali spazzando via qualsiasi cosa lungo il loro percorso. Fanno sfacelo delle praterie di posidonia, ma sappiamo che le forme di vita presenti sui fondali sono molte e molto delicate e reagiscono molto lentamente a questi danni: servono decine, centinaia di anni per un recupero totale, ammesso che un recupero completo sia davvero possibile. Se non si fa niente per fermarli, i pescatori a strascico distruggeranno moltissime specie prima ancora che vengano scoperte: è come guidare un enorme bulldozer in una foresta rigogliosa e inesplorata e distruggere tutto, lasciando dietro di sé un deserto sterile e senza futuro.

PIRATI DEL MARE

Inoltre ci sono anche e ancora dei pirati che solcano i mari. I pirati sono alla ricerca dei facili guadagni che si possono realizzare sfruttando gli stock di pesce in esaurimento.

Dopo anni di ingordigia e di sfruttamento selvaggio delle risorse, le navi da pesca solcano i mari in cerca dell’ultimo banco di pesci utile a riempire le stive. Con il 52 per cento delle zone di pesca considerate “completamente sfruttate” e il 25 per cento sovrasfruttate, impoverite e vicine al collasso, non è difficile capire perché ci preoccupa l’aumento del numero di pescatori pirata.

I pirati dei mari operano in tutto il mondo. Si spostano rapaci da una zona di pesca all’altra cercando di imbarcare a bordo quanto più pesce possibile. Non hanno scrupoli. Non si preoccupano dell’impatto che la loro attività di pesca ha sull’equilibrio degli ecosistemi marini. Non si preoccupano delle forme di vita che muoiono intrappolate nelle reti da pesca. Pesci, uccelli marini, cetacei, squali, tartarughe di mare: sono tante le specie che rischiano a volte anche l’estinzione a causa della pesca pirata. E se gli ecosistemi marini soffrono, ne risentono anche le comunità costiere che da quegli ecosistemi dipendono per l’approvvigionamento delle risorse alimentari. Si stima ad esempio che la Guinea, una piccola nazione dell’Africa Occidentale, perda ogni anno 100 milioni di dollari a causa dei vascelli pirata che pescano di frodo nelle sue acque territoriali.

La pesca pirata ha caratteristiche differenti nelle diverse regioni del mondo. Sfruttando le scappatoie e le lacune delle normative vigenti, proprietari di pescherecci e compagnie senza scrupoli, spesso in combutta con alcune nazioni, usano “bandiere di comodo” per eludere non solo i regolamenti internazionali per la gestione e la conservazione del patrimonio ittico, ma anche le norme sulla sicurezza e i diritti dei lavoratori. Queste bandiere di comodo possono letteralmente essere comprate e vendute nel giro di poche ore su internet: bastano 500 dollari, ad esempio, per accaparrarsi una bandiera di Malta. Con questo tipo di trucchi è possibile eludere le normative nazionali e internazionali, peraltro spesso inadeguate.

Greenpeace ha documentato attività di pesca pirata in tutto il mondo. Ha mostrato, ad esempio, come nel Mediterraneo continui, a dispetto dei divieti vigenti, la vergogna delle spadare. Nonostante gli impegni presi e le promesse fatte dalla politica, i predoni del mare continuano a violare ogni legge internazionale e a pescare impunemente dove non ci sono regole.

La pesca moderna è una macchina da guerra, fatta di imbarcazioni enormi, di equipaggiamenti sofisticati, di sonar capaci di scovare anche il più piccolo dei pesci nell’abisso degli oceani, di imbarcazioni mostruose, attrezzate per la lavorazione e il congelamento a bordo del pescato e capaci, pertanto, di solcare gli oceani anche per grandi distanze con enormi carichi di pesce. La natura non riesce a tenere il ritmo dell’uomo, e purtroppo i pesci sono in esaurimento.

Le popolazioni dei grandi pesci predatori - un indicatore chiave della salute dell’ecosistema - stanno svanendo ad un ritmo preoccupante e il 90 per cento dei grandi pesci che a tutti noi piace mangiare, come i tonni, i pesci spada e i merluzzi, sono stati già pescati. Eppure la pesca industriale di questi pesci è cominciata solo negli anni Cinquanta. Il sovrasfruttamento e la gestione inefficace delle risorse ittiche ha già portato al collasso di alcune zone di pesca, con conseguenze impressionanti. Nel 1992 la pesca dei merluzzi in Canada si è esaurita, e 40mila posti di lavoro sono andati in fumo. Gli stock di merluzzo nel mare del Nord e nel mar Baltico stanno prendendo la stessa piega e sono assai vicini al collasso. 

INQUINAMENTO DEL MARE

Ma la pesca ovviamente non è l’unica e sola di alterazione e di inquinamento dell’equilibrio biologico delle acque marine e oceaniche. Uno dei principali impatti delle attività dell’uomo sugli oceani è l’inquinamento. Inquinamento è un termine generico, perché esistono svariate forme di inquinamento. Non si tratta solo dell’inquinamento legato agli incidenti delle petroliere per esempio, agli sversamenti in mare di petrolio o alle attività illegali di scarico in mare dei fusti di rifiuti. Certo questi sono gli aspetti più visibili del problema.  A distanza di 15 anni dall’incidente alla Exxon Valdez, avvenuto in Alaska nel 1989, è ancora possibile rilevare in quella zona tracce di petrolio. E anche nei fondali del Mar Ligure è possibile rinvenire il petrolio della Haven, affondata nel 1991. La Prestige, che naufragò al largo delle coste spagnole nel 2002, ha causato perdite economiche ingenti, danneggiando gravemente la pesca locale.

L’inquinamento dei mari dipende in gran parte da altre fonti, come gli scarichi urbani e industriali, la dispersione in acqua dei pesticidi e dei composti chimici usati nell’agricoltura, gli scarti delle lavorazioni minerarie, i rifiuti radioattivi.

Secondo le statistiche, solo il 12 per cento dell’inquinamento marino è imputabile ai trasporti marittimi, mentre il 44 per cento delle sostanze inquinanti arriva dalla terraferma e il 33 per cento dall’atmosfera.

