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Un'idea che non sia pericolosa non merita affatto di essere chiamata idea

Oscar Wilde
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Lara Amorisi (del 06/05/2008 @ 14:52:46, in Abbiamo letto, linkato 467 volte)

 

"Da giovane, mi dicono, ero testardo, egoista, a tratti spericolato e lunatico. […] Trascorrevo gran parte del tempo a fantasticare o intraprendere scalate di remote montagne dell’Alaska e del Canada, pinnacoli oscuri, ripidi e spaventosi, di cui nessuno al mondo, eccetto uno sparuto gruppo di fanatici alpinisti, aveva mai sentito parlare. In realtà, da tutto ciò qualcosa di buono uscì. Infatti, concentrando lo sguardo su una vetta dopo l’altra, ebbi modo di non disorientarmi nella fitta nebbia postadolescenziale. L’alpinismo era diventato importante per me.[…]

Nel 1977, seduto su uno sgabello di un bar del Colorado a rimuginare sulle disgrazie della mia esistenza, ebbi l’idea di scalare una montagna chiamata Devil Thumb, un’intrusione di diorite che il lavoro di antichi ghiacciai ha trasformato in una torre di immense e spettacolari proporzioni.Soprattutto al nord, la sua imponenza è mozzafiato: la grande parete settentrionale, che non è mai stata scalata, si staglia liscia e pulita per un paio di chilometri circa, ovvero due volte all’altezza dell’El Capitan, nello Yosemite. Il progetto era di arrivare in Alaska, sciare dalla costa sul ghiaccio per una cinquantina di chilometri e arrampicarmi sul portentoso nordwand. Decisi peraltro che avrei fatto tutto da solo.

All’epoca avevo 23 anni […] I miei calcoli, se così possiamo chiamarli, erano infiammati dalle cieche passioni della giovinezza e da una dieta letteraria troppo ricca di Nietzsche, Kerouac e John Menlove Edward, quest’ultimo scrittore e psichiatra profondamente disturbato che, prima di mettere fine ai propri giorni nel 1958 con una capsula di cianuro, era stato uno degli alpinisti più eminenti del Regno Unito. […]

Avevo un libro in cui era riportata la fotografia del Devil Thumb […] Ricordo che quell’immagine suscitava in me un fascino quasi pornografico. Che sensazione avrei avuto, mi domandavo, a stare in equilibrio su una cresta tagliente come una lama, preoccupato per l’addensarsi di nuvole nere all’orizzonte, piegato contro il vento e il freddo opprimente, a contemplare l’abisso su ogni lato? […]

All’epoca lavoravo a Boulder come carpentiere a tre dollari e cinquanta l’ora. Un pomeriggio, dopo aver passato nove ore a curvare pezzi di cinque centimetri per venticinque, e infilare chiodi da sedici penny, informai il capo che me ne sarei andato.  […] Subito dopo montai in macchina e partii alla volta dell’Alaska. […]

Dopo 4 o 5 chilometri arrivai al confine nevoso e sostituii i ramponi con gli sci. Mettermi quegli aggeggi ai piedi significò togliere quasi dieci chili dal carico sulle spalle e ciò permise di avanzare più velocemente, anche se sotto la neve potevano nascondersi dei crepacci e il percorso quindi diventava pericoloso.  […]

Continuai a trascinarmi sulla vallata di ghiaccio per due giorni. Il tempo era buono, il percorso ben delineato e senza ostacoli. Trovandomi del tutto solo però, ogni cosa, anche la più banale, acquistava un significato più intenso. Il ghiaccio sembrava più freddo e misterioso, il cielo di un blu ancora più limpido, le cime senza nome che troneggiavano intorno erano ancora più grandi, affascinanti e minacciose di quanto non sarebbero state se mi fossi trovato in compagnia di un’altra persona. Analogamente erano amplificate le emozioni: i momenti di euforia erano più intensi e quelli di disperazione più profondi. Per un giovane coraggioso e inebriato dall’evolversi dell’avventura della vita, tutto ciò racchiudeva un fascino enorme. Tre giorni dopo aver lasciato Petersburg, giunsi a piedi della vera e propria calotta dello Stibine, nel punto in  cui il lungo braccio del Baird si unisce al corpo principale di ghiaccio che più sopra fuoriesce da un alto pianoro e s’incanala fra due montagne, dirigendosi verso il mare in una fantasmagoria di ghiaccio in frantumi. Mentre osservavo quello spettacolo a poco più di un chilometro e mezzo di diatzna, per la prima volta dalla partenza dal Colorado mi sentii davvero spaventato. La cascata di ghiaccio era straziata da crepacci e seracchi traballanti che da lontano facevano pensare a una tragedia ferroviaria, come una fila infinita di vagoni bianchi deragliati dal bordo del ghiacciaio e rotolati giù per la scarpata. Più mi avvicinavo a quello scenario e meno mi piaceva. […]

