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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

In ultima analisi, la ragione effettiva per cui a una maggioranza è concesso di governare, e per lungo tratto, mentre originariamente il potere è nelle mani del popolo, non sta nel fatto che la maggioranza sia nel giusto più verosimilmente della minoranza; neppure perché si reputi corretto che la minoranza ceda; il fatto è che la maggioranza è fisicamente più forte. Ma un governo in cui la maggioranza decida su tutto non può essere fondato sulla giustizia, nemmeno sulla giustizia relativa al discernimento umano. […]
La legge non ha mai migliorato nessuno; e l’osservanza della legge trasforma anche il migliore degli individui in agente di ingiustizia quotidiana. Avete sotto gli occhi una semplice e diffusa conseguenza dell’indebito rispetto per la legge: una colonna di soldati – colonnello, capitano, caporale, soldati semplici, addetti alle munizioni e via discorrendo – avanzando in ordine mirabile per colline e vallette, va alla guerra contro la sua volontà, sì, contro il suo senso morale e la sua coscienza – marcia perciò durissima, che dà l’affanno al cuore. Costoro non hanno alcun sentore del maledetto affare cui prendono parte: presi a uno a uno, sono tutti pacifici. Orbene, che sono diventati? V’è più niente di umano in loro? Non sono piuttosto fortini amovibili e depositi al servizio di pochi uomini senza scrupoli al potere? Visitate l’Accademia navale e contemplate un marine, il tipico prodotto di una magia nera, pallida ombra e sembiante di umanità, deambulante cadavere vivente, già sepolto, per così dire, in assetto di guerra con accompagnamento funebre, ancorchè ciò che sia possibile. […]
Migliaia di persone sono contrarie alla schiavitù e alla guerra in linea di principio, e tuttavia non muovono un dito per farle cessare; si considerano tutti figli di Washington e Franklin, siedono con le mani in tasca, dicono di sapere il da farsi e non fanno nulla; pospongono il problema della libertà a quello del libero scambio, e dopo cena leggono pacifici il listino dei pressi delle merci e le notizie dal Messico; entrambi conciliano forse il loro sonno. Qual’è l’odierno prezzo di mercato di un uomo onesto e di un patriota? Scuotono il capo e deprecano e firmano talvolta petizioni; senza però far nulla di serio e efficace. Attendono ben disposti che altri rimedino al male, per non doverlo più deprecare. Nel migliore dei casi, offrono a ciò che è giusto, purchè sia a portata di mano, un voto a buon mercato, un debole appoggio e un auspicio.[…]
Ogni elezione è una specie di gioco, tipo dama o backgammon, con un leggero retrogusto morale: si gioca con il giusto e l’ingiusto, è un gioco morale; va da sé che si accompagni a scommesse. Gli elettori, tuttavia, non si mettono in gioco. Voto come getto il dado: che vinca però il giusto non è per me questione vitale. Sono pronto a rimettermi alla maggioranza. L’obbligazione che ne discende è quindi del tutto accidentale. Votare per quel che è giusto non significa fare qualcosa per esso: vale quanto manifestare pubblicamente, e timidamente, il desiderio che esso prevalga. L’uomo di valore non lascerà ciò che è giusto alla mercè del caso, né vorrà che prevalga grazie al peso della maggioranza. Nell’azione della massa v’è assai poco di virtuoso. Quando, in ultimo, la maggioranza voterà l’abolizione della schiavitù, lo farà per indifferenza, ovvero perché vi sarà ormai poca schiavitù da abolire con il voto. L’unico schiavo sarà allora la maggioranza. L’abolizione della schiavitù può vincere con il solo voto di chi, votando, afferma la sua libertà.
Oh, dov’è l’uomo che è uomo e, come dice il mio vicino, ha una spina dorsale che non può essere trapassata da una mano! Le nostre statistiche sono in errore: hanno calcolato la popolazione per eccesso. Quanti uomini abitano in mille miglia quadrate di territorio? Forse uno.