L’impatto dell’inquinamento sul mare assume varie forme. L’inquinamento che deriva dai liquami e dagli scarti dell’agricoltura ad esempio favorisce, in prossimità delle coste, la proliferazione di alghe che sottraggono ossigeno all’acqua. In alcuni casi il livello di ossigeno è sceso al di sotto dei limiti compatibili con la vita dei mari. L’inquinamento industriale peggiora spesso la situazione, perché alcune delle sostanze che dagli scarichi delle industrie finiscono in mare contribuiscono a sottrarre ossigeno all’acqua. Anche il normale funzionamento delle centrali nucleari ha una sua ricaduta in termini di inquinamento dei mari. La situazione più grave è legata a due impianti di riprocessamento delle scorie radioattive che si trovano in Francia, a La Hague, e in Inghilterra, a Sellafield. Gli scarichi di questi due impianti hanno contaminato le zone marine circostanti al punto che è possibile trovare tracce radioattive in alghe contaminate lungo le coste della Norvegia e della Groenlandia occidentale.

L’inquinamento chimico dei mari da parte dell’uomo riguarda un elevato numero di sostanze differenti. Sono circa 63mila i composti chimici impiegati in tutto il mondo. Il 90 per cento della quantità complessiva di composti utilizzati è dato da tremila sostanze. Ogni anno, inoltre, mille nuove sostanze di sintesi vengono immesse sul mercato. Almeno 4500 dei composti impiegati sono altamente pericolosi.

Possono anche essere trasportati a grande distanza nell’atmosfera e depositarsi nelle regioni più fredde. Gli Inuit del polo Nord, che vivono a grande distanza dalle fonti di emissione di queste sostanze tossiche, sono tra le popolazioni più contaminate al mondo, perché si nutrono di foche e pesce ricco di grasso, che accumulano più di altre specie le sostanze tossiche e le trasferiscono all’uomo. Si pensa che questi composti siano anche responsabili dello scarso tasso di fertilità delle colonie di orsi polari.

Anche il pesce che viene consumato nelle regioni temperate è contaminato. Molto spesso, inoltre, questo pesce viene usato per nutrire altri animali e contamina per via indiretta la catena alimentare dell’uomo. In molti casi, anche il pollame, i suini e i pesci di allevamento sono nutriti con questo tipo di mangimi. 

 

 

Il mondo non ha padroni, non appartiene a nessuno. Il mondo è libero, perchè libera è la terra, e libera è l'aria che non ha confini. Nessuno può accampare diritti o pretese su lembi di terreno. L'Europa, la Francia, la Germania, l'Italia non hanno padroni, nè tutori. L'Italia non appartiene agli italiani; la Francia non appartiene ai francesi. L'Italia non ci appartiene, l'Italia è libera, non ha confini, l'Italia è di tutti, così come di tutti è il mondo che è libero e di ciascuno. Nessuno può cacciare nessuno da qualunque luogo,  ciascuno ha diritto di andare e restare ovunque gli aggrada, chiunque sia, da dovunque arrivi, chiunque sia, chiunque sia, chiunque sia!

Tra il 1939 e il 1945  oltre mezzo milione di zingari, vittime del nazionalsocialismo, venne sterminato. La persecuzione degli zingari in epoca nazista fu l'unica, oltre a quella ebraica, dettata da motivazioni esclusivamente razziali: proprio come gli ebrei, infatti, gli zingari furono perseguitati e uccisi in quanto « razza inferiore». Il regime fascista di Mussolini diede il suo "contributo".

Nel 1936 fu istituito a Berlino un “Istituto di igiene razziale e biologia etnica” che aveva il compito di stabilire l’esatta origine degli zingari. Dapprima circa 400 vennero deportati nel campo di concentramento di Dachau. In seguito, 1.500 vi furono trasferiti e, poi, un flusso impossibile da stimare fu destinato a Buchenwald.

Himmler  nel 38 provvide a promulgare un editto per la “lotta contro la piaga degli zingari”. Nel giugno 1939 più di 2.000 zingari venivano arrestati e deportati: 440 donne a Ravensbrueck e circa 1.500 uomini a Buchenwald.

Quando la Germania, l’1 settembre 1939, aggredì la Polonia, le SS delle Einsatzgruppen massacrarono intere popolazioni e moltissimi zingari. Il 21 settembre dello stesso anno venne messo in atto un piano di deportazione di 30.000 zingari dalla Germania in Polonia. Nell’aprile del 1940, 2.500 furono trasferiti nel ghetto di Lodz. Anche in Austria, Moravia e Slovacchia, come in Francia, Olanda, Belgio e Lussemburgo, nazioni occupate dalle armate naziste, gli zingari sono rastrellati ed inviati dapprima in appositi campi di lavoro e poi, dalla primavera del 1941 ad Auschwitz, ove nel marzo 1943 a Birkenau, venne istituito lo speciale settore a loro riservato, denominato Zigeunerlager (32 baracche). In questo lager nel lager, vengono imprigionate intere famiglie in attesa di essere sterminate nelle camere a gas. Non meno di 16.000 persone imprigionate, presenti nella primavera 1943. Nel settembre 1942, molti zingari furono inviati dal ghetto di Varsavia a Treblinka, per esservi sterminati. Un intero trasporto, proveniente da Bialystock – 1.700 donne, bambini e uomini – fu totalmente eliminato all’arrivo ad Auschwitz-Birkenau, nel marzo 1943, senza che nemmeno uno di loro avesse avuto la possibilità di entrare nel campo. Il 16 maggio 1944, i nazisti tentano di liquidare lo Zigeunerlager, ma desistono davanti alla rivolta disperata degli zingari prigionieri. Tuttavia l’azione verrà di nuovo organizzata dalle SS nei primi giorni dell’agosto 1944 quando, in una sola notte, 2.897 zingari vengono eliminati nelle camere a gas di Birkenau. Il famigerato dottor Mengele, condusse numerosi ed atroci esperimenti sui bambini zingari che, al loro arrivo, provvedeva personalmente a selezionare come cavie sue preferite, in particolare per le sue efferate ricerche sul nanismo e sul noma, un tumore della pelle, causato dalla denutrizione e largamente presente trai bambini Rom del lager.

In  Italia

In Italia, dove la presenza di zingari era stimata, negli anni ‘20/’30, in 25.000 unità, il fascismo sollevò la “questione degli zingari” e si richiamò a argomentazioni “scientifico-culturali” di assolutamente improbabile serietà.

