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Un'idea che non sia pericolosa non merita affatto di essere chiamata idea

Oscar Wilde
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di redazione gingko (del 27/02/2009 @ 15:51:18, in Tatzepao news, linkato 232 volte)

Per un ragazzo reggiano che ha avuto nonni nati tra il 1909 e il 1925, le storie di lotta partigiana sono nel DNA, legate ai racconti dei vecchi nelle sere d’estate, prima di dormire. Tedeschi e partigiani sono stati i primi soggetti che hanno fondato le basi del mio immaginario narrativo, così come i film di Leone, o le gare rocambolesche in macchina di Gilles Villeneuve. Mia nonna Anna, che nel 1945 era incinta di mio padre, abitava vicino ad un Comando tedesco. Quante volte mi ha raccontato delle notti in cui le venivano in casa i giovani soldati tedeschi per bere un bicchiere di vino, ritrovando la dimensione di una casa almeno per qualche ora, mentre a pochi passi, nel fienile, stavano nascosti i partigiani. Erano ore di tensione, di paura vera. Così come lo era per me ascoltare quelle storie, mezze in italiano, mezze in dialetto, mentre lo zampirone buttava nell’aria il suo fumo repellente.

Poi, ai tempi delle scuole medie, sul finire degli anni Ottanta, il professore di storia nel mese di aprile ci portava in Municipio ad ascoltare i racconti dei partigiani, che a noi sembravano così vecchi, così distanti da come li avevamo immaginati, eppure ci appassionavano con aneddoti di orgoglio e coraggio, storie d’azione, di vita e di morte.

Negli anni dell’adolescenza, della prima occupazione alle scuole superiori a Correggio, ci sono stati infine i dischi dei Led Zeppelin, i Doors, i film sul Vietnam. Nuovi miti, nuovi eroi, suggeriti da alcuni professori o magari da uno zio, che quegli anni li aveva vissuti. E allora avanti con gli slogan della contestazione studentesca, del ’68 e del ’77, che a noi, sui diciott’anni a metà degli anni Novanta, hanno fornito le basi culturali per dire la nostra, nella scuola e in famiglia.

“Preoccupati dei vivi” l’ho voluto ambientare su due piani temporali, distanti la mia età l’uno dall’altro ma per certi versi simili. Nel ’45 alcuni ragazzi sui vent’anni sposarono un’idea, e rischiarono la propria vita nascondendosi nei fienili, sparando ai tedeschi e alle camicie nere. Trent’anni dopo, altri ventenni, figli dei primi, occupavano le piazze, a volte in modo pacifico, altre in modo violento, con le armi, sparando contro la Polizia. Queste due generazioni hanno vissuto momenti storici importanti per la storia italiana e mondiale, hanno avuto di fronte a sé sfide che la mia generazione non ha avuto; sono stati costretti a scegliere una posizione, un’idea, a darsi da fare per quella, talvolta anche in modo discutibile, perché il non scegliere avrebbe significato porsi dalla parte del nemico.

Ho voluto raccontare una storia ai tempi della lotta partigiana che si proietta negli anni della lotta armata, perché, probabilmente, quando l’uomo lotta mette a nudo più che in periodi di pace la propria natura, le proprie passioni, nel bene e nel male.

L’eccidio della Righetta, al quale il libro si ispira, consumato all’alba del 15 Aprile 1945, è per Rolo storia e leggenda. Aldilà di quanto è stato scritto (poco) dagli storici locali, e di quanto si conserva negli archivi (ancora meno), per tanti versi rimane un mistero. Sono tante le voci che si accavallano e tante le versioni di quella notte che sopravvivono nei racconti popolari. Alla versione dei fatti spesso si associa una personale visione politica di chi racconta, così come personalismi e ipotesi non documentabili.

Dopo aver sentito tante voci e letto tante pagine su quella notte, sono giunto alla conclusione che per poter trattare la questione senza gli stretti vincoli storiografici, l’unico canone possibile rimaneva quello narrativo. Ne è uscito un romanzo che fonda le sue radici su un fatto di cronaca di oltre sessant’anni fa, ma poi se ne allontana, esplorando altri sentieri, sviscerando ciò che la storia spesso non racconta, ovvero le passioni e i sentimenti che condizionano certe scelte.

La storia di Omero Tasselli si propone come paradigma di un’intera generazione di giovani, che dopo l’armistizio sono stati costretti, talvolta senza una reale coscienza politica, a scegliere in che direzione lottare, a cui la storia, anni dopo, ha imposto il confronto con altri giovani con una coscienza politica ben più netta, ma a volte sinistra.

Andrea Moretti

 

 

 

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Di redazione gingko (del 22/02/2009 @ 10:18:13, in Tatzepao news, linkato 254 volte)

IN ARRIVO MARZO 2009

  PREOCCUPATI DEI VIVI

DI ANDREA MORETTI

Titolo: Preoccupati dei vivi. Collana: Bianca
Genere: Romanzo. ISBN: 978-88-95288-07-9
Pagg: 144. Prezzo: euro 11.50

Il romanzo ricostruisce, sulla base di testimonianze e di documenti storici consultati dall'autore, un cruento eccidio partigiano ad opera dei fascisti, avvenuto durante la primavera del 1945, pochi giorni prima della Liberazione, nei pressi di Rolo, in provincia di Reggio Emilia. Non si tratta solo di una storia di partigiani. E' il confronto tra la generazione cresciuta sotto il ventennio fascista e quella di trent'anni dopo, insanguinata e fanatica della contestazione e dell'apogeo delle Brigate Rosse.

