Tolstoy assistette all’esecuzione della Sonata a Kreutzer di Beethoven per la prima volta la in casa di amici. Adorava la musica ma prima di quella sera non l’aveva mai udita. Gli risultò straordinaria. Ne rimase talmente e terribilmente colpito da pensare che Beethoven fosse un suo fratello spirituale e l’avesse scritta al solo fine di comunicare con spiriti simili al suo. Mai altra musica era riuscita più possentemente a comunicare uno stato d’animo, delle percezioni così vividamente, così perentoriamente. Si convinse che il compositore avesse scritto quella musica per animi affini a quello con cui il caleidoscopico suo personaggio si confrontava in quel momento determinato della sua vita. Al protagonista del racconto egli infatti farà dire che, frattanto che udiva quella musica, gli pareva di vedere tutto più nitidamente e di penetrare nel senso autentico che aveva dovuto penetrare Beethoven stesso. Improvvisamente capiva, intuiva ogni cosa. Allora, guardandosi attorno, fu sorpreso dalla forza di penetrazione visiva che lo portava ad esaminare la realtà con occhi nuovi, capaci di una supervisuale, capaci di identificare tutta la grossolanità dei costumi che lo circondavano, la fittizia e surrettizia falsità delle relazioni sociali, l’interesse e l’egoismo che si imperniava sul rapporto uomo–donna. Nel rapporto uomo-donna si esprimeva in nuce la costrizione della vita sociale e mondana, soprattutto cittadina, ma in effetti la natura falsa delle relazioni umane. Esso, il matrimonio, era il simbolo della corruzione del vivere associato, della amoralità della nuova società emergente borghese la quale prendeva piede in Russia. Aveva già raccontato, ancor prima, i salotti dell’aristocrazia in “Guerra e Pace”. Adesso non esisteva semplicemente più l’amore così come non esisteva la verità e la sincerità tra un uomo e una donna. Il matrimonio nella sua vera essenza era stato denaturalizzato, imbarbarito da pizzi, cipria e merletti. Il matrimonio borghese era un contratto, non era più la santa unione cristiana, finalizzata alla procreazione, era stato prostituito all’interesse. Veniva fuori cioè tutta una mandria di società piccolo borghese, volgare, commerciale, affarista, massificata, che vedeva in esso, nella congiunzione uomo-donna l’arma di una facile ascesa sociale e una modalità semplice semplice di accaparramento economico. Il matrimonio come fine ultimo di un arte della dissoluzione, di una prostituzione “diplomatica” a cui le madri per prime, e poi la società, istruivano la nuova classe di giovani e meno giovani. “Dite pure a una mamma o alla ragazza stessa la verità che lei non sta facendo altro che accalappiare un fidanzato: Dio che oltraggio! E in realtà invece non fanno altro e non hanno nient’altro da fare”
Ascolta un estratto: Sonata numero 9 in La maggiore op. 47 "a Kreutzer" per violino e pianoforte.
1) Adagio sostenuto, Presto
Mentre egli ascoltava quella musica non riusciva a capacitarsi dell’oltraggio che i merletti, le scollature, le frivolezze esposte dalle donne che erano con lui in quel momento nel salotto ad ascoltare, il loro becchettare e ridere di levità, le loro dentature smaglianti, le loro poppe impudicamente esposte, le libertà, gli ammiccamenti, gli sguardi leziosi, producesse nella dignità e nella postura di un uomo per bene quale lui era. Quella musica amplificava, eccitava come una droga i sensi e svelava il postribolo che in realtà costituivano quel genere di occasioni di frequentazione mondana in cui uomini e donne erano fianco fianco. Beethoven mostrava nudo con tutte le sue pulegge, gli architravi, i trucchi e i belletti l’artificialità e l’arteficiosità di quel Paradiso, donava la supervista in quanto faceva notare, rendeva bruscamente sensibili di particolari che la vita mondana ormai dava per comuni, aveva reso generalizzate e prive di ogni novità scandalosa.
E Tolstoy con la "Sonata a Kreutzer" volle raccontare tutto questo, non tanto l’affermazione quanto l’accettazione di modi, di codici, di costumi di cattivo gusto, l’affermarsi di un certe pratiche che si erano così insinuate nella società tanto da essere penetrate nell’intesa tra un uomo e una donna osando attribuirsi nome di amore.
“Una delle cose più tormentose per chi è geloso (e nella nostra vita di società sono gelosi tutti) sono talune circostanze mondane in cui è consentita la più ampia e pericolosa confidenza tra uomo e donna. Si diventerebbe lo zimbello di tutti ad ostacolare la confidenza ai balli, la confidenza dei dottori con le pazienti, la confidenza alle lezioni di arte, pittura, soprattutto di musica…Ma intanto tutti sanno che proprio grazie e a queste lezioni, quelle di musica in particolare, si verificano anche gran parte degli adulteri della nostra società.”
“Che razza di confusione! Su mille uomini che si sposano, non solo nel nostro ambiente ma anche tra il popolo è difficile trovarne anche uno solo che non sia già stato sposato prima del matrimonio una decina di volte, se non addirittura cento o mille come Don Giovanni”.
Tolstoy dice, non te le manda a dire. Se c’è stato un romanziere che ha detto, che ha dichiarato, senza falsi artifizi letterari, senza occultare le sue idee, le sue idiosincrasie, le sue teologie, dietro alle trame, ai personaggi, che non si è risparmiato nel servirsi del romanzo ma ha comunicato mediante e sopra di esso questo è lui. Tolstoy è dappertutto, in ogni piega, in ogni villaggio, a Mosca, a Pietroburgo, in ogni salotto, in ogni palazzo, in ogni epoca, a Sebastapoli, a Lucerna ed è sempre al di sopra dei suoi personaggi pur non essendo nessuno di essi. E’ il deus ex machina che li guida, scrive facendoli muovere autonomamente ma non si stacca mai da essi, non li abbandona, li trascina, li pungola. Tolstoynon è Balzac, non è Hugo, egli non allude, lancia strali, è cinico, rozzo, duro, perentorio ed è sempre uno scrittore filosofo, più che uno chef artistico, ha una sua pedagogia per adulti. Un uomo seduto in treno dunque comincia a raccontare di come ha compiuto un uxoricidio e per farlo deve raccontare la sua vita matrimoniale e per farlo Tolstoy lo lascia libero di parlare del contorno, ovvero della società in cui esso si attua e consuma, e come questa interpreta l’unione coniugale. Quest’uomo, davvero, è come se parlasse dell’oggi anziché dell’Ottocento, della situazione come dire, amorosa, odierna, e parlasse a noi nell’anno 2007 e vedesse quel che accade oggi.
“In città la gente infelice vive meglio. In città uno può viverci cent’anni senza rendersi conto che da tempo è morto e imputridito. Di far mente locale con se stessi non c’è tempo, si è sempre occupati. Affari, la vita di società, la salute, l’arte, la salute dei figli, la loro educazione. Ora devi ricevere tizio o caio, andare dall’uno o dall’altro; poi devi andare a vedere quella, ascoltare questo e quell’altra. In città infatti, in qualsiasi momento ci sono una, o anche due tre celebrità che non si possono perdere in nessun modo. Ora bisogna curare se stessi o questo o quello, poi insegnanti, ripetitori, istitutrici e la vita, però, è bell’e vuota! Beh, noi vivevamo cosìe sentivamo meno la pena della convivenza.”
“Siamo solo noi uomini a non sapere e non sapremo perché non vogliamo sapere; le donne invece sanno molto bene che il più alto e poetico amore- come lo chiamiamo noi – non dipende dalle qualità morali, ma dall’intimità fisica e poi dalla pettinatura, dal colore e dal taglio del vestito. Provate a chiedere a un’esperta civetta che si ponga il problema di conquistare un uomo se preferirebbe, davanti all’uomo che vuole affascinare, essere tacciata di falsità di crudeltà o persino di dissolutezza o se preferirebbe mostrarsi a lui con un vestito brutto e malfatto: preferiranno tutte la prima cosa. Lei sa perfettamente che il nostro uomo quando parla di sentimenti elevati mente sempre, che a lui serve solo il corpo e che perciò perdonerebbe qualsiasi porcheria, mentre un vestito sgraziato, di cattivo gusto o di un brutto colore non lo perdonerebbe mai! Di questo la civetta è consapevole, ma anche la fanciulla innocente sa d’istinto, come lo sanno gli animali. Ecco il perché di questi schifosi jersey, di questi sgonfi sul sedere, sulle spalle e braccia nude e di questo petto seminudo. Le donne soprattutto quelle educate alla scuola degli uomini, sanno molto bene che i discorsi su argomenti elevati sono soli discorsi, che all’uomo serve il corpo e tutto ciò che lo rende il più possibile seducente; ed è proprio così che fanno. Se solo abbandonassimo l’abitudine a questo orrore che è divenuto per noi una seconda natura e guardassimo alla vita delle nostre classi elevate così com’è, in tutta la sua svergognatezza, non vedremmo altro che un’unica casa di tolleranza.”
“Adesso, poi garantiscono di rispettarla. C’è chi le cede il posto, chi le raccoglie il fazzolettino; e chi invece riconosce il suo diritto ad accedere ad ogni tipo di mansione, a partecipare alla pubblica amministrazione ecc. Fanno, fanno, ma il loro atteggiamento è sempre lo stesso: ella rimane uno strumento di piacere. Il suo corpo è un mezzo di piacere. E lei questo lo sa.”
Da “In mezzo scorre il fiume” è stato tratto anche un film di Robert Redford con Brad Pitt, qualche anno fa, eppure si tratta di un libro che pochi conoscono. E invece bisognerebbe che lo leggessero in molti, sempre di più, perché regala molto, è breve, in esso nulla è eccessivo ed è estremamente rivelativo. E’ un libro gustoso nel vero senso della parola, leggendolo vorrete andare a vivere sulla riva di un fiume, del mare, di un qualsiasi corso d’acqua e pescare o veder pescare gli altri, ma vi verrà voglia anche di avere un fratello, e rimpiangerete di non aver con lui un rapporto migliore o di non avere avuto o di non avere maggiori occasioni per giocare assieme, per andare lontani dal lavoro e dalla città a divertirvi. E’ un libro molto semplice ma complesso perché è la storia di un fratello che specchiandosi nell’immagine di suo fratello nell’unico momento e nell’unica attività in cui riesce a stargli vicino, ovvero la pesca, (perché la pesca è l’unica cosa che condividono e amano allo stesso modo), cerca di riconoscersi, di autoanalizzarsi, di capire chi è, che cosa ha in comune con l’uomo che gli è davanti e biologicamente proviene dalla sua stessa famiglia, l’uomo con cui è cresciuto, ha pianto, l’uomo con cui è stato a pesca in centinaia di occasioni nelle quali il loro vecchio padre era aitante e forte. E arriva alla conclusione che è impossibile farlo dacchè suo fratello è diametralmente diverso da lui e lo è sempre stato. Eppure questo non lo esime dall’amarlo, perché amare un fratello ha più senso di ogni altra cosa, sebbene un fratello sia un attaccabrighe, un donnaiolo, un ubriacone. Perché suo fratello ad ogni modo ha il suo stesso sangue, il suo stesso orgoglio, la sua stessa cocciutaggine di irlandese trapiantato nel Montana, la stessa dignità di loro padre, e perché suo fratello è il più grande pescatore di trote dell’intero Stato ed è la cosa che gli riesce meglio e perché avrebbe amato fare solo quello nella sua vita e non aver dovuto lavorare seppure abbia sempre lavorato senza chiedere sconti. E anche perché suo fratello ha malmenato gli smargiassi che da piccolo tiranneggiavano lui, perché suo fratello ha un gangio da atterrare un bisonte e perchè suo fratello, sebbene le notti in prigione, le innumerevoli risse, è sempre suo fratello ed è l’unica cosa che conta.
“In mezzo scorre il fiume” è anche uno dei pochi romanzi (è un romanzo breve) che parla di pesca, e in particolare di pesca a mosca che è la specialità, l’amore, se non l’unica ragione di vita per i due protagonisti, questi due fratelli del Montana che hanno imparato dal loro vecchio padre l’arte finissima di questa specialità. La pesca di “In mezzo scorre il fiume” però non è la pesca, o anche la caccia di Hemingway e di Faulkner, ovvero il campo in cui gli uomini diventano uomini e in cui ci si misura a colpi di virilità , e non è nemmeno una palestra di vita, così come non è la metafora della lotta tra il bene e il male, o la semantica dell’ottusità dell’uomo nel suo strenue confronto autodistruttivo con la Natura. E’ semplicemente ciò che tiene uniti, non solo al filo del ricordo di ciò che erano, questi due fratelli, questi due individui diversissimi, con due personalità opposte, i quali attraverso di essa cercano di capirsi, di studiarsi, di ripercorrere le proprie esistenze, i loro ricordi.
Norman Maclean ha lavorato molti anni come taglialegna nei luoghi, nei boschi, nelle montagne che ha narrato e meravigliosamente descritto nel libro.Dopo una carriera di professore universitario a Chicago ha esordito nientemeno che a 74 anni con questa perla narrativa in cui tutto è magnifico e calibrato alla perfezione, dalla disanima dei sentimenti alla descrizione dei fiumi, delle pozze, delle trote, delle rocce acuminate tra le quali sembra sentire il gorgoglio dell’acqua furente, assistere allo spumeggiare della corrente, essere abbagliati dal fulmine argentato che il dorso della trota che salta e si inabissa fa baluginare.
“Tu sei troppo giovane per aiutare gli altri, e io sono troppo vecchio. E per aiutare non intendo essere gentile e premuroso e regalare soldi o servire gelatina di frutta. Aiutare qualcuno significa dare una parte di se stessi a chi la accetta volentieri e ne ha un assoluto bisogno. Così accade che di rado si riesce ad aiutare qualcuno. O non sappiamo quale parte di noi dare, oppure non abbiamo voglia di darne alcuna. Inoltre, quasi sempre chi ha bisogno di una parte di noi non la vuole. E ancora più spesso, non abbiamo la parte di cui l’altro ha bisogno”.
“In mezzo scorre il fiume” scorre tra le mani con la velocità con cui si ascolterebbe la narrazione dei ricordi di un uomo davanti ad un caminetto. Perché siamo ormai disabituati all’ascolto e alla lettura di “semplici” racconti, oggi che anche il libro più disimpegnato e insignificante abusa di frasi incidentali, digressioni, subordinate che vogliono spiegare spiegare spiegare per condurre forzatamente il lettore dove l’autore vuole e che hanno come unico fine quello di stancare e annoiare. La prova che non c’è bisogno di splatter omicidi assassini medici legali sesso paranoico per tenere incollato un lettore ad un libro è questo libro. E in più Maclean rilassa ed è meno costoso di un week-end in una beauty-farm!
Se occorresse oggi, per forza, dover consigliare a una donna la lettura di un libro, (come se di consigli oggi i giornali non traboccassero), un libro vero, forte, deciso, non tremolante, un libro dalla personalità ben definita, un libro che ha fatto moda pur volendo sin dall’inizio distruggere quelle che erano precedenti, che non solo valesse i soldi per acquistarlo,ma valesse soprattutto la pena di leggere (di là dai commenti dei critici), un libro che alla fine fosse in grado di lasciare qualcosa e non soltanto il puro ed effimero intrattenimento, di certo “Paura di volare” di Erika Jong non potrebbe mancare nella top ten. Perché è molte cose insieme: è il romanzo della paura di guardarsi dentro ma anche della ricostruzione dell’arduo percorso di risalita verso la fonte di questa paura al fine di ostruirla; ed è dunque un romanzo liberatorio, conturbante, scomodo, aspro, che si legge tutto d’un fiato proprio come tutte quelle cose che sono vere e che dicendo il vero, senza peli sulla lingua, di là dalla ipocrisia, appunto ci regalano qualcosa simile ad un insegnamento (cosa che i buoni libri dovrebbero fare sempre). Paura di volare è il primo romanzo della scrittice, quello meno artefatto, più spontaneo, sincero e ingenuo. Fu pubblicato negli Stati Uniti nel 1973. Si tratta di un romanzo di formazione nel senso che narra le vicende diuna donna di quasi trent’anni, Isadora Wing, la quale, preoccupata del tempo che passa e dei segni indelebili che questo lascia sulla sua pelle, si ritrova perla prima voltaa fare un serio bilancio della propria esistenza. L’uomo e la donna, il loro eterno gioco d’amore, la paura, la paura di interrogarsi, di dire le cose come sono, di fuggire dalle convenzioni sociali, dalla tranquillità e dalla monotonia di un rapporto che ci ripara, da un matrimonio in crisi per paura della solitudine, è tutto questo che mette in scena. E’ un libro straordinariamente moderno, non solo nel linguaggio (a volte molto spinto come quello di una scrittice di romanzi rosa, del resto amica di Henry Miller e sua allieva)ma soprattutto perché ripropone tematiche ancora oggi presenti e non ancora risolte. Ovvero l’eterno gioco della coppia, il segreto di un amore duraturo, il tradimento, le fantasie sessuali, cosa fare o non fare quando arriva inevitabilmente il momento in cui il rapporto di coppia cade nella monotonia. In altri termini affronta tutti i temi che oggi sono sapientemente analizzatiin lunghe sedute inconcludenti di psicoterapia e da altrettanti libri di psicologia sulla coppia, altrettanto aleatori come l’aria fritta.
Chi sono i Polifemi live? Bè ve ne sono a migliaia, c’è solo l’imbarazzo della scelta! Oggi voglio raccontarvi di uno di loro.
Cercavo lavoro, un lavoro qualunque ma che mi tenesse impegnato solo mezza giornata. Poiché nell’epoca attuale di lavori siffatti la palma d’oro spetta ai call center mi decisi proprio ad inviare curriculum a uno di questi, mediante uno di quei siti in cui offrono lavoro e non si capisce mai di che lavoro di tratta, con tutti quei nomi in inglese che sembrano usciti da un astruso manuale di cibernetica o di robotica: buyer, senior, advisor, cose di questo genere. L’annuncio a cui risposi fu quello pubblicato da una casa editrice, (si fregiava di questo epiteto ma lavorando nel settore non mi risultava che il soggetto avesse mai stampato e commercializzato niente che vi assomigliasse a un libro, neanche un catalogo). Ad ogni modo offriva 600 euro al mese, fissi, ed era ciò che più mi interessava, avesse prodotto anche bulloni. Sapevo del resto troppo bene che le percentuali, i premi, etc, erano solo una fregatura, perché ti facevano lavorare e stringevi alla fine un pugno di mosche. Il giorno dopo mi telefonarono e mi fissarono un "improrogabile" colloquio, a Bologna, in centro. Potevo pure morire ma dovevo essere là a quell’ora o nisba, perché, dissero, avevano bisogno di un telefonista alla svelta. Allora andai. Andai vestito bene, sbarbato, e ripassai come sempre ben bene tutto il mio curriculum.La mattina mi ritrovai in un appartamento molto ampio, con una pavimentazione fatta di moquette spessa color cammello, a tratti quadrettati con contorni verdi come certe sciarpe e certe borse che vendono i marocchini per strada. La titolare del baraccone era una grassona, volgarissima, con il doppio mento, cafona al primo sguardo. Indossava delle zeppe color oro, di quelle che solitamente si vedono ai piedi delle donne arabe e le dita dei piedi erano grosse e dalle unghia corte. Non ho mai giudicato le persone dagli abiti che indossano ma dalla conformazione delle dita dei loro piedi, è una debolezza lo so bene. La segretaria da dietro il tramezzo mi lanciava occhiate come per dire: “non lasciarti sscoraggiare, è una terribile ma in fondo ha un cuore d’oro.” Mi è sempre capitato di incontrare segretarie di tal genere, non so a voi, e non ho mai ben capito se lo fanno per il mio bene o è tutta una farsa, se capiscono che sono una persona buona, oppure uno dei tanti che bisogna ammansire, ammaliare, o raggirare molto più semplicemenete. La grassona mi fece sedere e mi chiese: “Lei perché è qui?”. Non avevo nemmeno iniziato a parlato che… “sì ma deve saperlo fare questo lavoro”. Non avevo nemmeno parlato che… “badi eh, noi prendiamo solo persone con la spiccata inclinazione comunicativa”. Non avevo nemmeno parlato che… “E quando sarebbe libero: alla sera o alla mattina?" Non avevo nemmeno… “bene, bene il pomeriggio, bene, ci serve proprio quello”. Insomma il “colloquio” fu proprio questo. Non avevo nemmeno parlato che... “bè noi non stiamo ad imbrogliare la gente, paghiamo ogni fine mese, carte da cento, uno sull’altra, ma si deve lavorare con passione”. Passò a spiegarmi poi di che cosa si trattava e mi parve di capire che occorreva telefonare alla gente e proporgli l’acquisto di inserzioni pubblicitarie su una rivista. Dissi allora: “bene, quindi bisogna vendere pubblicità, inserzioni”. Non l'avessi mai detto. La donna si inalberò e credetti che mi stesse mandando via. Precisò molto severamente: “non inserzioni, badi bene: servizi giornalistici”. Mi sedetti infine vicino ad una ragazza e dovetti starla a sentire per due ore per imparare le cose da dire. La ragazza aveva un elenco telefonico fitto fitto di cancellature e sottolineature. Componeva il numero e diceva: “sì pronto sono Michela Biagi dalla redazione di Lusso e Mercati, da Milano. Lusso e mercati è una rivista della New economy che a novembre sarà allegata al quotidiano nazionale Il Giornale e avrà una distribuzione nazionale. Verrà presentata alla fiera della New economy di Milano. Abbiamo selezionato il suo nome attraverso una nostra società di selezione che sulla base di complessi studi e dati statistici di settore ha evidenziato il prestigio della sua ditta e questo per proporle un servizio di grande pregio giornalistico sulla rivista, che avrà, ripeto, una diffusione nazionale e sarà presentata alla fiera della New ecomony che è la fiera della qualità made in Italy e che è promossa da gente del calibro di Alessandro Profumo, Diego Della Valle…Le chiedevo dunque se fosse interessata alla nostra proposta al fine di valorizzare il suo bussiness. Sa, proprio in questi giorni su Roma abbiamo un nostro redattore cheverrà a farle una visita di consulenza se lo desidera e ad esporle nei dettagli i termini della…”. Dopo due, tre, telefonate cominciai ad accorgermi che nella stanza v’erano decine di Michela Biagi che telefonavano e decine di Eugenio Zamboni che facevano lo stesso. Chiesi alla ragazza come mai non rivelassero il loro vero nome e mi rispose fresca come una rosa e con un candore che mi fece sentire un ingenuo che era meglio usare un nome fasullo, così, per motivi di privacy. La stessa risposta me la diede quando cercai di appurare il perché dicesse di telefonare da Milano anzichè da Bologna. Il giorno dopo dovetti andare a fare mezza giornata gratis di prova. Se fossi riuscito a fissare almeno un colloquio, avrei ottenuto l’assunzione. Presi l’elenco telefonico e mi attaccai alla cornetta, ma non riuscii a cavare un ragno dal buco. La gente capiva subito che stavo dicendo balle, che non mi chiamavo Zamboni, che non telefonavo da Milano e forse percepiva che della fantomatica rivista non ve n’era neppure l’ombra. Semplicemente non riuscivo a mentire. Rispondeva il più delle volte una signora che parlava piano piano, quasi sofferente, o un'altra che era gentile e ingenua, oppure, ed era ancora peggio, un tipo che aveva già capito tutto e che mi sbloccava dicendo: “ah, si tratta di pubblicità”. La tipa incaricata dal capo di verificare il mio andamento, intanto, senza alcuna eleganza, si era messa alle mie spalle ed era come un condor che mi scrutava graffiandomi la schiena. Almio fianco v’era una povera patetica rassegnata signora prossima alla pensione che si spacciava per dottoressa e che si dava un grande da fare per portare a casa un appuntamento. Gli altri ragazzi la deridevano ma erano ancora peggio. Erano come alienati e ripetevano sempre la stessa solfa, ogni due minuti, telefonavano, ripetevano la solfa, battevano la cornetta, la riprendevano e via ancora con la stessa solfa, senza cuore, inanimati, la stessa solfa, con la stessa tonalità incolore e priva di calore, e sempre del tutto impersonalmente. Pensavo che non sarei riuscito a durare due giorni con quella procedura ripetitiva, con la scrivania vuota, con il solo telefono e il solo elenco telefonico. Molta gente chiedeva: “e come avete fatto ad avere il mio nome?” Ma guai a dirgli che l’avevamo beccato nelle Pagine Gialle. Era stata Selecta, una società di selezione specializzatissima ad aver fornito il nominativo! Mi avevano edotto sul fatto di non parlare mai di soldi. Sapevo che uno spazio grande quando un dado da cucina sulla rivista, per una sola edizione costava novecento euro, ma nonavrei mai dovuto dirlo. L’obiettivo primario era fissare l’appuntamento, stop! Il condor mi aveva spiegato: “poi ci penserà lui, il consulente, a intortarli!”. Pensavo a come dei ragazzi così giovani, miei coetanei, avessero potuto accettare tutto quello, come potessero realizzare centinaia di telefonate, ripetendo centinaia di volte, a centinaia di persone, la stessa bugia, senza provarne scrupolo, senza avere tentennamenti nella voce. Io ero felice quando chi stava dall’altro capo del filo mi rifiutava. La cosa che non riuscivo a tollerare era che della mera pubblicità venisse spacciata per articolo giornalistico. Era un’offesa all’umana intelligenza, era un modo disonesto di presentare l’offerta al pubblico. Ma soprattutto era un’offesa alla dignità del giornalismo. Io che avevo fatto il giornalista e lo avevo abbandonato per gli stessi motivi sapevo che cosa fosse o dovesse essere una notizia giornalistica. Avevo deciso di non fare il giornalista, dopo diverse esperienze e diversi anni di studio, proprio perché il giornalismo non andava più alla ricerca delle notizie, non era il fattore delle notizie, erano le notizie che gli rincorrevano il culo per morderglielo da dietro la sedia della scrivania. E allora mi dava un fastidio enorme, un bruciore terrificante, un prurito da caduta nelle ortiche, il dover dire che offrivo un servizio giornalistico a quella gente. Dopo le quattro ore di telefonate, nel corso della quali tre quattro volte fui lì lì per andarmene, il condor finalmente si decise, senza alcun preambolo o cortesia, e mi disse “guarda evidentemente hai grossi problemi comunicativi, devo chiederti di liberare la sedia”. Così feci. Avrei voluto darle dell’ignorante e della bugiarda e della fasulla e della corrotta e chissà quante altre cose mi fossero saltate in mente, oppure almeno per una volta essere orgoglioso di me e dire: “io problemi di comunicazione? Li avrai tu, visto che io mi sono laureato in Scienze della Comunicazione con lode e tu al massimo hai un diploma di...”. Ma così non feci e me ne andai. Però, dacchè avevo dimenticato il maglione sulla spalliera nella foga di scappare, cogliendo l’occasione, ritornai indietro e una parolina al condor gliela dissi. Vidi che il mio posto era stato addirittura già occupato da una signora, forse di origine straniera, e il condor le era vicina e le spiegava. Mi avvicinai allora, mi chinai, e dissi: “Oh scusatemi tanto”, afferrai il maglione, “non vorrei assolutamente lasciare traccia.”