Se nel 1938, nel “Saggio sulla storia e le origini degli zingari”, venivano definite le qualità psico-morali degli zingari “mutazioni regressive” e si affermava che il prodotto  di incroci tra zingari e italiani  era da considerarsi “uno sfavorevole apporto razziale”, nel 1939, sulla rivista “Difesa della razza”, Guido Landra, uno dei firmatari del Manifesto della Razza, denunciava il pericolo rappresentato dagli zingari, sottolineando la loro nota tendenza al vagabondaggio e al ladronaggio, ma soprattutto richiamando l’esemplare atteggiamento tenuto dal governo tedesco nei loro confronti. Auspicando che anche in Italia si adottassero, e al più presto, analoghi provvedimenti contro gli zingari che, per Landra, altro non erano che “eterni randagi privi di senso morale”.

Rastrellamenti di nomadi, soprattutto se stranieri o di cittadinanza dubbia, furono compiuti già dalla metà del 1938. In genere il loro destino era l’espulsione dal territorio italiano o la deportazione in Sardegna, in Calabria o in altre zone disagiate ed isolate dell’Italia meridionale. L’11 settembre 1940, il capo della polizia, Arturo Bocchini, emanò i primi provvedimenti di internamento, inviati ai Prefetti del Regno e al Questore di Roma. Ebbero così inizio i primi arresti. Gli zingari rastrellati  nel Ferrarese venero concentrati nel comune di Berra, mentre quelli che vivevano nella provincia di Bolzano furono imprigionati nel locale carcere. Per quelli presenti nei territori di Campobasso, il Prefetto locale fece presente l’opportunità di destinare al loro internamento il campo di concentramento di Boiano. Era questo un campo composto di quattro grandi costruzioni di un ex fabbrica per la lavorazione del tabacco, di fronte alla linea ferroviaria, circondate da un reticolato alto due metri. Secondo i dati ufficiali, il campo di concentramento di Boiano poteva accogliere “250 internati normali” oppure “300 zingari”. A Boiano vennero imprigionati 58 zingari, trasferiti dopo il 15 agosto 1941, nel campo di Agnone, che già ne aveva avuti in carico altri 57, dal luglio 1940. Nel settembre 1941, da un documento  del Comune, risultavano essere  76 gli zingari internati in questo campo, di nazionalità italiana, spagnola, croata, francese. Un gruppo di zingari fu trasferito successivamente a Isernia. A Tossicia (Teramo) vennero deportati zingari- intere famiglie - provenienti dalla Slovenia. In condizioni raccapriccianti vissero uomini, donne e bambini. Nove ne nacquero durante la prigionia, condizione che durò fino al 26 settembre 1943, quando gli zingari, dopo che nonostante i fatti dell’8 settembre, nessuno era stato rilasciato, abbandonarono il campo e si rifugiarono nella zona di Bosco Matese. Zingari vennero imprigionati anche a Vinchiaturo (Campobasso), Ferramonti (Cosenza), Poggio Mirteto (Rieti) e Perdasdefogu, in Sardegna. Durante il conflitto bellico, nei paesi dei Balcani occupati militarmente, le gerarchie militari consegnarono ai fascisti croati ed ai nazisti gli zingari che cadevano nelle mani dell’esercito italiano. Dopo l’8 settembre 1943 alcuni zingari , fuggiti dai campi italiani si unirono alle formazioni partigiane, partecipando alla Resistenza contro i nazifascismi. Tra loroWalter Catter, fucilato l’11 novembre 1944, il cugino Giuseppe Catter, fucilato a Colle San Bartolomeo (Imperia), Rubino Bonora, il rom istriano Giuseppe Levakovich, Amilcare Debar, staffetta e poi partigiano combattente nella 48° brigata Garibaldi e, dopo la guerra, rappresentante del suo popolo alle Nazioni Unite.

 

L’articolo è tratto da “Romacivica.net”

 
Di Lara Amorisi (del 25/11/2007 @ 17:49:30, in Polifemi live, linkato 579 volte)

Un documentario choc sulla sanità U.S.A.. Donne e uomini buttati per strada come sacchi d'immondizia con punti di sutura non ancora chiusi da parte di direzioni ospedaliere che non avrebbero visto onorate le loro parcelle; bambine di otto anni rifiutate pur se in fin di vita e lasciate morire da compagnie assicurative...

Uno scorcio dell'America di oggi che tutti conoscevamo ma che attraverso le immagini agghiaccia. Una visione che ci fa capire come la realtà è quasi sempre diversa da come ce la raccontano, e che l'unica cosa certa  che faremmo meglio a tenere in conto è di non credere a niente: politici, associazioni, governo, assicurazioni!

Meglio di dieci libri di presunti reportage giornalistici. Mentre, guardando i nostri vicini, restiamo in speranzosa attesa che anche un Moore nostrano si innalzi da qualche parte e abbia coraggio di segnare a dito i colpevoli dei tanti malfunzionamenti di casa nostra (con le freccine indicanti i quattrini che incassa per non adempiere al proprio dovere).

Vivamente, vivacissimamente consigliato!!!! Buona visione...

 
Di Francesco Bellaria (del 02/10/2007 @ 16:41:40, in Polifemi live, linkato 1793 volte)

 

