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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Segnaliamo un 'intervista rilasciata dall'autrice di "Quando l'amore non basta", Angela Siciliano, su Radio Centro Musica.
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Il ventre della Terra
Valentina Francolino Gingko 2007 Venerdì 22 aprile 2181 Mira esce dalla facoltà universitaria di Archeologia della flora e della fauna di Londra per recarsi a casa. Come tutti gli abitanti del pianeta indossa capi d’abbigliamento anti-Uv e si cosparge la pelle di creme-barriera. Da trent’anni, infatti, le condizioni di vita sulla terra sono state completamente sconvolte, a causa del totale deterioramento dello strato di ozono che la proteggeva. Non esistono più forme vegetali o piantagioni commestibili. L’uomo è il solo rappresentante della specie animale ad essere sopravvissuto, benché decimato dalle conseguenze derivanti dalla catastrofe, non ultima una smisurata proliferazione di tumori alla pelle. L’alimentazione è costituita di sole sostanze nutritive a base di vitamine, proteine ed acidi grassi prodotti in laboratorio sotto forma di superconcentrati. L’ossigeno viene immesso nell’atmosfera in maniera artificiale, una volta scisso dall’idrogeno tramite un forte dispendio di energia, che viene ricavata dalle centrali nucleari che proliferano ovunque. L’ingente produzione di scorie viene smaltita trasportandola nello spazio, ed in modo particolare sulla luna. Ad attenderla, tra le mura domestiche, trova la madre in preda al pianto a causa della morte di una misteriosa zia indiana, di cui Mira fino a quel momento ignorava l’esistenza. L’atteggiamento della donna appare tuttavia vago ed indefinibile ed attira la curiosità della figlia. Lucien, il ragazzo che frequentava da un anno, diserta l’appuntamento previsto per l’ora di cena e da quel momento fa perdere misteriosamente le tracce di sé. Mira, dopo alcuni giorni di logorante attesa, cade in uno stato di profonda prostrazione dal quale esce solo dopo aver ricevuto sul proprio telefonino una sorta di messaggio cifrato in cui Lucien sembra darle appuntamento in un imprecisato luogo abitato da una foresta residua. Un aneddoto riesumato tra i ricordi infantili della madre ed un libro redatto dal famoso archeologo Andrew Berdel, repertato dall’oblio degli scaffali polverosi della London Library, sembrerebbero confermare l’esistenza di un ultimo ignoto brandello di paradiso ,sottratto alla deriva ambientale. Che si tratti dello stesso luogo? Mira decide di intraprendere il viaggio nella direzione di quella antica “Valle Nascosta”, che pare trovarsi alle pendici dell’Himalaya, alla ricerca dell’amore e della salvezza… Troppo spesso la fantascienza sociologica si è risolta in scadente narrazione e sterile ideologia, capace di denunciare situazioni senza saper suggerire soluzioni. Valentina Francolino decide pertanto di battere un percorso diverso, concependo un romanzo fantastico e sentimentale che va al di là della mera denuncia ambientalista, perché esce dall’anticipazione narrativa per toccare un nervo ormai scoperto. La vicenda di Mira, che si aggira nello scenario surreale di una Londra grottesca e desolata, costituisce infatti un felice espediente narrativo che consente alla scrittrice bergamasca di esplorare, senza troppe sovrastrutture ecologiste, i pressanti temi ambientali ed ecologici del nostro tempo. Una formula deliziosa per trasformare le varie concrezioni dello sconforto in un’avvincente scrittura d’immaginazione. Ed è tutto così maleficamente credibile che ci sembra di riempire delle lacune della nostra cultura generale. L’autrice non intende qui soffermarsi sugli aspetti deteriori di una civiltà che ha sconvolto gli equilibri naturali. Compie solo una breve digressione iniziale per dirci quello che tutti noi già sappiamo. Ovvero che la condotta sconsiderata dell’uomo ha creato le condizioni perché il verde fosse cancellato per lasciare il posto ad un mondo del tutto artificiale. E subito riprende il filo di una avventura esistenziale destinata ad approdare là dove talvolta la leggenda e le speranze confluiscono magicamente nella realtà. Le avventure di Mira, che vaga di rovina in rovina, morale e materiale, l’una nutrimento dell’altra, costituiscono una lettura divertente e struggente al tempo stesso, che appassionerà anche il lettore che abitualmente non frequenta il genere fantastico. Nessun intento moraleggiante appesantisce l’efficacia narrativa. Niente politica né banali richiami al rispetto della natura,ma solo desiderio di comprendere e di fare comprendere dove ormai siamo diretti. Un’incursione spregiudicata ed inquietante in un futuro che forse è già incominciato. [Gian Paolo Grattarola]
giampaolo.grattarola@fastwebnet.it
"Quando l'amore non basta" di Angela Siciliano, in un articolo su Repubblica.