Bè, ecco uno dei tanti casi e delle tante manifestazioni dei Poilifemi live, ovvero dei furbi, degli arroganti, degli spietati senza cuore di cui le nostre società oggi sono piene. Quello di cui mi raccomando vivamente è: se al telefono vi chiama una certa Michela Biagi (dottoressa e non) o un certo Eugenio Zamboni, statelo a sentire con cortesia, fatelo parlare (perché un condor probabilmente starà dietro le sue spalle in quel momento) ma alla fine rispondetegli semplicemente di no, pure se vi offrisse un regalo miliardario.
Un primo bilancio dei nostri primi 9 mesi di attività editoriale (da editori in proprio) hanno portato nei nostri scaffali redazionali un cospicuo numero di opere, in gran parte opere di autori esordienti, per il novantanove per cento italiani (di tutte le regioni: chi più chi meno).
La media di dattiloscritti che ogni giorno arriva è di quattro/cinque. Nel fine settimana poi (sabato, domenica), il numero delle ricezioni aumenta fino a sette/otto. La qualità delle opere è alta. Gli italiani dimostrano di scrivere molto bene, dal punto di vista stilistico, e di essere abili costruttori di trame e di strutture narrative. Le fonti letterarie sono eterogenee, i generi i più disparati. Le tematiche, i soggetti, gli intenti, sono molteplici. In Italia c’è più gente che scrive di quanta legge libri altrui. Una prima considerazione su questo assunto è che “Le ceneri di Candore”, la nostra prima pubblicazione, non è stata acquistata da nessuno tra tutti gli autori che ci hanno sottoposto un loro testo, nessuno di essi ha acquistato il volume! Questo capita a molti nostri colleghi. E’ indice che gli autori che spediscono un loro testo ai piccoli e medi editori vogliono essere (giustamente!) pubblicati, eppure non si interessano affatto a che cosa pubblica l’editore presso il quale desidererebbero appunto essere promossi e distribuiti. Ciò vale a dire che non conoscono gli intenti degli editori, il loro programma, la natura delle opere che ritengono valide e in linea con i propri ideali di letteratura. C’è da dire di converso (anche se questo non è giustificativo) che spesso i piccoli e medi e anche grandi marchi editoriali, sebbene i nomi altisonanti delle proprie collane, non posseggono un vero e proprio piano editoriale. E anche che spesso alcuni editori (e questo invece è giustificativo) mettono in piedi delle iniziative (iniziative!) - per non dire degli stratagemmi - atti alla promozione della lettura (la lettura dei propri libri) francamente eccentrici: conosciamo infatti dei casi di editori i quali consentono agli autori di sottoporgli un’opera previo acquisto di propri volumi (cioè non puoi mandarmi un dattiloscritto se prima non compri un mio libro: esistono, credetici!). In questo caso, se fossi al posto di un autore nemmeno io comprerei un libro da questi editori! Ritornando agli autori esordienti (e non solo), probabilmente, gran parte di questi non ritengono essere qualitativamente valida l’offerta dei piccoli editori, non spendono per acquistare un libro dell’editore stesso che li pubblica perché, inconsciamente, è probabile, essi ritengono minore una pubblicazione che non proviene dai grossi nomi dell’editoria. Lo stesso vale per i critici, intendiamoci, per i giornalisti, per tutto il personale “culturale” della filiera del libro.
Non v’è alcun vero interesse da parte di nessuno. Se teniamo in considerazione che le case editrici in Italia sono più o meno cinquemila e che le grandi case editrici sono, diciamo, una trentina (forse meno), se teniamo in debita considerazione che gli stessi autori che si rivolgono ai grandi nomi editoriali passano, dopo o contemporaneamente, ad esporre il loro lavoro ai piccoli e medi editori, ci possiamo rendere benissimo conto che la fonte è sempre una e che un libro che viene selezionato da un grosso nome editoriale è simile a quello selezionato dai piccoli nomi. Però, un autore esordiente, o uno scrittore affermato non spende denari e non si interessa affatto al resto della produzione editoriale italiana restante fuori questi grossi nomi. Se questa debolezza potrebbe essere perdonata in chi scrive e vorrebbe essere pubblicato, e un poco meno in chi scrive ed è famoso, è imperdonabile a mio parere in chi lavora a vario titolo nell’industria culturale. Come in ogni ambito della vita nazionale a ben vedere v’è una forte ipocrisia, superficialità e incompetenza.
Se un grosso nome investe in pubblicità in un libro (che anche il più ingenuo dei critici vede essere un pappone), la schiera di critici e di lavoratori culturali in coro canta le lodi del pappone. Non si ha un’idea precisa di quanti papponi illeggibili e vacui vengono pubblicati dai grandi nomi editoriali! Mi chiedo spesso, passando in libreria, chi mai acquista questi libri e quanti ne vengono venduti! Sono tutti simili a se stessi e non dicono alcunché di innovativo. Soltanto che questi volumi hanno il marchio della grande sigla editoriale e allora il lettore è indotto ad acquistarlo. Come in ogni altro ambito della vita italiana v’è un pressappochismo spaventole. A mio modo di vedere questo accade perché non vi sono veri scopritori, veri critici, veri giornalisti, vere persone competenti e preparati e sensibili e veri intenditori dell’arte letteraria. Basta vedere una trasmissione Rai (quella di quell’intenditore in occhialini il quale si interessa oltre che di letteratura anche di cinema, basta ascoltare con attenzione quel che viene detto dei libri, e quali libri vengono osannati e chi sono gli autori e chi li commenta, oltre al presentatore, quello noto insomma per farsi una domanda e darsi la risposta, mi avete capito!) e si capisce quanta strada bisogna fare e come la produzione e il mondo librario siano lo specchio attuale della società italiana nel suo complesso. Tutto funziona esattamente come nei telegiornali. Se un telegiornale dà una notizia tutti i telegiornali sono costretti a darla per non esser da meno, così noi vediamo cloni di telegiornale: si distinguono solo per le notizie di animali, di clima, di gelati, di sagre, di cinema, etc. Alla stessa stregua, se un autore viene notato da qualcuno allora tutte le voci dell’industria dei media devono riprendere il coro e le giaculatorie e prendere in esame e passare in pasto al pubblico quell’opera. Ma chi è un vero esploratore oggi della produzione culturale del nostro Paese? Pochi, pochissimi, se non nessuno. Tutto lo spazio e tutti i media preferiscono recensire, notare, promuovere solo ciò che è noto, ciò non che hanno scoperto, ma che gli è arrivato, magari ciò che è spinto, spinto non dalla validità intrinseca dell’opera stessa ma di chi sta alle spalle. E’ anche vero che la maggior parte delle piccole e medie case editrici pubblica, per gran parte, autentiche schifezze che non hanno né capo e né coda e lo fa per diversi motivi, non per ultima la motivazione economica. Ma è anche vero però che proprio dai piccoli e medi editori spesso, spessissimo compare il vero e incidente testo da leggere, da dover leggere, l’opera d’arte, il romanzo prezioso. Tuttavia il lettore purtroppo non ne viene a conoscenza. Per quello che riguarda la parte autoriale della produzione letteraria, poi proprio tutti abbiamo sotto gli occhi la situazione cultuale del nostro Paese. Vi sono degli scrittori famosi, già, che vendono molte copie. Ammaniti, De Carlo, Magris, Baricco, Veronesi, etc etc, ma ditemi: quali di questi scrittori rimarrà tra trenta, cinquant’anni? Che cosa scrivono di veramente notevole, che cosa ci dicono della realtà odierna, quali capolavori hanno scritto? Scrivono delle storie! Nient’altro. Nient’altro che esala da esse, che si elevi, che trascenda la trama! Storie o storielline che non hanno nessuna pregnanza artistica se non sociale e civile. Sono storielle di evasione, di intrattenimento, i cui personaggi non hanno l’intento di trasbordare oltre la storia e dirci qualcosa, il criticare qualcosa, parlare della realtà e delle trasformazioni che ci circondano, offrire un qualche contributo di decodifica della realtà . Questo perché si preoccupano non di parlare ma di narrare. Ciò che interessa loro non è competere per chi è più scomodo, per chi turba, per chi incide, per chi dice parole più forti, bensì per mettere in piedi la storia più bella, con più effetti travolgenti. Insomma fanno intrattenimento. Tra cinquant’anni che cosa avremo, da parte loro, di registrato di ciò che è l’oggi? Niente, fumo! Purtroppo anche i piccoli e medi editori hanno questo problema. Si lasciano corrompere. Pubblicano storielle, storie d’intrattenimento, non hanno come visione generale quella di una linea editoriale che vuole raccontare qualcosa. Un editore oggi cioè non si pone come preoccupazione imminente quella di raccontare, di esaminare, di dar voce a una interpretazione di qualcosa, non ha un suo piano editoriale, non dice: “io, la mia casa editrice, il mio obiettivo, è quello di raccontare quest’aspetto, questa tematica, voglio che il mio progetto racconti questo e non quest’altro”. I cataloghi dei nostri colleghi, in maggior parte, sono delle enormi zuppiere di macedonia, v’è di tutto e il contrario di tutto, senza alcuna coerenza tematica, ideologica. La storia più bella, quella che si crede più di significato, bammete!, viene stampata e buttata in pasto ai librai i quali dal canto loro sono invasi da centinaia di titoli che nel giro di sei mesi scompaiono senza lasciare traccia. Allora tutto questo per dare un modesto consiglio agli autori che ci sottopongono i loro libri, e a tutti coloro che vogliono scrivere. Non scrivete se non avete qualcosa da raccontare, nel senso di non scrivere se non si possiede un significato da imprimere a una storia. Non c’è bisogno di storia oggi, ve ne sono a decine, e ormai si è raccontato di tutto: piuttosto scrivete se a monte del vostro progetto v’è un messaggio che volete dare. Non deve essere prioritario né lo stile né la storia, ovvero la trama, DEVE ESSERE prioritario il MESSAGGIO. E’ attorno ad esso, AL MESSAGGIO, a ciò che volete raccontare, che occorre che costruiate una storia. La storia deve essere funzionale al messaggio, non il contrario. Se non v’è un messaggio avrete scritto uno dei tanti libri che ci sono in circolazione, magari pubblicherete e verrete letti ma tra cinquant’anni di quello che avrete scritto non rimarrà nulla. Puntate, ambite all’immortalità. Scrivete per i posteri, questo è un consiglio che mi sento di dare.
Il titolo di questo Blog ha molteplici significati. Significa fuggire da Calipso, fugare Calipso, evitarla, aggirarla, non dargli peso, significato, importanza. Calipso è colei che Omero sceglie per imbrigliare Odisseo a una vita facile, fatta di frutti fecondi e dolci, natura, mare, meraviglie, sesso, bellezza, e soprattutto immortalità. E’ lei che promette ad Odisseo, qualora lui avesse scelto di rinunciare al suo viaggio di ritorno verso Itaca, di farlo divenire simile agli dei. Rappresenta la vita facile, l'inerzia, l’agevole ottenimento di grandi risultati, o una parvenza di essi! Ma soprattutto rappresenta il fumo, il velo, l'obnubilamento, il fermarsi e godere, l'arresto di ogni sforzo, di ogni ricerca, di ogni anelito. Calipso è il sogno, è colei che inganna, che illude, che spossa, che getta fumo intorno per rendere tutto bello nel tentativo di far dimenticare la propria missione, il proprio progetto, il ritorno alla terra dei padri, il ricongiungimento con l'amore, il figlio, la vita semplice e autentica. Calipso è l'incarnazione dell'oggi, dell'epoca attuale. E' l'insieme dei falsi valori, delle fugaci visioni, che ci vengono imposti in assenza di paradigmi autentici. Lei è la nostra misera, vacua, mediocre, pazza plastificata società a rovescio falsamente democratica in cui tutti ci crediamo simili agli altri, tutti uguali, tutti belli, tutti potenti, tutti ricchi, tutti meritevoli, che dona il lusso dell’arroganza a chiunque, che premia la furbizia, legittima la mediocrità, valorizza l’ignoranza. E diciamolo non ha lavorato bene fino ad ora Calipso? Non siamo tutti allo stesso modo intelligenti e colmi, stracolmi di possibilità oggi? Non siamo tutti fotogenici, interessanti, colti, fascinosi, misteriosi, intriganti, celebri, ricchi interiormente, non avremmo tutti il diritto sacrosanto di dire, di essere ascoltati? Calipso ci dice che tutti possiamo farcela, perchè tutti siamo migliori e meglio degli altri.
Calipso è la società apparentemente livellatrice che oggi esiste. E' la società del fumo, delle visioni, delle credenze. E' la società del menefreghismo, della banalità, della superficialità, del clamore, delle rivoluzioni senza rivolta, delle rivoluzioni acclamate, dei moti generalizzati di massa che sfogano il meglio della gioventù su presunti diritti accampati dietro a un pallone, delle cattedrali che vengono reputate bettole, di chi scrive un romanzo di formazione e non sa nemmeno chi è Salinger, ed è la società in cui tutto è relativo perché nulla è fermo, in cui tutto ha importanza perché niente ha importanza. Ed ecco perchè fuggicalispo! Perchè fuggire da Calipso è il meglio che possiamo fare oggi, tutto ciò che ci rimane. In questo blog, così come attraverso i libri che pubblicheremo cercheremo piano piano di fuggirla, cercheremo di dare, attraverso ciò che scriviamo e pensiamo e siamo, un umile contributo nel ripristinare al proprio posto ciò che ha un posto e a deridere ciò ne pretenderebbe uno avendo come suo unico merito quello di saper strillare più forte. Un augurio a tutti!
Il secondo libro che pubblicheremo e che dovrebbe uscire approssimativamente a fine settembre-prima metà di ottobre, s’intitola “Il ventre della Terra”, e l’ha scritto una ragazza di nome Valentina Francolino, residente in un paesino in provincia di Bergamo, una scrittice esordiente ma di grande talento narrativo. Di che cosa tratta il libro e perché Valentina è una di talento? Vorrei raccontarvelo per far capire come un libro viene scelto in una casa editrice come la nostra, con quali criteri e quale genere di riflessioni può suscitare una scelta editoriale.
Alla prima domanda cercherò di guardarmi bene dal rispondere esaustivamente anche perché raccontare tutta la trama sarebbe come disincentivare l’acquisto del libro. Poi tenuto conto che non appena il libro sarà pronto renderemo disponibile on line il solito estratto, il nostro lavoro di editori-"commercianti" potrebbe venirne ulteriormente frustato. Dirò che il libro è uno sguardo sul nostro presente anche se mette in scena una Terra futuribile. Guarda al presente perché ciò che la Terra diventerà, e cioè l’oggetto della trama del libro, è proprio ciò che ancora non si vede ma al quale, diciamo stiamo tragicamente lavorando (purtroppo attivamente e con zelo). La Terra di Valentina è la Terra distrutta dall’inquinamento, dove non esistono più né gli animali né nessun’altra manifestazione della natura. E’ la Terra dai continenti svuotati, in cui tre quarti della popolazione mondiale è scomparsa per effetto di un irreversibile buco dell’ozono, e dove l’uomo ha una speranza di vita media di 40 anni. E’ una Terra dove si passeggia coperti da mantelline anti-UV, cosparsi di creme barriere, dove non esistono più cibi solidi, verdure, né carne e nella quale ci cibiamo come gli astronauti, attraverso nutrimenti liofilizzati in busta. Il mondo insomma è morto, le foreste sono morte, l’ossigeno è prodotto artificialmente da colossi dell’industria che regnano incontrastati sui governi e decidono le sorti dell’umanità restante. Quando il testo giunse in redazione alcuni mesi fa, dopo aver ricevuto i report di lettura, meditammo allungo sul rigettarlo o accettarlo e il risultato fu di farlo rileggere ulteriormente da gente diversa. Ci ritrovammo alquanto dubbiosi perché la natura futuribile della storia appunto non ci convinceva. Ci eravamo detti e avevamo ferreamente stabilito che la nostra linea editoriale doveva tendere al concreto nel senso di raccontare l’Italia, e solo essa, attraverso diversi punti di vista. Il libro di Valentina, se lo avessimo pubblicato, avrebbe scardinato, già alla seconda pubblicazione, la nostra ideologia. Eravamo appena nati, avevamo fissato il nostro Manifesto e già ci corrompevamo. Avevamo l’impressione di tradirci, di cedere a qualche imperativo fuori di noi. "Il ventre della Terra" non parlava di Italia. Mira, la protagonista della storia, sua madre, suo padre non erano italiani, la storia era ambientata a Londra poi, si snodava verso Parigi, la Grecia, l’India. Tuttavia ci trovavamo davanti a una composizione letteraria di valore, bella, appassionante e soprattutto munita di un messaggio. Un messaggio ambientale, un messaggio ammonitore. Dopo circa un mese e sulla base dei nuovi report ci saltò finalmente in mente e ancora più chiaramente il significato del libro. Si raccontava non l’Italia ma si raccontava il mondo, e dunque anche l’Italia, e in particolar modo si raccontava l’uomo, la sua stupida sete di potere, lo scempio che la sua ottusità aveva causato. Lessi il libro alla fine, intendo dire che lo lessi compiutamente, dalla prima fino all’ultima parola e capii ancora meglio. Mi colpì subito un passaggio del libro, un passaggio che reputai eccezionale, intelligente e che è questo:
"Nel nostro corpo esistono miliardi e miliardi di cellule, così tante che nemmeno sforzandoci potremmo immaginarle. Tutte loro lavorano insieme, ognuna ha il suo compito, ognuna è indispensabile per il nostro benessere, dal neurone a quelle della pelle degli alluci. Ognuna nasce e muore secondo un piano più grande, quello della nostra vita, e da questo dipende la nostra salute: dal fatto che ogni cellula capisca ciò che ci si aspetta da lei e, soprattutto, quando è il suo momento di far posto a quelle che verranno dopo di lei, in un ricambio continuo. Questo è il benessere. La cellula cancerosa non è altro che una cellula che non vuole morire. Insomma un bel giorno dice: no, io sono stanca del mio lavoro e non voglio andare incontro al mio destino. Inizia a riprodursi, a creare altre cellule come lei e a colonizzare l’intero organismo, duplicandosi all’impazzata. Dopo un po’ il corpo si ammala e muore, e con esso tutte le cellule. Che senso ha avuto tutto questo? E’ vero, le cellule impazzite sono vissute un di più, magari hanno assaporato per un attimo l’ebbrezza di sfuggire al destino o si sono cullate nell’illusione di non essere legate alla sorte del corpo. Ma alla fine sono morte comunque… e non solo loro, ma sono morte anche tutte le altre, e tutte quelle che avrebbero potuto nascere. Ed è morta anche la coscienza superiore che le teneva unite e funzionanti. Non trovate sia uno spreco inutile? Ha senso tutto questo per pochi mesi di gloria di qualche migliaio di cellule? Io non credo. Però penso che tutto ciò possa insegnarci qualcosa, perchè sono fermamente convinto che ‘come è il piccolo così è il grande’. Questa malattia che ci terrorizza così tanto ci sta mandando un messaggio molto chiaro, e non solo a chi ne è colpito, ma all’umanità intera. La Natura, la Terra, ci sta urlando a gran voce: questo è ciò che state facendo a me! L’uomo ha inquinato e distrutto, uccidendo il Pianeta per la propria cupidigia, cercando l’immortalità del corpo più di quella dell’anima. Ha sfruttato ogni risorsa fino all’ultimo, mettendo da parte il bene collettivo. L’umanità è stata il cancro della Terra. E adesso moriremo con Lei…".
Valentina fa pronunciare queste parole a un professore della Sorbonne di nome Berdel, che è figlio di un archeologo, bè…non posso dirvi di più, ma ciò che più contava è che con questa efficace e visionaria metafora ci faceva capire che cosa è l’uomo, che cosa sta facendo alla natura, quale dovrebbe essere il suo compito e come invece lo trasgredisce. Ritenni questo passaggio illuminante, efficace narrativamente, intuitivo e una somma prova di intelligenza. Così telefonai all’autrice e le proposi la pubblicazione. Questo passaggio, inoltre, mi fu chiaro, rappresentava la cifra del romanzo in quanto dimostrava un altro assunto per il quale valeva la pena di essere incoerenti e tradire la nostra ideologia editoriale. Era il simbolo, era la bandiera, era il segno, di ciò che andavamo cercando in un libro ovvero della spontaneità ed immediatezza dello scrivere, un po’ quello che Kerouac aveva cercato di fare con la sua prosa senza interpunzione o Faulkner su un altro versante. La stessa spontaneità pervadeva infatti tutto il romanzo. Valentina aveva scritto una storia non solo interessante, non solo affascinante per diversi aspetti, perché parlava di Londra, di Parigi, della Grecia, degli antichi monasteri di Meterore, del viaggio, della scoperta, e mescolava storia classica greca, vaticini della Pizia, il futuro con il presente e il passato, le tematiche e i messaggi importanti come quello ambientale, l’India, le leggende, ancora numerosi personaggi e la descrizione e caratterizzazione di molti di essi, dunque era valida artisticamente, poteva interessare il lettore, poteva essere letta e il lettore avrebbe seguito il movimento della storia che era una storia piena di effetti, piena di cambiamenti di scena, ma ciò che contava maggiormente era che tutto questo si incapsulava e trovava il suo posto in una storia ingenua, spontanea, nata quasi fresca, oltre la quale non si intravedeva alcun sforzo di costruzione. Pareva che Valentina l’avesse scritta quasi in un’ora, di getto, senza fermarsi mai. Così andai nel nostro archivio incuriosito e cercai di trovare la nota biografica che la riguardava (che sempre cerchiamo di “estorcere” agli autori che ci contattano (perché odiamo quegli autori che dicono ottusamente: “non reputo necessario inviarvi il mio profilo biografico perché non vedo come esso possa influire sulla valutazione del romanzo.” Bene: eccovi spiegato a cosa può servire) e allora riuscii a capire tutto. Valentina studiava Tecniche erboristiche o qualcosa di simile, era un amante dello yoga ed eccomi spiegato il motivo della spontaneità. Aveva semplicemente descritto ciò che conosceva e diluito senza che se ne rendesse conto nella pagina tutto l’amore che provava per ciò che conosceva meglio. Nel suo caso l’amore per le piante e per la natura. Parlandole al telefono confermò dicendomi che non aveva davvero pensato a lungo la composizione della storia, gli si era svolta facilmente davanti senza alcuno sforzo. Ed ecco perché Valentina è una scrittice di talento. Perché di là da ogni artificio letterario, corrente letteraria, accorgimento stilistico o trovata di costruzione strutturale di una storia, ella nello scrivere non aveva fatto ricorso né all’uno né agli altri, non ne aveva avuto assolutamente bisogno, aveva scritto e basta, guidata dall’intuito e dal sentimento che la guidava in quel momento. Era riuscita a costruire una storia, con personaggi credibili sebbene strambi e al di fuori del tempo o magici, perché gli aveva dato il volto dei suoi amici, e aveva allestito una scenografia assolutamente visionaria con la sola forza del cuore.
Su gentile concessione dell'autore, pubblichiamo per i nostri lettori un breve racconto sulla modernità e l'urbanità. Ciò che accade al protagonista è solo una delle tanti e sintomatiche manifestazioni del nostro modo di vivere.
Clicca qui per scaricare in Pdf il racconto (204 KB circa)
Proponiamo ai nostri lettori e ai visitatori un sondaggio, che avrà durata fintanto che il numero dei voti espressi risulterà statisticamente convincente, il quale possa aiutarci a capire meglio di quali tematiche, argomenti, aspetti del vivere l'oggi italiano, della società del nostro Paese, il lettore avverte maggiormente l'esigenza. Ovvero su quale genere di libro un editore dovrebbe concentrare le sue ricerche e i suoi sforzi.
Ringraziamo sin da ora tutti coloro che vorrano esprimere il proprio giudizio, per quanto lo strumento di un sondaggio su un blog lo consenta.
Siamo alla continua ricerca di bussole per poterle offrire precise, efficaci e di qualità.
Leggendo il “Domenicale” di qualche mese fa (li accumulo a lato del letto e quando sono ispirato ne prendo uno) ho letto questa splendida frase, non ricordo più da quale autore estratta:
“Pensa da uomo d’azione e agisci da uomo di pensiero”.
Mi sono subito detto: accidenti che frase! Ma quante cose dice? Quanta critica è contenuta in essa! Quanta descrizione contiene dei nostri tempi!
“Pensa da uomo d’azione e agisci da uomo di pensiero”. La stamperei a caratteri cubitali su uno striscione dieci metri per due e la stenderei svolazzante fuori il balcone e poi la appiccicherei a capo del letto e in ciascuna stanza e la porterei ancora con me sotto forma di adesivo per lasciarla in ogni posto in cui vado.