Per buona parte della giornata brancolai in un labirinto bianco, tornando sui miei passi errore dopo errore. Ogni volta pensavo di aver trovato la via d’uscita, ma mi ritrovavo di fronte a una parete blu scura o sopra un pilastro di ghiacci a se stante. I rumori che venivano da sotto i piedi trasmettevano un senso di urgenza ai mie sforzi. […] Misi il piede su un ponte di neve sopra una spaccatura di cui non vedevo il fondo e poco più tardi mi ritrovai nella neve fino al bacino in un altro ponte, ma fortunatamente le aste mi sorressero ed evitai di precipitare per decine e decine di metri. Dopo essermi divincolato, rimasi qualche tempo piegato in due dai conati di vomito al pensiero di come sarebbe stato giocare in un mucchio di neve in fondo a un crepaccio ad aspettare la morte senza che nessuno sapesse come e quando l’avessi incontrata. […] Avevo pianificato di passare fra le tre e le quattro settimane sulla calotta e, per evitare di sopportare un pesante carico di cibo, di attrezzatura invernale da campeggio e di vari strumenti per l’arrampicata durante la risalita dal Baird, avevo dato 150 dollari - ciò che restava dei miei averi - a un pilota di Petersburg, per farmi gettare sei cartoni di provviste dall’aeroplano una volta che avessi raggiunto le pendici del Thumb. Sulla mappa gli avevo mostrato il punto esatto e gli avevo detto di darmi tre giorni per arrivarci. Promise che da quel momento in poi, e non appena il tempo lo avesse permesso, avrebbe sorvolato l’area e effettuato la consegna. […]

Mi svegliai presto la mattina del 11 maggio, col cielo terso e una temperatura relativamente calda, di 7 gradi circa sotto lo zero. Pur spiazzato dal bel tempo e mentalmente impreparato a cominciare l’effettiva scalata, mi affrettai a riempire uno zaino e mi avviai con gli sci verso le pendici del Thumb. Due precedenti spedizioni in Alaska mi avevano insegnato che non si poteva sprecare una delle rare giornate di buon tempo. […] La scalata era talmente ripida ed esposta che mi fece girare la testa. Sotto le suole Vibram la parete precipitava per centinaia di metri verso la scia sporca e segnata dalla valanghe del ghiacciaio Witches Cauldronb. Sopra invece la sporgenza si ergeva con autorità in direzione della cresta finale, a 800 metri di distanza in verticale. Ogni volta che infilavo una delle mie piccozze, la distanza si accorciava di altri 50 centimetri. A tenermi attaccato alla montagna, a tenermi attaccato al mondo, erano soltanto due sottili chiodi di molibdeno al cromo piantati in un centimetro di acqua congelata. Eppure più mi arrampicavo, più mi sentivo a mio agio. Sul principio di ogni scalata, specialmente se solitaria, senti costantemente il richiamo dell’abisso alle spalle, e per resistere devi compiere uno sforzo tremendo e consapevole, non puoi permetterti di abbassare la guardia un solo istante. Il vuoto, col suo canto di sirena, ti fa salire i nervi a fior di pelle, rende i movimenti incerti, goffi, scoordinati. Ma proseguendo la scalata, ti abitui all’esposizione, a stare gomito a gomito col destino, finisci per credere nell’affidabilità delle tue mani, dei tuoi piedi, della tua testa, finisci per fidarti del tuo autocontrollo. Poco a poco l’attenzione si focalizza con tanta intensità che smetti di far caso alle nocche sbucciate, ai crampi alle cosce, allo sfinimento per la concentrazione costante. I tuoi sforzi calano in una sorta di stato di trance, l’arrampicata diventa un sogno a occhi aperti, le ore scivolano come minuti e la zavorra accumulata giorno per giorno - le bollette non pagate, le opportunità sprecate, la polvere sotto il divano, l’inevitabile prigione che ti circonda - temporaneamente svanisce, esclusa dai pensieri da un irresistibile chiarezza di propositi e dalla serietà dell’obiettivo contingente. In simili frangenti senti nel petto qualcosa di prossimo alla felicità, non però quel genere di emozione sul quale contare. Nelle scalate solitarie l’intera impresa è tenuta insieme da una certa temerità, un adesivo non molto affidabile. Quella stessa giornata, mentre ancora stavo sulla facciata settentrionale del Thumb, ebbi modo di sentire quel collante disintegrarsi sotto la piccozza. Dopo aver lasciato la passerella di ghiaccio avevo guadagnato quasi duecento metri di altitudine con ramponi e picozza. Il nastro di acqua congelata era finito a quasi 100 metri, seguito da una friabile corazza di piume di ghiaccio. Pur risultando a mala pena della consistenza adatta a sostenere il peso del corpo, la brina ricopriva la roccia con uno strato di quasi un metro di spessore, per cui continuai ad arrampicarmi. Impercettibilmente, però, la parete si era fatta più ripida, e man mano che s’inclinava lo strato di gelo si assottigliava. Procedevo con ritmo lento e ipnotico - picozza, picozza, rampone, rampone, picozza, piccozza - quando all’improvviso quella sinistra picchiò contro una lastra di diorite pochi centimetri sotto la brina. Provai più a sinistra, a destra, ma non incontrai che roccia. Scoprii che le piume di ghiaccio che mi sostenevano, avevano forse uno spessore di 20 centimetri e la stessa integrità strutturale del pane di granoturco raffermo. Mille metri d’aria sotto i piedi, e mi ritrovavo in equilibrio su un castello di carte. Sentii nella gola l’amaro sapore del panico, mi si annebbiò la vista, cominciai a iperventilarmi e i polpacci presero a tremare. Strisciai un po’ a destra, nella speranza di trovare ghiaccio più profondo, ma non feci che piegare una picozza contro la roccia. Irrigidito dalla paura cominciai a preparare goffamente una via d’uscita. Man mano che scendevo la brina s’inspessiva e dopo una ventina di metri mi ritrovai su un terreno ragionevolmente solido. Feci una lunga pausa per recuperare il controllo dei nervi, poi mi appoggiai agli attrezzi e guardai in su la parete sopra di me, alla ricerca di un qualche buon appiglio, di qualche variazione nello strato sottostante di roccia, di  qualsiasi cosa potesse permettere il passaggio sulle lastre gelate. Guardai finchè il collo non mi fece male, ma non vidi nulla. La scalata era finita. L’unica direzione da seguire era quella verso valle. […]