Per leggerlo clicca qui

Angela Siciliano presenta al pubblico il suo "Quando l'amore non basta".

Un momento della discussione. Una lettrice prende la parola.
Angela Siciliano e Rosanna Orri per la casa editrice.

Lo stand Gingko

Rosanna Orri e l'editore Alessandro Pugliese
Penso che nell’ambito di una presentazione letteraria, la prima parola spetti a chi in questo testo ha creduto fortemente, l’ha letto e riletto più volte, ne ha curato ogni minimo particolare fino a darne ampia diffusione pubblicando pagine che fino a poco tempo fa erano del tutto private. E pertanto mi sembra giusto iniziare spiegando quali motivi ci hanno spinto nella scelta e perché abbiamo deciso di investire in questo testo tra tanti.
La Gingko Edizioni è una casa editrice giovane, sia nel senso che è di recente nascita, sia perché in essa lavora un gruppo di giovani. Ci siamo fin dall’inizio prefissi la ferma intenzione di valutare accuratamente i testi da pubblicare, di sceglierli in base ai contenuti e non in base al valore o alla presa commerciale degli stessi. Crediamo nella buona letteratura e cerchiamo di evitare testi scandalistici o puramente intrattenitivi. Nel caso specifico, nel momento in cui ci è pervenuto il testo di Angela, leggendone la sinossi io stessa ho immediatamente pensato che si trattasse di uno dei tanti libri lesbo, nel senso di un testo ad effetto che, trasudando sesso e trasgressione, volesse far leva sulla morbosità del pubblico e irretire il lettore. Vi sono moltissimi libri di questo genere. In verità ho anche pensato che sulla scia dei veri gay pride o dell’entrata in Parlamento dell’Onorevole Luxuria, un transgender che ha fondato la propria campagna elettorale sui temi dell’omosessualità e del riconoscimento di questa, fossi di fronte a un testo cosiddetto militante appunto, da gay pride.
Contrariamente, sono stata colpita dalla dolcezza e dalla freschezza delle pagine di Angela. Il suo libro non è ideologico, non è mieloso, non è militante, non è neppure lesbo, pur se scritto da una lesbica. Nella scelta è per noi stata determinante una caratteristica che ci interessa primariamente. E’ un testo vero, non è “stupefacente”. E’ normale. Racconta una storia normale di sentimenti e di affetto mancato. I veri protagonisti della storia sono la vita, le scelte di vita attraverso i sentimenti e il cuore.
