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Un'idea che non sia pericolosa non merita affatto di essere chiamata idea

Oscar Wilde
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Di redazione gingko (del 29/04/2009 @ 16:00:46, in Tatzepao news, linkato 210 volte)

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La prostituzione è un vero e proprio businnes, una vera industria che genera guadagni, ricchezze, come il mercato della droga o delle armi.

 

Nel 2002 gli introiti orbitanti attorno a questa industria sono stati stimati in circa 60 miliardi di euro. Solo per ciò che attiene alle agenzie di turismo sessuale operanti in Internet si parlava di un giro di affari equivalente a 1 miliardo di euro.

 

Nel 2001 si stimava che il numero di prostitute operanti nel mondo fosse di 40 milioni di donne. E ogni anno si ritiene che le nuove prostitute immesse - coattivamente o volontariamente - nel mercato del sesso sia di 500.000. Di queste i due terzi sono minorenni e comunque di età inferiore ai 25 anni. V’è una differenza sostanziale tra la prostituzione e la tratta. I due fenomeni coesistono e si sovrappongono ma non sono la stessa cosa. Nella prostituzione si inserisce la tratta. La tratta di esseri umani a fini prostituzionali è una sfaccettatura della prostituzione e una sfaccettatura nell’ambito di un fenomeno ancor più grande che è la tratta di esseri umani. Ancora oggi si commercia e si tratta in esseri umani, come un tempo per gli schiavi africani. La tratta di esseri umani non solo può essere finalizzata a commerciare, gestire, trasportare, barattare donne o bambini al fine della prostituzione, può essere finalizzata al reclutamento di manovalenza e soldati per le guerre nel mondo, per il lavoro nero a tutti i livelli, per lo spaccio di stupefacenti, per il traffico di organi, per i desideri di natalità di qualche coppia abbiente, etc. Una stima raccapricciante ci dice che attualmente nel mondo sono circa 4 milioni tra donne e bambini le vittime di tratta. Per quanto riguarda la tratta a fini prostituzionali ogni anno circa 700.000 donne vengono vendute ad organizzazioni criminali. Dal 2002 i numeri di questo  fenomeno sono sempre cresciuti.

 

La prostituzione, che può essere maschile e femminile, è volontaria. L’elemento che la contraddistingue è il consenso, la libertà. Comprende per esempio le escort o gli accompagnatori, tutte le libere donne o i liberi uomini che si prostituiscono in casa propria. Dire prostituzione non implica tratta. Ci si prostituisce liberamente. La prostituta o il ‘prostituto’ godono liberamente dei proventi delle proprie prestazioni sessuali, e decidono senza subire soprusi o controlli da parte di nessuno con chi prostituirsi, quando e come prostituirsi. Soprattutto decidono se e quando smettere.

 

Le vittime di tratta invece non sono libere. Tratta è sinonimo di coercizione, di abuso, di privazione della libertà, di violazione dei diritti fondamentali della persona. Queste donne, o questi bambini sono schiavi ancorati al mercimonio del proprio corpo attraverso il terrore, le minacce, spesso la prigionia, le violenze fisiche e psicologiche. Qualcuno obbliga qualcun altro. Qualcuno ti dice quanti clienti avere, quale zona battere, quanti soldi devi chiedere, quali giorni farlo. Costringe a stare in strada, per ore, con ogni condizione climatica. Nel rapporto tra prostituta vittima di tratta e cliente ad essere libero è solo il cliente. Queste donne non godono dei propri guadagni. Devono indirizzare questi guadagni a chi le sfrutta. Non possono ritirarsi come la prostituta libera dal mercato del sesso. Vengono considerate e sono, in effetti, macchine oliate e mantenute in vita solo per far soldi. Se si pensa che una prostituta sfruttata può arrivare a fruttare al suo sfruttatore qualcosa come 20.000 euro al mese si capisce bene l’entità dell’affare di cui stiamo parlando. A volte a sfruttare è un solo uomo, spesso sono delle  vere e proprie organizzazioni criminali.

