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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Chiara Bottone, autrice del nostro ultimo libro “Il mestiere dell’umanità”, in uscita in questi giorni, non ce l’ha fatta, è morta. La notizia ci ha spezzato il cuore. Aveva lottato con ogni forza per meritarsi di vivere, si era aggrappata con le unghie alla luce del sole e combattuto la sua solitudine e la medicina ossessivamente ingrata contro di lei, indossato corazze di volontà e di lucida impertinenza in barba al dolore e al destino avverso che pareva, finalmente, averla lasciata in pace dopo essersi piegato alla sua energica costanza, sembrava essersi guadagnata la sua altissima rinascita e averla spuntata usando la voce grossa nei confronti dell'IMPLACABILE che la reclamava nel suo regno di buio e di nulla e, invece, proprio alla fine, suo malgrado, contro ogni sua illusione e speranza, Chiara ha dovuto smettere le armi e lasciare il passo.
A informarmi della sua scomparsa è stata sua sorella Maddalena per sms, dato che non ho risposto sistematicamente al telefono nell’ultimo mese. Durante questo periodo Chiara ha tentato più volte di mettersi in contatto pur se non ero nelle condizioni di risponderle. Con la mia famiglia, su un'isola della Grecia, il mio il cellulare di cui lei aveva il numero giaceva immoto e abbandonato sulla scrivania di casa. Mi pare, adesso, l’essermene separato, una delle azioni più vergognose della mia vita, per la quale provare un profondo rimorso e un’irrimediabile senso di colpa. Ci eravamo lasciati appena a fine luglio con la promessa che le avrei telefonato non appena il suo libro fosse stato pronto, e le avrei mandato le prime copie, ma non ho mantenuto la promessa. Avrei dovuto a ogni costo. Il libro mi è stato consegnato alla fine dell’ultima settimana di luglio ma ho rimandato l’invio delle copie non perché pure vi fossero dei visibili difetti tipografici nei tre quarti della tiratura (un terzo delle copie risultava comunque intatto) ma per l’ottusa e stolta convinzione che ad AGOSTO ci sarebbero dovute essere per me solo LE FERIE, nessun pensiero, nessuna preoccupazione, nessun impegno dopo un lungo e piovoso inverno trascorso in ufficio; e perché LE FERIE e lo staccare dal lavoro avrebbero dovuto essere un mio sacrosanto diritto che nessuno avrebbe mai dovuto intaccare, nemmeno un autore con un altrettanto sacrosanto diritto di sapere come andavano i lavori al suo libro. E così ho sospeso ogni mia attività. Non me lo perdonerò mai. Avrei dovuto telefonarle prima della partenza ed impegnarmi a spedire i libri. Aveva lavorato sodo, poveretta. Nonostante le sue critiche condizioni, nel corso di tutto l’inverno aveva continuato a lavorare al suo libro con serietà e impegno (vedeva da un occhio solo, era immobilizzata in carrozzella). Aveva corretto più volte le bozze. Era orgogliosa della sua storia, di pubblicare un libro. Tante chiacchiere abbiamo fatto, tante promesse le ho decantate. Abbiamo tessuto infiniti progetti e sognato ad occhi aperti. Desiderava che la gente potesse conoscere la sua storia, e che altri, nella sua stessa condizione, apprendessero la sua lezione e con essa potessero riuscire ad andare più dritti e più fieri incontro al proprio destino. Se le avessi spedito i libri, prima di morire Chiara avrebbe avuto la gioia di vedere realizzata in un progetto concreto la sua fatica, lei che, a causa di non so nemmeno cosa, forse il fato, la sfortuna, era stata costretta ad interromperne tanti di progetti. Avrebbe visto il suo libro, sarebbe stata di certo orgogliosa. Avrei potuto regalarle un’ultima gioia e non l’ho fatto per imperizia, anch’io, con la stessa imperizia di tutti quei medici che le avevano rovinato la vita!
Mi chiedo se Chiara si sia mantenuta in vita proprio per portare a termine questo nostro progetto comune e che, compiuto esso, la morte l’abbia richiamata come le aveva promesso; mi chiedo se la sua forza si fosse posta proprio il libro come ultimo obiettivo, con l’assicurazione che una volta pubblicato le si sarebbe spenta tra le mani, e mi chiedo che razza di destino abbia avuto… a trentasei anni immessa, senza che l’avesse chiesto, in un tunnel di sofferenze atroci eppure tutte combattute e superate con audacia e un coraggio quasi sovraumano… per poi alla fine non poter godere neppure di una di queste vittorie, non avere il privilegio di godersi in santa pace il residuo di esistenza che aveva sottratto alla morte e che si era voluta riserbare per sé. Aveva un mucchio di progetti, si era trasferita da poco, di nuovo, nella sua città natale, Salerno, e aveva in mente di iniziare con un'agenzia matrimoniale, per poi magari prendere la patente!... e mi diceva sempre tante cose... Non ho avuto il tempo di conoscerla a fondo. All’uscita del suo libro avevamo previsto di organizzare una serie di presentazioni. Ci teneva a farne una a Salerno, e mi aveva promesso che, nonostante le grandi difficoltà, sarebbe salita anche al “Nord” per apparire in pubblico. L’ho conosciuta pochissimo eppure mi ha lasciato, come nessun altro autore finora ha fatto, e nessun’altra persona conosciuta, un lascito enorme e un insegnamento importante, che è quello della forza e della volontà di vita, del non lamentarsi per futili preoccupazioni, che un essere umano può tutto, può opporsi a tutto, e che niente è davvero così terribile così come appare... Ho un debito enorme nei tuoi riguardi Chiara. Spero che molti uomini e donne leggano la tua storia e ti conoscano e che tu possa parlare loro di amore e di speranza come mi hai insegnato. La nostra piccola squadra ti ricorda con sincero apprezzamento.