E i sentimenti non hanno sesso, sono sentimenti. In queste pagine, qualsiasi persona etero o omosessuale o bisessuale può ritrovarsi perché sono pagine che narrano di vita, d’amore. […]
Il sentirsi sfiniti, senza respiro, sull’orlo del niente e delle lacrime dopo aver fatto l’amore con la persona che amiamo. Quanti di noi hanno provato queste sensazioni ? Spero tanti. Queste sensazioni non sono omosessuali, sono sentimenti e basta. Non esiste una sensibilità lesbo e una etero, così come non esiste una sensibilità di individui bianchi e una sensibilità di individui neri, così come non esiste una intelligenza di individui uomini e una intelligenza di individui donna. Il libro racconta una storia di sentimenti frustrati, di un amore infranto, di una felicità mancata a causa dei pregiudizi. Parla anche dell’Italia e dei difetti italiani. E’ un libro che, attraverso il lesbismo, la vita di una donna lesbica, riesce a parlare d’altro, vola più in là. In cui il lesbismo è un pretesto, come sarebbe potuto esserlo il razzismo, l’emarginazione dettata da altri fattori discriminanti, etc. E’ una parabola sul pregiudizio. Il vero protagonista è il pregiudizio, ma non il pregiudizio dei personaggi della storia, ma di chi lo legge, del lettore. L’elemento più straordinario è che non tratta del pregiudizio cosiddetto “esterno”, ovvero degli altri, a cui la lesbica e l’omosessuale o qualsiasi persona diversa soggiace, deve accettare, sopportare, o contro cui deve lottare. Tratta invece del pregiudizio interno. Nel libro si narra di un pregiudizio che una donna lesbica riceve e sopporta non dalla società, ma da se stessa, che ella alleva e ha dentro di sé, non che le è imposto. Questa donna, amante, ha pregiudizio verso se stessa. […]
Sono pagine che trattano dell’accettazione di noi stessi, delle barriere interiori che ognuno di noi alimenta e contro le quali ognuno passa la vita intera a scontrarsi. […]
In fondo parla di una questione universale che sta a monte di ogni nostro agire quotidiano. […]
Angela Siciliano, scrivendo un libro lesbico, ha sfoltito il genere, se così si può dire (e se esiste davvero un genere letterario lesbo), e lo ha fatto in una maniera assolutamente virginale e spontanea, ovvero raccontando semplicemente la verità. Non ha usato giri di parole, orpelli, non ha mascherato nulla. […]
Si potrà dire qualunque cosa di questo libro, una volta letto, ma non si potrà dire che è letterario, che non è vero, che non è autentico. Leggendolo vi renderete conto che, mentre seguirete la protagonista, starete seguendo voi stessi, starete rivivendo i vostri primi amori, l’innocenza del vostro primo bacio, le prime uscite con i ragazzi nella piazza del piccolo paese, starete rivivendo i fugaci appuntamenti estivi all’ombra di un albero o nella semioscurità del vicolo. Il libro parlerà al vostro cuore come ha parlato al nostro. E poco importa che a parlare dei suoi sentimenti sia una donna che nutre amore verso un’altra donna, poco importano le categorie, le emozioni sono le stesse provate da chiunque, da qualunque cuore. Il libro di Angela è così autentico e sono così vere e oneste le delusioni, il pudore, i tocchi delle mani sulla pelle, le carezze, la solitudine, il senso di inadeguatezza e di abbandono, la disperazione, la speranza, che vi verrà la pelle d’oca, un brivido di freddo vi risalirà lungo la schiena e comincerete a guardare l’uomo, la donna, chi ci passa accanto, il vicino, nella sua complessità. Ciò che vuol insegnare questo libro è il moto del cuore umano, la sua infinita e toccante fragilità. E’ un libro toccante, rivelatore sotto moli aspetti, perché al di là di tutta la nostra modernità, l’emancipazione nella quale crediamo vivere, esso svela quanto poca strada abbiamo fatto nell’accettazione di ciò che comunemente reputiamo diverso.
E qui mi preme aprire una parentesi e fare una digressione sul tema dell’omosessualità.