 

 

 

Da giovane è facile credere che ciò che desideri sia ciò che ti meriti, è facile convincersi che se davvero vuoi qualcosa, è tuo sacrosanto diritto ottenerla. Quando decisi di partire per l’Alaska quell’aprile, ero un giovane immaturo che, come Chris McCandless, aveva scambiato la passione per acume e agiva secondo una logica oscura e lacunosa. Pensavo che scalare il Devil Thumb avrebbe sistemato tutto quello che non andava nella mia esistenza. Di fatto non cambiò nulla, ma mi permise di comprendere che le montagne non sono un buon ricettacolo per i sogni. E sopravvissi per raccontare la mia storia. Il fatto che io, al contrario di Chris, sia sopravvissuto alll’avventura in Alaska, rimane essenzialmente una questione di fortuna. Se non fossi tornato dalla calotta delle Stibine nel 1977, la gente avrebbe fatto presto a dire - così come ora dicono di lui - che avevo desiderato di morire. A diciotto anni di distanza dall’evento riconosco che potevo essere superbo, forse, e incredibilmente ingenuo, senza dubbio, ma di sicuro non ero un suicida. In quella fase della mia giovinezza, la morte rimaneva un concetto astratto come la geometria non euclidea o il matrimonio. Ancora non ne comprendevo il carattere orribilmente definitivo e la devastazione che poteva provocare nelle persone che al defunto avevano consegnato il proprio cuore. Ero attratto dall’oscuro mistero della morte e non potevo resistere, dovevo sporgermi oltre i limiti della sorte per vedere come fosse al di là. L’indizio di quanto si celasse in quelle tenebre mi terrorizzò, ma nel colpo d’occhio scorsi qualcosa, un enigma proibito e primordiale che non era meno irresistibile dei dolci petali nascosti di un sesso femminile. Nel mio caso e, credo, in quello di Chris McCadless, fu qualcosa di molto diverso dal desiderio di morire."

 

 

 

 
Di Francesca Pugliese (del 12/01/2008 @ 23:29:09, in Abbiamo letto, linkato 530 volte)

"C’era una sola stanza in quella grotta dalle pareti annerite dal fumo, in cui un uomo piuttosto basso avrebbe potuto stare in piedi. Qua e là erano stati abbandonati indumenti intrisi di grasso di foca completamente neri. Pesavano in modo incredibile e, mentre passavamo in esame quel luogo tetro che aveva fatto da casa a sei dei nostri uomini migliori, provammo strane sensazioni. Nessun prigioniero rinchiuso in una cella ha mai vissuto in condizioni simili. ”. 

Che cosa prova un uomo in carcere? In una cella d’isolamento? In un campo di prigionia? Ci sono molti libri che raccontano di storie di uomini e di donne costrette in condizioni di isolamento e di privazione che rasentano il limite della sopportazione umana. “L’inferno di ghiaccio” uscito per “Il Saggiatore” nel 2003, nella bella e rigorosa traduzione che ne fa Anna Maria Cossiga, racconta l’incredibile epopea di sei uomini facenti parte di una esplorazione in Antartide costretti a vivere un intero anno all’interno di un igloo.

Nel 1912 una spedizione britannica, al comando di Robert Falcon Scott, raggiunse il Polo Sud per piazzare la bandiera della Corona ma non fu solo preceduta dall’arrivo dei rivali, norvegesi, capitanati da Amundsen ma finì anche in tragedia. La Terra Nova , la nave che avrebbe dovuto dopo il primo anno di ricerche e di campionamenti di minerali e di rilevazioni scientifiche, riportare a casa il gruppo di scienziati, a causa delle avverse condizioni climatiche, non arrivò mai a recuperare gli uomini e dovette abbandonarli sul ghiaccio, con scarsità di viveri e scarsissime probabilità di sopravvivenza. Il gruppo fu condannato a scavare una grotta nel ghiaccio e cibarsi per la lunga notte dell’inverno polare di carne di foca e pinguini. Eroicamente questi uomini, quasi soffocati al fumo delle lampade, tra congelamenti e asfissie, infezioni intestinali, ferite, e l’incubo dello scorbuto ce la fecero e riapparvero ai soccorsi come spettri giunti da un altro mondo. Sei erano i membri della squadra settentrionale guidati dal tenente Victor Campbell, sopravvissero. Uguale sorte non toccò però all’altra squadra capitanata dallo stesso Scott, la quale fu ritrovata congelata nella tenda. Il gelo aveva reso la loro pelle giallastra e trasparente; non ho mai visto niente di più orribile in vita mia. Sembrava che il Padrone [Scott, NdR] avesse dovuto sostenere una dura lotta, al momento della morte, mentre gli altri due sembravano sprofondati in una specie di sonno.”  La morte di Scott gettò nel lutto la Gran Bretagna.

Katherine Lambert ricostruisce in questo libro l’eroica avventura e la storia della missione, ricostruendola per la prima volta in tutti i particolari basandosi sui diari, i disegni, le fotografie, dei protagonisti e soprattutto del medico Murray Levick. "L’Inferno di ghiaccio”, dunque, è la storia di una lotta alla sopravvivenza ma anche di come il coraggio, l’intelligenza, possano portare l’uomo a sopravvivere in condizioni impensabili e, nella fattispecie, in uno degli ambienti più disperanti e inospitali del pianeta.  