Da qualche giorno in tv e per le strade di tutta Italia compare quest’immagine, tratta dall’ultima campagna pubblicitaria di Oliviero Toscani. Evidentemente ancora in Italia ci piace fare discussioni inutili su tutto. Si sente: ma questa campagna è legittima? Ha fatto bene Toscani a ritrarre una donna anoressica, un corpo devastato? E’ giusto che i cartelloni appaiano in tutte le strade, è legittimo che la comunicazione si spinga e debba arrivare fino a questo punto, che le immagini possano essere vedute da ciascuno, da ragazzini, etc etc. Il solito coro di nani e ballerini, di massmediologi, di giornalisti bigotti e ignoranti, di esimii opinionisti del fico secco, si esprime. Forse è chiamato a farlo. Mi chiedo: è davvero mai possibile discutere di un problema così futile, la cui soluzione è così lapalissiana perché è una soluzione culturale. E’ giusto, santo Dio! Non c’è cosa più giusta al mondoDi là da tutti i discorsi, anch’essi retorici su censura, libertà di espressione e comunicazione, il punto fuocale della questione è uno solo. Immagini del genere, messaggi choc come questo non solo sono desiderabili ma si impongono e devono esserci. Guai se non ci fossero. Vorrebbe dire che siamo davvero alla frutta e che meritiamo di fare la fine di qualche repubblica delle banane sudamericana. Il problema semmai è che ce ne sono troppo poche. Messaggi come questo sono necessari, sapete perché? Perché molto semplicemente siamo tutti zombie che camminano, e che si illudono di vivere e di pensare, mentre siamo assonnati, persi, assuefatti a ciò che avviene attorno a noi come al caffè della mattina, ed è necessario pertanto che ci svegliamo. La funzione di queste immagini e di questi messaggi è quella di svegliarci, di aprirci gli occhi. Allora svegliamoci gente, apriamo gli occhi. Vorrei riportare un semplice aneddoto che mi è capitato di vivere qualche giorno fa. Ritornavo dall’ufficio postale perché ero andato a spedire certa corrispondenza della casa editrice e ad un certo punto, a qualche centinaia di metri da un semaforo, mi capita di rimanere letteralmente imbottigliato in una fila. Non si poteva andare né avanti né indietro, né a destra né a sinistra. Bisognava solo mettersi l’anima in pace ed attendere che l’astenosi di sbloccasse. In circa venti minuti riuscii a capire di cosa si trattava. Si trattava non di un incidente ma di una macchina che man mano che si avvicinava al semaforo percorreva pochi metri e poi si bloccava evidentemente a causa di un guasto. Il semaforo così scattava, la macchina percorreva altri pochi metri, dava l’illusione che sarebbe stata capace di oltrepassare il semaforo ma poi si arrestava e il rosso scattava per l’ennesima volta e tutti dovevano aspettare. Non vi dico il coro di clacson impazziti! Il problema era che non si poteva sorpassare in alcun modo questa automobile, in quanto, giacchè la strada era stretta e v’era spazio soltanto per due file, naturalmente quelli della fila di destra, cioè quella libera, non avrebbero permesso per l’anima della propria madre di superare l’auto in panne e dare modo così ad entrambe le file di scorrere. Insomma andò avanti ancora per un bel po’ e alla fine roso dalla rabbia sapete cosa ho fatto? Unico tra decine di zombie che erano fermi, uscii dalla mia macchina, andai al finestrino di quell’altro zombie della macchina in panne e gli chiesi che cosa non andava. Era così terrorizzato poveretto, e atterrito dai clacson che non riuscì nemmeno a rispondere. Allora andai dietro e iniziai a spingerlo a mano, io solo tra decine di zombie che si limitavano a strombazzare e non muovere un dito, e pian piano così oltrepassammo il semaforo e accostammo sul lato della strada. Il tragitto che feci a piedi per andare a recuperare la mia automobile fu pieno di insulti forse perché mi avevano scambiato per un complice dello zombie paralizzato. Ora la morale di quest’aneddoto è che nessuno si era mosso dalla sua auto per fare una cosa così umana e semplice quanto quella di scendere e risolvere in maniera meno urbana e cioè più umana il problema, anche se il problema dannatamente riguardava tutti ed era per tutti di interesse diretto. Tutti suonavano da grandi signori ottusi e nessuno voleva scollare il suo onorevole culo dalla propria automobile e sporcarsi le dita sulla polvere di quell’automobile in panne. Il guidatore dell’auto in panne era senz’altro il peggiore perché paralizzato, come tramortito, incapace di pensare a realizzare una cosa tanto semplice quanto spontanea e inusuale per una automobilista urbano e cittadino, che non si era mai vista (un automobilista fuori dalla sua auto!), dunque si comportava come il peggiore dei conformisti. Questo insomma per dire che si discute e si discute, si parla  e si parla e non si risolve mai niente e mai nessuno che metta del proprio per adoperarsi concretamente e con un po’ di cuore nelle cose che fa. Si discute ancora su che cos’è l’anoressia, diamine!, da che cosa sia determinata. Ma è mai possibile discutere sul fatto che l’anoressia - lo capisce anche uno zombie - è un male tipico, solo più visibile degli altri, funzionale, della moderna società in cui viviamo. E’ mai possibile che ancora ci si chieda se mostrarla sia umano o non umano, giusto o ingiusto, corretto, ‘politicamente corretto’? Vorrei menare un pugno a ciascuno che si pone questo dubbio e spaccargli il naso. E’ una malattia sociale che ha cause sociali quali quelle della mancanza di solidarietà, della mancanza di amore, dei tempi veloci e della conseguente fretta e trascuratezza in voga nelle pseudofamiglie odierne, della freddezza, del cinismo, della mancata amorevolezza di cui oggi siamo tutti complici, della miseria intellettuale, della pochezza di persone che curano più la palestra e i centri benessere che i propri figli, i propri amici, i propri semplici conoscenti. E’ il frutto di una crescente spietatezza che ci sta contagiando sempre più. Di una saccenza, di una indifferenza, di un’ignavia, di una clinicità di azione, di un utilitarismo spiazzante. Non hanno torto quelle ‘giornaliste del dolore’ o i preti quando parlano di amore, di comprensione, di identità. Non c’entrano niente le diatribe sciocche sulla moda e sul suo mondo. La moda è solo una delle scenografie in cui questo male si modella e si evince ma è la società tutta nelle sue ramificazioni e proiezioni l’ambiente dove essa prolifica. Si diventa anoressiche perché ci si sente inadeguate e incomprese e non si ha la forza, la comprensione, il supporto degli altri per capire chi si è veramente. Anoressici lo siamo tutti, perché tutti, chi più chi meno, ci sentiamo defraudati di una semplicità che vorremmo esprimere e che temiamo possa invece nuocerci. Anoressici sono tutte quelle persone deboli che preferiscono conformarsi piuttosto che far vedere chi sono realmente. L’anoressia è una malattia di una società falsa dalla testa ai piedi nella quale conta paradossalmente l’ostentazione del benessere. Un benessere che naturalmente non esiste. Ci chiediamo perché essa sia una malattia  femminile? Ve lo siete chiesti. È femminile semplicemente perché riguarda la bellezza. E’ l’ultima spiaggia di una  ricerca estrema della bellezza e dell’accettazione a tutti i costi. E’ il desiderio di essere conformi a canoni che la società, non la moda, detta, ed è la proiezione a standard che le donne percepiscono bene e con maggiore sensibilità, di cui in primis i giornalisti e il mondo della cultura, sono gli artefici. Perché me la prendo con loro? Perché un mondo che fa informazione e cultura taroccata, anziché divulgare, tifare, diffondere, parteggiare, sostenere, i valori reali e veri, autentici, i quali dovrebbero essere per l’appunto espressi dalla vera cultura, l’alta cultura, vengono riproposti da loro pappagallescamente come modelli e criteri di successo. So bene che è un discorso trito e ritrito fatto di concetti espressi in miliardi di occasioni, ma fermatevi un attimo, rifletteteci su. Quegli stessi giornalisti che in coro come le ciaramelle nelle vie del paese a Natale, si riuniscono e cantano la stessa solfa, a perdifiato, nelle cui riga, nelle cui ‘arie’, nei loro sermoni, non v’è un briciolo di cognizione per il contenuto stesso che esse vorrebbero esprimere. Quegli stessi giornalisti e operatori della cultura che dovrebbero avere l’onere e l’incarico e la missione di esser controcultura e controinformazione per antonomasia, per Dna, e invece non fanno altro che seminare il conformismo. Quegli stessi giornalisti che temono, mio Dio!, mio Dio!, o mio Dio!, un epilogo di sangue dopo che Grillo ha parlato e non capiscono che se fossero veri giornalisti ciò che ha detto Grillo avrebbero dovuto dirlo loro per mestiere, che Grillo è uno di loro, gli ha rubato il mestiere perché è contro il potere come loro lo dovrebbero essere, quegli stessi giornalisti che invitano al Tg il ministro dell’Economia e quasi sono imbarazzati e gli offrirebbero volentieri dei pasticcini piuttosto che fargli delle domande scomode, che si avventano come gli avvoltoi presso la casa e i parenti di qualcuno che è stato massacrato ma poi al Parlamento si limitano ad offrire il microfono alla prima bocca che gli passa davanti facendo in effetti i portantini di microfono, e che si collegano da Bagdad con il foulard e gli occhi truccati perchè tanto la guerra è noiosa e poi non si sa mai nulla di certo e quindi le notizie le raccattiamo un po’ dagli altri colleghi un po’ dagli uffici stampa dell’esercito… E dunque vi chiedete se un’immagine del genere che esce dal coro sia giusta o no? Sapete cos’è? E’ informazione! E’ il fulmine che dilacera il cielo e che atterrisce l’uomo primitivo che non ne conosce la ragione e che lo vede dall’uscio della sua caverna. Accidenti se fanno bene immagini come queste! Se tutti coloro che fanno informazione lo facessero loro (dare informazione!) saremmo salvi. Dato che non lo fanno svegliatevi gente, aprite le menti. E’ solo un piccolo peccato che messaggi del genere provengano dalla pubblicità, ma anche questo è un segnale dei tempi, e anche questo è un altro discorso e magari un altro articolo. Ribadisco: spalancate gli occhi e aprite le menti! 