Il termine omosessualità, a cui noi spesso attribuiamo un significato ed una connotazione negativa, deriva da un termine greco, omoios, che significa simile e che è, per intenderci, lo stesso termine alla base di omeopatia (che non è, come molti pensano, la cura delle patologie con le piante, ma un tipo di cura che si basa sulla legge della similitudine per cui la stessa sostanza che provoca la malattia, se dosata sapientemente e in modo misurato, può portare alla guarigione) ed il termine latino sexus ovvero sesso. L’omosessualità è quindi l’orientamento sessuale caratterizzato da un’attrazione sessuale o puramente affettiva per individui del proprio genere sessuale. Definire una persona o definire se stessi omosessuale significa solo avere una particolare propensione sessuale affettiva o semplicemente delle affinità particolari con un individuo dello stesso sesso. Il termine omosessuale di per sé non è dispregiativo. Però spesso viene confuso con pederastìa - dal gredo pais paidòs (ragazzo) - e erastès (amante): amore per i ragazzi - e che per questo spesso viene confuso con pedofilia - o anche sodomia (termine traslato dalle sacre scritture cristiane che sta a denotare rapporti sessuali di tipo anali tra individui ). Questi sono termini che molti, e sono sicura anche qui tra i presenti, intendono come sinonimi di omosessualità, quando invece nel gergo comune e nel parlato quotidiano marcano con un velo di depravazione il termine omosessuale. E la connotazione di depravazione che spesso viene attribuita agli omosessuali deriva dal concetto inculcatoci fin da bambini che essere omosessuale è contro natura. Ma cos’è la natura? Cosa significa essere contro natura? Anche qui mi rifaccio all’etimologìa greca dove la natura è detta fusis (da qui fisiologico - quindi secondo natura, etc). Ma i greci ed i loro pensatori, che in molti aspetti della vita erano molto più illuminati di noi e da cui noi ancora oggi traiamo spunto, intendevano con natura non solo la realtà oggettiva così come ci appare ma riferita all’uomo (la physsi). La natura era intesa come disposizione naturale dell’uomo. […]
Sul tempio di Delfi era scritto Gnoti se autòn, conosci te stesso. Questo era l’unico insegnamento etico-morale che doveva guidare l’uomo. Conoscere se stesso e assecondare la propria natura, dove natura è la propria indole, la propria appunto disposizione naturale. L’omossesualità ha iniziato ad essere concepita in senso negativo con l’avvento del cristianesimo che ha postulato ed insegnato che è contro natura, perché non finalizzato alla procreazione, il rapporto omosessuale. E così noi che siamo intrisi di cultura cristiana diamo ancora oggi un significato negativo alla parola e spesso utilizziamo il termine omosessuale come insulto. Non sapendo che un tempo, in epoche più illuminate, avere rapporti con l’altro sesso era perfettamente considerato naturale tanto che i più grandi uomini del passato, pensatori, personaggi storici, uomini delle arti e delle scienze, lo sono stati e di questo si sono compiaciuti. L’Achille di Omero - parliamo del XII sec A.C. - è descritto come colui che ama l’amico Patroclo al di sopra di tutti e che per vendicare la morte di questi trova egli stesso la morte sul campo; Socrate spesso, nei dialoghi di Platone (Simposio e altri), viene descritto come un uomo che ama i ragazzi suoi discepoli, è catturato dalla loro bellezza fisica e addirittura elogia l’amore omosessuale come più importante e più dignitoso per un uomo (poiché nel rapporto omosessuale tra uomini vi è uno scambio tra amante e amato anche culturale, gli uomini erano gli unici a godere di istruzione). In tutto il pensiero pre-cristiano il matrimonio, che molti politici oggi giudicano alla base dello Stato come naturale, era visto in modo solo utilitaristico, solo come humus per la procreazione. I divorzi erano largamente ammessi e frequenti sia nella Grecia Antica che nella Roma antica che nello stato egiziano tolemaico. Questo per dire ancora una volta, senza voler fare l’apologia di niente e nessuno, quanta ignoranza c’è nell’uomo moderno! […]