E’ una frase straordinariamente intuitiva e visionaria, tagliata apposta per i nostri tempi e, davvero, calza a pennello per uno come me, a cui riesce a lenirgli la paura che ha del prossimo e gli si propone come un metodo, una strategia, un segreto in grado di aiutarlo a districarsi nella vita sociale, aggregata moderna. Uno come me non nutre, infatti, nessunissima fiducia per il prossimo e sta tutto il tempo a ridere e a disperarsi per ciò che fanno gli altri e per ciò che credono di fare, (come canta De Andrè: “tutti sognano disé e tu sogni di loro”) e ha infine un terribile timore della fragilità altrui sapendo che da questa, e dai tempi difficili in cui essa va ad imperniarsi, possano scaturire solo sfaceli. Pertanto uno come me va alla continua ricerca di frasi come questa. Una frase come questa, è evidente, non può andare bene per la stragrande maggioranza di individui. Perché oggi la maggiorparte di individui pensa (crede) di pensare da uomo di pensiero e agisce da uomo d’azione - già crede, perché se almeno lo facesse sarebbe un fatto salubre e rispettabile (il problema invece è che si agisce e si pensa staccando completamente la spina dall’interruttore e ci si limita a ondulare come alghe). Infatti, vedete: quanti uomini e donne d’azione ci sono oggi? Quanti corpi tirati e auto e carriere e camminate d’azione, si vedono oggi? Quanti libri, avventure, esistenze, esperienze, decisioni, missioni d’azione ci sono oggi? Neppure la giovinezza e il sorriso e l’ardore oggi sono più d’azione. Proprio ieri mia moglie a tale proposito mi raccontava di aver visto su You Tube alcuni video di adolescenti nei quali ella rispecchiandosi si era sentita vecchia e morta. “E abbiamo trent’anni” mi ha detto e siamo come i morti!, non abbiamo gioia di vivere, dov’è finita quella sana scanzonatezza, quel prendersi in giro, menarsi pacche sulle spalle, quell’aggressività ilare, quella selvatichezza…In effetti pensandoci oggi il sorriso e la gioia di vivere sono andate a farsi benedire. V’è l’azione! Oggi pensiamo e siamo tutti uomini d’azione in quanto tutti crediamo di avere intanto un quoziente intellettivo fuori dalla media (perché la media è mediocre e come vedete anch’io mi sono impelagato nella stessa convinzione e nello stesso discorso), e poi potenzialità, e capacità superiori, e talenti tali da autorizzarci a farci sentire migliori di una buona spanna sopra gli altri. Tutti saremo in grado di andare sulla Luna, tutti saremo come minimo capaci di fare soldi a palate per comprare un potente shuttle per andarci da soli sulla Luna, senza dar conto a niente e a nessuno, e facendo invidia al vicino! Ma non è vero! Il fatto è che non è vero. Non si è mai vista un’epoca di così tanta mediocrità spacciata per talento. Intendiamoci la mediocrità c’è sempre stata, ma fino ad oggi non era mai stata spacciata per normalità. Ad ogni modo oggi invece di andare sulla Luna, si finisce per andare sull’autostrada tappata di coda, sotto il sole cocente, in utilitarie in cui stiviamo l’intera famiglia, e con i soldi che ci facciamo anticipare con i finanziamenti. Già perché oltre a chiedere finanziamenti per il tostapane, il microonde, la tavola del cesso, i libri scolastici dei bambini, lo facciamo anche per andare in vacanza. Eppure siamo uomini d’azione, non è così! Parliamo di barche, di posti esociti, di locali trendy, di feste alla page, di auto e ville di lusso! Partiamo, già, partiamo per le vacanze, arriviamo in un posto dove ci sono bancomat e pub sulla spiaggia, dove ci sono bungalows dotati di ogni comfort però siamo uomini d’azione (però abbiamo mangiato in un ristorantino in una caletta che non era conosciuto da nessuno e che era gestito da famigliari…) Epoi per vedere quanti uomini d’azione ci sono oggi basta fare un giro oltre che nei negozi di tatuaggi dove si vede gente sfogliare i campionari come se dovesse decidere di acquistare mezzo chilo di pasta o mezzo chilo di pane, all’Ikea. Guardate un po’ come la gente si guarda intorno con aria casual, da loft del Greenich village e annusa, tocca, tasta, studia, misura, analizza, compulsa, discute su ogni singolo prodotto e lo pensa per la propria casa, e lo soppesa secondo i suoi gusti estetici verificandone la conformità. Ciascuno analizza il frutto della propria osservazione quale fosse un prodotto tagliato esattamente su misura per lui, come se quell’oggetto, quell’arnese, fosse studiato e tagliato quale un vestito di sartoria sulla propria persona, o personalità e per la propria abitazione, come se il pezzo fosse originalissimo e allora si illude di comprarlo avendone l’esclusiva. Non sa però che quell’oggetto che posizionerà nel soggiorno o nella cucina è proprio uguale, proprio simile a milioni di altri oggetti che stanno originalmente in altri soggiorni e cucine di altri originalissimi individui che hanno compulsato prima o parallelamente a lui e pertanto che la sua casa non ha davvero alcun elemento distintivo bensì anch’essa pian piano finisce per omologarsi alla personalità della massa e quindi non possedere più alcuna personalità ma essere solo un calco che rende calchi anche le persone che vi vivono ed essere simile a centinaia di altre case sparse in tutto il mondo, per lo meno in Italia. Alla stessa stregua dei tatuaggi che proprio per aver perso il significato originario, per essere diventati moda, hanno perduto ogni accezione, ogni significato anticonformista, perché se esso è massa non può essere anticonformismo e dunque sono ormai disegni privi di ogni significato, che non ornano, non rivestono più del loro significato. Se un tempo essi erano (li usavano i carcerati) simboli di vita travagliata, di virilità, di malavita addirittura e se ancor prima erano simboli etnici, di casta, oggi sul braccio di un impiegato o di un operaio o di una autista che volete che siano? Dovremmo pensare, forse, perché tutti ce l’hanno, che siamo circondati di virili aitanti, pericolosissimi loschi individui dai quali è meglio tenerci alla larga! Ma andare al piano inferiore e vedere le cataste di roba all’Ikea a tre piani, gli scatoloni di diversa misura dovrebbe far pensare proprio a tutti ad un enorme supermercato, e alla prospettiva futura che le case in futuro potranno essere già vendute con l’arredamento interno incorporato, perché del resto quest’ipotesi non è poi così foriera, dacchè se esiste il supermercato del mobile, cioè la massificazione dell’arredamento, non si capisce perché a breve non dovrebbe esserci anche la casa preconfezionata, così come l’entrare in un negozio di tatuaggi e vedere il campionario dovrebbe farci agire da uomini di pensiero e illuminarci sul fatto che andiamo ad acquistare un disegno privo di qualsiasi valore semantico e semiotico. Come l’Ikea e i tatuaggi e le case preconfezionate è così l’uomo in generale, crede di essere originale, diverso da chi gli sta accanto, migliore, lo deride persino, ma miserabile non si rende conto egli stesso di essere nè più nè meno fragile e inetto di quanto incapace lo è il suo vicino e simile. Se ci pensate è la stessa cosa anche per i libri. Oggi bracciate di libri vengono scaricati nelle librerie di tutto il mondo e i giornali si sbracciano per elogiarli e ritagliare per ciascuno (per tutti) una personalità su misura. Ciascuno di questi libri ha una personalità, ha una voce, un suo linguaggio, uno suo stile riconoscibilissimo, questo secondo le recensioni… allora esce un libro e una catena, un coro, uno sciame ronzante, di voci si innalzano pappagallesche su ogni mezzo di comunicazione (i giornali devono pur riempirsi e allora è meglio scrivere qualche sciocchezza piuttosto che lasciare bianco lo spazio, il che comunque sarebbe molto più rispettoso), e dicono il libro è bello, il libro è brutto, è meglio del primo, l’autore è un po’ decaduto, ha uno stile più compatto, meno deciso, più corposo, è una storiellina, etc, etc. Se ne parla per una settimana, forse un mese, forse addirittura una stagione (se il libro ha parlato di Chiesa, di sesso, di qualche scandalo) e poi i riflettori si spengono Click!, cala il sipario avanti il prossimo libro originalissimo, dalla voce riconoscibilissima, avanti l’altro evento, il libro evento, la testimonianza agghiacciante, il libro che non potete perdere, perché ogni libro è un evento e deve esserlo. Allora pensare da uomo di azione e agire da uomo di pensiero in questo caso significa intanto riflettere sul fatto che la vita è breve e le cose buone e necessarie da leggere sono poche ma non troppo poche, ma soprattutto chiedersi: posso fare a meno di questo libro, cosa mi aggiunge, cosa mi toglie, vale la pena di leggerlo, di impegnare qualche settimana della mia vita preferendolo a un altro.
Pensa da uomo di azione e agisci da uomo di pensiero, allora, è un ottimo metodo e un eccellente toccasana per vivere e corazzarci nei nostri tempi. Significa che chi ha davvero del sale in zucca, del cervello, lo usi per prevedere ed adeguarsi alla corrente trascinante in cui corre la massa, per prevederne le mosse, anticiparle e adattarsi. Significa che pur fingendosi come tanti, mescolandosi e amalgamandosi nella massa come il Diavolo interpretato da Al Pacino nel film “L’avvocato del Diavolo” nella scena in cui Al Pacino, mentre la metropolitana scorre, spiega che è sempre meglio mimetizzarsi, non farsi notare troppo, passare inosservati tra la gente, essere umili, continuare a fissare l’obiettivo che si ha come meta, e non lasciarsi distrarre. Pensare da uomo d’azione significa far funzionare di lena il proprio cervello che è se ce lo siamo dimenticati l’unico elemento in grado di contraddistinguerci (a differenza dei disegni tatuati) ed è il motto che io userei per l’epoca moderna, la medicina che consiglierei a ciascuno (naturalmente quelli in grado di capire). Se mio figlio mi chiedesse ragguagli un giorno su come comportarsi in società, se venisse da me piangendo toccato da un'umiliazione, se avesse bisogno di bussole, di esempi, se si sentisse inadeguato, l’unico sciocco di questo mondo (come io mi sento spesso), gli direi semplicemente pensa da uomo d’azione e agisci da uomo di pensiero. Oggi non si può fare altro, ci sono troppi supereroi in giro, troppi signori, troppi pescatori di altura, troppi scalatori, troppi raffinati, troppi esperti, troppi comunicatori, troppi migliori.
Insomma è solo una frase, in fondo un piccolo aiuto ma potrebbe esservi d’aiuto quando avrete dei dubbi. Pensateci.
Non per presunzione, ma un libro che uno scrittore, affermato o no, esordiente o no, dovrebbe leggere nella maniera più assoluta è: “I libri nella mia vita” scritto da Henry Miller, anno di pubblicazione 1952. Vi sono tante di quelle gemme, di aneddoti sul mondo dello scrivere e della lettura, sui libri e sull’arte di vivere la vita attraverso di essi, che chiunque viva di libri a tutti i livelli o nutra la velleità di diventare uno scrittore un giorno, potrà trovarvi la sua guida, le sue rassicurazioni, la sua via. Dopo la lettura di un libro come questo, e di pochi altri simili, che consiglierò magari in articoli successivi, ci si renderà conto che per saper scrivere, per scrivere qualcosa degno di nota, bisogna innanzitutto spazzare via tutti i corsi, le scuole di scrittura creativa che non sono altro che panzane con l’unico scopo di rimpinzare di quattrini chi le organizza e poi procedere a liberare il campo anche dalla maggior parte di manuali, guide, abbeccedari che si propongono di insegnare a scrivere, giungendo alla sola e unica conclusione secondo la quale: l'unica maestra di scrittura è la vita; non esistono tecniche, segreti, strategie per imparare a scrivere; per scrivere romanzi, racconti, poesie il tutto nasce da se stessi e dal rapporto che si nutre con il mondo che ci sta attorno.
A questo punto godiamone un po’ di questo santo libro e in maniera sparsa. Teniamo ben presente la data in cui è comparso: 1952!
“A quanto si dice, in America soltanto una persona su cinque legge libri. Ma anche questo sparuto numero legge di gran lunga troppo. Sono pochi quelli che vivono con saggezza e pienamente. Vi sono stati, e sempre vi saranno libri veramente rivoluzionari – e cioè ispirati e ispiratori. Sono pochi e distanziati nel tempo, naturalmente. Si è già fortunati se ce ne capita una manciata in tutta la vita. Inoltre, non sono questi i libri che fanno invasione tra la grande massa del pubblico. Sono i serbatoi occulti cui attingono gli uomini di minor talento che sanno come richiamare l’attenzione dell’uomo della strada. Il grosso della letteratura, in ogni campo, è composto di idee di bassa divulgazione. La questione - ahimè mai risolta! – è fino a che punto sarebbe utile decurtare la sovrabbondante fornitura di foraggio mediocre. Oggigiorno una cosa è certa: gli illetterati, decisamente, non sono certo i meno intelligenti tra noi.” […]
“Nella nostra epoca, che crede vi sia una scorciatoia per tutto, la lezione più importante da apprendere è che a lungo andare la via più difficile risulta la più facile. Tutto ciò che viene esposto nei libri, tutto ciò che sembra così tremendamente importante e significativo, è appena uno iota di ciò da cui proviene, e con cui chiunque ha il potere di venire a diretto contatto. Tutta la nostra teoria dell’educazione è basata sull’assurdo presupposto che dobbiamo impararea nuotare sulla terra prima di affrontare l’acqua. Ciò si riferisce tanto all’esercizio delle arti, quanto al perseguimento del sapere. La creatività viene tuttora insegnata mediante lo studio delle opere di altri, o con l’esecuzione di progetti e disegni che non saranno mai realizzati. L’arte dello scrivere viene insegnata in classe, anzichè nel folto della vita. Agli studenti si continua a presentare dei modelli ritenuti adatti a tutti i temperamenti e a tutti i tipi di intelligenza. Non è da meravigliarsi se si producono migliori ingegneri che scrittori, migliori periti industriali anziché pittori.”[...]
“Non ci rivolgiamo più, per conforto, consolazione o incoraggiamento, ad autori come Maeterlinck. Né ad Emerson, al quale il suo nome è spesso legato. Il loro atteggiamento spirituale oggigiorno è sospetto. Peccato! La verità è che oggi non abbiamo in realtà dei grandi autori a cui rivolgerci se cerchiamo verità eterne. Abbiamo ceduto alla corrente. Le nostre speranze deboli e palpitanti sembrano essere totalmente concentrate sulle soluzioni politiche. Gli uomini si stanno allontanando dai libri, e cioè dagli scrittori, dagli “intellettuali”. Un segno eccellente – se si ritraessero dai libri per volgersi alla vita! Ma è così? Mai è stata così diffusa la paura della morte. La vita e la morte hanno finito per diventare la stessa cosa. Eppure, mai la vita ha contenuto tante promesse come oggi. Mai, nella storia dell’uomo, la questione è stata così evidente – si tratta di scegliere tra creazione e annullamento. Sì, assolutamente, gettate via i vostri libri! Specialmente se oscurano questa situazione. La vita stessa non è mai stata un libro aperto come in questo momento. Ma sapete leggere il libro della Vita? E’ strano, ma ormai clamorosamente visibile, che i soli spiriti giovani e allegri tra di noi siano i “vecchioni”. Costoro continuano impavidamente nella loro opera creativa, infischiandosi delle nere previsioni che avvelenano l’aria. Penso soprattutto a certi pittori, uomini che hanno una massa di opere dietro di loro. Forse la loro visuale delle cose non è mai stata offuscata dalla lettura di troppi libri. Forse la stessa loro scelta professionale li ha salvaguardati da una morbosa, desolata, sterile visione dell’universo. I loro segni e i loro simboli sono di un ordine diverso da quelli dello scrittore o del pensatore. Essi lavorano nel campo delle forme e delle immagini, e le immagini hanno un loro modo di rimanere fresche e vivide. Trovo che il pittore guarda al mondo in maniera più diretta. Ad ogni modo, questi veterani a cui penso, questi allegri “vecchioni”, hanno uno sguardo giovane. Mentre i nostri giovani di anni guardano con occhi offuscati e confusi; sono pieni di timori e paure. Il pensiero che li ossessiona giorno e notte è: chissà se questo mondo non sarà distrutto prima che noi si sia avutala possibilità di goderlo?” E non c’è nessuno che osi dirgli che anche se il mondo dovesse essere distrutto domani o dopodomani, ciò in realtà non avrebbe alcuna importanza – perchè la vita che essi bramano di godere è indistruttibile. Come pure, non c’è nessuno che gli dica che la distruzione di questo pianeta o la sua conservazione e la sua eterna gloria, poggiano sui loro pensieri e sulle loro azioni. L’individuo si è ormai identificato, involontariamente, con la società. Sono pochi quelli ancora in grado di vedere che la società è fatta di individui. Che cos’è un individuo? E che cos’è la società, se non la somma o l’aggregato degli individui che la costituiscono?” […]
“Una delle ragioni per cui così pochi di noi agiscono invece di reagire dipende dal fatto che soffochiamo continuamente i nostri impulsi più profondi. Posso illustrare questo pensiero citando, per esempio il modo in cui la maggior parte di noi legge. Se è un libro che ci eccita, che ci stimola a pensare, lo scorriamo in tutta fretta. Non possiamo aspettare di sapere a che cosa ci conduce; vogliamo afferrare, possedere il messaggio nascosto. Succede spesso che in libri come questi ci imbattiamo in una frase, un passaggio, a volte un intero capitolo, così stimolanti e provocatori che comprendiamo appena ciò che stiamo leggendo, tanto la nostra mente è carica di nostri propri pensieri e associazioni. Com’è raro che interrompiamo la lettura per immergerci nel lusso dei nostri pensieri! No, piuttosto li soffochiamo, li sopprimiamo, fingendo che vi ritorneremo a libro finito. Cosa che non facciamo mai, naturalmente. Quanto sarebbe meglio e più saggio, quanto sarebbe più istruttivo e proficuo se procedessimo a passo di lumaca! Che cos’importa se ci vorrebbe un anno invece di pochi giorni per finire il libro? “Ma non ho tempo di leggere i libri a quel modo” si potrebbe obiettare. “Ho tante cose da fare. Ho dei doveri, delle responsabilità”. Appunto! Chiunque parla cosìè proprio quello al quale sono rivolte queste parole. Chi teme di trascurare i propri doveri leggendo con agio e con riflessione, coltivando i propri pensieri, trascurerà comunque i propri doveri, e per ragioni peggiori. Forse era destinato che perdeste il vostro posto, vostra moglie, la vostra casa. Se la lettura di un libro può scuotervi così profondamente al punto di farvi dimenticare le vostre responsabilità, allora vuol dire che quelle responsabilità non potevano avere molta importanza - che avevate responsabilità più alte. Se aveste ascoltato le vostre più profonde ingiunzioni avreste battuto un altro sentiero, su un terreno più solido. Ma vi è mancato il coraggio di ascoltare una voce che sussurrava: “volta qui! Bussa a quella porta! Entra in quell’uscio!”. Avevate paura di essere lasciati soli e abbandonati. Pensavate alla sicurezza invece che a una nuova vita, a nuovi campi di avventura e di esplorazione. Questo è semplicemente un esempio di ciò che potrebbe succedere o non succedere leggendo un libro. Estendetelo alla moltitudine di opportunità che la vita offre costantemente, e vi sarà facile vedere perché gli uomini non soltanto diventano eroi, ma anche semplici individui. A seconda del modo in cui si legge un libro, si legge la vita.”
Il portale letterario "Opera Narrativa" da qualche tempo porta avanti l'iniziativa "Parlano gli editori", chiacchierate con le piccole realtà editoriali del nostro Paese. Ha voluto darci voce e ringraziamo.
Ernest Hemingway, che era uno che si svegliava all’alba e scriveva molto spesso in piedi, che era capace di riscrivere anche 17 volte la stessa pagina, e che dopo una decina d’ore di scrittura aggiungeva al resto del dattiloscritto non più di una, due nuove cartelle e per questo si reputava soddisfatto, diceva – l’ha dichiarato in diverse interviste e scritto in libri come “Morte nel pomeriggio” - che uno scrittore dovrebbe tenere presente quanto meno una regola, “la regola dell’iceberg”.
Questa regola che vale come un’altra, che vale in alcuni casi e in altri meno, che non vale per qualcun’altro come Blaise Cendras, o Proust o Thomas Mann, tanto per fare dei nomi, alla stregua dei fluenti e istintivi beat, eppure - sebbene non vi sia di certo una regola precisa nell’arte così evanescenente di mettere nero su bianco su un pezzo di carta, si può supporre rappresenti quanto di meglio uno scrittore possa tenere in conto per evitare errori e ingenuità.
La teoria o regola dell’iceberg non potrà che aiutarlo come un faro in una notte di burrasca anche se il suo ardimento è solitamente quello di scorazzare a vela a cento metri dagli scogli.
Iceberg significa che lo scrittore deve lavorare di sottrazione! Quando scrive un racconto o un romanzo, lo scrittore deve farlo avendo in mente naturalmente l’intero impianto ma deve imprimere sulla carta, cioè ‘dire’ il meno possibile. Deve scrivere come se tutto ciò che egli ha in mente, tutto ciò che immagina, tutto ciò che crede possa servire al lettore per riconoscere ambienti, luoghi, e tutto ciò che ha in progetto di offrirgli, sia in effetti implicito e che il lettore lo sappia già.
Diciamo che deve scrivere non come se raccontasse per la prima volta e per la prima volta ad uno sconosciuto la sua storia, ma come se lo sconosciuto lo stesse ascoltando come si ascolta un vecchio amico che rivanga per l’ennesima volta una vecchia storia, un episodio, una serie di episodi, ai quali egli stesso ha assistito assieme all’autore.
Pensiamo ad una battuta di pesca. Se doveste raccontare di quella giornata in cui avete tirato fuori un luccio di 10 chili o una trota fario da mozzare il fiato e raccontarlo al vostro amico che era presente lì con voi, non vi soffermereste certo a descrivergli gli alberi, o il cielo, o il colore dei vostri pantaloni o lo scroscio dell’acqua sulle sponde!
Dunque questo per dire che lo scrittore deve ‘vedere’ l’intero iceberg in tutta la sua estensione, deve essere un esploratore degli oceani e anche un subacqueo, ma deve spendere il suo fiato come se il lettore che lo andrà a leggere non viva nella sua stessa epoca ma in un’epoca in cui non siano ancora state inventate le mute per resistere a temperature quali quelle dell’Antartico e nessuna maschera e nessuna attrezzatura in grado di permettergli di immergersi.
E’ evidente ora che lo sconosciuto, cioè il lettore non si trovi mai in questa condizione, è ovvio, ed è evidente che non conosca affatto la storia che intende raccontargli lo scrittore (almeno se è un scrittore originale e ha da raccontare storie originali e quindi è un buon scrittore), e che non sia per niente amico dello scrittore, e che egli pertanto si trovi davvero nella situazione di non sapere come è fatto il viso che lo scrittore vuole attribuire ad un dato personaggio, non veda l’ambiente che l’autore ha invece davanti agli occhi, e che altresì egli non conosca e non abbia mai frequentato i luoghi, o vissuto le emozioni, notato mai le sfaccettature psicologiche di un carattere che invece lo scrittore ha da sempre studiato o conosciuto; insomma egli non sa cosa ha in mente lo scrittore.
Nonostante questo lo scrittore non è obbligato che glielo dica! E’ tutta qui la questione. Non è importante che lo scrittore glielo dica, non è importante che descriva particolare per particolare e diventi pedante. Questo è qualcosa che avviene nelle storie di scrittori cattivi o di esordienti con non troppo orecchio; accade in queste storie che vi siano lunghe parentesi in cui si racconti, o attraverso fash back o mediante vere e proprie incidentali che si dilungano per tre, cinque, dieci cartelle - le quali dicono tutto il passato di un dato personaggio, la sua vita, i suoi miracoli, etc, etc.
Lo scrittore, il buon scrittore deve invece lavorare in modo da dare tutto questo per scontato, ma la sua abilità – dato che il lettore non sa – è di fare questo in modo così buono da metterlo nelle condizioni che sappia.
Il buon scrittore sa dire le cose senza necessariamente dirle.
L’iceberg è l’evitare le prolissità, le ampie descrizioni, le enunciazioni cliniche di particolari. Ne “Il vecchio e il mare” in meno di cento pagine Hemingway riesce a dirci tutto ciò che è umanamente possibile circa il vecchio, il mare, e il ragazzo che ama il vecchio e il marlin.
Iceberg significa che i tre quarti di ghiaccio restano sotto e vengono fatti emergere con sporadiche incursioni e che il quarto visibile parla in vece di esso.
Hemingway lavorava di sottrazione!
Poi vi sono tanti tipi di sottrazione ma si tratta di un’altra storia che necessiterebbe quanto meno un altro paio di articoli.
La sottrazione che realizzava Faulkner, sembra paradossale affermarlo per uno scrittore così barocco e complicato come lui, ne rappresenta un esempio tra i tanti, più o meno opposto anche se non contrario.
Ma per restare a Hemingway, capitava che egli scrivesse all’inizio quaranta cartelle ma dopo solo la prima delle revisioni queste diventavano quindici.
Gli scrittori dovrebbero sempre lavorare per sottrazione e non per aggiunta.
Lavorare per aggiunta significa temere che il lettore non possa vedere. Temere che il lettore non possa vedere è dubitare circa il proprio talento di scrittore. Lavorare per aggiunta, come se non bastasse, non aiuta né lo scrittore né tantomeno il lettore in quanto più si sa più non si vede.
Voglio dire: se come scrittore io dico al lettore che il tale personaggio è alto, magro, con i baffi, ha i capelli rossi, ha il naso camuso, ha l’occhio strabico, quella che ho creato è una caricatura, oppure un personaggio alla Proust o alla Mann (ma per l’amor di Dio loro sapevano quel che facevano) ma ho detto sicuramente troppo e così il lettore finisce per non sapere nel senso che sa ciò che io, l’autore, gli ho circoscritto dentro le mie categorie e con questo ho fatto in modo che il suo potere immaginativo diminuisca.
Se dò invece pochi tratti di quel personaggio, ogni lettore potrà riconoscerlo perchè esso è indefinito e tutti nella vita abbiamo visto e conosciuto l’arrogante, il presuntuoso, il dinamico, la donna avvenente etc etc, ogni giorno li abbiamo sotto gli occhi, al lavoro, in palestra, al bar.
Se lo scrittore scrive il necessario di un evento o di un personaggio, chi lo legge può rivivere e immedesimarsi liberamente, attribuire a quel personaggio o a quell’evento la connotazione che egli vuole e conosce, e dunque con questa tecnica di negare una visione fissa e dettagliata lo scrittore avrà risparmiato inchiostro e avrà guadagnato in potere coinvolgente. Avrà suscitato un potere maggiore di immedesimazione.
Così il libro e il personaggio stesso parleranno di più e più efficacemente.