L’America […] s’è ridotta a un tizio riconoscibile dalla sviluppo delle sue attitudini gregarie, dalla patente mancanza di intelligenza e di gioiosa fiducia in sé; uno preoccupato, da che viene al mondo, anzitutto del buono stato degli ospizi; un collettore, assai prima di indossare la toga pretexa, di fondi per sovvenire alle vedove e agli orfani di domani; uno che, in definitiva, osa vivere solo grazie alla società di mutuo soccorso che gli ha promesso esequie decorose. […]
Incontro direttamente , faccia a faccia, il governo americano in carica, ovvero il suo rappresentante, il governo dello stato del Massachusetts, una volta all’anno - non di più - nella persona dell’esattore delle imposte; è questo l’unico modo in cui un uomo nella mia condizione giocoforza lo incontra. Il governo dice allora, esplicitamente: , e il più semplice, più efficace e, nella attuale situazione, il più inevitabile modo di trattare con lui su questa base, di esprimergli la scarsa soddisfazione e il disamore che nutro, è non riconoscerlo. […]
Da parte mia, non mi piacerebbe pensare di dipendere in qualche modo dalla protezione dello Stato. Ma se rifiuto l’autorità dello Stato quando mi presenta la cartella delle imposte, esso confischerà e distruggerà ogni mia proprietà, e poi tormenterà me e i miei figli all’infinito. E’ cosa ardua da sopportare. Rende impossibile a un uomo, dal punto di vista pratico, condurre una vita che sia insieme onesta e agiata. Non vale la pena accumulare proprietà: esse sicuramente si decumulerebbero. Meglio affittare o occupare un posto qualsiasi, e raccogliere quanto può consumarsi subito. Meglio vivere alla giornata, contare su di sé, tenersi pronti a partire e avere poche cose. […]
Confucio disse: Se uno Stato è governato secondo i principi di ragione, povertà e miseria sono oggetto di vergogna; se uno Stato non è governato secondo i principi di ragione, ricchezza e onori sono oggetto di vergona […]
Capii che lo Stato era lento di comprendonio, che era timoroso come le vedove con i cucchiaini d’argento, e che non sapeva distinguere gli amici dai nemici; persi il rispetto che mi rimaneva e lo compatii. La Stato, infatti, non si misura mai direttamente con la sensibilità , intellettuale o morale, di un uomo, ma solo con il suo corpo e i suoi sensi. Non è armato di maggiore perspicacia o onestà, ma solo di superiore forza fisica. Non sono fatto per essere obbligato. Intendo respirare come meglio mi pare. […] Quando mi imbatto in un governo che mi dice: perché dovrei affrettarmi a cedere la borsa? Se è in difficoltà economica, e non sa come uscirne, non posso aiutarlo. Deve aiutarsi da solo, come me. […]
Mi piace immaginare uno Stato talmente avanzato da riuscire ad essere giusto con tutti gli uomini, e a trattare il singolo con rispetto dovuto a un vicino; che non reputi incompatibile con la sua autorità che alcuni vivano in disparte, senza avere commercio con esso, o soggezione, nel rispetto di ogni dovere di buon vicino e di essere umana.