Angela nel proprio libro, in modo molto esplicito, si scaglia contro le barriere imposte dal contesto sociale che impediscono a chi è omosessuale di dichiararsi tale. Eppure io penso che niente più dell’amore abbia bisogno di un contesto sociale favorevole, di una sovrastruttura in cui poter crescere. Lo stesso fenomeno è accettato o meno a seconda di come la società si pone di fronte ad esso, in base all’apertura e alla cultura degli individui facenti parte di quel contesto sociale. Una mia conoscente, che per mostrarsi agli occhi altrui progressista ed aperta, spesso dichiara: io sono molto aperta, ho anche amici gay e lesbiche. E’ in tal modo che non si accorge che proprio così ghettizza e rende diverso ciò che è normale. E’ come se io dicessi: io sono molto aperta, ho tante amiche bionde, operaie e laureate. In fondo in fondo, la realtà è sempre più semplice di quanto noi la vediamo e, in fondo in fondo, escludere o mobbizzare una persona per l’omosessualità significa giudicare la stessa persona solo per chi si porta a letto. Aberrante davvero. […]
Che Angela abbia raccontato la storia di una donna lesbica è un particolare, perché ciò che conta e ciò che è l’essenza del libro, è la storia delle storie, ovvero la storia, o meglio la cronistoria del cuore e dell’anima umana. Il cuore e l’anima sono quelli una donna, cinquantenne, ma sono il cuore e l’anima dell’adolescente, dell’uomo sposato, dell’etero, dell’omosessuale, dell’operaio e del colletto bianco.
Rosanna Orri
Chi non ha mai pensato di prendere le poche cose che servono, infilarle in un zaino e sbattere la porta per andare in stazione o in aeroporto e fuggire per sempre? Andarsene dall’altra parte del mondo, nell’angolo più sperduto e romantico, nel proprio ideale Eldorado, e rinnovarsi liberandosi dell’ozio e delle vecchie noiose abitudini quotidiane. Diventare un avventuriero, un viaggiatore (ma non un turista), imbarcarsi su qualche nave diretta al Polo, essere intenzionati a vivere una nuova avventura, semplicemente andarsene e ricercare un’oasi prediletta di semplicità, di naturalità, di semplicità, lontana dagli obblighi, dalle fatiche di ogni giorno.
In tutte le età, con motivazioni diverse, sicuramente tanti di noi almeno una volta hanno fatto un pensierino su una prospettiva simile. Il giovane come l’adulto, la donna come l’uomo, qualunque professione, qualunque ruolo, qualunque situazione economica... dire basta, zaino in spalla e via, verso l’adrenalina. Viaggiare per fugare il vecchio se stesso, mettersi alla prova, sfidare noi stessi, vedere se ce facciamo, se siamo in grado di liberarci dalla comodità, ritornare all’essere uomini, allo stato puro e semplice.
Il viaggio, da sempre, ha richiamato spiriti inquieti e battaglieri di ogni indole, da ogni angolo del mondo e in ogni tempo. E’ sempre stato vissuto e viene vissuto ancora come una summa di condizioni e elementi affascinanti, come la panacea di diversi problemi, la soluzione, la scelta, la ricerca di un senso alto della vita, per alcuni addirittura il vero senso della vita, l’orgasmo.
Chi non si è mai detto che siamo nati in un determinato contesto geografico, eppure per vivere veramente, per poter dire di aver vissuto intensamente e in maniera ricca è necessario varcare le barriere, andare oltre; siamo nati per conoscere, per vedere. Spesso l’idea di vivere per tutta la vita in un solo luogo ripugna, in una città, un quartiere, spesso un isolato, e la nostra vita si svolge in pochi kilometri quadrati di spazio e di aria, sempre la stessa.