A questo proposito, quando si vuole far muovere un personaggio sarebbe meglio che non si raccontasse per filo e per segno cosa egli fa, dove va, con quali scarpe, com’è l’ambiente in cui si muove... Non c’è alcun bisogno di dilungarsi in minuzie circa i suoi movimenti e soprattutto i moventi delle sue azioni. Un buono scrittore dovrebbe anzi sempre evitare di scrivere in fatto di moventi, di giustificazioni. Sempre Hemingway diceva che il personaggio parla con le azioni non con le parole, né tantomeno con quelle di chi sta scrivendo per lui.
Questa affermazione significa che ciò che descrive il personaggio è l’azione, non lo scrittore; se è lo scrittore che descrive le basi delle azioni del personaggio, cioè se le motiva, le spiega, le fonda, allora compie un cattivo lavoro. Compie un buon lavoro se il suo personaggio non ha bisogno di spiegare al pubblico perché si comporta in un certo modo, parla in un certo modo, agisce o reagisce in un certo modo.
Da qualche giorno in tv e per le strade di tutta Italia compare quest’immagine, tratta dall’ultima campagna pubblicitaria di Oliviero Toscani. Evidentemente ancora in Italia ci piace fare discussioni inutili su tutto. Si sente: ma questa campagna è legittima? Ha fatto bene Toscani a ritrarreuna donna anoressica, un corpo devastato? E’ giusto che i cartelloni appaiano in tutte le strade, è legittimo che la comunicazione si spinga e debba arrivare fino a questo punto, che le immagini possano essere vedute da ciascuno, da ragazzini, etc etc. Il solito coro di nani e ballerini, di massmediologi, di giornalisti bigotti e ignoranti, di esimii opinionisti del fico secco, si esprime. Forse è chiamato a farlo. Mi chiedo: è davvero mai possibile discutere di un problema così futile, la cui soluzione è così lapalissiana perché è una soluzione culturale. E’ giusto, santo Dio! Non c’è cosa più giusta al mondo. Di là da tutti i discorsi, anch’essi retorici su censura, libertà di espressione e comunicazione, il punto fuocale della questione è uno solo. Immagini del genere, messaggi choc come questo non solo sono desiderabili ma si impongono e devono esserci. Guai se non ci fossero. Vorrebbe dire che siamo davvero alla frutta e che meritiamo di fare la fine di qualche repubblica delle banane sudamericana. Il problema semmai è che ce ne sono troppo poche. Messaggi come questo sono necessari, sapete perché? Perché molto semplicemente siamo tutti zombie che camminano, e che si illudono di vivere e di pensare, mentre siamo assonnati, persi, assuefatti a ciò che avviene attorno a noi come al caffè della mattina, ed è necessario pertanto che ci svegliamo. La funzione di queste immagini e di questi messaggi è quella di svegliarci, di aprirci gli occhi. Allora svegliamoci gente, apriamo gli occhi. Vorrei riportare un semplice aneddoto che mi è capitato di vivere qualche giorno fa. Ritornavo dall’ufficio postale perché ero andato a spedire certa corrispondenza della casa editrice e ad un certo punto, a qualche centinaia di metri da un semaforo, mi capita di rimanere letteralmente imbottigliato in una fila. Non si poteva andare né avanti né indietro, né a destra né a sinistra. Bisognava solo mettersi l’anima in pace ed attendere che l’astenosi di sbloccasse. In circa venti minuti riuscii a capire di cosa si trattava. Si trattava non di un incidente ma di una macchina che man mano che si avvicinava al semaforo percorreva pochi metri e poi si bloccava evidentemente a causa di un guasto. Il semaforo così scattava, la macchina percorreva altri pochi metri, dava l’illusione che sarebbe stata capace di oltrepassare il semaforo ma poi si arrestava e il rosso scattava per l’ennesima volta e tutti dovevano aspettare. Non vi dico il coro di clacson impazziti! Il problema era che non si poteva sorpassare in alcun modo questa automobile, in quanto, giacchè la strada era stretta e v’era spazio soltanto per due file, naturalmente quelli della fila di destra, cioè quella libera, non avrebbero permesso per l’anima della propria madre di superare l’auto in panne e dare modo così ad entrambe le file di scorrere. Insomma andò avanti ancora per un bel po’ e alla fine roso dalla rabbia sapete cosa ho fatto? Unico tra decine di zombie che erano fermi, uscii dalla mia macchina, andai al finestrino di quell’altro zombie della macchina in panne e gli chiesi che cosa non andava. Era così terrorizzato poveretto, e atterrito dai clacson che non riuscì nemmeno a rispondere. Allora andai dietro e iniziai a spingerlo a mano, io solo tra decine di zombie che si limitavano a strombazzare e non muovere un dito, e pian piano così oltrepassammo il semaforo e accostammo sul lato della strada. Il tragitto che feci a piedi per andare a recuperare la mia automobile fu pieno di insulti forse perché mi avevano scambiato per un complice dello zombie paralizzato. Ora la morale di quest’aneddoto è che nessuno si era mosso dalla sua auto per fare una cosa così umana e semplice quanto quella di scendere e risolvere in maniera meno urbana e cioè più umana il problema, anche se il problema dannatamente riguardava tutti ed era per tutti di interesse diretto. Tutti suonavano da grandi signori ottusi e nessuno voleva scollare il suo onorevole culo dalla propria automobile e sporcarsi le dita sulla polvere di quell’automobile in panne. Il guidatore dell’auto in panne era senz’altro il peggiore perché paralizzato, come tramortito, incapace di pensare a realizzare una cosa tanto semplice quanto spontanea e inusuale per una automobilista urbano e cittadino, che non si era mai vista (un automobilista fuori dalla sua auto!), dunque si comportava come il peggiore dei conformisti. Questo insomma per dire che si discute e si discute, si parlae si parla e non si risolve mai niente e mai nessuno che metta del proprio per adoperarsi concretamente e con un po’ di cuore nelle cose che fa. Si discute ancora su che cos’è l’anoressia, diamine!, da che cosa sia determinata. Ma è mai possibile discutere sul fatto che l’anoressia - lo capisce anche uno zombie - è un male tipico, solo più visibile degli altri, funzionale, della moderna società in cui viviamo. E’ mai possibile che ancora ci si chieda se mostrarla sia umano o non umano, giusto o ingiusto, corretto, ‘politicamente corretto’? Vorrei menare un pugno a ciascuno che si pone questo dubbio e spaccargli il naso. E’ una malattia sociale che ha cause sociali quali quelle della mancanza di solidarietà, della mancanza di amore, dei tempi veloci e della conseguente fretta e trascuratezza in voga nelle pseudofamiglie odierne, della freddezza, del cinismo, della mancata amorevolezza di cui oggi siamo tutti complici, della miseria intellettuale, della pochezza di persone che curano più la palestra e i centri benessere che i propri figli, i propri amici, i propri semplici conoscenti. E’ il frutto di una crescente spietatezza che ci sta contagiando sempre più. Di una saccenza, di una indifferenza, di un’ignavia, di una clinicità di azione, di un utilitarismo spiazzante. Non hanno torto quelle ‘giornaliste del dolore’ o i preti quando parlano di amore, di comprensione, di identità. Non c’entrano niente le diatribe sciocche sulla moda e sul suo mondo. La moda è solo una delle scenografie in cui questo male si modella e si evince ma è la società tutta nelle sue ramificazioni e proiezioni l’ambiente dove essa prolifica. Si diventa anoressiche perché ci si sente inadeguate e incomprese e non si ha la forza, la comprensione, il supporto degli altri per capire chi si è veramente. Anoressici lo siamo tutti, perché tutti, chi più chi meno, ci sentiamo defraudati di una semplicità che vorremmo esprimere e che temiamo possa invece nuocerci. Anoressici sono tutte quelle persone deboli che preferiscono conformarsi piuttosto che far vedere chi sono realmente. L’anoressia è una malattia di una società falsa dalla testa ai piedi nella quale conta paradossalmente l’ostentazione del benessere. Un benessere che naturalmente non esiste. Ci chiediamo perché essa sia una malattia femminile? Ve lo siete chiesti. È femminile semplicemente perché riguarda la bellezza. E’ l’ultima spiaggia di unaricerca estrema della bellezza e dell’accettazione a tutti i costi. E’ il desiderio di essere conformi a canoni che la società, non la moda, detta, ed è la proiezione a standard che le donne percepiscono bene e con maggiore sensibilità, di cui in primis i giornalisti e il mondo della cultura, sono gli artefici. Perché me la prendo con loro? Perché un mondo che fa informazione e cultura taroccata, anziché divulgare, tifare, diffondere, parteggiare, sostenere, i valori reali e veri, autentici, i quali dovrebbero essere per l’appunto espressi dalla vera cultura, l’alta cultura, vengono riproposti da loro pappagallescamente come modelli e criteri di successo. So bene che è un discorso trito e ritrito fatto di concetti espressi in miliardi di occasioni, ma fermatevi un attimo, rifletteteci su. Quegli stessi giornalisti che in coro come le ciaramelle nelle vie del paese a Natale, si riuniscono ecantano la stessa solfa, a perdifiato, nelle cui riga, nelle cui ‘arie’, nei loro sermoni, non v’è un briciolo di cognizione per il contenuto stesso che esse vorrebbero esprimere. Quegli stessi giornalisti e operatori della cultura che dovrebbero avere l’onere e l’incarico e la missione di esser controcultura e controinformazione per antonomasia, per Dna, e invece non fanno altro che seminare il conformismo. Quegli stessi giornalisti che temono, mio Dio!, mio Dio!, o mio Dio!, un epilogo di sangue dopo che Grillo ha parlato e non capiscono che se fossero veri giornalisti ciò che ha detto Grillo avrebbero dovuto dirlo loro per mestiere, che Grillo è uno di loro, gli ha rubato il mestiere perché è contro il potere come loro lo dovrebbero essere, quegli stessi giornalisti che invitano al Tg il ministro dell’Economia e quasi sono imbarazzati e gli offrirebbero volentieri dei pasticcini piuttosto che fargli delle domande scomode, che si avventano come gli avvoltoi presso la casa e i parenti di qualcuno che è stato massacrato ma poi al Parlamento si limitano ad offrire il microfono alla prima bocca che gli passa davanti facendo in effetti i portantini di microfono, e che si collegano da Bagdad con il foulard e gli occhi truccati perchè tanto la guerra è noiosa e poi non si sa mai nulla di certo e quindi le notizie le raccattiamo un po’ dagli altri colleghi un po’ dagli uffici stampa dell’esercito… E dunque vi chiedete se un’immagine del genere che esce dal coro sia giusta o no? Sapete cos’è? E’ informazione! E’ il fulmine che dilacera il cielo e che atterrisce l’uomo primitivo che non ne conosce la ragione e che lo vede dall’uscio della sua caverna. Accidenti se fanno bene immagini come queste! Se tutti coloro che fanno informazione lo facessero loro (dare informazione!) saremmo salvi. Dato che non lo fanno svegliatevi gente, aprite le menti. E’ solo un piccolo peccato che messaggi del genere provengano dalla pubblicità, ma anche questo è un segnale dei tempi, e anche questo è un altro discorso e magari un altro articolo. Ribadisco: spalancate gli occhi e aprite le menti!
Quando lessi per la prima volta del progetto editoriale della casa editrice sulla prostituzione, pensai semplicemente che fosse una bella iniziativa, interessante, attuale, ma al tempo stesso talmente lontana dalla mia vita da non sentire di voler esprimere un’opinione seria a riguardo.
La mia regola principale è sempre stata di scrivere ciò che sento, ciò che conosco personalmente, ciò che penso. E questo argomento non mi ha mai toccata così da vicino.
Certo, ovviamente anch’io vivo nel mondo reale, anch’io ogni giorno passo in macchina davanti a un certo numero di “donne di strada”. Ormai quasi le riconosco e sono diventate parte integrante del territorio; so che passando per una strada che attraversa diversi campi, dopo l’azienda che alleva cani e dopo il maneggio, arriverò a un incrocio, e loro saranno lì. Loro, delle persone, delle donne, saranno lì sedute, più o meno svestite, a qualsiasi ora del giorno o della notte, ad aspettare.
Passo davanti a loro, le guardo, mi sento stringere un po’ il cuore e provo dispiacere; poi attraverso l’incrocio e torno alla mia vita, a pensare al prossimo esame e a cose ancora più stupide.
La prostituzione è un dramma che ormai ci ha assuefatti, perché ce lo troviamo sbattuto in faccia ogni giorno, come avviene quando si sente dell’ennesimo attentato in Medio Oriente, o del problema della fame del mondo. Io mi sono sempre ritenuta una persona molto sensibile, mi capita di soffrire seriamente quando sento alcune notizie, eppure anche su di me quella tremenda assassina dell’abitudine fa effetto.
Così, proprio stamattina mi sono decisa a uscire dai soliti schemi mentali e a riflettere attentamente su questo problema.
Oltre agli ovvi sentimenti che sono nati dentro di me: compassione, indignazione, senso di fratellanza…ho avuto un’idea. Perché non fermarmi a parlargli? Perché non provare a creare un ponte tra me e loro? Perché non andare dalle dirette interessate e porgli la tanto sospirata domanda: “perché lo fate?”
Dopo circa dieci minuti, ancora euforica per il mio progetto, incontrai per caso una mia parente, una donna di quarantacinque anni, ed esposi a lei il frutto della mia mattinata.
Ciò che mi rispose (e che mi lasciò basita) fu: “stacci alla larga e guarda che se lo fanno è perché vogliono la vita comoda; io piuttosto che prostituirmi andrei a lavare i cessi, e se loro non lo fanno è perché evidentemente guadagnano di più così.”
Sul momento mi ci misi pure a discutere e la trovai superficiale, ma poi mi chiesi: “quanti la pensano davvero così?”
Domandai ad altre due persone, sempre donne, ma più anziane, e mi risposero in sostanza allo stesso modo. Anzi, sembrava quasi che sorridessero al pensiero di una giovane ragazza come me che si poneva un problema del genere. Ci mancò poco che mi dicessero: “povera scema, vivi ancora nel mondo delle favole.”
Perciò cambiai idea e decisi che è di questo che invece vorrei parlare, non della prostituzione in sé, ma di ciò che la gente pensa della prostituzione e di tutti gli altri mali della società.
Perché ancora oggi, nel 2007, in un mondo in cui c’è informazione, in cui quindi i problemi vengono analizzati attraverso i diversi punti di vista, ci sono ancora persone (e parecchie) che si limitano a liquidare un argomento così complesso e duro con una misera e superficiale frase del genere?
Se per loro io vivo nel mondo delle favole solo perché ritengo che la maggior parte delle prostitute siano delle vittime, loro in che mondo vivono?
Quando hanno perso l’innocenza e perché?
Quando hanno smesso di indignarsi?
Cosa porta una persona, una donna per giunta, a pensare in questo modo?
Sono queste le domande su cui sto riflettendo e su cui ho formulato varie ipotesi.
All’inizio ho pensato che fosse un modo inconsapevole per non vedere la sofferenza degli altri, perché non si riesce ad accettarla. Oppure, forse, poteva darsi che una persona che ha già problemi personali seri tenda a non considerare quelli altrui. In seguito ho valutato come fallaci queste giustificazioni. Conoscendo quelle donne molto bene, ho capito che non era il loro caso.
Allorapoteva essere una ricerca del “capro espiatorio” a cui dare la colpa per la caduta dei cosiddetti “valori” della nostra società, come avviene del resto anche per gli immigrati. E questa ipotesi già mi convinceva di più, mi sembrava un’idea molto diffusa (come se una società che ha valori forti li potesse perdere in questo modo…). Ma poi ho cercato di vedere le cose più in grande, a livello, diciamo, mondiale e, come nel piccolo tanti riescono a passare davanti a prostitute, senzatetto, persone problematiche senza provare nemmeno un po’ di dispiacere, o addirittura considerandoli colpevoli per la loro situazione, così nel grande si arriva ad accettare che esistano differenze incommensurabili per ciò che concerne le possibilità di vita o addirittura di sopravvivenza.
Ho cercato mille motivi per giustificare questo comportamento ma purtroppo credo che dietro a tutto questo ci sia una sola cosa, che non ha spiegazioni e si commenta da sola: una semplice, banale, vergognosa, indifferenza.
A nessuno importa più di nessuno.
Non esistono più “i problemi”, esistono solo i “nostri” problemi.
Esistono i “nostri” obiettivi, i “nostri” desideri, le “nostre” esigenze.
Tutto il resto va in secondo piano.
E così la voglia di essere belli, di essere delle persone come la società ci impone di essere diventa più importante di ogni altra cosa.
Chi ascolta più la voce della coscienza?
Chi più sa di averla una coscienza?
Come si può pensare che ci si occupi di certi problemi a un livello tale da voler fare qualcosa per risolverli, se quasi non ci importa nemmeno più niente delle persone che abbiamo intorno?
Quante persone conosciamo e magari chiamiamo “amici” ma poi in realtà sono solo persone con cui parliamo di noi stessi di fronte a un caffè senza nemmeno ascoltare le loro risposte?
Tra tutti gli uomini e donne che riteniamo importanti per noi, per quanti di loro saremmo disposti a modificare la nostra vita, anche di pochissimo, per dargli una mano in caso di bisogno?
Proviamo a contarle, la prossima volta che daremo alle prostitute la colpa della perdita dei valori della nostra società.
Poche settimane e "Il ventre della Terra", opera prima di Valentina Francolino, sarà in vendita. A breve metteremo a disposizione gratuitamente, come di consueto, un estratto del volume. Informiamo che con questa pubblicazione inizia una nostra usanza, ovvero quella di inserire immediatamente dietro la copertina, in prima pagina, un'immagine provocatoria legata ai temi sociali e culturali che ci stanno più a cuore e su cui tutti dovremmoaprire gli occhi! Il tema di questa immagine, in relazione all'argomento di cui tratta la storia del libro, è naturalmente gli effetti devastanti e terribili provocati dallo stravolgimento ambientale di cui ci stiamo macchiando.
Anche per questa pubblicazione daremo avvio all'iniziativa "50 libri per 50 critiche" come per la pubblicazione precedente di Raffaele Turturro. Non si accettano prenotazioni. Le richieste del volume omaggio potranno essere effettuate solo dopo che ne sarà data comunicazione sul nostro sito. Anticipiamo che i richiedenti che hanno già ricevuto "Una stagione INattesa" non godranno dell'omaggio pieno, bensì di uno sconto qualora volessero richiedere il volume di Francolino. Questo, ovviamente, per evitare che gli stessi lettori ricevano un nuovo libro perchè è nostro interesse che sempre nuovi lettori possano usufruire della libera circolazione dei nostri volumi, di conseguenza ricevere critiche o commenti su ciò che facciamo sempre diversi in un bacino sempre più ampio. Le nuove regole della seconda edizione di "50 libri per 50 critiche" comunque saranno esplicitate con maggiore dettaglio quando il libro sarà disponibile.
Nel frattempo visitate il nostro sito o servitevi del link diretto nella sezione "I nostri libri" su questo blog, in basso a destra, per leggere la scheda e la biografia dell'autrice.
Quest’uomo lavorava 16 ore al giorno. Morì all’età di 50 anni (1850) logorato dagli stenti dovuti all’eccessiva tensione accumulata nello sforzo ossessivo di compiere l’opera che si era prefissa. Dopo i primi scadenti tentativi letterari cominciò a concepire e scrivere la “Commedia umana” a partire più o meno dai 30 anni e in soli vent’anni riuscì a redigere una delle più imponenti e monumentali e possenti opere in prosa mai concepite da nessun altro scrittore prima e dopo di lui. Un magnificente enorme edificio nel quale convivono e si scontrano, dibattono, si accapigliano, si amano e si strizzano l’occhio, migliaia di vite, di personaggi, di ambienti, di situazioni (pare che i personaggi siano per lo meno 4000!).
Per chiunque voglia scrivere, lo scrittore francese, che ritirò la propria candidatura all’Accademia in favore e per rispetto di Victor Hugo, la lettura e lo studio di ciò che ha lasciato è imprescindibile. C’è da dire che, in effetti, leggere tutto ciò che ci ha lasciato è un impresa che pochi possono vantare. Ci sono pochissime persone al mondo che hanno letto Balzac per intero, non solo la sua prosa, ma anche il teatro, l’aspetto analitico e saggistico della stessa “Commedia”, ovvero gli studi analitici.
Balzac è inesauribile. Balzac non finisce mai. Ciò che stupisce è come un uomo della sua tempra, del suo spirito, che ha avuto donne, una vita mondana molto intensa, che ha intrapreso diverse attività commerciali (peraltro tutte fallimentari), tra cui tanto per dirne una quella del tipografo, che ha viaggiato in varie fasi della sua vita, abbia potuto concepire un progetto così ampio e abbia potuto realizzare un’impresa così enorme e defaticante.
Balzac è uno di quegli scrittori che nell’Olimpo delle lettere siede accanto a Zeus. E’ uno dei maestri di saggezza letteraria cui ronzano intorno tutti gli scrittori successivi, anche i più insospettabili. Molti, moltissimi, hanno cercato di rinnegarlo, di tacciarlo di antichismo, molti hanno cercato di far risorgere il romanzo dalle sue ceneri, i più arditi e sprovveduti hanno tentato di superarlo in nome del romanzo moderno, ma chiunque, prima o poi, si è venuto a trovare come debitore della sua impronta. Gli unici due scrittori, secondo Henry James, che hanno calcato con profitto le sue orme sono stati Joyce e Faulkner. Perché? In che senso? Cosa ha fatto Balzac? In che cosa consiste la sua eredità?
Balzac voleva registrare la vita! Non la vita nelle sue esemplificazioni, nella sua generalità, ma la vita! Intendo ciò che un uomo vive, vede, annusa, sogna, tocca, durante il suo percorso. Gli anfratti psicologici, tanto quanto il colore degli stipiti delle porte, i ricami delle sete, gli arzigogoli di un giardino, e le grandi passioni.
Spesso si dice che Balzac è annoso, gravoso, pesante, che si smarrisca in mille particolari, in lungaggini. E questo è vero. Molto spesso, anche le sue opere più famose e riuscite sono intrise di descrizioni minuziose fino alla nausea. In questo ricorda Hugo. In questa sua dimensione però è proprio ciò che egli vuole fare, lo scopo, l’intento del suo progetto. Balzac voleva dire tutto. Perché egli vedeva tutto, sentiva tutto, intuiva e capiva tutto. La luce con cui tutto questo tutto veniva poi trasposto sulla carta era chiara e a tratti abbagliante. Il mondo che descriveva era un mondo espresso nel bianco e nel nero, con tratti netti e precisi. Era un mondo facile da comprendere, facili erano le azioni e i moventi, le spiegazioni, gli obiettivi nei quali i suoi personaggi si muovevano. La sua ambizione più grande era quella di essere il più vero possibile. Non c’è una sola riga, anche quelle che potrebbero apparire più liriche, in cui Balzac menta. Balzac non mente mai. E’ fin troppo ingenuo, è fin troppo e sempre, sincero, anche quando esagera, quando vuole dire tutto. Egli vuole dire tutto, non vuole tralasciare nessun particolare perché nutre una vera mania, un’ansia patologica verso la mancanza, la lacuna. E’ un incontentabile. Egli è uno scrittore affatto lirico. Scott, che lui ammirava, era lirico. Ma lui voleva superare Scott. Il lirismo nella opera che ha tracciato non esiste. Esiste solo la realtà e la vita.
Anche Tolstoy era, certamente, un realista eppure nello scrittore russo esiste anche il lirismo. Tolstoy ha moltissimi momenti lirici. Per non parlare di “Guerra e Pace” basta citare gli ampi scorci di “Anna Karenina” circa la vita nei campi. Tolstoy, per la verità, oltre ad essere lirico e realista, è anche annoso, e anche lui si perde in lungaggini. Ma quando Tolstoy si dilunga, egli lo fa per lirismo, non per ingenuità come fa Balzac. Tolstoy cioè è sempre consapevole, si controlla sull’esagerazione lirica, sa che essa ha uno scopo ben preciso, è smaliziato. Balzac al contrario cede a una malattia. Egli ‘deve’ dire, deve dire tutto, ma il suo dire non è lirico. La sua è immancabilmente descrizione pura; egli corre dietro la penna la quale scorazza da sola sul foglio,gli detta i tempi. Tolstoy era un realista ma lo era in maniera diversa da Balzac. Perché Tolstoy, quando descriveva la vita, troneggiava su di essa, lasciava intravedere la penna, la sua enorme e onnipresente e onnicomprensiva e tracimante personalità; lasciava intravedere egli come unico suo dio, egli deus ex machina era dappertutto, dietro, avanti, intorno e sopra i suoi personaggi, i suoi personaggi erano proprie costole. Inoltre, Tolstoy era realista e lirico anche nel senso di sentenziosità. Era e voleva essere didattico. Voleva insegnare. Voleva stigmatizzare e, in ogni sua opera, lo faceva. Balzac no, Balzac riesce ad infondere a tutte le vite artefatte che rappresenta una vitalità propria e nessuna goccia di sangue del suo sistema circolatorio alimenta le vite di essi. Balzac era sentenzioso anche lui, vedeva e criticava, aveva un fine morale, faceva a pezzi la società borghese parigina (basta leggere “Illusioni perdute”, “Eugenie Grandet” nella figura di Charles) ma questa lezione la dissipava non in un’opera sola ma nel suo progetto complessivo di decine di opere. Ciò che Balzac dice è nel complesso, non nel singolo. Balzac non può essere capito con la lettura di cinque, dieci opere, perché lo si trova solo nel tutto. Ed è proprio questo il punto! Balzac scrive della vita, ha scritto di decine di centinaia di vite e ciò che aveva in testa, ossessivamente, era la composizione di una vita parallela, di un mondo, che era a lui contemporaneo, ovvero la Francia dell’Ottocento, il quale, quando la storia sarebbe andata avanti e con essa quello stesso mondo sarebbe stato divorato, sarebbe scomparso, il mondo descritto dalla sua penna, supplettivo, parallelo, invece avrebbe resistito e avrebbe sostituito pertanto la storia autentica. Ha voluto cioè costruire un mondo. Un mondo reale più di quello reale.