(La disobbedienza civile
Henry David Thoreau
Edizioni La Vita Felice 2007
A cura di Giangiacomo Gerevini)

"Da giovane, mi dicono, ero testardo, egoista, a tratti spericolato e lunatico. […] Trascorrevo gran parte del tempo a fantasticare o intraprendere scalate di remote montagne dell’Alaska e del Canada, pinnacoli oscuri, ripidi e spaventosi, di cui nessuno al mondo, eccetto uno sparuto gruppo di fanatici alpinisti, aveva mai sentito parlare. In realtà, da tutto ciò qualcosa di buono uscì. Infatti, concentrando lo sguardo su una vetta dopo l’altra, ebbi modo di non disorientarmi nella fitta nebbia postadolescenziale. L’alpinismo era diventato importante per me.[…] Nel 1977, seduto su uno sgabello di un bar del Colorado a rimuginare sulle disgrazie della mia esistenza, ebbi l’idea di scalare una montagna chiamata Devil Thumb, un’intrusione di diorite che il lavoro di antichi ghiacciai ha trasformato in una torre di immense e spettacolari proporzioni.Soprattutto al nord, la sua imponenza è mozzafiato: la grande parete settentrionale, che non è mai stata scalata, si staglia liscia e pulita per un paio di chilometri circa, ovvero due volte all’altezza dell’El Capitan, nello Yosemite. Il progetto era di arrivare in Alaska, sciare dalla costa sul ghiaccio per una cinquantina di chilometri e arrampicarmi sul portentoso nordwand. Decisi peraltro che avrei fatto tutto da solo.
All’epoca avevo 23 anni […] I miei calcoli, se così possiamo chiamarli, erano infiammati dalle cieche passioni della giovinezza e da una dieta letteraria troppo ricca di Nietzsche, Kerouac e John Menlove Edward, quest’ultimo scrittore e psichiatra profondamente disturbato che, prima di mettere fine ai propri giorni nel 1958 con una capsula di cianuro, era stato uno degli alpinisti più eminenti del Regno Unito. […]
Avevo un libro in cui era riportata la fotografia del Devil Thumb […] Ricordo che quell’immagine suscitava in me un fascino quasi pornografico. Che sensazione avrei avuto, mi domandavo, a stare in equilibrio su una cresta tagliente come una lama, preoccupato per l’addensarsi di nuvole nere all’orizzonte, piegato contro il vento e il freddo opprimente, a contemplare l’abisso su ogni lato? […]
All’epoca lavoravo a Boulder come carpentiere a tre dollari e cinquanta l’ora. Un pomeriggio, dopo aver passato nove ore a curvare pezzi di cinque centimetri per venticinque, e infilare chiodi da sedici penny, informai il capo che me ne sarei andato. […] Subito dopo montai in macchina e partii alla volta dell’Alaska. […]
Dopo 4 o 5 chilometri arrivai al confine nevoso e sostituii i ramponi con gli sci. Mettermi quegli aggeggi ai piedi significò togliere quasi dieci chili dal carico sulle spalle e ciò permise di avanzare più velocemente, anche se sotto la neve potevano nascondersi dei crepacci e il percorso quindi diventava pericoloso. […]
Continuai a trascinarmi sulla vallata di ghiaccio per due giorni. Il tempo era buono, il percorso ben delineato e senza ostacoli. Trovandomi del tutto solo però, ogni cosa, anche la più banale, acquistava un significato più intenso. Il ghiaccio sembrava più freddo e misterioso, il cielo di un blu ancora più limpido, le cime senza nome che troneggiavano intorno erano ancora più grandi, affascinanti e minacciose di quanto non sarebbero state se mi fossi trovato in compagnia di un’altra persona. Analogamente erano amplificate le emozioni: i momenti di euforia erano più intensi e quelli di disperazione più profondi. Per un giovane coraggioso e inebriato dall’evolversi dell’avventura della vita, tutto ciò racchiudeva un fascino enorme. Tre giorni dopo aver lasciato Petersburg, giunsi a piedi della vera e propria calotta dello Stibine, nel punto in cui il lungo braccio del Baird si unisce al corpo principale di ghiaccio che più sopra fuoriesce da un alto pianoro e s’incanala fra due montagne, dirigendosi verso il mare in una fantasmagoria di ghiaccio in frantumi. Mentre osservavo quello spettacolo a poco più di un chilometro e mezzo di diatzna, per la prima volta dalla partenza dal Colorado mi sentii davvero spaventato. La cascata di ghiaccio era straziata da crepacci e seracchi traballanti che da lontano facevano pensare a una tragedia ferroviaria, come una fila infinita di vagoni bianchi deragliati dal bordo del ghiacciaio e rotolati giù per la scarpata. Più mi avvicinavo a quello scenario e meno mi piaceva. […]