CON UNA PREFAZIONE DI AGOSTINO "CESARE" NASI"

POSTFAZIONE DELL'AUTORE

Alle prime luci dell’alba del 15 aprile 1945 un gruppo di sette partigiani in un piccolo comune della bassa reggiana viene accerchiato e messo al muro da una squadraccia di camicie nere. Si parla di errore strategico, ingenuità tattica, di una sentinella che ha ceduto al sonno, di una spiata e, peggio ancora, di un tradimento all’interno della stessa brigata partigiana. Dopo 30 anni un sopravvissuto all’eccidio torna al paese per percorrere i vecchi sentieri partigiani e svolgere un’indagine, ma gli viene intimato di lasciar perdere. Ben presto la ricerca di indizi e risposte si trasforma in un febbrile susseguirsi di ricordi che corrono paralleli ad una analisi ben più spinosa e profonda del sé, nella cornice di una Italia che esce malconcia da una vera e propria guerra civile, nella quale vincitori e vinti si confondono su una strada del progresso che sembra già decisa e che pur presenta zone d’ombra minacciose. Omero aveva 20 anni nel 1945 e imbracciava un fucile. Nel 1975 cosa fanno i ventenni? C’è chi lavora in fabbrica, chi studia, chi grida nelle piazze e c’è ancora chi imbraccia fucili e spara, rivendicando radici proprio nei gesti e nelle azioni dei leggendari combattenti partigiani. Ma queste due generazioni hanno qualcosa in comune? Padri e figli riescono a comunicare? Che Italia hanno consegnato i primi?

NOTA SUL PREFATTORE

Agostino Nasi, nome di battaglia “Cesare”, nato a Rolo (RE) nel 1925, ha svolto attività partigiana dal giugno del 1944 alla Liberazione, operando nel basso reggiano, nelle valli del carpigiano e del mantovano. Studente alla facoltà di Giurisprudenza di Modena, negli anni della lotta di Liberazione si è impegnato attivamente per la causa partigiana divenendo da subito, nonostante la giovane età, Comandante del Distaccamento “Aldo” 1^ Battaglione della 77^ Brigata SAP, per il grande carisma e la forza smisurata. Ha partecipato, con ruolo decisivo, alle battaglie di Fabbrico e Gonzaga. Ha asportato dalla polveriera di Luzzara per ben quattro volte munizioni e mine. Ha sorpreso e messo in fuga una pattuglia tedesca sulla piazza di Rolo e, pur ferito, ha salvato il compagno Lodi (Caino), ferito gravemente. Ha minato e fatto saltare due ponti sulla Parmiggiana-Moglia e Ponte Alto a Modena, fatto prigionieri molti tedeschi, preso parte a vari combattimenti, azioni di disarmo e al recupero di materiale bellico aviolanciato. Oggi vive nella sua casa di Rolo, godendosi la pensione. Sono in tanti i ricercatori, gli storici o semplicemente vecchi e nuovi amici che ogni settimana lo vanno a trovare, tra i suoi libri e suoi quadri e le tante foto che ricordano chi è stato e che parte ha avuto nella lotta.


 

 

   IN ARRIVO APRILE 2009

IO CAMMINO NEL BUIO

DI LICIA PRAISI

Titolo: Io cammino nel buio. Collana: Bianca
Genere: Autobiografia. ISBN: 978-88-95288-08-6
Pagg: 136. Prezzo: euro 11.50

UNA STORIA VERA SULLA DEPRESSIONE

PREFAZIONE DELL'AUTRICE

Licia ha 53 anni, vive sola in una casa dell’Ente Case di Ferrara dove ancora è ammalata e lotta ogni giorno per sopravvivere. Dopo aver cominciato a scrivere la sua storia come terapia, sotto consiglio della sua dottoressa, si è ritrovata a pensare che la sua testimonianza sarebbe stata una fonte di riflessione e un forte spunto di conoscenza. Perché i depressi non sono dei matti, come molti dicono, sono persone che vogliono essere semplicemente aiutate. Lei, che di queste persone ne ha conosciute tante, troppe, sa che molte, troppe, non vengono aiutate. In questo libro Licia racconta la sua infanzia infelice in collegio, senza una vera famiglia e senza un padre, la sua giovinezza trascorsa alla perenne ricerca di un qualcosa che le desse una esistenza serena, mentre si impelagava in diversi guai, poi il matrimonio, che sembrava perfetto, e l’attesa spasmodica di un figlio che non arrivava e che a un certo punto smise di ricercare, infine, per cause infinite, il sopraggiungere della depressione in forma grave, di cui ancora oggi si sa ben poco, e sulla quale c’è scarsa informazione. Nel frattempo Licia ha tentato due volte il suicidio, ha debellato un tumore al seno, ha lasciato suo marito e con una forza straordinaria sta cercando di riappropriarsi della sua vita. Con la voglia di scaricare dalle spalle tutto il peso che si porta da anni, dopo tante sofferenze e delusioni, dopo interminabili momenti angosciosi e distruttivi, tante sofferenze arrecate ai suoi cari, e a se stessa, dopo venticinque sedute di radioterapia e con la sua pastiglia al giorno che deve prendere per cinque anni, i controlli che vanno seguiti con regolarità, è qua e questa è la sua vita.

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Di redazione gingko (del 02/02/2009 @ 09:43:20, in Tatzepao news, linkato 286 volte)

Segnaliamo una recensione su Quando l'amore non basta di Angela Siciliano, comparsa su PARVAPOLIS, 28 gennaio 2009, scritta da Nadia Turriziani.

Leggi qui

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