Tolstoy, da un certo punto di vista, ha voluto fare lo stesso, ma lo ha fatto in opere specifiche, cronologicamente separate, tematicamente separate, unità singole. Un’opera specifica che è “Guerra e pace”, che cos’è se non una ricostruzione di una parte di storia e di un segmento di azione all’interno di essa? Chi oggi vuole sapere della guerra, di quella guerra, ma in fondo di tutte le guerre, può leggerlo. Ci ha spiegato come le singole faccende, le piccole azioni che di solito restano sullo sfondo della grande storia, in realtà, la costituiscano. Ma Balzac è andato oltre in questo senso. E non solo perché ha desiderato comporre un’epoca con la penna, un’epoca nella sua assoluta completezza (quale altro scrittore ha avuto un’ambizione così ampia! Una storia di una società che è di città, di provincia, di politica, di cultura, di lavoro, di costume, di scienza...) ma egli ha costruito un’opera che ricalcasse la storia stessa evitando di riprodurla. Cioè a dire: mentre Tolstoy si incarica di questo compito in singole unità, separabili, che possono essere riprese come singole cellule, Balzac costruisce un mondo di interconnessioni, di legami, di rimandi, pressocchè impossibile da ricostruire, da prendere per un capo piuttosto che da un altro. In altri termini non v’è un ordine, una sistematicità in ciò che ha scritto. I personaggi di Balzac ricompaiono in racconti che ha scritto dieci anni prima; compaiono e scompaiono, vengono ripresi da dove erano stati lasciati, e man mano essi acquisiscono o smarriscono ‘pezzi’; ecco perché ancora una volta egli è inesauribile. Perché anche qualora lo leggessimo tutto, non avremmo letto che una sola delle decine di possibilità di leggerlo. Non avremmo che seguito un solo filo, non avremmo scoperto che una sola sequenza limitata di sinapsi che collegano tutta la sua opera, non avremo percorso che un singolo sentiero tra migliaia di sentieri all’interno dell’enorme foresta che ha seminato e fatto crescere da solo e per di più avremmo percorso quel singolo sentiero solo in un senso e non nei due possibili. Tutte le sue opere sono collegate una all’altra, tutti i personaggi sono il frutto, in un’opera, di ciò che hanno fatto in un'altra storia. Questa caratteristica, com’è facile immaginare, produce una conseguenza per il lettore. Ovvero quella che addentrarsi nella opera di Balzac equivale ad addentrarsi ed a immergersi fino al collo in una vita reale che è caotica, confusa, priva di un senso unico, che è mobile, fluttuante, indefinita. E allora, così come nella vita reale così nell’opera di Balzac i personaggi diventano eroi conosciuti solo dopo averli conosciuti, acquisiscono da decine di rimandi uno spessore psicologico sempre maggiore e si completano come all’interno di un gioco di specchi in virtù di migliaia di rifrazioni dirette e indirette.
Proust, che è stato un allievo eccellente di Balzac, cos’ha fatto in fondo nella “Ricerca” se non fare tesoro dell’insegnamento di Balzac? La differenza tra Balzac e Proust è però che se anche in Proust esiste una sequenza temporale e se anche i suoi libri vanno letti nella loro complessività essi purtuttavia devono necessariamente essere letti secondo una precisa successione. I personaggi diProust si sviluppano cioè all’interno di questa successione intanto che quelli di Balzac lo fanno in una maniera concentrica. Questa è una lezione che uno scrittore odierno può apprendere. Come si rendono vivi i personaggi? Anche attraverso questo gioco di prospettive! Balzac scriveva: “Bisogna prendere i personaggi una volta dal capo e una volta dalla coda”. Dunque giocare e inquadrarli da diverse angolazioni. Scriverli per giochi di specchi, angolarli, inclinarli, posizionarli e narrare di loro attraverso visuali eterogenee. Balzac, naturalmente, l’ha fatto nell’economia di un’opera sterminata, ma chiunque di noi comuni mortali può riportare la sua lezione in cento, duecento pagine di un’opera sola.
Balzac diceva, inoltre, che i dialoghi non sono importanti, o per lo meno lo sono eccessivamente ed è per questo che occorre adoperarli con estrema avarizia. Il dialogo viene dopo la costruzione del climax e serve come un tappo che deve essere fatto esplodere al momento giusto. Usare il dialogo per descrivere il personaggio è infantile. Esso deve completare, non essere supplettivo della penna dello scrittore. Il personaggio deve parlare solo quando è necessario, strettamente necessario. E’ evidente come siamo lontani anni luce da Hemingway, il quale rincorreva quella stessa realtà attraverso una registrazione anche dialogata (per dare il ritmo, per rendere l’ambiente).
Ma un alto aspetto fondamentale della lezione di Balzac è sicuramente la costruzione della successione temporale. Sarei tentato di dire che non v’è artista e non v’è stato artista che più di lui abbia padroneggiato in questo talento, nell’illusione temporale. Leggere Balzac per uno scrittore significa apprendere pure questa lezione. Io consiglio, tra le tante cose che potrebbero essere lette a questo proposito, “Eugenie Grandet”. Leggete questa storia, vedrete come le giornate, le mattine, le sere, trascorrano morbide, al sole che cala sussegue l’ombra e poi di nuovo le prime luci appaiono dalla finestra dell’avaro Grandet. Vedrete come si fa passare il tempo in un romanzo! Spesso una difficoltà di così grande importanza è proprio lo scorrere del tempo nei romanzi. Il cosiddetto romanzo moderno ha utilizzato i capitoli, gli asterischi, le linee separatorie, oppure il romanzo moderno, detto più semplicemente, ha spesso smarrito quell’ampiezza temporale, ha rinunciato a quelle vedute di così ampio respiro che i romanzieri dell’Ottocento amavano e padroneggiavano.Naturalmente Joyce emenda da quanto detto in quanto nell’“Ulisse” la dilatazione temporale avviene al contrario dacchè la dilatazione temporale equivale a una contrazione.
Ma ritornando a Balzac, vorrei concludere quest’articolo con un nota che spero possa essere utile a chi scrive. Occorre leggere “Illusioni Perdute” di Balzac. Si tratta di un corpus di tre romanzi. In uno di questi si narra dell’apprendistato di un giovane scrittore nella Parigi contemporanea a Balzac. E’ l’opera più autobiografica che lo scrittore abbia dato alle stampe. Racconta del suo apprendistato di scrittore. La critica alla società degli artisti, ai media, ai giornali e a coloro che imbrattano carta è fenomenale. Sembra di leggere qualcosa che è stato scritto oggi, parla dell’oggi.
Vorrei coprirmi il capo da metri di sabbia e non trovarne la ragione. Aspetto forse Maat che venga a pesare la mia anima.
Probabile che anch'io come lo struzzo sia di natura ibrida.
E la mia inettitudine a volare potrà confinarmi in qualche bestiario?
Anch'io sono incapace di mollare il mondo, sono devoto all'ipocrisia. Ancora per poco equità e giustizia indicheranno il mio soffio vitale, come lo fu per gli egizi.
Quando Thot, con la testa da ibis color rosso vivo sarà pronto a registrare la sentenza allo sciacallo, allora sarò pronto per lui.
Spero che la piuma pesi più della mia coscienza.
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STANZA N. 2
Può un misero tarlo rovinare interi raccolti di pagine oramai assuefatte e sedurne il portatore?
Fu marchingegno, una piccola punta di metallo che premeva sul fianco e non permetteva distrazioni.
E il veleno si propagava ogni sera.
Diventava omelia ogni tua visita tra queste mura ovattate, borgo antico di voci familiari.
Gravoso l'impegno per ogni fibra di questa sagoma assorbire predicozzi che diventano parodia per chi non abita questa strofa.
Ridiventa straordinaria vita, quando cessa.
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IN UN ANGOLO DI MONDO
Sul ponte Nikolàievski il cappello tenta di strapparsi alla fanciulla con scarpe di capra e ombrellino verde
un uomo a piedi nudi con alfabeto ridotto si avvicina per rendere omaggio ai suoi quattrini innocenti
al di là della balaustrata colpi roventi nei cannoni e nelle bestemmie ingoiate dai palati
sulla calma via una frusta fa correre un cavallo, ballerine con fiocchi di feltro portano al guinzaglio conigli d'angora e mani secche consumate
altri ancora un coltello un fiore o un ago per distrarre se stessi dall'ampolla che stringe.
Domani, tutto questo in pellicola da 16 andrà al montaggio...
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NUOVO CAPITOLO
E' una serata jazz, stasera.
Mi muovo tra i tavoli di un vecchio club, tra foto di grandi vocalist e sassofoni al neon. Un pò come essere a New Orleans, soltanto che non l'ho mai veduta.
Ripenso a stamane, quando la castellana entrava dalla mia finestra per andare a riposare sui mobili di vetro o fra le pagine dei libri.
E mi diverto quando si intrufola nei dischi e non ne trova poi lo spazio.
E ripenso a quel ratto, poco furbo sulla strada finito all'altro mondo senza cena e senza messa.
Quando l'orchestrina improvvisa l'ultimo free jazz riecheggiano nell'aria mancati rendez-vous e colpe dei sensi in dirittura d'arrivo, per le cose che cambiano e non sanno di niente.
Mi rimane solo in mano un taccuino dove lasciare le mie tracce.
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ALLUCINAZIONI IN SOGNO
Ho visto una donna sospesa in aria levare le mani al cielo
come in un quadro di Monet ho visto una pineta, al posto delle tovaglie da pic-nic letti sparsi ovunque e coppie che giacevano in completa solitudine e moltitudine
poi ho visto la bellezza morale che un tempo ti possedeva e sono ritornato in quei luoghi dove ti hanno vista felice per l'ultima volta ho tentato di recuperarla ma il guardiano mi ha risposto che altrove era stata trasferita, un altro corpo mi disse
adesso fuori piove dentro è bufera.
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DISTANZE RAGIONATE
Quanto dolore intercorre fra la dimensione astrale di un sonetto e la loquacità di un condannato a morte?
Credo, soltanto la mirìade di verbi e il mutismo di parole che rivolgono a se stessi.
Un singolare dibattimento. Socrate presiede la giuria. Il Destino, Dio, e il Diavolo, a confronto. Catilina pubblico ministero.
Esiste un canovaccio che l'uomo, inerme, dalla sua nascita alla morte, ossequia? Chi muove i fili? E' tutto già stabilito? Perchè Dio ci ha creati? Chi era Gesù? La nostra libertà in che cosa consiste? Un testo teatrale che si pone domande e riserva la risposta ai lettori e al pubblico.
"ADESSO BASTA CON IL DOLORE E LA MORTE, BASTA CON LE PUNIZIONI…BASTA CON I FIGLI CHE SPUTANO SANGUE DALLE LORO CROCI…BASTA CON LE SOFFERENZE PER REDIMERSI DA UN QUALCOSA CHE…NON CAPISCO, BASTA CON IL CILICIO PER ESSERE NELLA SOFFERENZA VICINO A DIO… BASTA CONUN DIO GELOSO DEL SUO POTERE. NON ABBIAMO PIU’ BISOGNO NE’ DI SANTI NE’ DI EROI…PERSONE LIBERE IN UN MONDO LIBERO."
Per la Quarta edizione del Premio Internazionale di Poesia Teramo 2007 la giuria ha assegnato alla nostra casa editrice il Premio Speciale con il libro "Le ceneri di Candore" di Alessandro Pugliese.
La cerimonia di premiazione si terrà a Teramo nella Sala Polifunzionale della Provincia il 24 novembre prossimo.
Platone nel Fedro aveva già affrontato l’argomento con una parabola. Le anime nell’Iperuranio compiono il loro giro dietro il carro di uno degli dei e, tornate sulla terra, inseguono inconsciamente l’essenza di quel Dio. Chi scortava Apollo sarà attratto dalla bellezza e la cercherà in tutte le sue forme, ugualmente farà con la sapienza chi era dietro il carro di Atena. In questo modo, in estrema sintesi, sarà possibile elevarsi nuovamente al mondo degli dei.
Quello che noi inseguiamo nelle nostre vite è quindi qualcosa di extratemporale ed extraterrestre, inteso come al di là delle limitazioni cognitive proprie del nostro involucro umano, ma non è modificabile dalla nostra attività.
Nelle Lettere a Lucilio Seneca dice che non si impara a volere, “velle non discitur”; semmai si può imparare come volere.
Preliminarmente occorre imparare a riconoscere cosa si vuole. Questa è l’operazione più complessa ed è per questo che a volte le nostre volizioni e azioni non sono coerenti con il nostro carattere, con ciò che intimamente vogliamo.
Può accadere che il proprio carattere si manifesti alla persona solo in età avanzata, altrimenti può restare sconosciuto per sempre.
Come fa rilevare Schopenhauer, a volte riconoscendo il nostro carattere, ciò che realmente vogliamo, possiamo restare inorriditi.
Ma se il nostro volere è predeterminato che ne è della libertà e del libero arbitrio?
La libertà non consiste nella libera scelta di ciò che si vuole, ma nell’eliminazione dei vincoli che impediscono di assecondare la propria volontà.
Noi possiamo concepire la libertà solo come libertà da qualcosa, ecco perché i bravi maestri non sono quelli che indicano una strada da percorrere, ma coloro che aiutano a rimuovere gli ostacoli che frenano il cammino.
E’ quello che fa l’arte, non spiega cos’è bello, non analizza la genesi delle emozioni, ma aiuta ciascuno a trovare il bello dentro di sè, o se volete, a ricordarsi di quello che ha visto nell’Iperuranio.
Ecco perché sbaglia il professore che dice: “cosa significa quel quadro”, “qual’è il commento di quella poesia?” L’arte è un mezzo, non è depositaria di alcuna verità.
Possiamo inoltre elevarci a secondo del modo con il quale impariamo a soddisfare la nostra volontà.
Se siamo attratti dagli animali selvatici e dal loro habitat, possiamo diventare bracconieri, cacciatori o autori di documentari.
Ma tornando a quanto detto precedentemente, la libertà dopo queste considerazioni non viene limitata, non fosse altro perché ci vuole coraggio per inseguire la libertà nel senso sopra definito, ossia libera manifestazione della propria volontà.
Più facilmente andiamo alla ricerca di ostacoli, quando non siamo noi stessi a crearli, che impediscono alla nostra volontà di esprimersi liberamente.
Siamo programmati per godere dell’istante, dell’attesa e inseguiamo alibi che ci impediscono di vedere esattamente ciò che vogliamo. E’ un processo misterioso, ma avendo davanti una strada, noi cerchiamo in tutti i modi di temporeggiare, di trovare una scusa che ci impedisca di proseguire, di progredire, di sapere.
Questo strano timore si tramuta in una insopprimibile voglia di essere schiavi di qualcosa, che sia il successo, l’affermazione professionale, ma anche la considerazione degli altri e l’ammirazione per le nostre qualità morali.
Se la nostra volontà è immodificabile dunque, quanta libertà ci resta ?
Stephen King grosso modo dice da qualche parte che romanzare equivale a dire la verità attraverso le bugie. Ed è proprio questo, in effetti, lo scrivere un romanzo. Se si scrive con il vuoto davanti, con alcuna intenzione, senza una meta e un obiettivo, privi dell’urgenza di voler comunicare qualcosa, non si ha intenzione di scrivere un romanzo (perlomeno buono) e, secondo il mio modesto punto di vista, non si ha nemmeno l’intenzione di scrivere un bel niente; si vuole perdere alcune ore preziose per la lettura, per il sesso, o per lo sport, i viaggi, e si vuole imbrattare della carta.
Partiamo da una considerazione: un romanzo è scritto da un uomo o da una donna. Nel romanzo deve essere contenuto quell’uomo e quella donna. Un romanzo inevitabilmente sarà lo specchio dell’animo di quell’uomo e di quella donna. Anche i romanzi più astratti, quelli di fantascienza, di horror, quelli più distanti programmaticamente dalla realtà, rilasciano, registrano, profondono schegge del vissuto, dell’animo, dello spirito, di chi li ha scritti. Bene, se l’involucro scrivente è uno scrigno vuoto ne consegue che pure la sua manifestazione su carta senz’altro risulterà vuota e insipida. Ecco perché scrivere è così difficile. E’ un compito arduo e immane poiché non tutti sono involucri ricolmi e tracimanti.
Io non credo affatto, come taluni pure pervicamente sostengono, che nell’arte dello scrivere romanzi la tecnica narrativa sia l’aspetto cruciale. Certo è un ingrediente. Io penso, ne sono convinto, che il contenuto sia l’aspetto primario, qualunque forma esso poi assuma su carta. Ma il problema è proprio questo: cos’è il contenuto? Lo scrittore dovrebbe sempre prima interrogarsi su che cosa vuole dire. Qual’è la ‘morale’ che vuole comunicare? Che cosa voglio dire attraverso le bugie, ossia attraverso e mediante la costruzione di una trama, l’invenzione di personaggi?
Quando si pensa ad una ambientazione, bisogna chiedersi che cosa essa simboleggia, incarna, sustanzializza, essa metaforizza che cosa?
Se io voglio scrivere di Tregogoruefsibdsaovs, ovvero di una cittadella di provincia, diciamo dell’Italia contemporanea, bè, questa dannata cittadella che cosa mai significa? E’ lo specchio di quale intenzione, di quale significato?
Se Tregogoruefsibdsaovs è Tregogoruefsibdsaovs, essa a che cosa si contrappone? Ciò che al suo interno avviene, a quale messaggio mi porta? Voglio far vedere la solitudine? Sì, voglio far vedere proprio quella! E allora? Voglio far vedere che in una cittadella di poche anime la solitudine è più tangibile che in un grosso centro urbano? Bene, certo, come no! E allora? Che essa, la solitudine, può essere ancora più crudele di quello che può essere in una metropoli nella quale non ci si conosce tutti e dove sono in perenne contatto con ‘l’estraneo’; voglio far vedere (se Tregogoruefsibdsaovs è ubicata nel Meridione) che anche qui vi è freddezza sociale, indifferenza, egoismo, o che queste dimensioni sono diverse e in che misura lo sono, e perché…etc etc. Se parlo della provincia per evidenziare le differenze di mentalità, di modo di vita rispetto per esempio alla città, se metto in scena un campagnolo anziché un colletto bianco cittadino, perché lo metto in scena? Perché voglio che da esso trasbordi una modo di vedere la vita che deve essere contrapposto o deve essere indicativo di qualche cosa? In conclusione se scrivo, devo chiedermi che cosa voglio scrivere. Una volta capito di che cosa voglio scrivere andrò a trovarmi gli utensili (luoghi, personaggi, intrecci) che mi servono; e questi utensili sono ‘le bugie’.
Non mi fido, e biasimo coloro che si mettono a scrivere per puro intrattenimento. Sono molti, la maggiorparte della gente che scrive. Essi esistono e sono molti più di quelli che si pensa; ma da essi statene pur certi non uscirà mai niente di buono. Quando scrivo una storia, comincio a pensarla, essa non mi sarà chiara, ma deve essere chiara la comunicazione che voglio costruire. Le vie da percorrere in mezzo alle fronde che mi oscurano la vista scompariranno man mano che vado avanti. Mi sperderò più volte lungo i sentieri, ne percorrerò alcuni inutilmente, ma poi scoprirò quello principale e lo percorrerò fino alla fine. Non si scrive niente se non si vuole insegnare qualcosa. Questa è una regola. Scrivere romanzi è, anche nella esperienza più inconscia, insegnare qualcosa a qualcuno. Scrivere è raccontare qualcosa, una esperienza. Per questo una grande lezione che i grandi scrittori dovrebbero insegnarci è quella di scrivere preferibilmente di cose vere, autentiche. O meglio comunicare di verità autentiche. I grandi scrittori ci hanno comunicato non tesi, non opinioni, non volevano animare un dibattito, non ci hanno mai detto “ vorrei dirvi questo ma potrebbe essere anche non giusto, insomma io la penso così, non è detto che sia vero”. No! Ciascuno di loro al contrario era sempre convinto che ciò che volevano comunicarci era la verità. Se non siamo convinti di dire una verità, non scriveremo niente di degno; statene pur certi. La scrittura non è per i diplomatici, per i “ma sì, però, vedi…”, per i “Bè, io la penso come chi dice che secondo lui è vero tanto quanto…”. Gli scrittori grandi sono appassionatamente convinti, arciconvinti che quello che dovremmo sapere è ciò che vogliono insegnarci. Non si diventa scrittori se non si ha una verità radicata dentro di sé. Se si è tipi da tutte le stagioni. Se si è abituati a mediare, se si ha la personalità del mediatore. Quella è roba per truffatori e per politici. Lo scrittore ambisce ad essere impiccato, a rompere le uova nel paniere, a fare trambusto, a scandalizzare. Chi scrive deve voler rompere qualcosa, deve raccontare, e costruire per distruggere, e distruggere per edificare qualcosa di nuovo e di illuminante. Le verità ce le daranno sempre i veri scrittori, non i ‘politici dei valori’. Lo scrittore è sempre parziale. Diffidate da quegli scrittori osannati all’unanimità. Apprezzati da chiunque. Uno scrittore intelligente rifugge dall’ossequio, biasima l’adulatore, di certo l’ha già rappresentato in uno dei suoi libri come lacchè. Lo scrittore non è colui che sa scrivere ma che sa di che cosa scrivere. E’ colui che da un evento comune, che ha vissuto, che ha udito, da una storia che gli è capitata, riesce a trarne una lezione, un significato e che sa poi trasporre - questo nucleo, questo significato - all’interno di una storia. Ma una storia è solo il palazzo, il guscio, la costruzione, la quale circonda quella idea. Nei grandi romanzieri questa idea, questo nucleo, è così annacquata dalla potenza della fantasia che essa quasi scompare, è inaccessibile, o addirittura viene consapevolmente o inconsapevolmente intrecciata in una maniera inestricabile. In ogni grande opera può esser individuato questo nucleo. Ne “I Demoni” di Dostoievski qual’è il nucleo? Il nucleo è la critica alle idee progressiste che alla fine dell’Ottocento precorrono e lasciano già intravedere con nettezza i prodromi della Rivoluzione d’ottobre; ovvero il marxismo fatto materia e azione. Il messaggio è che qualunque idea che voglia farsi azione, e azione collettiva, ideologia, qualunque idea che trova autogiustificazione in se stessa e che voglia giungere al punto di umiliare e bandire degli abominii seppure a vantaggio di altri uomini che sono storicamente umiliati e offesi, non è buona, va rigettata, è un’idea per la quale non vale la pena di agire. In “Delitto e castigo” qual’è il nucleo? E’ la critica di questo stesso concetto ma inquadrato in termini individualistici, cioè se nei “Demoni” l’idea diventa convincimento e azione collettiva, se si tratta dell’idea di superpotenza che diventa ideologia, idea di massa, in “Delitto e castigo” quest’idea esorcizzata è la volontà di potenza radicata nel singolo individuo, cioè in Raskolnikov. E qual’è ancora in “Anna Karenina” il nucleo, l’idea di base? L’adulterio borghese! E qual’è in Faulkner, in “Luce d’agosto”, l’idea? Il razzismo, la problematica convivenza di neri e bianchi, la frantumazione del mito americano, la contrapposizione di Nord e Sud, il distacco sociale, la disgregazione sociale, il rapporto con il diverso. Quello che voglio dire è che uno scrittore prima di scrivere dovrebbe chiedersi: “io di che cosa voglio parlare”. “Che cosa mi sta a cuore?” “Che cosa voglio dire e perché lo voglio dire”, “e, dicendolo, qual’è il fine che mi prefiggo?” “Ho scelto, bene! Allora voglio raccontare della provincia italiana e comincio dunque a costruire la mia epopea che è poi l’epopea dei miei personaggi”.
Poi, dopo, in seguito, arriva la fantasia, e poi la tecnica. E bisogna dire e saper dire le bugie. Bisogna scrivere in maniera tale che questo messaggio che ho scelto, che ho fatto mio, che è mio perché è dentro di me, sia il più annacquato possibile. Si deve raccontare un mucchio di bugie per avere diritto a dire la propria verità. Se io non scrivo bugie, allora non scrivo un romanzo, ma un pamphlet, o un saggio, o una trattato di filosofia nichilista. Ed ecco un altro argomento! Un buono scrittore deve esser sempre nichilista. Se è uno scrittore ‘integrato’, ottimista, egli non sarà mai un buono scrittore. Lo scrittore deve sempre vedere il mondo a modo suo, e deve andare dunque al di là del comune sentire e svelarci porte nascoste, delinearci passaggi e prospettive diverse, deve essere cioè un egocentrico, vedere il mondo a modo suo ed essere convinto che la sua visione sia quella giusta. Qualcuno scriveva o diceva che nessuna grande impresa nella storia è stata compiuta senza la passione. Vale per la scrittura. Se io non credo per primo a ciò che scrivo, se non ne sono convinto, non posso convincere gli altri che mi leggeranno. E come faccio ad essere convinto? Bè, è semplice: quell’idea, quel sentire, sono io, io stesso che scrivo. L’idea sono io, non c’è alcuna differenza tra l’idea e me; essa è me ed è dentro di me. Non so nelle altre epoche, ma oggi è un dato di fatto che scrivono in tantissimi. Il problema è che in tantissimi sono conformisti. Ed è per questo che esistono tantissimi pessimi libri. Lo scrittore non è conformista, ecco perché si parla sempre di genio e sregolatezza. E’ un clichè che ci dice che, di solito, l’artista è sensibile, ed essendolo più degli altri egli ha una visione più profonda della storia che lo circonda, e che la vede più acutamente. Egli soffre percependola e, allora, se egli è un animo debole, ad essa soccombe, soccombe a questa sua visione. Se si è conformisti si vede il mondo come lo vedono gli altri e non si ha nessuna visione, alcuna filosofia. Se si vede il mondo come gli altri si scrive di qualcosa che si è letta decine di volte. Quando si dice che lo scrittore deve avere una lingua, un proprio linguaggio, non si dice altro che lo scrittore deve parlare a modo suo perché parlare a modo suo significa vivere a modo suo, vedere a modo suo, interpretare il mondo a modo suo. Purtroppo nella società massificata odierna chi è che vede a modo suo? Pochi. O meglio moltissimi! Moltissimi cioè credono di vedere a modo proprio, credono di essere più acuti degli altri, ma il problema è che oggi anche l’anticonformismo è democratizzato e omologato.