Alessandro Pugliese

Chiunque (naturalmente) dovrebbe leggere Flaubert; perlomeno Madame Bovary e Salambò. Sono due lezioni letterarie diversissime eppure convergenti. Traiettorie che corrono parallele, apparentemente, che davanti ad un occhio attento convergono in un sol punto alla fine del viaggio. Dal fatto che uno scrittore abbia buttato giù circa 4mila pagine al fine di trarne poco più di 300 (Bovary) si dovrebbe trarre intanto l’insegnamento dell’arte del taglio e della sintesi, e la passione, quasi morbosa, ossessionante del togliere, del limare, del ricercare per trovare la perfezione stilistica assoluta.
Flaubert , si sa, era fissato con e sullo stile. Non tutti i grandi scrittori, e contemporanei di Flaubert, lo erano. Non è scontato. Lo stile non conta così tanto per tutti. Ci sono scrittori che prediligono e guardano alla storia (trama), ritenendola ciò che sana ogni cosa, ciò che è preminente nella composizione letteraria, e questi scrittori mettono lo stile al servizio della storia, e ce ne sono altri - appunto come Flaubert - che portano la storia al servizio dello stile e sostengono che uno STILE si costruisce con tantissimo sudore e lavoro e che lo stile è tutto. Qualunque buco e debolezza può essere colmato dallo stile, anzi con uno STILE non esistono buchi, con uno STILE si costruiscono volutamente i buchi, li si moltiplica, li si riduce, e li si fa scomparire. Con uno STILE si è Dio!
Flaubert si mise in testa di scrivere e di raccontare di Cartagine e di una vicenda particolare della sua storia, ovvero la guerra e l’assedio che la città subì ad opera dei mercenari che il Consiglio della città aveva assoldato prima tra le sue fila ordinarie per combattere contro Roma. Accadde che lo stesso Consiglio commise l’errore, alla fine della guerra, di permettere a questi uomini di raggrupparsi sotto le mura della città, tutta questa masnada di gente proveniente da ogni angolo del Mediterraneo e dell’Asia. I saggi non li congedarono man mano che essi giungevano in milizie separate e disperse alle mura fortificate, bensì, dopo averli fatti raggruppare ed entrare in città e congiungersi con le proprie donne (nel frattempo rimaste ad aspettarli durante la guerra), non solo non li pagarono subito - e nella misura dovuta - ma li scacciarono e li lasciarono vagare nel deserto per qualche tempo. I mercenari finirono per organizzarsi e insorsero e decisero di marciare alla volta di Cartagine per cingerla d’assedio. Flaubert racconta di questa guerra/assedio, che fu una delle più atroci della storia antica per il suo crudele epilogo. Ad avere la peggio furono i mercenari. Vi furono di loro ben 40.000 morti. Furono bloccati nella gola di una montagna e lasciati morire di fame e di sete, costretti alla antropofagia. Con il passare dei giorni questi disperati, nella speranza di protrarre la propria esistenza, cominciarono a cibarsi dei cadaveri dei propri compagni e poi si scannarono vicedevolmente. Ne rimasero all’incirca una decina. Uno di questi, che Flaubert indica come il loro leader, fu condotto prigioniero dentro la città e, come un Gesù Cristo verso la via del Golgota, durante il percorso urbano fu lasciato al ludibrio della folla che lo linciò e lo sottopose a torture orribili.