Per buona parte della giornata brancolai in un labirinto bianco, tornando sui miei passi errore dopo errore. Ogni volta pensavo di aver trovato la via d’uscita, ma mi ritrovavo di fronte a una parete blu scura o sopra un pilastro di ghiacci a se stante. I rumori che venivano da sotto i piedi trasmettevano un senso di urgenza ai mie sforzi. […] Misi il piede su un ponte di neve sopra una spaccatura di cui non vedevo il fondo e poco più tardi mi ritrovai nella neve fino al bacino in un altro ponte, ma fortunatamente le aste mi sorressero ed evitai di precipitare per decine e decine di metri. Dopo essermi divincolato, rimasi qualche tempo piegato in due dai conati di vomito al pensiero di come sarebbe stato giocare in un mucchio di neve in fondo a un crepaccio ad aspettare la morte senza che nessuno sapesse come e quando l’avessi incontrata. […] Avevo pianificato di passare fra le tre e le quattro settimane sulla calotta e, per evitare di sopportare un pesante carico di cibo, di attrezzatura invernale da campeggio e di vari strumenti per l’arrampicata durante la risalita dal Baird, avevo dato 150 dollari - ciò che restava dei miei averi - a un pilota di Petersburg, per farmi gettare sei cartoni di provviste dall’aeroplano una volta che avessi raggiunto le pendici del Thumb. Sulla mappa gli avevo mostrato il punto esatto e gli avevo detto di darmi tre giorni per arrivarci. Promise che da quel momento in poi, e non appena il tempo lo avesse permesso, avrebbe sorvolato l’area e effettuato la consegna. […]
Mi svegliai presto la mattina del 11 maggio, col cielo terso e una temperatura relativamente calda, di 7 gradi circa sotto lo zero. Pur spiazzato dal bel tempo e mentalmente impreparato a cominciare l’effettiva scalata, mi affrettai a riempire uno zaino e mi avviai con gli sci verso le pendici del Thumb. Due precedenti spedizioni in Alaska mi avevano insegnato che non si poteva sprecare una delle rare giornate di buon tempo. […] La scalata era talmente ripida ed esposta che mi fece girare la testa. Sotto le suole Vibram la parete precipitava per centinaia di metri verso la scia sporca e segnata dalla valanghe del ghiacciaio Witches Cauldronb. Sopra invece la sporgenza si ergeva con autorità in direzione della cresta finale, a 800 metri di distanza in verticale. Ogni volta che infilavo una delle mie piccozze, la distanza si accorciava di altri 50 centimetri. A tenermi attaccato alla montagna, a tenermi attaccato al mondo, erano soltanto due sottili chiodi di molibdeno al cromo piantati in un centimetro di acqua congelata. Eppure più mi arrampicavo, più mi sentivo a mio agio. Sul principio di ogni scalata, specialmente se solitaria, senti costantemente il richiamo dell’abisso alle spalle, e per resistere devi compiere uno sforzo tremendo e consapevole, non puoi permetterti di abbassare la guardia un solo istante. Il vuoto, col suo canto di sirena, ti fa salire i nervi a fior di pelle, rende i movimenti incerti, goffi, scoordinati. Ma proseguendo la scalata, ti abitui all’esposizione, a stare gomito a gomito col destino, finisci per credere nell’affidabilità delle tue mani, dei tuoi piedi, della tua testa, finisci per fidarti del tuo autocontrollo. Poco a poco l’attenzione si focalizza con tanta intensità che smetti di far caso alle nocche sbucciate, ai crampi alle cosce, allo sfinimento per la concentrazione costante. I tuoi sforzi calano in una sorta di stato di trance, l’arrampicata diventa un sogno a occhi aperti, le ore scivolano come minuti e la zavorra accumulata giorno per giorno - le bollette non pagate, le opportunità sprecate, la polvere sotto il divano, l’inevitabile prigione che ti circonda - temporaneamente svanisce, esclusa dai pensieri da un irresistibile chiarezza di propositi e dalla serietà dell’obiettivo contingente. In simili frangenti senti nel petto qualcosa di prossimo