Dunque, per scrivere bisogna avere una filosofia; lo scrivere è sempre un filosofare, cioè è un esprimere un sistema di riflessioni e di tesi, di pensieri ed è sempre un modo di leggere e di spiegare la realtà, rispondendo alla eterne e immortali domande che mai moriranno fintanto che l’uomo calcherà questo mondo. Dove andiamo, chi siamo, etc etc etc. Lo scrittore è un filosofo nichilista e pessimista. Sempre! E’ fin troppo conscio che la sua filosofia tutta per intero non sarà mai accettata o compresa o digerita. Essa palesata interamente non potrà esser recepita, e per questo egli ha bisogno delle bugie per sottenderla. Il buon lettore è colui che dice le stesse bugie di quello scrittore che ama, e che sa come dietro di esse, dietro queste bugie che lo scrittore dice e dissemina, si nasconda la sua verità. Il lettore che ama uno scrittore, lo capisce! Mente allo stesso modo dello scrittore e dunque lo riconosce come suo simile. Il buon lettore dunque è chi sa vedere la verità dello scrittore dietro i paraventi che egli installa. Scrivere è tutta una questione di messaggi e di verità che vengono più o meno bene, più o meno intenzionalmente lasciate trapelare o vengono occultate. Non esiste scrittore che valga la pena di leggere che non voglia dire la propria verità. E’ questo lo scrivere romanzi, dire una verità. Se non si hanno verità da dire bisogna abbandonare lo scrivere, o dedicarsi a criticare chi scrive, o a scrivere di chi scrive, o cimentarsi in generi letterari meno impegnativi. Io non considero che vi sia una gerarchia tra i generi compositivi letterari, perché se lo scrittore è bravo egli riesce ad enucleare una sua verità dappertutto, e poi ‘genere’ è una parola inventata dai critici e dai giornalisti e non significa un bel niente. Attenendomi però solo per comodità a tale categoria, direi che non faccio differenza tra il noir, il rosa, il thriller, l’horror etc etc. Però ritengo che quegli scrittori che non abbiano una verità è meglio che si dedichino ai generi, i quali seguono piattaforme reggendosi su predelle predefinite. Grazie agli schemi e alle regole delineate in tali composizioni letterarie è più facile costruire delle storie. La faccenda della verità, in questi casi francamente è un’altra storia.
Riportiamo l'articolo che Valentina Francolino ci ha inviato per la rubrica "Ne ha detto l'autrice"
Quando iniziai a scrivere il libro lo feci di getto, in modo istintivo, quasi a voler tirar fuori di me le sensazioni che provavo per dargli un nome, una forma. Quello che sentivo, ad ogni modo, era di difficile comprensione. Incominciavo a entrare nell’età adulta e quello che si prospettava di fronte a me era un mondo in forte cambiamento. Iniziavo per la prima volta ad interessarmi a problemi di grossa portata, tra cui ovviamente quello ambientale, ma anche a quelli più modesti, come il trovarmi un lavoro o il confrontarmi con persone molto diverse da me. Iniziavo ad aprirmi al mondo, ad essere meno superficiale, ad avere a cuore anche situazioni che non mi riguardavano direttamente, e questo è un cambiamento che ho voluto che anche Mira, la protagonista del libro, facesse.
Il suo lungo viaggio, costellato da avvenimenti e personaggi sicuramente non “ordinari” è forse in realtà nulla in confronto al vero, e più incredibile viaggio che compie dentro di sè, che la trasforma, la rende migliore, più consapevole e attenta a ciò che la circonda. Questo ovviamente con tutta la paura e l’ansia che inevitabilmente accompagna una più ampia visione delle cose. Paura e ansia che credo siano rappresentative della mia stessa generazione.
Se forse le precedenti guardavano al futuro come a un progressivo, costante miglioramento delle condizioni di vita, ora per la prima volta ci troviamo in un momento storico cruciale, in cui questa convinzione incomincia a vacillare, in cui pensando al domani ci si sente insicuri e incerti. E credo che l’ambientazione un po’ “apocalittica” del romanzo, sicuramente sia stato un modo non troppo inconscio di esprimere i miei stessi timori a riguardo.
Ma al tempo stesso volevo anche lanciare un messaggio positivo e non scrivere una storia cupa, pessimista, che esprimesse solo angoscia. Così ho cercato di inventare personaggi quasi fiabeschi per fargli vivere un’avventura magica e surreale, perché il messaggio fondamentale che vorrei far passare più di ogni altro è questo: non dobbiamo mai abbandonare le speranze e lasciarci sopraffare dalle paure. Perché anche in una Terra distrutta e devastata può ancora esserci magia. Perché anche in mezzo all’asfalto può nascere un fiore. Perché l’amore può comunque sbocciare in un mondo di plastica. Perché, infine, anche nell’oscurità più nera e buia, da qualche parte potremo accendere una piccola luce e quello che vedremo sarà bello come un’enorme e incontaminata valle alberata.
Un documentario choc sulla sanità U.S.A.. Donne e uomini buttati per strada come sacchi d'immondizia con punti di sutura non ancora chiusi da parte di direzioni ospedaliere che non avrebbero visto onorate le loro parcelle; bambine di otto anni rifiutate pur se in fin di vita e lasciate morire da compagnie assicurative...
Uno scorcio dell'America di oggi che tutti conoscevamo ma che attraverso le immagini agghiaccia. Una visione che ci fa capire come la realtà è quasi sempre diversa da come ce la raccontano, e che l'unica cosa certa che faremmo meglio a tenere in conto è di non credere a niente: politici, associazioni, governo, assicurazioni!
Meglio di dieci libri di presunti reportage giornalistici. Mentre, guardando i nostri vicini, restiamo in speranzosa attesa che anche un Moore nostrano si innalzi da qualche parte e abbia coraggio di segnare a dito i colpevoli dei tanti malfunzionamenti di casa nostra (con le freccine indicanti i quattrini che incassa per non adempiere al proprio dovere).
Il mondo non ha padroni, non appartiene a nessuno. Il mondo è libero, perchè libera è la terra, e libera è l'aria che non ha confini. Nessuno può accampare diritti o pretese su lembi di terreno. L'Europa, la Francia, la Germania, l'Italia non hanno padroni, nè tutori. L'Italia non appartiene agli italiani; la Francia non appartiene ai francesi. L'Italia non ci appartiene, l'Italia è libera, non ha confini, l'Italia è di tutti, così come di tutti è il mondo che è libero e di ciascuno. Nessuno può cacciare nessuno da qualunque luogo, ciascuno ha diritto di andare e restare ovunque gli aggrada, chiunque sia, da dovunque arrivi, chiunque sia, chiunque sia, chiunque sia!
Tra il 1939 e il 1945 oltre mezzo milione di zingari, vittime del nazionalsocialismo, venne sterminato. La persecuzione degli zingari in epoca nazista fu l'unica, oltre a quella ebraica, dettata da motivazioni esclusivamente razziali: proprio come gli ebrei, infatti, gli zingari furono perseguitati e uccisi in quanto « razza inferiore». Il regime fascista di Mussolini diede il suo "contributo".
Nel 1936 fu istituito a Berlino un “Istituto di igiene razziale e biologia etnica” che aveva il compito di stabilire l’esatta origine degli zingari. Dapprima circa 400 vennero deportati nel campo di concentramento di Dachau. In seguito, 1.500 vi furono trasferiti e, poi, un flusso impossibile da stimare fu destinato a Buchenwald.
Himmler nel 38 provvide a promulgare un editto per la “lotta contro la piaga degli zingari”. Nel giugno 1939 più di 2.000 zingari venivano arrestati e deportati: 440 donne a Ravensbrueck e circa 1.500 uomini a Buchenwald.
Quando la Germania, l’1 settembre 1939, aggredì la Polonia, le SS delle Einsatzgruppen massacrarono intere popolazioni e moltissimi zingari. Il 21 settembre dello stesso anno venne messo in atto un piano di deportazione di 30.000 zingari dalla Germania in Polonia. Nell’aprile del 1940, 2.500 furono trasferiti nel ghetto di Lodz. Anche in Austria, Moravia e Slovacchia, come in Francia, Olanda, Belgio e Lussemburgo, nazioni occupate dalle armate naziste, gli zingari sono rastrellati ed inviati dapprima in appositi campi di lavoro e poi, dalla primavera del 1941 ad Auschwitz, ove nel marzo 1943 a Birkenau, venne istituito lo speciale settore a loro riservato, denominato Zigeunerlager (32 baracche). In questo lager nel lager, vengono imprigionate intere famiglie in attesa di essere sterminate nelle camere a gas. Non meno di 16.000 persone imprigionate, presenti nella primavera 1943. Nel settembre 1942, molti zingari furono inviati dal ghetto di Varsavia a Treblinka, per esservi sterminati. Un intero trasporto, proveniente da Bialystock – 1.700 donne, bambini e uomini – fu totalmente eliminato all’arrivo ad Auschwitz-Birkenau, nel marzo 1943, senza che nemmeno uno di loro avesse avuto la possibilità di entrare nel campo. Il 16 maggio 1944, i nazisti tentano di liquidare lo Zigeunerlager, ma desistono davanti alla rivolta disperata degli zingari prigionieri. Tuttavia l’azione verrà di nuovo organizzata dalle SS nei primi giorni dell’agosto 1944 quando, in una sola notte, 2.897 zingari vengono eliminati nelle camere a gas di Birkenau. Il famigerato dottor Mengele, condusse numerosi ed atroci esperimenti sui bambini zingari che, al loro arrivo, provvedeva personalmente a selezionare come cavie sue preferite, in particolare per le sue efferate ricerche sul nanismo e sul noma, un tumore della pelle, causato dalla denutrizione e largamente presente trai bambini Rom del lager.
In Italia
In Italia, dove la presenza di zingari era stimata, negli anni ‘20/’30, in 25.000 unità, il fascismo sollevò la “questione degli zingari” e si richiamò a argomentazioni “scientifico-culturali” di assolutamente improbabile serietà.
Se nel 1938, nel “Saggio sulla storia e le origini degli zingari”, venivano definite le qualità psico-morali degli zingari “mutazioni regressive” e si affermava che il prodottodi incroci tra zingari e italianiera da considerarsi “uno sfavorevole apporto razziale”, nel 1939, sulla rivista “Difesa della razza”, Guido Landra, uno dei firmatari del Manifesto della Razza, denunciava il pericolo rappresentato dagli zingari, sottolineando la loro nota tendenza al vagabondaggio e al ladronaggio, ma soprattutto richiamando l’esemplare atteggiamento tenuto dal governo tedesco nei loro confronti. Auspicando che anche in Italia si adottassero, e al più presto, analoghi provvedimenti contro gli zingari che, per Landra, altro non erano che “eterni randagi privi di senso morale”.
Rastrellamenti di nomadi, soprattutto se stranieri o di cittadinanza dubbia, furono compiuti già dalla metà del 1938. In genere il loro destino era l’espulsione dal territorio italiano o la deportazione in Sardegna, in Calabria o in altre zone disagiate ed isolate dell’Italia meridionale. L’11 settembre 1940, il capo della polizia, Arturo Bocchini, emanò i primi provvedimenti di internamento, inviati ai Prefetti del Regno e al Questore di Roma. Ebbero così inizio i primi arresti. Gli zingari rastrellatinel Ferrarese venero concentrati nel comune di Berra, mentre quelli che vivevano nella provincia di Bolzano furono imprigionati nel locale carcere. Per quelli presenti nei territori di Campobasso, il Prefetto locale fece presente l’opportunità di destinare al loro internamento il campo di concentramento di Boiano. Era questo un campo composto di quattro grandi costruzioni di un ex fabbrica per la lavorazione del tabacco, di fronte alla linea ferroviaria, circondate da un reticolato alto due metri. Secondo i dati ufficiali, il campo di concentramento di Boiano poteva accogliere “250 internati normali” oppure “300 zingari”. A Boiano vennero imprigionati 58 zingari, trasferiti dopo il 15 agosto 1941, nel campo di Agnone, che già ne aveva avuti in carico altri 57, dal luglio 1940. Nel settembre 1941, da un documentodel Comune, risultavano essere76 gli zingari internati in questo campo, di nazionalità italiana, spagnola, croata, francese. Un gruppo di zingari fu trasferito successivamente a Isernia. A Tossicia (Teramo) vennero deportati zingari- intere famiglie - provenienti dalla Slovenia. In condizioni raccapriccianti vissero uomini, donne e bambini. Nove ne nacquero durante la prigionia, condizione che durò fino al 26 settembre 1943, quando gli zingari, dopo che nonostante i fatti dell’8 settembre, nessuno era stato rilasciato, abbandonarono il campo e si rifugiarono nella zona di Bosco Matese. Zingari vennero imprigionati anche a Vinchiaturo (Campobasso), Ferramonti (Cosenza), Poggio Mirteto (Rieti) e Perdasdefogu, in Sardegna. Durante il conflitto bellico, nei paesi dei Balcani occupati militarmente, le gerarchie militari consegnarono ai fascisti croati ed ai nazisti gli zingari che cadevano nelle mani dell’esercito italiano. Dopo l’8 settembre 1943 alcuni zingari , fuggiti dai campi italiani si unirono alle formazioni partigiane, partecipando alla Resistenza contro i nazifascismi. Tra loroWalter Catter, fucilato l’11 novembre 1944, il cugino Giuseppe Catter, fucilato a Colle San Bartolomeo (Imperia), Rubino Bonora, il rom istriano Giuseppe Levakovich, Amilcare Debar, staffetta e poi partigiano combattente nella 48° brigata Garibaldi e, dopo la guerra, rappresentante del suo popolo alle Nazioni Unite.
Da una frase del vecchio Goethe, Giacomko Tozzi regala un racconto pungente sulla quotidianità e la routine che spesso cozzano con ambizioni e sogni. Il tutto nell'alveo della vita di coppia!
"C’era una sola stanza in quella grotta dalle pareti annerite dal fumo, in cui un uomo piuttosto basso avrebbe potuto stare in piedi. Qua e là erano stati abbandonati indumenti intrisi di grasso di foca completamente neri. Pesavano in modo incredibile e, mentre passavamo in esame quel luogo tetro che aveva fatto da casa a sei dei nostri uomini migliori, provammo strane sensazioni. Nessun prigioniero rinchiuso in una cella ha mai vissuto in condizioni simili. ”.
Che cosa prova un uomo in carcere? In una cella d’isolamento? In un campo di prigionia? Ci sono molti libri che raccontano di storie di uomini e di donne costrette in condizioni di isolamento e di privazione che rasentano il limite della sopportazione umana. “L’inferno di ghiaccio” uscito per “Il Saggiatore” nel 2003, nella bella e rigorosa traduzione che ne fa Anna Maria Cossiga, racconta l’incredibile epopea di sei uomini facenti parte di una esplorazione in Antartide costretti a vivere un intero anno all’interno di un igloo.
Nel 1912 una spedizione britannica, al comando di Robert Falcon Scott, raggiunse il Polo Sud per piazzare la bandiera della Corona ma non fu solo preceduta dall’arrivo dei rivali, norvegesi, capitanati da Amundsen ma finì anche in tragedia. La TerraNova , la nave che avrebbe dovuto dopo il primo anno di ricerche e di campionamenti di minerali e di rilevazioni scientifiche, riportare a casa il gruppo di scienziati, a causa delle avverse condizioni climatiche, non arrivò mai a recuperare gli uomini e dovette abbandonarli sul ghiaccio, con scarsità di viveri e scarsissime probabilità di sopravvivenza. Il gruppo fu condannato a scavare una grotta nel ghiaccio e cibarsi per la lunga notte dell’inverno polare di carne di foca e pinguini. Eroicamente questi uomini, quasi soffocati al fumo delle lampade, tra congelamenti e asfissie, infezioni intestinali, ferite, e l’incubo dello scorbuto ce la fecero e riapparvero ai soccorsi come spettri giunti da un altro mondo. Sei erano i membri della squadra settentrionale guidati dal tenente Victor Campbell, sopravvissero. Uguale sorte non toccò però all’altra squadra capitanata dallo stesso Scott, la quale fu ritrovata congelata nella tenda. “Il gelo aveva reso la loro pelle giallastra e trasparente; non ho mai visto niente di più orribile in vita mia. Sembrava che il Padrone [Scott, NdR] avesse dovuto sostenere una dura lotta, al momento della morte, mentre gli altri due sembravano sprofondati in una specie di sonno.” La morte di Scott gettò nel lutto
la Gran Bretagna.
Katherine Lambert ricostruisce in questo libro l’eroica avventura e la storia della missione, ricostruendola per la prima volta in tutti i particolari basandosi sui diari, i disegni, le fotografie, dei protagonisti e soprattutto del medico Murray Levick. "L’Inferno di ghiaccio”, dunque, è la storia di una lotta alla sopravvivenza ma anche di come il coraggio, l’intelligenza, possano portare l’uomo a sopravvivere in condizioni impensabili e, nella fattispecie, in uno degli ambienti più disperanti e inospitali del pianeta.
Qui di seguito alcuni passaggi del libro:
Nel primo anno di ricerche il paesaggio che si presentava agli occhi dei ricercatori: “L’aveva definita ‘una straordinaria barriera di ghiaccio, di uno spessore di circa trecento metri, che fende la cresta delle onde insensibili alla loro violenza; è imponente e spettacolare, lontana da qualunque cosa si possa immaginare o concepire”. “Immaginate un muro verticale di ghiaccio, alto fra i trenta e i novanta metri, che si staglia improvvisamente davanti a voi da un oceano dove la profondità delle acque si misura in migliaia di metri, a centinaia di chilometri da qualunque terra visibile”. “Il 30e il 31 gennaio due grosse sezioni del costone si staccarono con un boato simile a quello di un tuono, producendo una nuvola enorme di acqua vaporizzata”. “Capo Adare era il solo posto dove sapevano di poter trovare una base, e in un punto ben preciso, Ridley Beach, una distesa di basalto coperta di ciottoli ai piedi di una parete di seicento metri”.
Le difficoltà ambientali durante il primo anno: “Non possiamo lasciare la nostra piccola spiaggia se non quando il mare è gelato, in inverno e in primavera, perché anche se possiamo scalare la scogliera e raggiungere Capo Adare, quest’ultima montagna è separata dalla terraferma da quelle che si dimostrarono, per Borchgrevink, [esploratore in una precedente missione, NdR] alture inaccessibili. Il mare che ci circonda anche […] gelato nei mesi invernali e primaverili, in estate è spesso coperto da chilometri di pack, che è tenuto in costante movimento e frantumato dalla violenta corrente del Canale di Robertson. Non è quindi possibile attraversarlo né con la slitta néa piedi.” “Da metà maggio sino alla fine di luglio, il sole scomparve del tutto, l’inverno si fece rigidissimo e il mondo dei membri della squadra si ridusse alla vita nelle baracche. Poi, nella prima settimana di agosto, per la prima volta in quasi tre mesi, il disco del sole si mostrò nella sua interezza all’orizzonte, dando il via a una serie di spedizioni in slitta sino ai punti più lontani di quel circoscritto reame. Infine, a metà novembre, giunse la benedetta, per quanto breve, estate antartica.”
In quel primo anno vivevano in una baracca: “La baracca rimase gloriosamente in piedi, immune ai venti ciclopici che, accompagnati da tonnellate di detriti, soffiavano quasi senza sosta dalle cime di Capo Adare. Avevano letteralmente impacchettato l’edificio con gomene preventivamente immesse nel petrolio, fissandolo al terreno da tutti e quattro i lati con cavi cementati nella ghiaia […] ‘i sostegni di metallo vibravano in modo sensuale in mezzo alle inesorabili raffiche di vento […] se si fossero staccati, probabilmente saremmo finiti sbattuti di qua e di là come dadi in una scatola’”. “E ha portato a riva blocchi enormi di ghiaccio che si sono incuneati lungo la spiaggia, formando, in alcuni punti una parete compatta contro cui vanno ad infrangersi i flutti carichi di frammenti di ghiaccio, spostando blocchi di quasi sessanta chili e alti sino a dieci metri.” “Le distese di ghiaccio hanno cominciato a strofinarsi l’una contro l’altra e, sulla riva, la pressione doveva essere tremenda. Lungo tutta la costa nord-occidentale si era già formata un’ampia parete alta una decina di metri quando, avvicinandoci, abbiamo visto che questa barriera era una massa semovente di blocchi di ghiaccio, ognuno dei quali doveva pesare varie tonnellate. Quel muro vivo si spostava con moto ondulatorio, diventando più alto ogni minuto, e da esso si staccavano grandi blocchi di ghiaccio che cadevano sulla penisola […]il boato prodotto dallo strofinamento dei ghiacci era impressionante.”
Ancora la forza del vento: “Abbiamo dovuto metterci a quattro zampe per avanzare”. “Abbott, con i suoi quasi novanta chili, fu sbattuto come un sacco vuoto contro una delle gomene che tenevano fissa a terra la baracca”.
E poi, cessate le speranze di essere recuperati dalla Terra Nova, per loro inizia la sopravvivenza dentro l’igloo: “I comfort consistevano in una latrina gelida dove imperversava la diarrea: una cambusa dove l’odore del grasso di foca usato per cucinare e fare luce impregnava capelli, pelle, ed indumenti, oltre a causare agli addetti alla cucina una forte congiuntivite chiamata ‘cecità della stufa’; una zona per dormire e trascorrere le giornate in cui l’aria era così povera di ossigeno che, per due volte, le lampade si spensero e la vita rischiava di fare altrettanto. Questa stanza, la più interna, misurava due metri e settanta per tre e sessanta e aveva un soffitto alto circa un metro e settanta. Vi si accedeva attraverso una porta tanto bassa che Levick, Priestley ed Abbott dovevano entrare carponi…”. “Un giorno di aprile mentre cercava di fare le sue cose all’aperto, nel bel mezzo di una notte ventosa, Campbell ha avuto un brutto incidente con i vestiti e ha provato a cambiarseli sul momento; una cosa molto azzardata. Quando è rientrato era in pessime condizioni, poveretto, mezzo svenuto e con un brutto principio di congelamento”. “Ho perso il controllo e mi sono bagnato tutti i vestiti. Quando poi sono uscito si sono completamente congelati e quando sono rientrato ero davvero in pessime condizioni”. “Perciò per isolare un po’ le pareti della grotta, abbiamo spaccato una serie di blocchi di ghiaccio spessi quasi trenta centimetri e li abbiamo sistemati uno sull’altro contro la parete di ghiaccio, tranne che nell’angolo riservato alla cambusa, dove invece abbiamo appoggiato sul ghiaccio dei grossi sassi piatti da adibire a focolare per bruciare il grasso di foca”. “Per prima cosa, per favorire il drenaggio, lo cosparsero di ciottoli di ghiaia, che poi coprirono di alghe secche su cui infine stesero il fondo delle tende. Il pavimento a strati garantiva un ottimo isolamento e fu uno dei successi dell’inverno. Le alghe, l’unica sostanza vegetale con cui sarebbero venuti a contatto, avrebbero potuto essere impiegate anche come condimento, sebbene il loro degrado dovuto all’esposizione al sole e il deturpamento cui erano state sottoposte da generazioni di pinguini non ne avessero certo migliorato il gusto e l’aspetto”.
“La fuliggine derivante dal grasso bruciato anneriva inoltre le pareti e il soffitto, aumentando l’oscurità della grotta. Ciò rende ancora più sorprendente il fatto che abbiano continuato diligentemente a tenere un diario”.
“Sono convinto che ci siamo salvati per un pelo. Non dobbiamo mai più accendere una fiamma se prima non apriamo la porta di ingresso per lasciare entrare l’aria perché, evidentemente, l’asfissia non dà segni premonitori. E’ stato solo grazie a un colpo di fortuna se ieri non ci siamo spenti come le candele”. “Browning squartò una foca e trovò al suo interno trentasei pesci commestibili”. “La carne era dura come legno di tasso […] occorrevano vari minuti per riuscire a staccarne un pezzettino, che alla fine veniva via, tutto sbrindellato e sfilacciato per i colpi di martello ricevuti. Per ottenere i frammenti di carne necessari a due stufati, ci voleva tutta la giornata. Le dita del povero addetto mensa, che spesso era costretto a togliersi i guanti per reggere la carne che sembrava cercar di fuggire ai suoi colpi, erano sempre mezzo congelate e coperte di vesciche provocate dal contatto con il metallogelido dello scalpello.” “Se la mattina era stata abbattuta una foca, il ghiaccio impregnato di sangue, veniva aggiunto allo stufato per renderlo più denso. Ingredienti di minor valore nutritivo erano ciuffi di pelo di renna staccati dai sacchi a pelo, sennegras presa dagli scarponi e dai finnesko, frammenti di minerali rimasti attaccati alla carne durante il violento trattamento cui veniva sottoposta…” . "Camminare a qualunque distanza li faceva svenire dalla fatica. Avevano sempre fame”. “Cominciò a soffrire di attacchi di diarrea perchè il suo sistema digestivo non tollerava la carne di foca e l’acqua salata”.“Le foglie di tè già utilizzate sono state bollite per tre volte e ora le fumiamo. Fumiamo anche scaglie di legno ed è il teck quello che ha il sapore migliore. Adesso nella pipa bruciano allegramente piccioli di uva passa mescolati ai rimasugli della vecchia pipa e la mistura non è niente male”. “In queste condizioni spero di non dovermi mai occupare di fratture alle gambe”. "Se il congelamento raggiunge lo strato al di sotto dell’epidermide della mano o del piede, si crea una vescica acquosa proprio come succede con una brutta bruciatura […] Se il congelamento arriva a uno stadio avanzato, i vasi sanguigni non si riprendono, si giunge infine alla cancrena e l’unica speranza di sopravvivenza è l’amputazione”.
Gertrude Stein fu la pioniera letteraria di un secolo. Sherwood Anderson, Hemingway, Dos Passos, Richard Wright, Faulkner, poi fino a Steinback e Kerouac e ancora tutta la letteratura americana successiva, studiarono la sua lezione, plasmarono e formarono la propria prosa tenendola come sicuro punto di riferimento, anche rinnegandola eppur tenendola presente.