 

Qui di seguito alcuni passaggi del libro:

Nel primo anno di ricerche il paesaggio che si presentava agli occhi dei ricercatori: L’aveva definita ‘una straordinaria barriera di ghiaccio, di uno spessore di circa trecento metri, che fende la cresta delle onde insensibili alla loro violenza; è imponente e spettacolare, lontana da qualunque cosa si possa immaginare o concepire”. Immaginate un muro verticale di ghiaccio, alto fra i trenta e i novanta metri, che si staglia improvvisamente davanti a voi da un oceano dove la profondità delle acque si misura in migliaia di metri, a centinaia di chilometri da qualunque terra visibile”. Il 30  e il 31 gennaio due grosse sezioni del costone si staccarono con un boato simile a quello di un tuono, producendo una nuvola enorme di acqua vaporizzata”. Capo Adare era il solo posto dove sapevano di poter trovare una base, e in un punto ben preciso, Ridley Beach, una distesa di basalto coperta di ciottoli ai piedi di una parete di seicento metri”.

Le difficoltà ambientali durante il primo anno: Non possiamo lasciare la nostra piccola spiaggia se non quando il mare è gelato, in inverno e in primavera, perché anche se possiamo scalare la scogliera e raggiungere Capo Adare, quest’ultima montagna è separata dalla terraferma da quelle che si dimostrarono, per Borchgrevink, [esploratore in una precedente missione, NdR] alture inaccessibili. Il mare che ci circonda anche […] gelato nei mesi invernali e primaverili, in estate è spesso coperto da chilometri di pack, che è tenuto in costante movimento e frantumato dalla violenta corrente del Canale di Robertson. Non è quindi possibile attraversarlo né con la slitta né  a piedi.” Da metà maggio sino alla fine di luglio, il sole scomparve del tutto, l’inverno si fece rigidissimo e il mondo dei membri della squadra si ridusse alla vita nelle baracche. Poi, nella prima settimana di agosto, per la prima volta in quasi tre mesi, il disco del sole si mostrò nella sua interezza all’orizzonte, dando il via a una serie di spedizioni in slitta sino ai punti più lontani di quel circoscritto reame. Infine, a metà novembre, giunse la benedetta, per quanto breve, estate antartica.”

In quel primo anno vivevano in una baracca: La baracca rimase gloriosamente in piedi, immune ai venti ciclopici che, accompagnati da tonnellate di detriti, soffiavano quasi senza sosta dalle cime di Capo Adare. Avevano letteralmente impacchettato l’edificio con gomene preventivamente immesse nel petrolio, fissandolo al terreno da tutti e quattro i lati con cavi cementati nella ghiaia […] ‘i sostegni di metallo vibravano in modo sensuale in mezzo alle inesorabili raffiche di vento […] se si fossero staccati, probabilmente saremmo finiti sbattuti di qua e di là come dadi in una scatola’”. E ha portato a riva blocchi enormi di ghiaccio che si sono incuneati lungo la spiaggia, formando, in alcuni punti una parete compatta contro cui vanno ad infrangersi i flutti carichi di frammenti di ghiaccio, spostando blocchi di quasi sessanta chili e alti sino a dieci metri.Le distese di ghiaccio hanno cominciato a strofinarsi l’una contro l’altra e, sulla riva, la pressione doveva essere tremenda. Lungo tutta la costa nord-occidentale si era già formata un’ampia parete alta una decina di metri quando, avvicinandoci, abbiamo visto che questa barriera era una massa semovente di blocchi di ghiaccio, ognuno dei quali doveva pesare varie tonnellate. Quel muro vivo si spostava con moto ondulatorio, diventando più alto ogni minuto, e da esso si staccavano grandi blocchi di ghiaccio che cadevano sulla penisola […]il boato prodotto dallo strofinamento dei ghiacci era impressionante.

Ancora la forza del vento: Abbiamo dovuto metterci a quattro zampe per avanzare”. Abbott, con i suoi quasi novanta chili, fu sbattuto come un sacco vuoto contro una delle gomene che tenevano fissa a terra la baracca”.

 E poi, cessate le speranze di essere recuperati dalla Terra Nova, per loro inizia la sopravvivenza dentro l’igloo: I comfort consistevano in una latrina gelida dove imperversava la diarrea: una cambusa dove l’odore del grasso di foca usato per cucinare e fare luce impregnava capelli, pelle, ed indumenti, oltre a causare agli addetti alla cucina una forte congiuntivite chiamata ‘cecità della stufa’; una zona per dormire e trascorrere le giornate in cui l’aria era così povera di ossigeno che, per due volte, le lampade si spensero e la vita rischiava di fare altrettanto. Questa stanza, la più interna, misurava due metri e settanta per tre e sessanta e aveva un soffitto alto circa un metro e settanta. Vi si accedeva attraverso una porta tanto bassa che Levick, Priestley ed Abbott dovevano entrare carponi…”. Un giorno di aprile mentre cercava di fare le sue cose all’aperto, nel bel mezzo di una notte ventosa, Campbell ha avuto un brutto incidente con i vestiti e ha provato a cambiarseli sul momento; una cosa molto azzardata. Quando è rientrato era in pessime condizioni, poveretto, mezzo svenuto e con un brutto principio di congelamento”. Ho perso il controllo e mi sono bagnato tutti i vestiti. Quando poi sono uscito si sono completamente congelati e quando sono rientrato ero davvero in pessime condizioni”. Perciò per isolare un po’ le pareti della grotta, abbiamo spaccato una serie di blocchi di ghiaccio spessi quasi trenta centimetri e li abbiamo sistemati uno sull’altro contro la parete di ghiaccio, tranne che nell’angolo riservato alla cambusa, dove invece abbiamo appoggiato sul ghiaccio dei grossi sassi piatti da adibire a focolare per bruciare il grasso di foca”. Per prima cosa, per favorire il drenaggio, lo cosparsero di ciottoli di ghiaia, che poi coprirono di alghe secche su cui infine stesero il fondo delle tende. Il pavimento a strati garantiva un ottimo isolamento e fu uno dei successi dell’inverno. Le alghe, l’unica sostanza vegetale con cui sarebbero venuti a contatto, avrebbero potuto essere impiegate anche come condimento, sebbene il loro degrado dovuto all’esposizione al sole e il deturpamento cui erano state sottoposte da generazioni di pinguini non ne avessero certo migliorato il gusto e l’aspetto”.