Ulisse varcò le colonne d’Ercole, limite estremo del mondo allora conosciuto, Gengis kan estese il suo dominio per migliaia di kilometri attraverso la steppa asiatica e Alessandro portò i macedoni dal Peloponneso fino all’intricato e selvaggio continente indiano; Marco Polo, Colombo, grandi avventurieri e grandi viaggiatori che si spinsero al di là delle certezze e delle conoscenze, e furono esploratori anelanti mondi nuovi, curiosi di conoscere gente diversa.
Anche oggi esistono molti giovani e meno giovani che viaggiano. Nel suo libro Marco Biaz ne incontra tanti, con diverse motivazioni, i quali sono fulminati da un’idea di ricerca esuberante e, instancabilmente, calpestano terre negli angoli più remoti del pianeta. Uomini e donne che abbandonano la routine e le solidità della loro vita, sperimentano nuove conoscenze, ricercano esperienze. Il viaggio per loro, come per gli antichi, è ancora vissuto come stolido tentativo di trovare e custodire dentro di sé una felicità superiore che nel quotidiano, in casa propria manca, svelare l’essenza di se stessi alla costanza ricerca di un maggiore e più inteso senso di ogni singolo respiro. Questi viaggiatori, che sono i veri viaggiatori, coloro che reputano se stessi veri viaggiatori, i non turisti, sono sopra ogni cosa “ideologici”, tutto in loro è ideologico. Viaggiano perché non si sentono a loro agio nella moderna società, non ne accettano le convenzioni e sono alla ricerca di un mondo non ancora lambito dalla corruzione della modernità. Il loro viaggio è un viaggio verso gli esordi naturali dell’uomo, verso le forme più ancestrali e pure dell’esistenza ma, come presto o tardi scopriranno, si trovano di fronte a una delusione bruciante. Quel mondo ancestrale e primitivo, sincero, onesto, semplice non esiste e non esiste per due motivi: perché la modernità con le sue sicurezze o false sicurezze ha invaso ogni angolo del pianeta, e non esiste un Eldorado di puro fascino non corrotto o non corruttibile o perché loro stessi ne sono figli, sebbene ingrati, figli di questo tempo e al di fuori di questo tempo essi non riescono ad esser felici. Si erano illusi di essere semplici, puro intreccio di naturale sangue e nervi, ma nella vera naturalezza e semplicità si scoprono fanatici e scoprono i propri limiti nel pregiudizio, nella incapacità di adattamento; la loro forma mentis non gli permette di penetrare fino in fondo nell’anima dei popoli e dei luoghi che essi vorrebbero interiorizzare. In più, non riescono a liberarsi dal se stessi del passato, dai propri problemi, dall’ ansia della vecchia vita che si erano illusi di poter dimenticare attraverso appunto il viaggio, attraverso la fuga e l’allontanamento.
Anche Biaz, qualche anno fa, fu uno di loro, un ricercatore, un avventuriero, un moderno cacciatore del klondide, un rabdomante del senso puro dell’esistenza. Fu uno di quei giovani che girano il mondo in zaino e sacco a pelo, senza troppi soldi nelle tasche e senza mai fatica nella ricerca continua e estenuante di mondi e modi di vita diversi; Biaz è stato uno di quei viaggiatori “sulla strada” alla Kerouak, alla Chatwin, uno di quei giovani con la barba lunga che incontriamo sui treni, che dormono nelle stazioni e negli ostelli a pochi spiccioli a notte, uno di quei sognatori con lo sguardo incantato ai finestrini ad osservare le distese erbose che scorrono veloci, le steppe asiatiche, le splendide morbide coste di un isola immacolata. Uno degli abitatori dei treni sgangherati indiani, e delle stazioni affollate e rumorose, uno di quegli osservatori del mare burrascoso dello Sri Lanka. Biaz ha viaggiato allungo per tutto il sud est asiatico e ha scritto le sue impressioni sul taccuino, ha fatto fotografie, ha conosciuto i moribondi delle case di Madre Teresa a Calcutta, ha registrato e incamerato volti, esperienze, vissuti, ha viaggiato e conosciuto gente. Anche lui ha pensato al viaggio come panacea di tutti i mali, ha creduto che viaggiare potesse alleviare o sanare la sua inquietudine, soddisfare il suo anelito libertario, disinnescare, come scrive DiMaggio nella Prefazione al libro, la bomba ad orologeria che lo spingeva sempre