 

Leggendo il “Domenicale” di qualche mese fa (li accumulo a lato del letto e quando sono ispirato ne prendo uno) ho letto questa splendida frase, non ricordo più da quale autore estratta: 

“Pensa da uomo d’azione e agisci da uomo di pensiero”. 

Mi sono subito detto: accidenti che frase! Ma quante cose dice? Quanta critica è contenuta in essa! Quanta descrizione contiene dei nostri tempi! 

Pensa da uomo d’azione e agisci da uomo di pensiero”. La stamperei a caratteri cubitali su uno striscione dieci metri per due e la stenderei svolazzante fuori il balcone e poi la appiccicherei a capo del letto e in ciascuna stanza e la porterei ancora con me sotto forma di adesivo per lasciarla in ogni posto in cui vado. 

E’ una frase straordinariamente intuitiva e visionaria, tagliata apposta per i nostri tempi e, davvero, calza a pennello per uno come me, a cui riesce a lenirgli la paura che ha del prossimo e gli si propone come un metodo, una strategia, un segreto in grado di aiutarlo a districarsi nella vita sociale, aggregata moderna. Uno come me non nutre, infatti, nessunissima fiducia per il prossimo e sta tutto il tempo a ridere e a disperarsi per ciò che fanno gli altri e per ciò che credono di fare, (come canta De Andrè: “tutti sognano di  sé e tu sogni di loro”) e ha infine un terribile timore della fragilità altrui sapendo che da questa, e dai tempi difficili in cui essa va ad imperniarsi, possano scaturire solo sfaceli. Pertanto uno come me va alla continua ricerca di frasi come questa. Una frase come questa, è evidente, non può andare bene per la stragrande maggioranza di individui. Perché oggi la maggiorparte di individui pensa (crede) di pensare da uomo di pensiero e agisce da uomo d’azione - già crede, perché se almeno lo facesse sarebbe un fatto salubre e rispettabile (il problema invece è che si agisce e si pensa staccando completamente la spina dall’interruttore e ci si limita a ondulare come alghe). Infatti, vedete: quanti uomini e donne d’azione ci sono oggi? Quanti corpi tirati e auto e carriere e camminate d’azione, si vedono oggi? Quanti libri, avventure, esistenze, esperienze, decisioni, missioni d’azione ci sono oggi? Neppure la giovinezza  e il sorriso e l’ardore oggi sono più d’azione. Proprio ieri mia moglie a tale proposito mi raccontava di aver visto su You Tube alcuni video di adolescenti nei quali ella rispecchiandosi si era sentita vecchia e morta. “E abbiamo trent’anni” mi ha detto e siamo come i morti!, non abbiamo gioia di vivere, dov’è finita quella sana scanzonatezza, quel prendersi in giro, menarsi pacche sulle spalle, quell’aggressività ilare, quella selvatichezza…In effetti pensandoci oggi il sorriso e la gioia di vivere sono andate a farsi benedire. V’è l’azione! Oggi pensiamo e siamo tutti uomini d’azione in quanto tutti crediamo di avere intanto un quoziente intellettivo fuori dalla media (perché la media è mediocre e come vedete anch’io mi sono impelagato nella stessa convinzione e nello stesso discorso), e poi potenzialità, e capacità superiori, e talenti tali da autorizzarci a farci sentire migliori di una buona spanna sopra gli altri. Tutti saremo in grado di andare sulla Luna, tutti saremo come minimo capaci di fare soldi a palate per comprare un potente shuttle per andarci da soli sulla Luna, senza dar conto a niente e a nessuno, e facendo invidia al vicino! Ma non è vero! Il fatto è che non è vero. Non si è mai vista un’epoca di così tanta mediocrità spacciata per talento. Intendiamoci la mediocrità c’è sempre stata, ma fino ad oggi non era mai stata spacciata per normalità. Ad ogni modo oggi invece di andare sulla Luna, si finisce per andare sull’autostrada tappata di coda, sotto il sole cocente, in utilitarie in cui stiviamo l’intera famiglia, e con i soldi che ci facciamo anticipare con i finanziamenti. Già perché oltre a chiedere finanziamenti per il tostapane, il microonde, la tavola del cesso, i libri scolastici dei bambini, lo facciamo anche per andare in vacanza. Eppure siamo uomini d’azione, non è così! Parliamo di barche, di posti esociti, di locali trendy, di feste alla page, di auto e ville di lusso! Partiamo, già, partiamo per le vacanze, arriviamo in un posto dove ci sono bancomat e pub sulla spiaggia, dove ci sono bungalows dotati di ogni comfort però siamo uomini d’azione (però abbiamo mangiato in un ristorantino in una caletta che non era conosciuto da nessuno e che era gestito da famigliari…) E  poi per vedere quanti uomini d’azione ci sono oggi basta fare un giro oltre che nei negozi di tatuaggi dove si vede gente sfogliare i campionari come se dovesse decidere di acquistare mezzo chilo di pasta o mezzo chilo di pane, all’Ikea. Guardate un po’ come la gente si guarda intorno con aria casual, da loft del Greenich village e annusa, tocca, tasta, studia, misura, analizza, compulsa, discute su ogni singolo prodotto e lo pensa per la propria casa, e lo soppesa secondo i suoi gusti estetici verificandone la conformità. Ciascuno analizza il frutto della propria osservazione quale fosse un prodotto tagliato esattamente su misura per lui, come se quell’oggetto, quell’arnese, fosse studiato e tagliato quale un vestito di sartoria sulla propria persona, o personalità e per la propria abitazione, come se il pezzo fosse originalissimo e allora si illude di comprarlo avendone l’esclusiva. Non sa però che quell’oggetto che posizionerà nel soggiorno o nella cucina è proprio uguale, proprio simile a milioni di altri oggetti che stanno originalmente in altri soggiorni e cucine di altri originalissimi individui che hanno compulsato prima o parallelamente a lui e pertanto che la sua casa non ha davvero alcun elemento distintivo bensì anch’essa pian piano finisce per omologarsi alla personalità della massa e quindi non possedere più alcuna personalità ma essere solo un calco che rende calchi anche le persone che vi vivono ed essere simile a centinaia di altre case sparse in tutto il mondo, per lo meno in Italia. Alla stessa stregua dei tatuaggi che proprio per aver perso il significato originario, per essere diventati moda, hanno perduto ogni accezione, ogni significato anticonformista, perché se esso è massa non può essere anticonformismo e dunque sono ormai disegni privi di ogni significato, che non ornano, non rivestono più del loro significato. Se un tempo essi erano (li usavano i carcerati) simboli di vita travagliata, di virilità, di malavita addirittura e se ancor prima erano simboli etnici, di casta, oggi sul braccio di un impiegato o di un operaio o di una autista che volete che siano? Dovremmo pensare, forse, perché tutti ce l’hanno, che siamo circondati di virili aitanti, pericolosissimi loschi individui dai quali è meglio tenerci alla larga! Ma andare al piano inferiore e vedere le cataste di roba all’Ikea a tre piani, gli scatoloni di diversa misura dovrebbe far pensare proprio a tutti ad un enorme supermercato, e alla prospettiva futura che le case in futuro potranno essere già vendute con l’arredamento interno incorporato, perché del resto quest’ipotesi non è poi così foriera, dacchè se esiste il supermercato del mobile, cioè la massificazione dell’arredamento, non si capisce perché a breve non dovrebbe esserci anche la casa preconfezionata, così come l’entrare in un negozio di tatuaggi e vedere il campionario dovrebbe farci agire da uomini di pensiero e illuminarci sul fatto che andiamo ad acquistare un disegno privo di qualsiasi valore semantico e semiotico. Come l’Ikea e i tatuaggi e le case preconfezionate è così  l’uomo in generale, crede di essere originale, diverso da chi gli sta accanto, migliore, lo deride persino, ma miserabile non si rende conto egli stesso di essere nè più nè meno fragile e inetto di quanto incapace lo è il suo vicino e simile. Se ci pensate è la stessa cosa anche per i libri. Oggi bracciate di libri vengono scaricati nelle librerie di tutto il mondo e i giornali si sbracciano per elogiarli e ritagliare per ciascuno (per tutti) una personalità su misura. Ciascuno di questi libri ha una personalità, ha una voce, un suo linguaggio, uno suo stile riconoscibilissimo, questo secondo le recensioni… allora esce un libro e una catena, un coro, uno sciame ronzante, di voci si innalzano pappagallesche su ogni mezzo di comunicazione (i giornali devono pur riempirsi e allora è meglio scrivere qualche sciocchezza piuttosto che lasciare bianco lo spazio, il che comunque sarebbe molto più rispettoso), e dicono il libro è bello, il libro è brutto, è meglio del primo, l’autore è un po’ decaduto, ha uno stile più compatto, meno deciso, più corposo, è una storiellina, etc, etc. Se ne parla per una settimana, forse un mese, forse addirittura una stagione (se il libro ha parlato di Chiesa, di sesso, di qualche scandalo) e poi i riflettori si spengono Click!, cala il sipario avanti il prossimo libro originalissimo, dalla voce riconoscibilissima, avanti l’altro evento, il libro evento, la testimonianza agghiacciante, il libro che non potete perdere, perché ogni libro è un evento e deve esserlo. Allora pensare da uomo di azione e agire da uomo di pensiero in questo caso significa intanto riflettere sul fatto che la vita è breve e le cose buone e necessarie da leggere sono poche ma non troppo poche, ma soprattutto chiedersi: posso fare a meno di questo libro, cosa mi aggiunge, cosa mi toglie, vale la pena di leggerlo, di impegnare qualche settimana della mia vita preferendolo a un altro.