alla felicità, non però quel genere di emozione sul quale contare. Nelle scalate solitarie l’intera impresa è tenuta insieme da una certa temerità, un adesivo non molto affidabile. Quella stessa giornata, mentre ancora stavo sulla facciata settentrionale del Thumb, ebbi modo di sentire quel collante disintegrarsi sotto la piccozza. Dopo aver lasciato la passerella di ghiaccio avevo guadagnato quasi duecento metri di altitudine con ramponi e picozza. Il nastro di acqua congelata era finito a quasi 100 metri, seguito da una friabile corazza di piume di ghiaccio. Pur risultando a mala pena della consistenza adatta a sostenere il peso del corpo, la brina ricopriva la roccia con uno strato di quasi un metro di spessore, per cui continuai ad arrampicarmi. Impercettibilmente, però, la parete si era fatta più ripida, e man mano che s’inclinava lo strato di gelo si assottigliava. Procedevo con ritmo lento e ipnotico - picozza, picozza, rampone, rampone, picozza, piccozza - quando all’improvviso quella sinistra picchiò contro una lastra di diorite pochi centimetri sotto la brina. Provai più a sinistra, a destra, ma non incontrai che roccia. Scoprii che le piume di ghiaccio che mi sostenevano, avevano forse uno spessore di 20 centimetri e la stessa integrità strutturale del pane di granoturco raffermo. Mille metri d’aria sotto i piedi, e mi ritrovavo in equilibrio su un castello di carte. Sentii nella gola l’amaro sapore del panico, mi si annebbiò la vista, cominciai a iperventilarmi e i polpacci presero a tremare. Strisciai un po’ a destra, nella speranza di trovare ghiaccio più profondo, ma non feci che piegare una picozza contro la roccia. Irrigidito dalla paura cominciai a preparare goffamente una via d’uscita. Man mano che scendevo la brina s’inspessiva e dopo una ventina di metri mi ritrovai su un terreno ragionevolmente solido. Feci una lunga pausa per recuperare il controllo dei nervi, poi mi appoggiai agli attrezzi e guardai in su la parete sopra di me, alla ricerca di un qualche buon appiglio, di qualche variazione nello strato sottostante di roccia, di qualsiasi cosa potesse permettere il passaggio sulle lastre gelate. Guardai finchè il collo non mi fece male, ma non vidi nulla. La scalata era finita. L’unica direzione da seguire era quella verso valle. […]
Da giovane è facile credere che ciò che desideri sia ciò che ti meriti, è facile convincersi che se davvero vuoi qualcosa, è tuo sacrosanto diritto ottenerla. Quando decisi di partire per l’Alaska quell’aprile, ero un giovane immaturo che, come Chris McCandless, aveva scambiato la passione per acume e agiva secondo una logica oscura e lacunosa. Pensavo che scalare il Devil Thumb avrebbe sistemato tutto quello che non andava nella mia esistenza. Di fatto non cambiò nulla, ma mi permise di comprendere che le montagne non sono un buon ricettacolo per i sogni. E sopravvissi per raccontare la mia storia. Il fatto che io, al contrario di Chris, sia sopravvissuto alll’avventura in Alaska, rimane essenzialmente una questione di fortuna. Se non fossi tornato dalla calotta delle Stibine nel 1977, la gente avrebbe fatto presto a dire - così come ora dicono di lui - che avevo desiderato di morire. A diciotto anni di distanza dall’evento riconosco che potevo essere superbo, forse, e incredibilmente ingenuo, senza dubbio, ma di sicuro non ero un suicida. In quella fase della mia giovinezza, la morte rimaneva un concetto astratto come la geometria non euclidea o il matrimonio. Ancora non ne comprendevo il carattere orribilmente definitivo e la devastazione che poteva provocare nelle persone che al defunto avevano consegnato il proprio cuore. Ero attratto dall’oscuro mistero della morte e non potevo resistere, dovevo sporgermi oltre i limiti della sorte per vedere come fosse al di là. L’indizio di quanto si celasse in quelle tenebre mi terrorizzò, ma nel colpo d’occhio scorsi qualcosa, un enigma proibito e primordiale che non era meno irresistibile dei dolci petali nascosti di un sesso femminile. Nel mio caso e, credo, in quello di Chris McCadless, fu qualcosa di molto diverso dal desiderio di morire."