più in la, a vivere, esasperare per non esserne più schiavo della sua voglia di vita. Biaz ha viaggiato, come molti, nella convinzione che il viaggio potesse essere la soluzione di ogni cosa, che potesse aiutarlo a crescere e a migliorarsi, a insegnargli metodi e soluzioni per affrontare la vita, credendo che la vita è qualcosa di diverso dagli obblighi e dalle responsabilità che ogni uomo deve affrontare e accettare. Come ha raccontato nel libro, diversi personaggi da lui incontrati e ascoltati erano partiti per motivi diversi, molti per mettersi alle spalle i frutti dei propri fallimenti, amori naufragati, la noia dell’esistenza. Nel libro racconta non il viaggio di questi uomini, di questi viaggiatori, ma le loro motivazioni, le loro imprese, i loro guai e ci fa vedere il loro percorso di apprendistato, un apprendistato che, nel frattempo, diventava anche il suo, che anche lui stava vivendo. Il libro, come più volte si è detto, non è un libro di viaggio, o di viaggi, ma un libro sui viaggiatori, soprattutto viaggiatori occidentali, uomini e donne alle prese con i propri guai e che nel viaggio pensavano di risolverli. Attraverso la loro storia Biaz cresceva ogni giorno di più, tappa dopo tappa, esperienza dopo esperienza. E dopo quasi un anno di peregrinazioni anche per lui, come per tutti i viaggiatori che scelgono il viaggio come soluzione, giunse il momento della scelta. Si trovava ormai di fronte a un bivio, un bivio che tutti gli inquieti di questo mondo incontrano, il bivio dell’esistenza. Un ramo di questo bivio è la continuazione del viaggio, il partire e spostarsi perenne, nella consapevolezza recondita, ma inconfessata, che il luogo paradisiaco, l’Eldorado della nostra anima pacifica ancora non è stato trovato e, forse, non si troverà facilmente; dall’altro, l’altro ramo, era quello del ritorno, del fermarsi, dell’accettare che il viaggio smanioso di ricerca fiduciosa non condurrà mai a niente se non si è disposti alla sforzo erculeo di rinnovare prima se stessi, accettare il proprio destino. In una parola, crescere! Crescere significa decidere qual è il nostro posto al mondo, dove e come dirigere la nostra esistenza. Biaz scelse, di fronte a quel bivio, il secondo ramo, il ritorno a casa. Qualcosa, come lui dice, dentro gli si era rotto, incrinato. Avrebbe potuto viaggiare evidentemente lungo una vita intera e non trovare quello che stava cercando come molti che aveva incontrato, pur non confessandoglielo, gli avevano dimostrato con la loro storia personale. Si arrese nel senso che decise appunto di provare a crescere, maturare, accettare la propria condizione di uomo, di uomo perennemente inquieto e insoddisfatto e addestrare il proprio ego su una nuova strada, quella di un avanzare - senza muoversi - verso la felicità. Capì, in altri termini, che la ricerca della felicità e del significato della vita, poteva fare benissimo a meno del movimento materiale e fisico del suo corpo e che, adesso, finalmente, era giunto il momento di continuare ad avanzare con l’anima, da solo con essa, che era la sua anima ormai che doveva continuare il suo apprendistato, era la sua anima a dover continuare il viaggio verso la realizzazione dell’uomo, del se stesso, era essa che doveva condurlo verso l’Eldorado agognato della pacificazione con il suo spirito. Il viaggio continuava, la lotta continuava ma continuava con altre premesse, continuava dentro di sé, percorreva strade interne, non più i mercati e le pozzanghere indiane, non più scalava l’Annapurna, non più dormiva passando notte dopo notte nelle guest house, non prendeva più three whels per spostarsi, non si imbarcava più in ascese di monti sacri, in ammirazioni estasiate di statue gigantesche del Buddha, non dormiva più in letti con ragazze stupende e appena conosciute, non ripercorreva nemmeno più le stesse strade del passato, della vita di prima, faceva tesoro di quelle esperienze e le prendeva come punto di partenza. Biaz cominciava daccapo o, meglio, partiva da dove era ritornato, questa volta per un viaggio molto più avventuroso e ancora stupefacente ed emozionante: quello dentro il suo spirito e dentro la sua vita.