Pensa da uomo di azione e agisci da uomo di pensiero, allora, è un ottimo metodo e un eccellente toccasana per vivere e corazzarci nei nostri tempi. Significa che chi ha davvero del sale in zucca, del cervello, lo usi per prevedere ed adeguarsi alla corrente trascinante in cui corre la massa, per prevederne le mosse, anticiparle e adattarsi. Significa che pur fingendosi come tanti, mescolandosi e amalgamandosi nella massa come il Diavolo interpretato da Al Pacino nel film “L’avvocato del Diavolo” nella scena in cui Al Pacino, mentre la metropolitana scorre, spiega che è sempre meglio mimetizzarsi, non farsi notare troppo, passare inosservati tra la gente, essere umili, continuare a fissare l’obiettivo che si ha come meta, e non lasciarsi distrarre. Pensare da uomo d’azione significa far funzionare di lena il proprio cervello che è se ce lo siamo dimenticati l’unico elemento in grado di contraddistinguerci (a differenza dei disegni tatuati) ed è il motto che io userei per l’epoca moderna, la medicina che consiglierei a ciascuno (naturalmente quelli in grado di capire). Se mio figlio mi chiedesse ragguagli un giorno su come comportarsi in società, se venisse da me piangendo toccato da un'umiliazione, se avesse bisogno di bussole, di esempi, se si sentisse inadeguato, l’unico sciocco di questo mondo (come io mi sento spesso), gli direi semplicemente pensa da uomo d’azione e agisci da uomo di pensiero. Oggi non si può fare altro, ci sono troppi supereroi in giro, troppi signori, troppi pescatori di altura, troppi scalatori, troppi raffinati, troppi esperti, troppi comunicatori, troppi migliori. 

Insomma è solo una frase, in fondo un piccolo aiuto ma potrebbe esservi d’aiuto quando avrete dei dubbi. Pensateci.  

 
Di Francesco Bellaria (del 26/06/2007 @ 15:36:26, in Polifemi live, linkato 798 volte)

                        

Chi sono i Polifemi live?  Bè ve ne sono a migliaia, c’è solo l’imbarazzo della scelta! Oggi voglio raccontarvi di uno di loro. 