Al di là della trama - tra l’altro tratteggiata per grandissime linee, perché è molto più composita - ciò che più interessa per il nostro discorso è il progetto narrativo e l’intento che Flaubert si prefisse. Della storia di Cartagine, a parte qualche citazione di Polibio, non si ha alcuna fonte storica diretta, se non qualche rarissimo frammento per lo più generico non di mano punica, il quale soprattutto riferisce genericamente. Flaubert dovette da zero, rifacendosi alla Bibbia e ad altre fonti contemporanee alla Bibbia, ricostruire società, personaggi, abiti, costumi, organizzazione sociale; in una sola parola, dovette ricostruire tutto. Il suo maggiore sforzo fu quello di rendere realistico il mondo che voleva ritrarre, renderlo credibile, e soprattutto trovare un linguaggio ai suoi personaggi. Confessò che proprio il nodo del parlare tra i suoi personaggi lo faceva impazzire. Ciò che maggiormente stupisce, di uno scrittore come lui che cominciò a scrivere relativamente tardi, e che non è stato poi molto prolifico al pari dei suoi contemporanei grandi scrittori, è che dopo l’enorme successo di Madame Bovary, volle con Salambò mutare completamente il suo percorso artistico, la traccia sicura intrapresa, e stupire tutti cimentandosi con qualcosa di completamente diverso. Fu del resto proprio questa una delle note principali della critica che gli rivolse Saint Beuve, cioè anziché continuare sul filone del realismo che aveva eccellentemente scandagliato con Bovary - ci si sarebbe aspettato un altro romanzo simile - egli compì qualcosa di assolutamente inedito andando a finire addirittura nell’antica Asia. Con Bovary che cosa aveva fatto? Aveva raccontato di una donna che volendo ambire a una posizione e ad un rango superiore alla sua educazione, non conforme e adatto a lei e ai suoi natali, finiva con il diventare altro da sé, cadeva in rovina, diveniva un’adultera, poi un’adultera pentita e infine una suicida. Ciò che Flaubert aveva raccontato era stata la provincia francese, la provincia che anelava e aveva a modello la società parigina. Aveva raccontato qualcosa di reale, di esistente, di a sé vicino, che egli conosceva bene. Saint Beuve gli rimproverò che in Salambò lo sforzo della sua scrittura si sentiva; che la sua fatica d’artista si intravedeva troppo, che l’autore era sempre presente tra le sue pagine: la sua penna non si elevava, non scompariva come invece avveniva in Bovary. Insomma, che il povero Flaubert avesse fallito in quanto altro non avrebbe potuto fare con un progetto così troppo ambizioso non solo per lui ma per chiunque. Cartagine, secondo il critico, era troppo difficile come soggetto. Lo scrittore non poteva che apparire artefatto nell'evocarla. La scrittura non poteva che sentirsi, il talento dell'artista non sarebbe potuto rimanere troppo celato dietro i personaggi e l'articolarsi della storia. Ma Flaubert aveva usato lo stile come "panacea" alle difficoltà compositive proprio perché mediante esso avrebbe potuto supplire ad ogni difficoltà. Avrebbe potuto, se fosse stato "bravo" dare l'impressione della freschezza e del realismo, avrebbe potuto attraverso lo stile insufflare vita reale nei suoi personaggi. Quale altra arma, del resto, avrebbe potuto utilizzare? Con la scrittura avrebbe creato un mondo non "scritto", ma vero, appunto, vivente. La scrittura avrebbe avuto il potere di dare vita alla non-vita, al letterario, all'arte. Saint Beuve, del resto, era per una letteratura che descrivesse sempre e comunque il reale. L’epoca di Cartagine era troppo lontana da quella francese secondo lui, e tra i due periodi storici e le due società non vi era e non poteva esservi, anche a livello puramente letterario una qualche congiunzione e assonanza. Flaubert, come molti scrittori moderni, una volta trovato il proprio filone, avrebbe dovuto continuare sulla scia di Bovary, mentre preferì studiare come un dannato carte antiche e polverose improvvisandosi filologo e archeologo, tentando così un progetto troppo al di sopra delle sue risorse e al di là di tutti i tentativi fino ad allora accennati. Lo stesso Scott, padre del romanzo storico, è bene precisarlo, non aveva affatto ritratto un’epoca che distava troppo da quella in cui viveva, ma solo un paio di secoli e, comunque, quell’epoca da lui ritratta era ancora viva nel sentire anglossassone, la sua eco era viva. Flaubert invece, ma questo Saint Beuve non lo aveva capito, aveva voluto fare con Cartagine ciò che aveva fatto con Bovary. Aveva voluto dimostrare che lo stile può tutto. Aveva odiato Bovary, il tema di Bovary, giudicandolo un tema troppo piccolo, meschino, provinciale, ristretto. Prima di Bovary aveva fallito numerosi progetti perché si era discostato da quello cui la gente pareva interessarsi. Se con Bovary aveva raggiunto il successo, questo successo era giunto perché lui aveva usato uno stile altisonante e perfetto ma lo aveva piegato - questo stile - a un soggetto piccolo, aveva usato un grande stile per un piccolo soggetto. Con Salambò il progetto era grande, e bisognava trovare e piegare uno stile grande, ma questo stile grande si sarebbe adattato questa volta a un soggetto grande come Cartagine. Si prese una rivincita dimostrando che mediante uno stile poteva essere fatta rivivere, con lo stesso realismo di Bovary, anche l’antica Cartagine!
Federica Giullo
Cliccando qui, una recensione apparsa su Le rimesse relativa a "Preoccupati dei vivi" di Andrea Moretti.
Cliccando sulla foto, una vecchia intervista del maggio 2008 rilasciata da Barbara X ospite del programma di Raiuno, UnoMattina. Barbara è una delle autrici della nostra antologia "Qui tutto va a puttane!".

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non vedo l´ora di leggerl...
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Come commento al tuo post...
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Vi incollo una mail che q...
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Opera magnifica la Sonata...
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Scusate, quell'anonimo so...
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Cito: Non v’è nulla di pi...
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