 

Ora, il fenomeno della tratta a fini prostituzionali è così semplice e lineare, addirittura spiazzante nella spontaneità del suo manifestarsi, che ci si chiede davvero come mai non si riesca a debellarlo.

Intanto, nella stragrande maggioranza dei casi è visibile, sotto gli occhi di tutti, perché le donne che stanno in strada sono tutte vittime, sono tutte lì perché obbligate. Se fossero libere non rimarrebbero alla mercé di tutti in strada; se avessero una casa dove stare e ricevere i clienti, come ormai ce l’hanno le prostitute italiane, eserciterebbero in casa e non sotto pioggia, neve, gelo o afa. Certo nel caso della prostituzione cinese, essa pure oggetto di tratta, le organizzazioni criminali cinesi forniscono un alloggio alle ragazze. In strada di solito troviamo ragazze africane e dei paesi dell’Est. Ma poi, oltre alla visibilità, v’è un altro fattore che ci consente una facile individuazione del fenomeno. E’ il consenso. La tratta e la prostituzione da quello che abbiamo detto si distinguono sulla base di una sola cesura, data appunto dalla volontarietà delle azioni che interessano la prostituta. Se la prostituta è libera, è una libera prostituta; ma se la prostituta è costretta e vessata nel prostituirsi allora non è libera e non è una prostituta bensì una schiava, una moderna schiava, niente di più e niente di meno. E’ costretta a vendersi!

 

Il confine tra il consenso, la volontarietà e la vessazione, l’obbligo, naturalmente è molto labile ed è difficile individuarlo. Caso raro, ma chi è in strada potrebbe essere davvero lì di sua spontanea volontà. A parte però questi casi, la difficoltà è proprio accertare  se la donna è libera o schiava. E’ in questa frattura che si inserisce tutta l’opera delle associazioni. Le associazioni devono condurre spontaneamente le prostitute ad ammettere di essere vittime. Molto spesso la vittima, per tutta una serie di fattori, quali la povertà, la violenza che subisce, il fatto che è sradicata e sola dal suo paese di provenienza, dichiara di essere libera perché è terrorizzata a denunciare i suoi sfruttatori, ha paura di ritorsioni contro la sua persona o contro i suoi parenti. Le associazioni come Fiori si strada persuadono, convincono, inducono la donna a denunciare, a uscire allo scoperto e devono garantire le giuste protezioni, le giuste garanzie. Le organizzazioni che sfruttano sessualmente le donne hanno una sola arma in loro potere: il terrore, il condizionamento. L’unica leva su cui possono agire è quella di ritrarre un mondo nel quale alla donna loro vittima non sia dato di capire come uscirne. Costruiscono attorno ad essa una ragnatela che le dà la percezione di essere sola, abbandonata, indifesa, esposta ad ogni rischio e pericolo.

 

E’ un pò come la mafia se ci pensiamo bene.

 