Cercavo lavoro, un lavoro qualunque ma che mi tenesse impegnato solo mezza giornata. Poiché nell’epoca attuale di lavori siffatti la palma d’oro spetta ai call center mi decisi proprio ad inviare curriculum a uno di questi, mediante uno di quei siti in cui offrono lavoro e non si capisce mai di che lavoro di tratta, con tutti quei nomi in inglese che sembrano usciti da un astruso manuale di cibernetica o di robotica: buyer, senior, advisor, cose di questo genere. L’annuncio a cui risposi fu quello pubblicato da una casa editrice, (si fregiava di questo epiteto ma lavorando nel settore non mi risultava che il soggetto avesse mai stampato e commercializzato niente che vi assomigliasse a un libro, neanche un catalogo). Ad ogni modo offriva 600 euro al mese, fissi, ed era ciò che più mi interessava, avesse prodotto anche bulloni. Sapevo del resto troppo bene che le percentuali, i premi, etc, erano solo una fregatura, perché ti facevano lavorare e stringevi alla fine un pugno di mosche. Il giorno dopo mi telefonarono e mi fissarono un "improrogabile" colloquio, a Bologna, in centro. Potevo pure morire ma dovevo essere là a quell’ora o nisba, perché, dissero, avevano bisogno di un telefonista alla svelta. Allora andai. Andai vestito bene, sbarbato, e ripassai come sempre ben bene tutto il mio curriculum.  La mattina mi ritrovai in un appartamento molto ampio, con una pavimentazione fatta di moquette spessa color cammello, a tratti quadrettati con contorni verdi come certe sciarpe e certe borse che vendono i marocchini per strada. La titolare del baraccone era una grassona, volgarissima, con il doppio mento, cafona al primo sguardo. Indossava delle zeppe color oro, di quelle che solitamente si vedono ai piedi delle donne arabe e le dita dei piedi erano grosse e dalle unghia corte. Non ho mai giudicato le persone dagli abiti che indossano ma dalla conformazione delle dita dei loro piedi, è una debolezza lo so bene. La segretaria da dietro il tramezzo mi lanciava occhiate come per dire: “non lasciarti sscoraggiare, è una terribile ma in fondo ha un cuore d’oro.” Mi è sempre capitato di incontrare segretarie di tal genere, non so a voi, e non ho mai ben capito se lo fanno per il mio bene o è tutta una farsa, se capiscono che sono una persona buona, oppure uno dei tanti che bisogna ammansire, ammaliare, o raggirare molto più semplicemenete. La grassona mi fece sedere e mi chiese: “Lei perché è qui?”. Non avevo nemmeno iniziato a parlato che… “sì ma deve saperlo fare questo lavoro”. Non avevo nemmeno parlato che… “badi eh, noi prendiamo solo persone con la spiccata inclinazione comunicativa”. Non avevo nemmeno parlato che… “E quando sarebbe libero: alla sera o alla mattina?" Non avevo nemmeno… “bene, bene il pomeriggio, bene, ci serve proprio quello”. Insomma il “colloquio” fu proprio questo. Non avevo nemmeno parlato che... “bè noi non stiamo ad imbrogliare la gente, paghiamo ogni fine mese, carte da cento, uno sull’altra, ma si deve lavorare con passione”. Passò a spiegarmi poi di che cosa si trattava e mi parve di capire che occorreva telefonare alla gente e proporgli l’acquisto di inserzioni pubblicitarie su una rivista. Dissi allora: “bene, quindi bisogna vendere pubblicità, inserzioni”. Non l'avessi mai detto. La donna si inalberò e credetti che mi stesse mandando via. Precisò molto severamente: “non inserzioni, badi bene: servizi giornalistici”. Mi sedetti infine vicino ad una ragazza e dovetti starla a sentire per due ore per imparare le cose da dire. La ragazza aveva un elenco telefonico fitto fitto di cancellature e sottolineature. Componeva il numero e diceva: “sì pronto sono Michela Biagi dalla redazione di Lusso e Mercati, da Milano. Lusso e mercati è una rivista della New economy che a novembre sarà allegata al quotidiano nazionale Il Giornale e avrà una distribuzione nazionale. Verrà presentata alla fiera della New economy di Milano. Abbiamo selezionato il suo nome attraverso una nostra società di selezione che sulla base di complessi studi e dati statistici di settore ha evidenziato il prestigio della sua ditta e questo per proporle un servizio di grande pregio giornalistico sulla rivista, che avrà, ripeto, una diffusione nazionale e sarà presentata alla fiera della New ecomony che è la fiera della qualità made in Italy e che è promossa da gente del calibro di Alessandro Profumo, Diego Della Valle…Le chiedevo dunque se fosse interessata alla nostra proposta al fine di valorizzare il suo bussiness. Sa, proprio in questi giorni su Roma abbiamo un nostro redattore che  verrà a farle una visita di consulenza se lo desidera e ad esporle nei dettagli i termini della…”. Dopo due, tre, telefonate cominciai ad accorgermi che nella stanza v’erano decine di Michela Biagi che telefonavano e decine di Eugenio Zamboni che facevano lo stesso. Chiesi alla ragazza come mai non rivelassero il loro vero nome e mi rispose fresca come una rosa e con un candore che mi fece sentire un ingenuo che era meglio usare un nome fasullo, così, per motivi di privacy. La stessa risposta me la diede quando cercai di appurare il perché dicesse di telefonare