La fuliggine derivante dal grasso bruciato anneriva inoltre le pareti e il soffitto, aumentando l’oscurità della grotta. Ciò rende ancora più sorprendente il fatto che abbiano continuato diligentemente a tenere un diario”.

Sono convinto che ci siamo salvati per un pelo. Non dobbiamo mai più accendere una fiamma se prima non apriamo la porta di ingresso per lasciare entrare l’aria perché, evidentemente, l’asfissia non dà segni premonitori. E’ stato solo grazie a un colpo di fortuna se ieri non ci siamo spenti come le candele”. Browning squartò una foca e trovò al suo interno trentasei pesci commestibili”. La carne era dura come legno di tasso […] occorrevano vari minuti per riuscire a staccarne un pezzettino, che alla fine veniva via, tutto sbrindellato e sfilacciato per i colpi di martello ricevuti. Per ottenere i frammenti di carne necessari a due stufati, ci voleva tutta la giornata. Le dita del povero addetto mensa, che spesso era costretto a togliersi i guanti per reggere la carne che sembrava cercar di fuggire ai suoi colpi, erano sempre mezzo congelate e coperte di vesciche provocate dal contatto con il metallo  gelido dello scalpello.Se la mattina era stata abbattuta una foca, il ghiaccio impregnato di sangue, veniva aggiunto allo stufato per renderlo più denso. Ingredienti di minor valore nutritivo erano ciuffi di pelo di renna staccati dai sacchi a pelo, sennegras presa dagli scarponi e dai finnesko, frammenti di minerali rimasti attaccati alla carne durante il violento trattamento cui veniva sottoposta…” . "Camminare a qualunque distanza li faceva svenire dalla fatica. Avevano sempre fame”. Cominciò a soffrire di attacchi di diarrea perchè il suo sistema digestivo non tollerava la carne di foca e l’acqua salata”. Le foglie di tè già utilizzate sono state bollite per tre volte e ora le fumiamo. Fumiamo anche scaglie di legno ed è il teck quello che ha il sapore migliore. Adesso nella pipa bruciano allegramente piccioli di uva passa mescolati ai rimasugli della vecchia pipa e la mistura non è niente male”. In queste condizioni spero di non dovermi mai occupare di fratture alle gambe”. "Se il congelamento raggiunge lo strato al di sotto dell’epidermide della mano o del piede, si crea una vescica acquosa proprio come succede con una brutta bruciatura […] Se il congelamento arriva a uno stadio avanzato, i vasi sanguigni non si riprendono, si giunge infine alla cancrena e l’unica speranza di sopravvivenza è l’amputazione”.

 
Di Francesca Pugliese (del 25/06/2007 @ 16:17:34, in Abbiamo letto, linkato 610 volte)

Se occorresse oggi, per forza, dover consigliare a una donna la lettura di un libro, (come se di consigli oggi i giornali non traboccassero), un libro vero, forte, deciso, non tremolante, un libro dalla personalità ben definita, un libro che ha fatto moda pur volendo sin dall’inizio distruggere quelle che erano precedenti, che non solo valesse i soldi per acquistarlo,  ma valesse soprattutto la pena di leggere (di là dai commenti dei critici), un libro che alla fine fosse in grado di lasciare qualcosa e non soltanto il puro ed effimero intrattenimento, di certo “Paura di volare” di Erika Jong non potrebbe mancare nella top ten. Perché è molte cose insieme: è il romanzo della paura di guardarsi dentro ma anche della ricostruzione dell’arduo percorso di risalita verso la fonte di questa paura al fine di ostruirla; ed è dunque un romanzo liberatorio, conturbante, scomodo, aspro, che si legge tutto d’un fiato proprio come tutte quelle cose che sono vere e che dicendo il vero, senza peli sulla lingua, di là dalla ipocrisia, appunto ci regalano qualcosa simile ad un insegnamento (cosa che i buoni libri dovrebbero fare sempre). Paura di volare è il primo romanzo della scrittice, quello meno artefatto, più spontaneo, sincero e ingenuo. Fu pubblicato negli Stati Uniti nel 1973. Si tratta di un romanzo di formazione nel senso che narra le vicende di  una donna di quasi trent’anni, Isadora Wing, la quale, preoccupata del tempo che passa e dei segni indelebili che questo lascia sulla sua pelle, si ritrova per  la prima volta  a fare un serio bilancio della propria esistenza. L’uomo e la donna, il loro eterno gioco d’amore, la paura, la paura di interrogarsi, di dire le cose come sono, di fuggire dalle convenzioni sociali, dalla tranquillità e dalla monotonia di un rapporto che ci ripara, da un matrimonio in crisi per paura della solitudine, è tutto questo che mette in scena. E’ un libro straordinariamente moderno, non solo nel linguaggio (a volte molto spinto come quello di una scrittice di romanzi rosa, del resto amica di Henry Miller e sua allieva)  ma soprattutto perché ripropone tematiche ancora oggi presenti e non ancora risolte. Ovvero l’eterno gioco della coppia, il segreto di un amore duraturo, il tradimento, le fantasie sessuali, cosa fare o non fare quando arriva inevitabilmente il momento in cui il rapporto di coppia cade nella monotonia. In altri termini affronta tutti i temi che oggi sono sapientemente analizzati  in lunghe sedute inconcludenti di psicoterapia e da altrettanti libri di psicologia sulla coppia, altrettanto aleatori come l’aria fritta.  