La Steinacquistava quadri di Picasso, Matisse, Cezanne, Braque, quando ancora nessuno conosceva Picasso, Matisse, Cezanne e Braque, e i loro quadri non avevano alcun mercato e non venivano accettati nelle esposizioni. Ci sarebbero da dire innumerevoli cose sul rapporto tra la scrittrice americana e il movimento avanguardista moderno in pittura, ma questo non è l’oggetto della nostra discussione e pertanto rimando a “Autobiografia di Alice Tocklas” in cui si racconta della Parigi di quei primi del 900, di quei giovani ambiziosi e squattrinati che facevano arte, e delle loro tristi e romantiche storie e delle loro opere. Nel libro si racconta di Picasso, di Apollinaire, di Matisse (il quale era così povero in canna che un giorno vendette l’anello della moglie per comprare della frutta per una natura morta e che per non farla marcire e farla durare il più allungo possibile la tenne protetta in una stanza completamente gelida nella quale lui e sua moglie dovevano entrare ammantati di coperte da capo a piedi) e occorrerebbe leggere davvero questo libro perché, oltre per gli aneddoti sui pittori e sugli scrittori che fecero la storia artistica del secolo scorso, si riesce a capire qual è la genesi di un genio, quanti stenti e mortificazioni ci sono nel perseguimento di un proprio ideale artistico e chi sono i geni e chi sono coloro che si illudono o fingono di esserlo. Occorrerebbe leggerlo anche per capire in che misura quei geni e quegli artisti che produssero opere capitali erano diversi dai sedicenti artisti di oggi giorno alla page e ipervisibili e ossequianti ogni media purchè gli rivolga attenzione.
Ma l’oggetto di questa discussione è un altro. In questa discussione si vuole sintetizzare più o meno volgarmente alcuni dei principi della poetica della Stein e cercare di capire che cosa, di questa poetica, che poi influenzò e tenne a battesimo la letteratura americana moderna e tanti scrittori non americani, possa ancora insegnare a uno scrittore di oggi o ad un aspirante tale.
Iniziamo col dire che
la Stein , proprio come Whitman, e del resto tanti altri spiriti geniali, ebbe molto a faticare e fu a lungo ridicolizzata prima di far accettare il proprio approccio innovativo e scardinante alla letteratura.
Era inevitabile, a causa di quelle lunghe, lunghissime frasi che sconvolgevano le concezioni letterarie dei critici e dei lettori di quel tempo. Visto i numerosi vani tentativi di farsi pubblicare da un editore
la Stein decise di stamparsi a sua spese e c’è un simpatico aneddoto su questa sua decisione. Un giorno - l’aneddoto è raccontato in “Autobiografia” - vennein casa sua il garzone della stamperia, mandato dal suo padrone. Il ragazzo con una certa esitazione le disse che il suo padrone aveva chiesto di domandarle se per caso avesse qualche nozione sufficiente dell’inglese, cioè qual’era il suo livello di conoscenza della lingua scritta inglese. Presumeva che
la Stein fosse francese e riteneva che l’autrice avrebbe dovuto rivedere il suo manoscritto ed acquisire maggiore doti come scrittrice prima di decidersi a stampare.
La Stein rispose piuttosto piccata e si raccomandò con il ragazzo di dire allo stampatore che fino all’ultima virgola di quello che aveva scritto non doveva essere toccata perché era stata messa a ragion veduta.
L’ossessione intellettuale che animava
la Stein era l’esattezza della parola e l’esatta combinazione di ciascuna di esse nella frase. Ella lottava per la ‘naturalità’ di ciò che si imprimeva sulla carta. Quest’ossessione si basava sul presupposto che bisognava riprodurre la realtà, la realtà che circonda uno scrittore, la realtà sia esteriore che intima, con la maggiore purezza possibile, una purezza intesa come purificazione della parola scritta da orpelli ed elementi superflui, aggettivazioni e ‘associazioni di sentimento’, che potevano determinare e dar luogo ad una falsificazione e a una convenzionalità.
L’occhio dello scrittore e la sua penna dovevano essere il più clinici e analitici possibili. Solo se le descrizioni letterarie fossero state precise, gli sforzi letterari di uno scrittore sarebbero culminati nella realizzazione di ciò che lo scrittore avrebbe dovuto porsi come massimo obiettivo, ovvero l’analisi e l’indagine ‘scientifica’ della realtà.
Con ‘associazione di sentimento’
la Stein si riferiva alla possibilità che il lettore potesse essere condizionato da immagini, simboli, presumibilmente fuorvianti rispetto a ciò che la realtà stessa, di per sé, rappresentava.
Lo scrittore doveva evitare in ogni modo di imbellettare la realtà, includere nel suo modo di esprimersi delle implicazioni, delle deduzioni implicite che costruissero inconsciamente nella percezione del lettore delle sovrastrutture ad essa.
La realtà era la realtà, punto e basta. Si descrive male la realtà non perché si adoperano male le parole ma perché non si adoperano quelle giuste e non le si combina bene insieme e, inoltre, perché molto probabilmente non si ha una visione. “Se non si ha una visione la scrittura risulta piatta”. In più se non si ha una visione o se se ne possiede una parziale, non si può far altro che imitare. Gli sforzi di coloro che fabbricano opere originali producono spesso opere pessime esteticamente e questo è normale, sortiscono brutti risultati perché il lavoro che spetta agli innovatori è un lavoro immane e complicatissimo, mentre gli imitatori possono pensarea fare opere ‘graziose’ perché hanno già il terreno spianato.
Se il principio della scrittura per
la Stein era di raccontare la realtà e di descriverla in presa diretta, allora una rosa è una rosa e non è il simbolo della passione o dell’amore, e il mare non è associabile all’evasione e ai sentimenti di libertà. Il mare è il mare, la rosa è la rosa, una motocicletta è una motocicletta. La prosa deve essere formalmente depurata dai clichè, dai quei luoghi comuni che trascendono nel patetico.
Se l’obiettivo dello scrittore fosse stato il lirismo, questo doveva poeticamente essere creato a partire dalla giustapposizione musicale della parola e non attraverso alcun altro mezzo. Se la prosa dello scrittore si voleva ricca, la ricchezza sarebbe derivata dalla misura di esattezza con cui lo scrittore sarebbe stato capace di combinare suoni di parole e parole con parole.
Attraverso l’esattezza dell’utilizzo della parola e non attraverso l’evocazione automatica che una parola suscita, per
la Stein si giunge alla perfezione della prosa.
La Steinutlizzò il cosiddetto ‘presente prolungato’ o ‘presente assoluto’. Tutta la narrativa prima di lei si era appoggiata ad una successione temporale e causale dei fatti. Contro questa regola
la Stein narra al presente assoluto. Kerouac, nel momento in cui sperimenta il flusso continuo e mentale della sua prosa, non fa altro che ripercorrere i sentieri già tracciati dalla Stein. Perché
la Stein , infatti, riteneva che bisognasse scrivere abbandonandosi alla propria coscienza e che una scrittura vera fosse appunto quella che seguiva il flusso della coscienza. Era giunta alla conclusione che la lingua letteraria era falsata e carica di significati convenzionali e che, così facendo, avesse smarrito ormai il linguaggio autentico e fosse disancorata dalla verità della realtà. La rivoluzione che attuò
la Stein fu quella di narrare scardinando le nozioni di spazio e di tempo, ma anche di grammatica e di uso della parola.
La parola doveva essere slegata da qualsiasi urgenza e convenzione letteraria, spaziale, causale, temporale, e doveva racchiudere in sé la sua vibrazione originaria, racchiudere tutto in sé ed esser assolutamente autonoma da processi mentali accessori.
Quando Hemingway andò a trovarla a Parigi, aveva 23 anni, fece dare alla Stein un’occhiata su ciò che aveva scritto. Aveva scritto qualche poesiola che non dispiacque alla scrittrice, soprattutto per la freschezza e per l’impronta kiplinghesca ma, quanto ai romanzi, ella li trovò scarsi.
Hemingway lavorava da giornalista all’epoca e si lamentava di non potersi dedicare alla scrittura a tempo pieno.
La Stein lo incitò a prendere la decisione di dedicarsi alla scrittura interamente. Gli disse: “se continuate a scrivere per il giornale, non arriverete mai a vedere le cose reali, vedrete sempre e soltanto parole e questo non va. Sempre che vogliate, s’intende, diventare uno scrittore”.
Fu proprio a Hemingway che poi disse: “Quando la visione è incompleta, le parole sono piatte e non è possibile ingannarsi”.
Su Sherwood Anderson, che fu il maestro di Hemingway, che poi Hemingway in seguito rinnegò, così come fece Faulkner ridicolizzandolo in “Zanzare”,
la Stein diceva che egli possedeva “il genio della frase rivolta a suscitare un’emozione immediata, ciò che è della grande tradizione americana” e sosteneva che tranne Sherwood Anderson non c’era in America nessuno capace di scrivere una frase così nitida e appassionata. Hemingway non era d’accordo. Criticava il gusto di Anderson e
la Stein gli faceva notare che il gusto non aveva niente a che fare con la frase.E, aggiungeva, che tra i giovani Fitzgerald era l’unico che scrivesse naturalmente frasi.
Fu sempre
la Stein che dopo aver letto un libro di Hemingway disse: “Hemingway, i commenti non sono ancora letteratura”.
Vi segnaliamo lo speciale che Tg3 - Primo Piano ha dedicato a Fiori di strada. Un'occasione per conoscere il lavoro di questa associazione. Il servizio è andato in onda la sera di giovedi 8 novembre 2007. In streaming è possibile vedere il video con le interviste ai volontari dell'unità mobile, e ad ex prostituite tornate ad una vita comune grazie a Fiori di Strada.
Barbara X, nostra autrice per l'antologia di racconti "Qui tutto va a puttane!", è stata intervistata da Raffaella Calandra per Radio 24 nell'ambito della rubrica "Storiacce".
Nuovi contributi narrativi del progetto "Qui tutto va a puttane!" Sono stati aggiunti 1 racconto e 2 denunce di donne sfruttate rilasciate ai carabinieri grazie all'intervento di "Fiori di Strada".
Il pubblico ministero aveva chiesto l'ergastolo, la giuria presieduta dal giudice Parmiggiani ha inflitto loro 24 e 21 anni di carcere per omicidio premeditato, ma con alcune attenuanti.
Le due donne, Fatiha Hamidate, 37 anni, e Maria Bessara, 36 anni, residenti a Modena, la prima in carcere, la seconda latitante, erano accusate di aver ucciso l'11 febbraio 2006 Abdelmounaim Tamri, marocchino di 32 anni.
Nel servizio del Tg3 Regionale dell'Emilia Romagna il racconto della vicenda e l'intervista ad Antonio Dercenno, Presidente dell'Associazione Fiori di Strada.
Il 27 marzo, alle ore 17.30, alla libreria Feltrinelli di piazza Galvani a Bologna
Valentina Francolino parla con Yuri Rambelli, responsabile campagne Legambiente Emilia Romagna e Nadia Caselli, delegato provinciale Lipu Bologna. A moderare l'incontro per la casa editrice sarà Rosanna Orri.
Si parlerà di ambiente, di inquinamento, di sviluppo sostenibile. Il pubblico potrà intervenire con domande all'autrice e ai relatori.
Leggi qui la brochure degli eventi di marzo nelle librerie Feltrinelli di Bologna
Un solo carico di lavatrice, richiede circa 80 litri d’acqua. Una doccia di media durata, diciamo ‘normale’, non di ammollo, richiede una quantità d’acqua più o meno simile, mentre per un bagno in vasca si consumano fra i 120 e i 160 litri.
Questa quantità d’acqua corrisponde a quella disponibile giornalmente per 16 abitanti del Madagascar.
Bisogna aggiungere che per produrre un chilogrammo di carta sono necessari 325 litri di acqua. Nella metropolitana di Londra ogni giorno vengono abbandonate 6 tonnellate di carta! 95 litri d’acqua sono poi necessari per un chilo di acciaio e circa 10 litri d’acqua sono impiegati per un litro di benzina. Per costruire un’auto del peso di 1 tonnellata, di litri di acqua se ne consumano addirittura 150 mila.
Molti di noi saranno sicuramente amanti del kiwi. Questo frutto non è originario della nostra terra eppure siamo diventati i terzi produttori al mondo. Il kiwi proviene dalla Cina. Da noi, in Italia, il kiwi viene coltivato in molte zone ma in maniera intensiva in Ciociaria, Frosinone, Latina, etc. Bene, occorre sapere che il kiwi richiede una quantità d’acqua dieci-dodici volte maggiore a quella che necessita il pomodoro o la zucchina. Il nostro amore per il kiwi sta provocando un velocissimo quanto irreversibile depauperamento delle falde acquifere di quelle aree d’Italia. Ma il problema del kiwi è un’inezia. E questo solo per citare un dato a noi vicino. In alcune aree degli Stati Uniti, della Cina e dell’India, le falde acquifere vengono attualmente consumate più rapidamente di quanto non riescano a ricostituirsi, tanto che le superfici delle stesse si stanno riducendo costantemente e alcuni fiumi, come il Fiume Colorado negli Stati Uniti occidentali e il Fiume Giallo in Cina, spesso si prosciugano prima di raggiungere il mare. Grandi bacini, come quello del Guaranì, un corpo idrico a valenza globale, o il mar Morto stanno scomparendo (il mar Morto ha già perso il 30 per cento della sua superficie, come è quasi scomparso in Russia il lago Baikal e d’Aral. I grandi laghi dell’America del Nord, come i grandi fiumi dell’Amazzonia, dell’Africa e dell’Asia che attraversano più paesi, costituiscono degli “ecosistemi maggiori” d’importanza vitale per il funzionamento del ciclo integrale dell’acqua e della vita sul pianeta ma stanno morendo anche essi, vedono il loro livello scendere a causa dell’eccessivo prelevamento. Delle grandi paludi della Mesopotamia ne sopravvivono appena il 10%. In Africa le riserve di acqua dei laghi, con i loro 30.000 chilometri cubi, che sono tra le più vaste dell’intero pianeta, sono già scese a profondità tali per cui nella regione si prevedono gravi carenze già a partire da questo decennio, mentre il lago Chad è ridotto a un ventesimo delle dimensioni del 1960. Nel prossimo decennio sorte analoga toccherebbe ai cinque paesi del Maghreb. Già oggi per l’utilizzo delle acque del Senegal sono stati mobilitati molti mezzi senza per questo riuscire a soddisfare i bisogni locali. Nei paesi aridi che possono permettersi di spendere tanto (Kuwait, Arabia Saudita), il problema della scarsità idrica viene in parte risolto con la dissalazione dell’acqua marina per la coltivazione, ma si tratta di un processo comunque particolarmente costoso dal punto di vista energetico. In California il consumo d’acqua nella stagione estiva ha dovuto essere regolamentato (in alcuni periodi è infatti prevista solo una doccia al giorno per abitante). L’Egitto, che pure ha un piano per la gestione delle acque da trent’anni, si trova a far fronte a una domanda di acqua rapidamente crescente. L’aumento della popolazione e dello standard di vita, dal 1959 a oggi, ha portato a un dimezzamento dell’acqua disponibile pro-capite e si prevede che scenderà fino a un terzo nei prossimi venti anni.
La riduzione delle falde acquifire è provocata da molti fattori. Non per ultimo per il fatto che la gran parte dei sistemi di irrigazione è inefficiente.L’irrigazione inefficiente non determina soltanto uno spreco di acqua, ma causa anche dei rischi ambientali e sanitari, fra i quali la perdita di terreni agricoli produttivi a causa dell’acquitrinizzazione dei suoli. L’acquitrinizzazione dei suoli che porta le acque ad essere stagnanti facilita la trasmissione della malaria.
Tutte le regioni italiane si stagliano nell’arco di spreco di acqua dolce che va dal 35 per cento al 60 per cento. In Svizzera e in Svezia la percentuale di tali perdite si attesta attorno al 9 per cento.
Secondo le stime del Wwf, ciascun italiano ha una disponibilità teorica annua di 2.700 metri cubi d’acqua, ma la quantità realmente disponibile crolla a 1.100 metri cubi a causa dell’inquinamento delle falde e dei fiumi e della rete idrica vecchia e inadeguata, con una significativa percentuale delle riserve sprecata per via delle perdite e degli allacciamenti abusivi.
I consumi domestici nel nostro Paese rimangono a livelli eccessivi, se si pensa che l’italiano medio consuma 250 litri d’acqua potabile al giorno, mentre i nostri vicini svizzeri ne consumano 159 litri e gli svedesi 119.
IL PROBLEMA DELLE DIGHE
Un altro problema considerevole è sicuramente quello delle dighe, che drenano l’acqua, spesso alterando il corretto equilibrio ecologico. Si calcola che nel mondo ci siano più di 800 mila dighedi varie dimensioni, che immagazzinano 6.000 chilometri cubi di acqua, pari al 15 per cento circa della riserva rinnovabile del pianeta.
LE DIGHE IN ITALIA
In Italia sono state censite circa 11 mila dighe, solo 800 delle quali controllate dal Servizio nazionale dighe. Le altre 10.000 sfuggono alle verifiche del Servizio nazionale per il semplice fatto che non rientrano nei parametri previsti per il controllo obbligatorio: un’altezza superiore ai 15 metri o un invaso della capacità di almeno 1 milione di metri cubi d’acqua.
LE GUERRE DELL’ACQUA
Solo sulla base di questi pochi numeri e di queste citazioni, non è un mistero ormai per nessuno che il problema dell’acqua sia un problema di primaria importanza, non solo per l’Africa, o per i paesi cosiddetti in via di sviluppo, ma per l’intera popolazione mondiale.
Circa 80 paesi, che rappresentano il 40% della popolazione mondiale, non hanno risorse sufficienti (meno di 2.7 litri al giorno per persona) di acqua dolce e almeno un miliardo di persone non ha accesso a risorse di acqua potabile. Nel 2000 il 18% della popolazione mondiale non disponeva di un accesso a fonti d’acqua dolce entro un chilometro dalla propria abitazione e ben il 53% del totale non disponeva di un accesso a connessioni domestiche. Ma l’acqua dolce che c’è, per esempio quella dei fiumi e dei laghi, non solo sta diminuendo ma diventa anche sempre più inquinata. Si è stimato che ogni metro cubo di acqua contaminata scaricata nei bacini o nei flussi idrici naturali rende inutilizzabili da 8 a 10 metri cubi di acqua pura. Ciò significa che la maggior parte delle regioni e delle nazioni del mondo si trovano già oggi di fronte alla minaccia di un catastrofico impoverimento qualitativo delle loro risorse idriche. Nei paesi di in via di sviluppo i dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità evidenziano che ogni 15 secondi un bambino muore per la diarrea o per disturbi legati alle cattive condizioni dell’acqua. Nel solo 1998 ben due milioni di persone sono morte per disturbi legati alla sola diarrea. Ogni giorno 6.000 bambini di età inferiore a 5 anni muoiono in seguito al consumo di acqua non potabile. Naturalmente la popolazione mondiale crescerà. La FAO stima che nei prossimi 30 anni diventeremo quasi 9 miliardi. 9 miliardi di individui!
Si prevede che entro il 2025 vi saranno almeno 3 miliardi di persone che soffriranno per la scarsità di acqua potabile. L’80 per cento delle malattie nei paesi in via di sviluppo sarà provocato dall’impiego e dal consumo di acqua insalubre. Il consumo di acqua nel mondo, dal 1960 ad oggi è aumentato del 60 per cento.
Teniamo conto che verosimilmente l’incremento demografico maggiore si registrerà proprio nei paesi in via di sviluppo. Questo naturalmente farà sì che non solo aumenterà il fabbisogno di acqua dolce potabile, ma anche il consumo di acqua per scopi industriali che dovrà soddisfare il fabbisogno alimentare e le esigenze più generali di produttività. Il prelievo di acqua per scopi industriali a tutt’oggi costituisce la seconda fonte di prelievi dopo l’agricoltura. Da tempo si parla di guerre dell’acqua e le si sposta nel futuro ma la verità e gli studi e i numeri dicono che nel mondo ci sono attualmente già circa 50 conflitti (fortunatamente non necessariamente armati) tra stati, per cause legate all’accesso, all’utilizzo e alla proprietà di risorse idriche.Ben di più che per il controllo delle fonti di petrolio. Mark Twain in tempi non sospetti scriveva: «Il whisky è per bere, l’acqua per combattersi».
Negli ultimi 50 anni le controversie tra stati per il controllo delle risorse idriche sono state 1.831, in gran parte risolte con la firma di 200 trattati di condivisione dell’acqua o la costruzione di nuove dighe o bacini artificiali;507 casi sono stati conflittuali, in 37 casi hanno comportato scontri violenti, in 21 vere e proprie guerre con l’intervento degli eserciti. L’acqua è oggi il bene più prezioso per l’umanità, quello che decide della vita e della morte, del benessere e della povertà.
Ma aggiungiamo altri numeri: il 97,5 per cento dell’acqua della Terra è salata e del rimanente 2,5 per cento, soltanto lo 0,007 per cento è a disposizione dell’uomo. La maggior parte dell’acqua dolce viene utilizzata per uso agricolo. Più precisamente, l’agricoltura utilizza il 70 per cento delle risorse, l’industria il 20 per cento, e il restante 10 per cento viene indirizzato verso altri usi.
I CONFLITTI PER L’ACQUA
L’acqua è soprannominata: Oro blu. Volete sapere qualche conflitto?
Esempio: 1)Turchia. La Turchia ha risorse idriche pro capite superiori a quelle italiane ma da anni è ai ferri corti con Siria e Iraq per il controllo di Tigri ed Eufrate.
Esempio 2): Egitto. L’Egitto è in disputa da decenni con Etiopia e Sudan per il controllo delle acque del Nilo (un fiume, tra l’altro, che attraversa ben 9 diversi paesi africani).
Esempio 3):Israele. Israele è in crisi, sempre per il controllo delle acque, con i suoi vicini arabi. Il caso israelo-palestinese legato all’acqua è forse il più eloquente. Come testimonia la differenza tra coloni israeliani e popolazione palestinese che, pur vivendo negli stessi territori, usufruiscono di differenti possibilità di accesso e di utilizzazione delle risorse idriche, il consumo medio palestinese, in Cisgiordania e a Gaza, è di circa 150 metri cubi pro capite all’anno, mentre quello dei coloni israeliani dei territori occupati si aggira intorno ai 700-800 metri cubi.
E non è un caso se in Israele la gestione delle risorse idriche fa capo al ministero dell’Agricoltura, mentre l’Autorità palestinese ha affidato la stessa competenza al ministero della Difesa…
DESERTIFICAZIONE
La cattiva gestione dell’acqua, lo spreco dell’acqua, insieme ad altri fattori come la deforestazione, lo sfruttamento non occulato dei terreni, l’effetto serra, porta al fenomeno della desertificazione. Il fenomeno della desertificazione e’ un fenomeno naturale, badiamo bene, terreni prima fertili diventano nelle epoche aridi. Il problema è che, come altri fenomeni naturali che hanno i loro ritmi, esso viene aggravato dall’azione dell’uomo, non è più un fenomeno, diventa un problema. Non dimentichiamo di aggiungere alla deforestazione, all’eccessivo sfruttamento dei terreni agricoli, all’errata gestione dell’acqua, gli incendi. Gli incendi sempre maggiori ogni anno, e in tutto il mondo, sottraggono alla terra grandi quantità di riserve idriche necessarie al mantenimento del suo ecosistema.
La desertificazione è un fenomeno globale, come tutti i problemi ambientali. Riguarda anche l’Italia. Le zone italiane più interessate dal processo di desertificazione sono soprattutto le isole, grandi e piccole, e le coste del Sud: la Sicilia e la Sardegna, le isole Pelage (Lampedusa, Linosa e Lampione), Pantelleria, le Egadi, Ustica e parte delle coste di Puglia, Calabria e Basilicata per un totale di 5 regioni, 13 province e 16.100 chilometri quadrati di territorio pari al 5,35% dell’Italia. Secondo i dati in possesso delMinistero dell’Ambiente e Tutela del Territorio, che presiede il Comitato Italiano di lotta alla desertificazione, addirittura il 27% circa del nostro territorio sarebbe minacciato da processi di inaridimento dei suoli.
La regione dove più alto è il rischio di terre «aride e desolate» è la Sicilia con il 36,6% del suo territorio sensibile alla desertificazione.
Secondo le previsioni di Legambiente, la temperatura nel nostro Meridione è destinata a salire di 2-3 gradi nel giro di un secolo, facendo calare le risorse idriche da 6,3 miliardi di metri cubi a 5,1 miliardi.
La desertificazione non è una espansione dei deserti (“desertizzazione”), ma un “degrado delle terre nelle zone aride, semi-aride e subumide secche. Essa si manifesta con la diminuzione o la scomparsa della produttività e complessità biologica o economica delle terre coltivate, sia irrigate che non, delle praterie, dei pascoli, delle foreste o delle superfici boschive.
Secondo un rapporto delle Nazioni Unite di qualche anno fa, sono circa 110 i Paesi affetti da desertificazione. Sarebbero colpite o a rischio di desertificazione il 70% delle terre aride coltivabili, pari a circa il 30% del totale delle terre emerse. Se il problema è particolarmente grave in Africa e nei Paesi in via di sviluppo come Asia, America Latina e Caraibi, le Nazioni Unite indicano che anche Stati Uniti, Australia, Europa meridionale e orientale sono direttamente interessati al fenomeno. Quello che sorprende è che, addirittura, sarebbero gli USA a guidare la classifica con il 74% delle aree colpite.
Desertificazione, insomma, significa sterilita’. La sterilità dei terreni porta anche drammatici risvolti economici, sociali e sanitari: nei Paesi poveri o in via di sviluppo la desertificazione provoca forti carestie e povertà, costringendo le popolazioni colpite a migrazioni di massa alla ricerca di terreni sufficientemente fertili per lo sviluppo agricolo. I grandi esodi per la conquista di nuovi territori dove poter sopravvivere provocano, poi, forti tensioni etniche che sfociano spesso in conflitti. Si stima che circa il 50% dei conflitti armati sulla Terra siano in parte dovuti a questi pesanti movimenti migratori. Senza contare che la desertificazione e le siccità possono incrementare nelle zone povere del mondo malattie quali il colera, la febbre tifoidea, l’epatite A e le malattie diarroiche. Si e’ riscontrato un rapido aumento delle incidenze di epidemie di malaria, collegate solitamente con i movimenti della popolazione e con i cambi climatici delle stagioni. In particolare in Africa la desertificazione, la siccità e la gestione non appropriata delle zone della savana hanno ridotto drasticamente la quantita’ di prodotti raccolti dai cespugli, quali bacche, foglie e radici che hanno sempre rappresentato supplementi nutrizionali fondamentali per le popolazioni locali. Inoltre, questi mutamenti della biodiversità possono mettere a rischio anche la medicina tradizionale che da sempre svolge un ruolo essenziale in tutto il continente africano.