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Complimenti signor Puglie...
03/09/2010 @ 11:42:02 Di roberta pagnoni
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04/02/2010 @ 13:01:54 Di AM
Questo articolo mi ha fat...
27/08/2009 @ 14:00:05 Di Barbara X
Grande! Ringrazio la reda...
14/06/2009 @ 15:20:02 Di Barbara X
Un racconto avvincente da...
06/04/2009 @ 11:31:08 Di RIccardo
Io non ci sarò il 25, ma ...
12/03/2009 @ 09:28:41 Di Barbara X
Bello! Sono musicista, ho...
11/03/2009 @ 10:09:54 Di luca
Caro Andrea, sono content...
27/02/2009 @ 20:39:08 Di Barbara X
Eh si, Barbara X, è arriv...
29/12/2008 @ 15:35:38 Di Angela Siciliano
non vedo l´ora di leggerl...
11/09/2008 @ 18:25:53 Di sabrina
"Però mi dico anche, non ...
20/07/2008 @ 14:31:03 Di Anonimo
Come commento al tuo post...
16/07/2008 @ 23:30:40 Di Barbara X
Vi incollo una mail che q...
30/05/2008 @ 22:25:01 Di Barbara X
Opera magnifica la Sonata...
16/05/2008 @ 13:42:39 Di divin@
Il lago Baikal in Russia ...
07/05/2008 @ 11:36:08 Di Christian
Scusate, quell'anonimo so...
11/04/2008 @ 20:22:09 Di Anonimo
Cito: Non v’è nulla di pi...
11/04/2008 @ 20:17:35 Di Anonimo
ovvio che le persecuzioni...
07/04/2008 @ 22:21:17 Di cix
Sono contenta di aver tro...
18/03/2008 @ 20:07:35 Di Angela Siciliano
Raffaele, sono contenta c...
28/01/2008 @ 20:49:32 Di Anonimo
Grazie per avermi fatto c...
22/01/2008 @ 19:49:52 Di raffaele turturro
Non solo in quest'epoca n...
21/01/2008 @ 20:19:43 Di Raffaele Turturro
Mio caro Mirko, affronti ...
30/12/2007 @ 18:31:36 Di Barbara X
non penso che sia princip...
30/12/2007 @ 16:07:08 Di mirko
Brava Barbara! La traduzi...
28/12/2007 @ 17:45:03 Di Massimo Perinelli
"Oh, quale ineffabile spe...
27/12/2007 @ 09:32:15 Di Ivano
Mi dispiace che ci sia qu...
23/12/2007 @ 16:58:57 Di Barbara X
Grazie a te, Delia, per i...
16/12/2007 @ 11:41:36 Di Barbara X
misteriosa e profonda dol...
15/12/2007 @ 22:50:42 Di Delia Vaccarello
Anche se nessuno ha chies...
06/12/2007 @ 21:00:26 Di Barbara X
mi sono fatta tante doman...
04/12/2007 @ 19:53:36 Di franca
...un testo da rileggere ...
28/11/2007 @ 22:53:19 Di anna
Attualissimo, inquietante...
28/11/2007 @ 11:55:15 Di Benedetta, Roma
personaggi azzeccatissimi...
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