 
Di Rosanna Orri (del 25/06/2007 @ 15:02:23, in Abbiamo letto, linkato 1655 volte)

  

Da “In mezzo scorre il fiume” è stato tratto anche un film di Robert Redford con Brad Pitt, qualche anno fa, eppure si tratta di un libro che pochi conoscono. E invece bisognerebbe che lo leggessero in molti, sempre di più, perché regala molto, è breve, in esso nulla è eccessivo ed è estremamente rivelativo. E’ un libro gustoso nel vero senso della parola, leggendolo vorrete andare a vivere sulla riva di un fiume, del mare, di un qualsiasi corso d’acqua e pescare o veder pescare gli altri, ma vi verrà voglia anche di avere un fratello, e rimpiangerete di non aver con lui un rapporto migliore o di non avere avuto o di non avere maggiori occasioni per giocare assieme, per andare lontani dal lavoro e dalla città a divertirvi. E’ un libro molto semplice ma complesso perché è la storia di un fratello che specchiandosi nell’immagine di suo fratello nell’unico momento e nell’unica attività in cui riesce a stargli vicino, ovvero la pesca, (perché la pesca è l’unica cosa che condividono e amano allo stesso modo), cerca di riconoscersi, di autoanalizzarsi, di capire chi è, che cosa ha in comune con l’uomo che gli è davanti e biologicamente proviene dalla sua stessa famiglia, l’uomo con cui è cresciuto, ha pianto, l’uomo con cui è stato a pesca in centinaia di occasioni nelle quali il loro vecchio padre era aitante e forte. E arriva alla conclusione che è impossibile farlo dacchè suo fratello è diametralmente diverso da lui e lo è sempre stato. Eppure questo non lo esime dall’amarlo, perché amare un fratello ha più senso di ogni altra cosa, sebbene un fratello sia un attaccabrighe, un donnaiolo, un ubriacone. Perché suo fratello ad ogni modo ha il suo stesso sangue, il suo stesso orgoglio, la sua stessa cocciutaggine di irlandese trapiantato nel Montana, la stessa dignità di loro padre, e perché suo fratello è il più grande pescatore di trote dell’intero Stato ed è la cosa che gli riesce meglio e perché avrebbe amato fare solo quello nella sua vita e non aver dovuto lavorare seppure abbia sempre lavorato senza chiedere sconti. E anche perché suo fratello ha malmenato gli smargiassi che da piccolo tiranneggiavano lui, perché suo fratello ha un gangio da atterrare un bisonte e perchè suo fratello, sebbene le notti in prigione, le innumerevoli risse, è sempre suo fratello ed è l’unica cosa che conta.   

“In mezzo scorre il fiume” è anche uno dei pochi romanzi (è un romanzo breve) che parla di pesca, e in particolare di pesca a mosca che è la specialità, l’amore, se non l’unica ragione di vita per i due protagonisti, questi due fratelli del Montana che hanno imparato dal loro vecchio padre l’arte finissima di questa specialità. La pesca di “In mezzo scorre il fiume” però non è la pesca, o anche la caccia di Hemingway e di Faulkner, ovvero il campo in cui gli uomini diventano uomini e in cui ci si misura a colpi di virilità , e non è nemmeno una palestra di vita, così come non è la metafora della lotta tra il bene e il male, o la semantica dell’ottusità dell’uomo nel suo strenue confronto autodistruttivo con la Natura. E’ semplicemente ciò che tiene uniti, non solo al filo del ricordo di ciò che erano, questi due fratelli, questi due individui diversissimi, con due personalità opposte, i quali attraverso di essa cercano di capirsi, di studiarsi, di ripercorrere le proprie esistenze, i loro ricordi.  

Norman Maclean ha lavorato molti anni come taglialegna nei luoghi, nei boschi, nelle montagne che ha narrato e meravigliosamente descritto nel libro.  Dopo una carriera di professore universitario a Chicago ha esordito nientemeno che a 74 anni con questa perla narrativa in cui tutto è magnifico e calibrato alla perfezione,  dalla disanima dei sentimenti alla descrizione dei fiumi, delle pozze, delle trote, delle rocce acuminate tra le quali sembra sentire il gorgoglio dell’acqua furente, assistere allo spumeggiare della corrente, essere abbagliati dal fulmine argentato che il dorso della trota che salta e si inabissa fa baluginare.  