MORIA DELLE RANE E DEI ROSPI
Uno dei tanti effetti della desertificazione - solo per fare un esempio - congiunto con il surriscaldamento del pianeta è alla base della moria di centinaia di specie di rane e di rospi, in quanto alimenterebbe il diffondersi di una malattia della pelle che provoca la morte degli animali. Gli scienziati ritengono di aver trovato la prova che dimostra come il surriscaldamento globale stia causando il diffondersi di una malattia contagiosa che sta eliminando intere popolazioni di anfibi.
Il declino drammatico delle 6.000 specie di anfibi era stato identificato nel 1990 e spiegato con la teoria della diffusione di un’infezione devastante della pelle causata da un fungo.
Uno studio condotto da una squadra internazionale di ricercatori ha collegato la diffusione di questa specie di fungo con l’aumento delle temperature tropicali connesse con il riscaldamento globale. Gli scienziati ritengono che le temperature medie di molte regioni tropicali, che sono ricche di una specie endemica di rane e di rospi, siano diventate perfette per lo sviluppo del fungo.
La perdita rapida di anfibi - rane, rospi, e salamandre - ha già ridotto di circa un terzo la specie, mentre altre centinaia sono minacciate. Con conseguenze drammatiche sulla catena alimentare e l’ecosistema nel suo complesso.
SFRUTTAMENTO DEGLI ANIMALI DA ALLEVAMENTO
La sterilità del terreno oltre che suscitato da una diminuzione delle falde acquifere e da una pressione eccessiva esercitata sui terreni è indotta anche da uno sfruttamento e da un impiego irrazionale degli stessi terreni ai fini dell’allevamento.
In questo momento nel mondo vengono allevati approssimativamente 20 miliardi di animali a scopi alimentari, più del triplo di tutti gli esseri umani; il 70% dei prodotti di origine animale proviene da allevamenti intensivi, ubicati inizialmente solo in Europa e America del Nord ma oggi diffusi anche in Brasile, Cina, India, Filippine e altre regioni in via di sviluppo, mentre il 30% residuo proviene da allevamenti estensivi, dislocati soprattutto in America.
In particolare, sono allevati a scopo alimentare 15.7 miliardi di polli, 4.9 miliardi di quadrupedi (tra cui 1.5 miliardi di bovini). Dal 1961 il numero dei quadrupedi di interesse zootecnico è aumentato del 60%, mentre quello dei volatili d’allevamento è quadruplicato .Tutti questi animali occupano circa il 30% delle terre coltivabili del pianeta (per quanto riguarda gli Stati Uniti il 12% della superficie continentale è destinato al pascolo di bovini, per lo più negli stati del West e del Midwest). Un quarto delle terre emerse vengono utilizzate per nutrire direttamente bovini ed altro bestiame.
Complessivamente ogni anno si consumano in tutto il mondo 217 milioni di tonnellate di carne. Nei soli Stati Uniti ogni giorno vengono macellati 100.000 bovini. Per quanto riguarda il nostro paese, in Italia vengono allevati più di mezzo miliardo di animali all’anno, sono in funzione 2.900 macelli e 95.000 allevamenti con mucche “da latte”. L’industrializzazione favorisce la concentrazione degli animali in grandi strutture e in una particolare zona geografica: circa il 60% della zootecnia italiana è stanziata qui in Pianura Padana, in cui sono allevati quasi 6 milioni di bovini e 6.3 milioni di suini. La produzione italiana, rispetto ai consumi, è deficitaria per tutti i prodotti animali, perciò siamo grandi importatori sia di animali vivi che di carne e prodotti derivati: la bilancia commerciale del settore zootecnico registra infatti un passivo di 5 miliardi di euro l’anno.
Le vacche da latte arrivano a produrre 40 litri di latte al giorno (bisogna considerare che in media ogni 9000 litri di latte prodotto viene partorito un vitello): è un dato impensabile in natura, per la cui realizzazione si rende necessario l’utilizzo massiccio di ormoni anabolizzanti, fattori promotori della crescita, steroidi, selezione genetica. Questa sequenza di trattamenti provoca numerose malattie, per cui alla lista di sostanze rintracciabili nel latte e nelle carni si devono aggiungere antibiotici e farmaci vari. Spesso solo una parte delle sostanze utilizzate è legalmente somministrabile agli animali. I controlli sono abbastanza a maglie larghe, almeno per quanto riguarda Unione Europea e Stati Uniti (i paesi con la normativa più sviluppata in materia di protezione del consumatore; cosa immaginare poi degli altri?): si svolgono infatti a campione, vista l’impossibilità di controllare una mole enorme di capi, e si intensificano solo in occasione di crisi particolari crisi sanitarie. Negli Usa i capi macellati le cui carni vengono sottoposte a test per rilevare la presenza di residui chimici tossici sono infatti uno ogni 250.000.
EFFETTO SERRA
Tra le cause della desertificazione come abbiamo visto c’è il riscaldamento del clima e qui entra in gioco l’effetto serra. Sono alcuni gas presenti nell’ atmosfera che generano l’effetto serra, cioè intrappolano il calore irradiato dalla terra impedendone l’ uscita nello spazio esterno, come il vetro intrappola il calore in una serra. Questo fenomeno, normalmente naturale e benefico (senza l’effetto serra la terra sarebbe di almeno 15 gradi più fredda), sta aumentando di importanza a causa dell’ aumento di concentrazione di questi gas (gas ad effetto serra, detti anche“gas-serra”) dovuto alle attività umane.
I principali gas ad effetto serra sono: biossido di carbonio (o anidride carbonica,) il metano, i fluorocarburi, il protossido di azoto, persino il vapore d’ acqua contribuisce all’ effetto serra.
Il Biossido di Carbonio o anidride carbonica è aumentato nell’atmosfera dal 1880 al 2006, e continuerà ad aumentare nel prossimo futuro, perché è il prodotto finale della combustione dei combustibili fossili (carbone, petrolio e derivati, metano), delle foreste e delle biomasse. Ma teniamo in considerazione che tutti i calcolatori attivi nel mondo ogni anno immettono nell’aria da soli ben 45 kg di anidride carbonica. Il biossido di carbonio si scioglie facilmente in acqua: gli oceani ne contengono enormi quantità, ma l’ aumento di temperatura dovuto all’ effetto serra diminuisce la solubilità del gas in acqua, liberando nuovo gas nell’ atmosfera e accelerando il fenomeno.
Ma non c’è solo l’anidride carbonica. Vi sono migliaia di sostanze tossiche che sono difficilmente degradabili e persistono a lungo nell’ ambiente, possono accumularsi a grande distanza dai luoghi di emissione, oppure, (essendo spesso liposolubili) concentrarsi nei tessuti adiposi umani o di animali che si trovano al vertice di una catena alimentare (fenomeno di bioaccumulazione). Le più note fra queste sostanze sono i DDT che contaminano largamente gli oceani, tanto da essere stati ritrovati nelle balene ed in altri mammiferi oceanici.
I DDT persistono nell’ ambiente per anni e possono bioaccumularsi fino a 70.000 volte.
In molti Paesi, le materie plastiche erano e sono smaltite o bruciandole all’ aperto senza controllo o tramitediscariche. La combustione all’ aperto rilascianell’ aria sostanze inquinanti come in particolare, la combustione di PVC (polivinilcloruro), una fra le materie plastiche più diffuse la quale produce per combustione appunto, oltre ad anidride carbonica ed acqua, anche e soprattutto acido cloridrico e, inquantità minori, diossine e furani; questi ultimi sono inquinanti organici persistenti (POP), circolano globalmente e sono stati associati con molti effetti negativi sugli uomini, tra cui disordini immunitari e cloracne; sono inoltre classificati come possibili cancerogeni.
Solo in Europa Occidentale sono stati prodotti nel solo 1999 qualcosa come circa 19.166.000 di tonellate di rifiuti da materie plastiche già utilizzate (escludendo quelli provenienti dalla produzione). Essendo chimicamente stabili, le materie plastiche possono rimanere seppellite per lunghi periodi nelle discariche, molte delle quali sono già quasi sature. Nelle nazioni sviluppate, circa tre quarti dei rifiuti di materie plastiche sono posti in discarica, mentre la parte rimanente è riciclata o incenerita per produrre energia.
Dunque maggiore quantità di rifiuti, maggiore combustione, maggiore effetto serra, maggiore innalzamento del calore della superficie terrestre. Maggiore calore, maggiore siccità e maggiore inaridimento dei suoli. Come vedete il tutto è collegato inestricabilmente, e siamo partiti dall’acqua, perché ogni cosa, anche i rifiuti è fatta d’acqua. Se tocchiamo qualcosa cioè avremo effetti incontrollati su qualcos’altro.
Tutto questo ci porta a dire che il mondo si sta riscaldando:
-la temperatura media superficiale globale è aumentata nel 20° secolo di circa 0,6° gradi. Il decennio che è andato dal 1990 fino al 2000 è stato ilpiù caldo del secolo. Il 1998 è stato l’ anno più caldo da quando si hanno registrazioni strumentali (dal 1861). I dati dei satelliti dimostrano una diminuzione di circa il 10% dell’area coperta dalle nevi dalla fine degli anni Sessanta. In particolare si stanno ritirando velocemente le nevi e i ghiacciai equatoriali, sulle Ande peruviane e in Africa. In Africa il 33% dei ghiacci del Kilimangiaro è scomparso negli ultimi 20 anni; è diminuito lo spessore del ghiaccio marino dell’Artico nella tarda estate. Lo scioglimento dei ghiacci come vedremo innalza il livello dei mari, il maggiore calore provoca l’innalzamento dei livelli dei mari a causa dell’ espansione termica delle acque (causa principale). Conclusione: l’incremento dell’innalzamento delle acque marine nel corso del 20° secolo è stato di 20-30 centimetri. Vedremo quali sono gli effetti di tutto ciò.
-Aggiungiamo per il momento solo una conseguenza. Se il clima si riscalda, se vi sono ondate di calore, se esse provocano siccità, suoli più aridi, ma anche un’ evaporazione dell’ acqua più intensa, questo genera anche terribili sconvolgimenti climatici. Una maggiore evaporazione dell’acqua accumula più energia nell’atmosfera e questo genera tempeste, tornadi, uragani più violenti e frequenti.
SCIOGLIMENTO DEI GHIACCI
Polo Nord
Dunque abbiamo detto che l’innalzamento dei livelli dei mari e degli oceani è dovuto a due fattori. Il principale di questi fattori è la dilatazione termica dell’acqua dovuta al riscaldamento del clima. L’altro fattore è lo scioglimento dei ghiacci. Naturalmente tutto è collegato. Se aumenterà ancora l’effetto serra, esso oltre alla desertificazione, provocherà in toto lo scioglimento dei ghiacci. Ma che cosa succederà se tutto il ghiaccio, non diciamo del pianeta ma solo dei Poli dovesse sciogliersi? Quali saranno gli effetti?
Entro la fine di questo secolo il Polo Nord, sinonimo di ghiacci eterni, di temperature estreme e di venti violentissimi, potrebbe non esistere più. Il mare prenderebbe il totale sopravvento. Lo dice la Nasa che ha studiato lo scioglimento dei ghiacci del polo Nord e dice che essi si stanno sciogliendo a una velocità che li vede diminuire del 9% ogni dieci anni. Nel 2002 la loro estensione è stata la più ridotta da quando vengono raccolti dati dai satelliti. Se questo andamento continuerà in futuro, alla fine del XXI secolo l’interazione tra le acque più calde dei mari circostanti e l’aumento della temperatura terrestre li avrà fatti scomparire del tutto. I ghiacci del Polo Nord, a differenza di quelli del Polo Sud, galleggiano direttamente sul mare e ogni anno tra l’inverno e l’estate aumentano e diminuiscono sia come superficie occupata che in spessore. Durante i primi mesi di quest’anno lo spessore medio si è ridotto a soli 3 metri, rispetto ai 7 metri che normalmente esso può raggiungere. La ricerca della Nasa ha messo in luce che la temperatura media del Polo Nord è aumentata di 1,2 °C nell’ultimo decennio rispetto alle medie precedenti.
Come abbiamo detto, per quanto riguarda il Polo Nord lo scioglimento delle enorme masse ghiacciate non ha effetto sull’innalzamento dei livelli dell’acqua, però produce altri effetti. Per esempio ha una notevole influenza sullo sviluppo del plancton e sulla circolazione delle acque oceaniche i cui effetti sull’ecologia a livello planetario non sono ancora noti. Se la perenne copertura dei ghiacci dovesse scomparire del tutto, il clima e il sistema ecologico dell’intero oceano artico subirebbe profondi mutamenti con ripercussioni in tutto l’emisfero settentrionale del pianeta.
Non c’è da temere un aumento del livello dei mari, perché il ghiaccio già galleggia sull’oceano e quindi, esattamente come avviene per un cubetto di ghiaccio che si scioglie in un bicchiere, il livello dell’acqua rimane pressoché costante. Lo scioglimento però fa sì che una maggiore quantità di calore venga trattenuta dalle acque marine che contribuiscono a un ulteriore scioglimento dei ghiacci. Acque più calde significa anche un ritardo dell’espansione dei ghiacci invernali che, dunque, anno dopo anno si ritireranno sempre più.
Aggiungiamo un altro dato. Abbiamo detto finora che scioglimento dei ghiacci del polo nord determina effetti sul plancton, determina effetti sulla temperatura dell’acqua artica stessa, dunque produce ulteriore calore che scioglie anche d’inverno il ghiaccio, e questo naturalmente va sempre sommato ad un innalzamento delle temperature provocate fdall’effetto serra già dato, già di partenza. Questo nuovo dato da aggiungere è che i ghiacci del solo Polo Nord contengono più del 6 per cento dell’acqua potabile del mondo. Se il ghiaccio scompare e si mischia all’acqua salina avremo perso anche una riserva considerevole di acqua. Ma aggiungiamo altri numeri. Nel 2002 il Larson B, una piattaforma di ghiaccio da 500 miliardi di tonnellate con un’estensione pari al doppio di quella di Londra, si è disintegrato in meno di un mese: pur non avendo avuto ricadute immediate sul livello del mare, questo episodio è emblematico degli effetti del surriscaldamento globale.
In Groenlandia il ghiacciaio di Kangerdlugssuaq, sulla costa orientale, è uno dei ghiacciai più veloci al mondo, perché si muove verso il mare ad una velocità di quasi 14 chilometri all’anno. Le misurazioni sono state effettuate usando un sistema GPS ad alta precisione. Il ghiacciaio, inoltre, si è ritirato di 5 chilometri dal 2001, dopo aver mantenuto condizioni stabili per almeno quarant’anni. Lo scioglimento dell’intera Groenlandia a differenza dello scioglimento dei ghiacci al Polo Nord determinerebbe un innalzamento dei mari di 6 metri, ma anche un incremento di un solo metro significherebbe l’inondazione di New York, Amsterdam, Venezia e di tutto il Bangladesh.
POLO SUD O ANTARTIDE
Per quanto riguarda il Polo sud, nel 2005, il British Antarctic Survey ha rilevato che l’87 per cento dei ghiacciai della penisola antartica si sono ritirati negli ultimi cinquant’anni e negli ultimi cinque anni i ghiacciai hanno perso in media 50 metri all’anno. L’intera banchisa antartica contiene acqua a sufficienza per innalzare il livello dei mari di 62 metri.
Ci sono due principali piattaforme di ghiaccio che formano il continente antartico.La piattaforma di Ross èil principale emissario per parecchi grandi ghiacciai situati nella zona ovest del continente, eD è più estesa dello stato del Texas.Tre anni fa sulla piattaforma di Rosssi iniziarono a staccare iceberg così grandi che si possono confrontare per grandezza col Massachusetts e il Connecticut. Questi iceberg che si staccano violentemente dalle piattaforme mantengono fredda la maggior parte delle acque di questo pianeta.Se la sola piattaforma di Ross si sciogliesse tutta, il livello delle acque marine salirebbe di circa 16 piedi. Ciò significherebbe la fine di gran parte della Florida e altre regioni del mondo. Gli effetti dello scioglimento dei ghiacci, insomma, sarebbero devastanti.
LA CIRCOLAZIONE TERMOALINA
L’acqua negli oceani, lo abbiamo accennato prima, è in continuo movimento per effetto delle maree, del moto ondoso e delle correnti che sospingono le gelide acque polari verso l’equatore e le calde acque subtropicali verso i poli [circolazione termoalina ]. Il fenomeno della circolazione termoalina è attivato dalle differenze di temperatura e di salinità dei mari, e una della sue componenti è la corrente del Golfo, che regala all’Europa il suo clima relativamente mite. Queste grandi correnti, oltre a mitigare l’Europa e a giocare un ruolo fondamentale nel clima, incrementano la capacità dell’oceano di assorbire anidride carbonica.
Gli studi più recenti denunciano un rallentamento della circolazione termoalina tra la Scozia e la Groenlandia.
La diminuzione del livello di salinità degli oceani, dovuta sia allo scioglimento dei ghiacciai che all’aumento delle precipitazioni, potrebbe interrompere, rallentare o comunque alterare le grandi correnti transoceaniche, con disastrose conseguenze sul clima e sull’agricoltura in Europa e con impatti su tutti i mari e sulle temperature in tutto il mondo.
Il discorso che abbiamo fatto per il polo Nord non vale per il Polo sud. Perché i ghiacci del polo sud non galleggiano sull’acqua, sono staccati dall’acqua, essi ricoprono terra ferma. Se si dovessero sciogliere interamente nei prossimi cento anni vi sarebbe, secondo le previsioni, un aumento del livello medio del mare compreso tra i 9 e gli 88 centimetri. Questo innalzamento dipenderà sia dal progressivo scioglimento dei ghiacciai, sia dalla naturale espansione degli oceani, dovuta al fatto che l’acqua aumenta di volume quando aumenta di temperatura. Per quanto possa sembrare modesto, anche un innalzamento di pochi centimetri provocherebbe il caos: inondazioni nelle zone costiere, contaminazione delle falde acquifere potabili, aumento del grado di salinità degli estuari sono solo alcuni degli elementi di questo scenario allarmante. Molte delle città sulla costa avrebbero problemi. Risorse strategiche per le popolazioni costiere, come le spiagge, l’acqua potabile, la pesca, la barriera corallina e gli atolli sarebbero a rischio.
-Le regioni mediterranee dell’Europa e dell’Africa sarebbero le più vulnerabili. Nell’Europa del Sud l’estate si allungherà e l’acqua dolce disponibile diminuirà. Aumenteranno le differenze climatiche e ambientali fra le regioni del Nord e del Sud, vulnerabili alla siccità. Metà dei ghiacciai alpini scompariranno. Aumenterà il livello dei fiumi in gran parte dell’Europa e il rischio di inondazioni sulle aree costiere, con pesanti conseguenze per il turismo, l’industria e l’agricoltura. In Italia, il mare ingoierà le zone costiere formate da lagune e da foci dei fiumi. La produttività media diminuirà nell’Europa del Sud e dell’Est, mentre il Nord potrà contare su temperature più miti, che favoriranno le colture agricole. Insomma se continuerà l’innalzamento del livello dei mari vi saranno altre conseguenze: erosioni di costa ed inondazioni di popolose aree costiere (delta del Nilo, BanglaDesh) epiccole isole ( in particolare sono minacciati gli atolli del sud Pacifico). Vi sarà una maggiore trasmissibilità di alcune malattie infettive, fra cui malaria e febbre gialla.
PINGUINI ADELEIA
Per rimanere ai poli, v’è da dire una altra cosa, che può sembrare anch’essa insignificante ma va registrata. La vita degli animali. La vita degli animali come quella dei pinguini Adeleia, per esempio riscontra problemi derivanti dallo scioglimento e dallo staccamento dei ghiacci. Sta diventando pericoloso per loro andare alla ricerca di cibo in mare, e come risultato, il loro numero va via via diminuendo. Gli esperti prevedono che questi animali potrebbero abbandonare molte delle loro aree tradizionali, in cui vivevano, per sempre. I pinguini hanno inoltre problemi aggiuntivi per l’allevamento dei cuccioli. Il ghiaccio sta bloccando la strada delle colonie in cui allevano e cibano i piccoli.Come risultato devono percorrere 30 miglia per procurarsi cibo, cosa ardua potendo camminare solo alla velocità di un miglio all’ora. Ma qui non si tratta solo di pinguini e di una sola specie, si tratta di molto altro. Vedremo tra breve cosa accade anche alle balene.
NON SOLO POLI, ANCHE L’HIMALAYA
Dobbiamo però allargare il discorso del ghiaccio geograficamente prima, perché il ghiaccio dei due poli non è il solo ghiaccio che esiste al mondo. Esistono infiniti ghiacciai in tutto il mondo. Per soffermarci solo un luogo che è presente peraltro nel libro, ovvero la catena hymalayana, i dati dimostrano che i ghiacciai della regione himalayana, la più grande concentrazione di ghiaccio sul pianeta dopo le regioni polari, stanno ritirandosi di circa 10-15 metri all’anno. E’ importante parlare di quest’area geografica perché mentre ai Poli, gli effetti dello scioglimento dei ghiacci non avrebbe delle conseguenze dirette sulla vita degli uomini, nel caso dell’Hymalaya, al danno ambientale si aggiungerebbe il disastro e la tragedia della strage di nostri simili. Il primo effetto dello scioglimento sarà di certo un aumento della portata dei fiumi e di conseguenza un aumento del rischio inondazioni. Subito dopo, in pochi decenni, il livello delle acque dei fiumi si abbasserà e ci sarà carenza di risorse idriche per chi abita in Nepal, nella Cina occidentale e nell’India settentrionale. I ghiacciai della regione alimentano alcuni tra i fiumi più grandi al mondo, come il Gange, l’Indo, il Brahmaputra, il Salween, il Mekong, lo Yangtze e il Huang He (fiume Giallo), assicurando una fornitura di acqua per tutto l’anno a centinaia di milioni di persone.
In Nepal già oggi si registra un aumento medio di temperatura di 0,06 gradi l’anno e si assiste ad una costante riduzione di tre nevai che alimentano i fiumi del paese. Nella Cina nord-occidentale l’altipiano di Qinghai ha visto una riduzione nella portata dei fiumi e nel livello dei laghi. In India, il ghiacciaio Gangotri, che sostiene il principale bacino fluviale a nord del paese, sta arretrando di 23 metri l’anno. Rischia di lasciare dietro di sè una scia di devastazioni ambientali ed economiche che metterebbero in pericolo la sopravvivenza di oltre un miliardo di persone. Quelle che vivono ai piedi delle montagne, rischiano di essere spazzate via dalle alluvioni, e quelle che contano sull’acqua dolce dei fiumi himalayani.
Se le temperature continuano a crescere con questo ritmo tra cinquant’anni sull’Himalaya e sul Karakorum non ci saranno più ghiaccio e neve. Le conseguenze ambientali, ma soprattutto socio-economiche, saranno spaventose.
EVEREST
Un esempio? L’Imja Glacier, ai piedi del monte Everest, si ritira di ben 70 metri all’anno lasciando dietro di sè enormi laghi glaciali la cui superficie è cresciuta anche dell’800 per cento a partire dagli anni Settanta. Il pericolo più imminente è che debordino, devastando territori e dei villaggi circostanti.
Negli anni cinquanta in Himalaya c’erano 12 laghi glaciali. Oggi se ne contano oltre 9.000. Di cui molti al limite di capienza. Solo nel bacino nepalese del Dudh Koshi, nella regione dell’Everest, ce ne sono 12 ad alto rischio.
Anche un lievissimo terremoto potrebbe farli esplodere. E l’acqua, scendendo a valle, trascinerebbe con sé detriti, rocce, acqua di altri laghi. Spazzando via villaggi, campi, strade, ponti, centrali idroelettriche e in generale la vita umana.
Uno scenario del genere scatenerebbe una crisi ambientale, ma soprattutto economica, di proporzioni colossali nel Sud Est Asiatico. La minaccia non è solo quella delle alluvioni: il passo successivo è la siccità di tutta la regione.
La catena dell’Himalaya-Karakorum, infatti, si estende per oltre 2.500 chilometri dal Pakistan al Bhutan. E i suoi ghiacciai danno origine a nove dei più grandi fumi d’Asia, che danno acqua dolce e vita a oltre 1 miliardo e trecentomila persone. Ovvero, circa un quinto della popolazione mondiale.
Come vedete stiamo parlando ancora di acqua. L’acqua è dentro di noi, da la vita, noi siamo fatti d’acqua, ma l’acqua è anche fuori di noi e vive e si anima a tutti i livelli dell’attività umana. Nel ciclo dell’acqua inquinata entra in gioco tutto l’equilibrio del nostro pianeta. Dall’acqua bisogna partire.
EFFETTO SERRA EDANNI MARINI
Non scostandoci da questa impostazione, allontaniamoci dai Poli e dall’Himalaya e parliamo di mare e di oceani. Un innalzamento delle temperature medie dei mari ha ricadute pesanti sull’intera catena alimentare marina: il fitoplancton, ad esempio, del quale si nutrono alcuni piccoli crostacei come il krill, cresce sotto il ghiaccio polare. Una diminuzione dei ghiacci implica una diminuzione del krill, che è fondamentale per l’alimentazione di molte specie di cetacei e di grandi balene.
LE BALENOTTERE
Le balenottere azzurre, in Antartide, sono l’1 per cento della popolazione originaria, nonostante quaranta anni di protezione totale. Le balene grigie del Pacifico Occidentale sono le più minacciate in assoluto: i circa cento esemplari rimasti sono ormai sull’orlo dell’estinzione. Nell’800 ce n’erano circa un milione e mezzo. Oltre all’innalzamento delle temperature e all’alterazione dell’equilibrio biologico, le balene devono vedersela con la caccia commerciale e con l’inquinamento delle acque. L’impatto delle attività dell’uomo sugli ecosistemi marini è profondamente cambiato negli ultimi cinquant’anni. Per inquinamento non si intende solo quello chimico ma anche quello acustico, legato ai sonar e ai motori delle imbarcazioni. Per quanto riguarda la pesca commerciale non si deve pensare solo alla pesca delle balene ma alla pesca industriale più in generale che sottrae alle balene preziose risorse alimentari.