Molti sono i negozianti che sono vittime di racket,  ma pochissimi denunciano per paura di ritorsioni. Perché? Perché la vittima di racket si sente sola, indifesa, esposta ai pericoli. Teme la ritorsione. Se tutti denunciassero, la mafia non avrebbe ragione di esistere perché essa vive e prospera al buio, nell’ombra. Nel buio detta paura. Anche le associazioni che sfruttano le donne vivono nell’ombra, si garantiscono con nomi falsi e false identità per paura che le donne possano denunciare; anche i loro affari come quelli mafiosi prosperano nell’ombra. Se le prostitute si ribellassero, se denunciassero, l’organizzazione si sfalderebbe. Sia per la mafia che per la tratta dunque, oltre a lavorare sulla costruzione di un clima sociale, si dovrebbe andare in una direzione molto semplice, con soluzioni semplici. Bisognerebbe che la prostituzione si svolgesse alla luce, che fosse libera e regolare. Perche ci sono donne costrette a vendersi? Perché non sono libere di vendersi! Se andassimo nella direzione di costruire leggi  che diano luce all’ombra avremmo risolto il problema della tratta. Non il problema della prostituzione, perché la prostituzione non è un problema. Quelle che vediamo per strada, quelle che vediamo nelle gazzelle della polizia, quelle multate dai sindaci, ribadisco, non sono prostitute, sono vittime della tratta. Così facendo, con queste misure non facciamo altro che supportare e legittimare gli sfruttatori, perché creiamo un clima di ulteriore terrore che rafforza il legame tra la vittima e il suo presento sfruttatore. Con un clima di terrore lo sfruttatore che opera nell’ombra diventa ancora più forte, non andiamo affatto a recidere il legame che si ingenera nel buio, non lo portiamo alla luce. Con queste leggi andiamo solo ad operare un’operazione di tipo demagogico ed estetico.

 

Ma nel caso della tratta, oltre che l’elemento del consenso contro l’elemento della coercizione, abbiamo uno strumento in più. Ed è la modalità di ingresso nel nostro Paese. Le vittime di tratta di cui stiamo parlando sono tutte donne straniere, e sono donne che entrano in Italia da paesi non comunitari. Allora come entrano queste donne? E’ semplice. Entrano da clandestine. Entrare da clandestine o diventarlo è molto semplice a causa delle leggi sulla immigrazione che abbiamo, le quali sono assolutamente inadeguate. Se c’è clandestinità, cioè se vi è uno stato per cui queste donne non riescono facilmente a mettersi in regola, ad essere rispettose della legge, v’è e vi sarà sempre la tratta. Così come il lavoro nero, etc. Clandestinità significa buio, significa terrore, significa mancanza di informazione, significa vivere al margine della società luminosa e quindi significa essere ricattabili. Le vittime della tratta entrano sole, in balìa di questi uomini, non hanno documenti, non hanno protezione. La legge di immigrazione Bossi-Fini prevede che persone extracomunitarie possano entrare nel nostro Paese e rimanervi solo se dopo un certo periodo di tempo hanno un lavoro. Ma per avere un lavoro è necessario che si lavori e che qualcuno assuma questa gente, altrimenti si diventa clandestini, ovvero senza un regolare permesso di soggiorno. Il lavoro è il criterio di scrematura, di regolazione per così dire dei flussi migratori. Non può essere sufficiente! Abbiamo visto, con Lampedusa, che questo non è uno strumento adatto, che certo non scoraggia; l’avere un lavoro certo è uno degli strumenti ma non può essere l’unico per garantire una immigrazione regolare. E’ proprio in questa lacuna della legge, in questa sacca di obbligazioni che molte donne si vengono a trovare clandestine e quindi prive della possibilità di guadagnarsi da vivere lecitamente. Regolare questa legge, renderla più permissiva, introdurre nuove norme garantirebbe alle donne la libertà. Se sono clandestine sono schiave, se sono libere possono emanciparsi, non avrebbero bisogno di nessun protettore, verrebbero normalmente nel nostro Paese. Le case chiuse... si parla molto di case chiuse e si dice che potrebbero risolvere il problema. Ma chi andrebbe nelle case chiuse? Andrebbero le regolari, mentre le donne vittima di tratta non vi rientrerebbero proprio perché non sono regolari, perché esse non esistono. Insomma è evidente che il nesso fondamentale che regola e mantiene in vita la tratta è l’equazione tratta – clandestinità, non regolamentazione, stato di incertezza. Le vittime di tratta vivono al buio, sono fantasmi di cui nessuno conosce niente.

 

Francesco Sarti - Roma /Spunto dalla lettura dell'antologia "Qui tutto va a puttane!" Gingko edizioni, San Lazzaro di Savena, 2008.

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