 Tu sei troppo giovane per aiutare gli altri, e io sono troppo vecchio. E per aiutare non intendo essere gentile e premuroso e regalare soldi o servire gelatina di frutta. Aiutare qualcuno significa dare una parte di se stessi a chi la accetta volentieri e ne ha un assoluto bisogno. Così accade che di rado si riesce ad aiutare qualcuno. O non sappiamo quale parte di noi dare, oppure non abbiamo voglia di darne alcuna. Inoltre, quasi sempre chi ha bisogno di una parte di noi non la vuole. E ancora più spesso, non abbiamo la parte di cui l’altro ha bisogno”.

 “In mezzo scorre il fiume” scorre tra le mani con la velocità con cui si ascolterebbe la narrazione dei ricordi di un uomo davanti ad un caminetto. Perché siamo ormai disabituati all’ascolto e alla lettura di “semplici” racconti, oggi che anche il libro più disimpegnato e insignificante abusa di frasi incidentali, digressioni, subordinate che vogliono spiegare spiegare spiegare per condurre forzatamente il lettore dove l’autore vuole e che hanno come unico fine quello di stancare e annoiare. La prova che non c’è bisogno di splatter omicidi assassini medici legali sesso paranoico per tenere incollato un lettore ad un libro è questo libro. E in più Maclean rilassa ed è meno costoso di un week-end in una beauty-farm!  

 
Di Lara Amorisi (del 24/06/2007 @ 00:20:00, in Abbiamo letto, linkato 560 volte)

 

Tolstoy assistette all’esecuzione della Sonata a Kreutzer di Beethoven per la prima volta la in casa di amici. Adorava la musica ma prima di quella sera non l’aveva mai udita. Gli risultò straordinaria. Ne rimase talmente e terribilmente colpito da pensare che Beethoven fosse un suo fratello spirituale e l’avesse scritta al solo fine di comunicare con spiriti simili al suo. Mai altra musica era riuscita più possentemente a comunicare uno stato d’animo, delle percezioni così vividamente, così perentoriamente. Si convinse che il compositore avesse scritto quella musica per animi affini a quello con cui il caleidoscopico suo personaggio si confrontava in quel momento determinato della sua vita. Al protagonista del racconto egli infatti farà dire che, frattanto che udiva quella musica, gli pareva di vedere tutto più nitidamente e di penetrare nel senso autentico che aveva dovuto penetrare Beethoven stesso. Improvvisamente capiva, intuiva ogni cosa. Allora, guardandosi attorno, fu sorpreso dalla forza di penetrazione visiva che lo portava ad esaminare la realtà con occhi nuovi, capaci di una supervisuale, capaci di identificare tutta la grossolanità dei costumi che lo circondavano, la fittizia e surrettizia falsità delle relazioni sociali, l’interesse e l’egoismo che si imperniava sul rapporto uomo–donna. Nel rapporto uomo-donna si esprimeva in nuce la costrizione della vita sociale e mondana, soprattutto cittadina, ma in effetti la natura falsa delle relazioni umane. Esso, il matrimonio, era il simbolo della corruzione del vivere associato, della amoralità della nuova società emergente borghese la quale prendeva piede in Russia. Aveva già raccontato, ancor prima, i salotti dell’aristocrazia in “Guerra e Pace”. Adesso non esisteva semplicemente più l’amore così come non esisteva la verità e la sincerità tra un uomo e una donna. Il matrimonio nella sua vera essenza era stato denaturalizzato, imbarbarito da pizzi, cipria e merletti. Il matrimonio borghese era un contratto, non era più la santa unione cristiana, finalizzata alla procreazione, era stato prostituito all’interesse. Veniva fuori cioè tutta una mandria di società piccolo borghese, volgare, commerciale, affarista, massificata, che vedeva in esso, nella congiunzione uomo-donna l’arma di una facile ascesa sociale e una modalità semplice semplice di accaparramento economico. Il matrimonio come fine ultimo di un arte della dissoluzione, di una prostituzione “diplomatica” a cui le madri per prime, e poi la società, istruivano la nuova classe di giovani e meno giovani. “Dite pure a una mamma o alla ragazza stessa la verità che lei non sta facendo altro che accalappiare un fidanzato: Dio che oltraggio! E in realtà invece non fanno altro e non hanno nient’altro da fare”

 

 Ascolta un estratto: Sonata numero 9 in La maggiore op. 47  "a Kreutzer" per violino e pianoforte.

1) Adagio sostenuto, Presto

Mentre egli ascoltava quella musica non riusciva a capacitarsi dell’oltraggio che i merletti, le scollature, le frivolezze esposte dalle donne che erano con lui in quel momento nel salotto ad ascoltare, il loro becchettare e ridere di levità, le loro dentature smaglianti, le loro poppe impudicamente esposte, le libertà, gli ammiccamenti, gli sguardi leziosi, producesse nella dignità e nella postura di un uomo per bene quale lui era. Quella musica amplificava, eccitava come una droga i sensi e svelava il postribolo che in realtà costituivano quel genere di occasioni di frequentazione mondana in cui uomini e donne erano fianco fianco. Beethoven mostrava nudo con tutte le sue pulegge, gli architravi, i trucchi e i belletti l’artificialità e l’arteficiosità di quel Paradiso, donava la supervista in quanto faceva notare, rendeva bruscamente sensibili di particolari che la vita mondana ormai dava per comuni, aveva reso generalizzate e prive di ogni novità scandalosa. 