Biaz è di certo un inquieto, lo è tuttora, glielo si legge dentro. Adesso al viaggio ha sostituito la scrittura, il suo modo di evadere. E’ come tutti noi. La sua soluzione era il viaggio, ciascuno di noi ha una sua soluzione. Ognuno di noi cerca nella propria vita di eleggere una propria modalità di evasione: la palestra, la caccia, la pesca, lo sport in genere, la letteratura, il cinema, alcuni l’immersione totale nel proprio lavoro.
A.Pugliese
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Eh si, Barbara X, è arriv...
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non vedo l´ora di leggerl...
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"Però mi dico anche, non ...
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Come commento al tuo post...
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30/05/2008 @ 22:25:01 Di Barbara X
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Scusate, quell'anonimo so...
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Cito: Non v’è nulla di pi...
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18/03/2008 @ 20:07:35 Di Angela Siciliano
Raffaele, sono contenta c...
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Grazie per avermi fatto c...
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Mio caro Mirko, affronti ...
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non penso che sia princip...
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Brava Barbara! La traduzi...
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Mi dispiace che ci sia qu...
23/12/2007 @ 16:58:57 Di Barbara X
Grazie a te, Delia, per i...
16/12/2007 @ 11:41:36 Di Barbara X
misteriosa e profonda dol...
15/12/2007 @ 22:50:42 Di Delia Vaccarello
Anche se nessuno ha chies...
06/12/2007 @ 21:00:26 Di Barbara X
mi sono fatta tante doman...
04/12/2007 @ 19:53:36 Di franca
...un testo da rileggere ...
28/11/2007 @ 22:53:19 Di anna
Attualissimo, inquietante...
28/11/2007 @ 11:55:15 Di Benedetta, Roma
personaggi azzeccatissimi...
28/11/2007 @ 11:40:34 Di paola
Particolare, nuovo, inte...
28/11/2007 @ 10:19:40 Di Anonimo
Nuovo e interessanti i di...
27/11/2007 @ 19:41:00 Di Sandra
Nuovo, interessante come ...
27/11/2007 @ 19:39:33 Di Sandra
Grazie per le sensazioni ...
24/11/2007 @ 16:37:06 Di Anonimo
"...La Provvidenza sa que...
06/11/2007 @ 22:45:22 Di Barbara X
Ti fa onore, Valentina, l...
23/10/2007 @ 13:57:40 Di Barbara X
Gentile redazione,ho appe...
06/09/2007 @ 18:16:01 Di Luca Martini
Si si anche qui, c' è pro...
03/09/2007 @ 15:05:26 Di Anonimo
E' un peccato che tu non ...
30/08/2007 @ 19:18:48 Di Antonio
Egr. sig. Luca Martinila ...
18/07/2007 @ 20:30:14 Di Redazione Gingko
io devo contraddire, Ho s...
16/07/2007 @ 19:44:27 Di Anonimo
Ciao a Tutti. Questo libr...
13/07/2007 @ 14:32:59 Di Stefano
A conclusione del pensier...
05/07/2007 @ 18:33:24 Di MASSIMO PERINELLI
Mille caratteri sono poch...
05/07/2007 @ 18:15:50 Di MASSIMO PERINELLI
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