da Milano anzichè da Bologna. Il giorno dopo dovetti andare a fare mezza giornata gratis di prova. Se fossi riuscito a fissare almeno un colloquio, avrei ottenuto l’assunzione. Presi l’elenco telefonico e mi attaccai alla cornetta, ma non riuscii a cavare un ragno dal buco. La gente capiva subito che stavo dicendo balle, che non mi chiamavo Zamboni, che non telefonavo da Milano e forse percepiva che della fantomatica rivista non ve n’era neppure l’ombra. Semplicemente non riuscivo a mentire. Rispondeva il più delle volte una signora che parlava piano piano, quasi sofferente, o un'altra che era gentile e ingenua, oppure, ed era ancora peggio, un tipo che aveva già capito tutto e che mi sbloccava dicendo: “ah, si tratta di pubblicità”. La tipa incaricata dal capo di verificare il mio andamento, intanto, senza alcuna eleganza, si era messa alle mie spalle ed era come un condor che mi scrutava graffiandomi la schiena. Al  mio fianco v’era una povera patetica rassegnata signora prossima alla pensione che si spacciava per dottoressa e che si dava un grande da fare per portare a casa un appuntamento. Gli altri ragazzi la deridevano ma erano ancora peggio. Erano come alienati e ripetevano sempre la stessa solfa, ogni due minuti, telefonavano, ripetevano la solfa, battevano la cornetta, la riprendevano e via ancora con la stessa solfa, senza cuore, inanimati, la stessa solfa, con la stessa tonalità incolore e priva di calore, e sempre del tutto impersonalmente. Pensavo che non sarei riuscito a durare due giorni con quella procedura ripetitiva, con la scrivania vuota, con il solo telefono e il solo elenco telefonico. Molta gente chiedeva: “e come avete fatto ad avere il mio nome?” Ma guai a dirgli che l’avevamo beccato nelle Pagine Gialle. Era stata Selecta, una società di selezione specializzatissima ad aver fornito il nominativo! Mi avevano edotto sul fatto di non parlare mai di soldi. Sapevo che uno spazio grande quando un dado da cucina sulla rivista, per una sola edizione costava novecento euro, ma non  avrei mai dovuto dirlo. L’obiettivo primario era fissare l’appuntamento, stop! Il condor mi aveva spiegato: “poi ci penserà lui, il consulente, a intortarli!”. Pensavo a come dei ragazzi così giovani, miei coetanei, avessero potuto accettare tutto quello, come potessero realizzare centinaia di telefonate, ripetendo centinaia di volte, a centinaia di persone, la stessa bugia, senza provarne scrupolo, senza avere tentennamenti nella voce. Io ero felice quando chi stava dall’altro capo del filo mi rifiutava. La cosa che non riuscivo a tollerare era che della mera pubblicità venisse spacciata per articolo giornalistico. Era un’offesa all’umana intelligenza, era un modo disonesto di presentare l’offerta al pubblico. Ma soprattutto era un’offesa alla dignità del giornalismo. Io che avevo fatto il giornalista e lo avevo abbandonato per gli stessi motivi sapevo che cosa fosse o dovesse essere una notizia giornalistica. Avevo deciso di non fare il giornalista, dopo diverse esperienze e diversi anni di studio, proprio perché il giornalismo non andava più alla ricerca delle notizie, non era il fattore delle notizie, erano le notizie che gli rincorrevano il culo per morderglielo da dietro la sedia della scrivania. E allora mi dava un fastidio enorme, un bruciore terrificante, un prurito da caduta nelle ortiche, il dover dire che offrivo un servizio giornalistico a quella gente. Dopo le quattro ore di telefonate, nel corso della quali tre quattro volte fui lì lì per andarmene, il condor finalmente si decise, senza alcun preambolo o cortesia, e mi disse “guarda evidentemente hai grossi problemi comunicativi, devo chiederti di liberare la sedia”. Così feci. Avrei voluto darle dell’ignorante e della bugiarda e della fasulla e della corrotta e chissà quante altre cose mi fossero saltate in mente, oppure almeno per una volta essere orgoglioso di me e dire: “io problemi di comunicazione? Li avrai tu, visto che io mi sono laureato in Scienze della Comunicazione con lode e tu al massimo hai un diploma di...”. Ma così non feci e me ne andai. Però, dacchè avevo dimenticato il maglione sulla spalliera nella foga di scappare, cogliendo l’occasione, ritornai indietro e una parolina al condor gliela dissi. Vidi che il mio posto era stato addirittura già occupato da una signora, forse di origine straniera, e il condor le era vicina e le spiegava. Mi avvicinai allora, mi chinai, e dissi: “Oh scusatemi tanto”, afferrai il maglione,  “non vorrei assolutamente lasciare traccia.”

Bè, ecco uno dei tanti casi e delle tante manifestazioni dei Poilifemi live, ovvero dei furbi, degli arroganti, degli spietati senza cuore di cui le nostre società oggi sono piene. Quello di cui mi raccomando vivamente è: se al telefono vi chiama una certa Michela Biagi (dottoressa e non) o un certo Eugenio Zamboni, statelo a sentire con cortesia, fatelo parlare (perché un condor probabilmente starà dietro le sue spalle in quel momento) ma alla fine rispondetegli semplicemente di no, pure se vi offrisse un regalo miliardario.   

 
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