E Tolstoy con la "Sonata a Kreutzer" volle raccontare tutto questo, non tanto l’affermazione quanto l’accettazione di modi, di codici, di costumi di cattivo gusto, l’affermarsi di un certe pratiche che si erano così insinuate nella società tanto da essere penetrate nell’intesa tra un uomo e una donna osando attribuirsi nome di amore.

“Una delle cose più tormentose per chi è geloso (e nella nostra vita di società sono gelosi tutti) sono talune circostanze mondane in cui è consentita la più ampia e pericolosa confidenza tra uomo e donna. Si diventerebbe lo zimbello di tutti ad ostacolare la confidenza ai balli, la confidenza dei dottori con le pazienti, la confidenza alle lezioni di arte, pittura, soprattutto di musica…Ma intanto tutti sanno che proprio grazie e a queste lezioni, quelle di musica in particolare, si verificano anche gran parte degli adulteri della nostra società.”  

 Che razza di confusione! Su mille uomini che si sposano, non solo nel nostro ambiente ma anche tra il popolo è difficile trovarne anche uno solo che non sia già stato sposato prima del matrimonio una decina di volte, se non addirittura cento o mille come Don Giovanni”.

Tolstoy dice, non te le manda a dire. Se c’è stato un romanziere che ha detto, che ha dichiarato, senza falsi artifizi letterari, senza occultare le sue idee, le sue idiosincrasie, le sue teologie, dietro alle trame, ai personaggi, che non si è risparmiato nel servirsi del romanzo ma ha comunicato mediante e sopra di esso questo è lui. Tolstoy è dappertutto, in ogni piega, in ogni villaggio, a Mosca, a Pietroburgo, in ogni salotto, in ogni palazzo, in ogni epoca, a Sebastapoli, a Lucerna ed è sempre al di sopra dei suoi personaggi pur non essendo nessuno di essi. E’ il deus ex machina che li guida, scrive facendoli muovere autonomamente ma non si stacca mai da essi, non li abbandona, li trascina, li pungola. Tolstoy  non è Balzac, non è Hugo, egli non allude, lancia strali, è cinico, rozzo, duro, perentorio ed è sempre uno scrittore filosofo, più che uno chef artistico, ha una sua pedagogia per adulti. Un uomo seduto in treno dunque comincia a raccontare di come ha compiuto un uxoricidio e per farlo deve raccontare la sua vita matrimoniale e per farlo Tolstoy lo lascia libero di parlare del contorno, ovvero della società in cui esso si attua e consuma, e come questa interpreta l’unione coniugale. Quest’uomo, davvero, è come se parlasse dell’oggi anziché dell’Ottocento, della situazione come dire, amorosa, odierna, e parlasse a noi nell’anno 2007 e vedesse quel che accade oggi. 

“In città la gente infelice vive meglio. In città uno può viverci cent’anni senza rendersi conto che da tempo è morto e imputridito. Di far mente locale con se stessi non c’è tempo, si è sempre occupati. Affari, la vita di società, la salute, l’arte, la salute dei figli, la loro educazione. Ora devi ricevere tizio o caio, andare dall’uno o dall’altro; poi devi andare a vedere quella, ascoltare questo e quell’altra. In città infatti, in qualsiasi momento ci sono una, o anche due tre celebrità che non si possono perdere in nessun modo. Ora bisogna curare se stessi o questo o quello, poi insegnanti, ripetitori, istitutrici e la vita, però, è bell’e vuota! Beh, noi vivevamo così  e sentivamo meno la pena della convivenza.”

 “Siamo solo noi uomini a non sapere e non sapremo perché non vogliamo sapere; le donne invece sanno molto bene che il più alto e poetico amore  - come lo chiamiamo noi – non dipende dalle qualità morali, ma dall’intimità fisica e poi dalla pettinatura, dal colore e dal taglio del vestito. Provate a chiedere a un’esperta civetta che si ponga il problema di conquistare un uomo se preferirebbe, davanti all’uomo che vuole affascinare, essere tacciata di falsità di crudeltà o persino di dissolutezza o se preferirebbe mostrarsi a lui con un vestito brutto e malfatto: preferiranno tutte la prima cosa. Lei sa perfettamente che il nostro uomo quando parla di sentimenti elevati mente sempre, che a lui serve solo il corpo e che perciò perdonerebbe qualsiasi porcheria, mentre un vestito sgraziato, di cattivo gusto o di un brutto colore non lo perdonerebbe mai! Di questo la civetta è consapevole, ma anche la fanciulla innocente sa d’istinto, come lo sanno gli animali. Ecco il perché di questi schifosi jersey, di questi sgonfi sul sedere, sulle spalle e braccia nude e di questo petto seminudo. Le donne soprattutto quelle educate alla scuola degli uomini, sanno molto bene che i discorsi su argomenti elevati sono soli discorsi, che all’uomo serve il corpo e tutto ciò che lo rende il più possibile seducente; ed è proprio così che fanno. Se solo abbandonassimo l’abitudine a questo orrore che è divenuto per noi una seconda natura e guardassimo alla vita delle nostre classi elevate così com’è, in tutta la sua svergognatezza, non vedremmo altro che un’unica casa di tolleranza.”

Adesso, poi garantiscono di rispettarla. C’è chi le cede il posto, chi le raccoglie il fazzolettino; e chi invece riconosce il suo diritto ad accedere ad ogni tipo di mansione, a partecipare alla pubblica amministrazione ecc. Fanno, fanno, ma il loro atteggiamento è sempre lo stesso: ella rimane uno strumento di piacere. Il suo corpo è un mezzo di piacere. E lei questo lo sa.”   

 

 

 

 
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