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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Una stagione INattesa
Raffaele Turturro Gingko 2007 Il desiderio di libertà, di respirare il sapore e l’aria di mare, spinge un gruppo di ragazzi a trascorrere una giornata sulle spiagge in un tratto di acqua salata quasi tagliato fuori dal mondo, dimenticato anche nel periodo d’estate. La ricerca di un bar, un locale ove riprendere il contatto con la realtà, proietta uno dei giovani in uno strano processo il cui oggetto di interesse è la condanna e non la salvezza del condannato, ritrovandosi - suo malgrado - a difendere un amico per avere compiuto un reato di poco conto, che ha un ché di illogico per il comune senso della giustizia, ma dal finale a sorpresa. È la stessa sorpresa che si avverte vedendo un paracadute riempire con i suoi fili - da governare verso chissà quale destino - ed i variopinti colori riempire un bar dell’isola di Los. Un locale strano, come il suo vecchio proprietario greco che, di norma sorridente e silenzioso, si apre invece ad un avventore al racconto di un sogno (simbolico) dalle tinte dell’arcobaleno che avvolgono il mondo e verso cui tutti si lasciano cadere. E dal sogno alla vita reale. La contrattazione al mercato per l’acquisto di un paio di scarpe tra un venditore, categorico nelle sue posizioni, e un cliente insistente, tanto forte e consapevole del fatto suo, da turbare l’equilibrio psichico ed emotivo del commerciante. E poi in questo mondo fatto di classi, l’usciere e il capoufficio, si ritrovano a condividere domeniche in campagna su di un tavolo imbandito di prelibatezze casalinghe rallegrato da una tovaglia a quadrotti bianchi e rossi, come nelle migliori scampagnate, l’uno alimentato da sentimenti quasi vendicativi per la fatica nel mantenere sempre alto l’onore ed il rispetto per il suo ruolo di capoufficio, l’altro dal desiderio di vincere i suoi sensi di inferiorità. E gli odori di campagna richiamano alla memoria altri profumi, quelli della giovinezza quando, bambini, si correva nei prati dietro al pallone o alle gonne delle ragazze aspettando che quel febbraio conduca piano all’estate. Fino a che la poesia dell’istante e dell’attesa, con un semplice pungo sul naso o lo scontro con la porta a vetri, riporta a percepire il quotidiano nella sua ripetitività di odori, abitudini, desideri di evasione... Una stagione INattesa, esordio narrativo di Raffaele Turturro, è una raccolta di sedici racconti che hanno tutti come filo conduttore il tempo. Un tempo fatto dell’avvicendarsi delle stagioni, dell’evolversi dei pensieri, delle metamorfosi della vita. L’autore, attraverso una scrittura misurata ed essenziale, sembra giocare con i suoi lettori. Il messaggio dei brevi racconti non appare mai immediato; c’è quasi la segreta intenzione di invitare ciascuno ad una ricerca di ciò che sta dentro e fuori di sé, grattando la prima dura corteccia, per arrivare a scoprire l’essenza delle cose. Per fare emergere i colori di quell’arcobaleno, luce della coscienza, che come un delicato tessuto aspettano di essere spostati con la mente e il cuore. Sono tematiche importanti quelle che l’autore, con piena consapevolezza e un pizzico di coraggio, affronta nei suoi racconti. “Quando un uomo può essere considerato libero? E quando può giudicarsi libero?” si chiede e ci chiede Turturro in uno dei primi racconti. Un quesito che sembra avere una sottile corrispondenza, come una legge del contrappasso, nel racconto Diversità in cui si snocciolano grani di una preghiera perché ciò non sia più a esistere, i semi del razzismo e dell’apartheid. Violenza morale e psicologica che portano all’alienazione, fino alla morte. Una morte sperata e agognata, una ‘dolce morte’, invocata quando invece la malattia cancella ogni traccia di vitalità e di dignità dal corpo, dalla mente e dall’animo, tanto sofferte da non trovare ragione neppure in “Una stagione di fede assoluta”. E l’autore, insieme al lettore, resta IN attesa che quei luoghi imprecisati del tempo e dello spazio (poche le connotazione che caratterizzano il reale trascorrere dei minuti) a malapena immaginati e in cui i racconti prendono vita, quelle situazioni paradossali della vita - tuttavia mai così ironiche da strappare un sorriso - o la ricerca di un senso, altrimenti tutta questa vita sarebbe una grande beffa, diventino INattesa risposta di un finale e di una scoperta a sorpresa. [francesca morelli]
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Marshall McLuhan usava questa frase (il medium è il messaggio) per intendere l’enorme influenza che possiedono i media nella società moderna, la quale è così enorme da renderli veri costruttori della realtà. La televisione, i giornali, la radio, non sono semplici veicoli che trasmettono “oggettivamente” un significato, non sono trasmettitori “neutri” e neutrali. Essi non si limitano a trasportare un contenuto, un’informazione da un mittente a uno o più riceventi, bensì forgiano, plasmano il significato e l’informazione stessa. Agiscono al di fuori e al di sopra di essa, manipolano il significato tanto da riformularlo, alterarlo, strumentalizzarlo. L’influenza dei media, oggi, preme e opera in maniera così possente e dilagante nella costruzione di ogni significato della realtà, tant’è che la realtà non può più dirsi semplicemente “comunicata”. Essa è nel vero senso della parola costruita. I media non danno una visione oggettiva di ciò che ci circonda, forniscono una visuale spesso deformata e distante di essa. Diventano lo specchio rotto, frastagliato, sfilacciato attraverso cui il destinatario apprende e raggiunge la realtà.
Il messaggio, o meglio il significato del messaggio, non può prescindere, nella società globalizzata odierna, dal mezzo, ossia dallo strumento tecnico attraverso il quale verrà veicolato e trasmesso. Un messaggio senza il media oggi non esisterebbe nemmeno. Nel momento in cui il messaggio si affida a un media, per essere veicolato, paga uno scotto. A seconda del media da cui esso verrà preso in carico, il messaggio finisce per essere necessariamente estraniato in misura variabile da se stesso, o da quello che originariamente era. Il media, cioè, è perfettamente in grado di aggiungere o togliere qualcosa alla pelle e anche al cuore del messaggio, non è mai “un trasportatore pudico e timido”.
Consciamente, o indirettamente, il media agisce sul messaggio. Ne deriva che la comunicazione è sempre comunicazione “mediata”. Ciò che viene comunicato, a seconda di come verrà comunicato, subirà delle variazioni. Queste variazioni, se volute dal mittente, saranno variazioni finalizzate, anelanti un fine, aventi uno scopo, seguitanti un’ideologia, un’interpretazione. Tuttavia, qualora il mittente non entri in gioco vi saranno comunque delle alterazioni spontanee di ciò che viene comunicato, le quali attengono alla natura intrinseca del media stesso.
Non è cioè attraverso i significati che oggi il mondo viene riflesso; la decodifica della realtà, la lettura del mondo, avviene quasi esclusivamente mediante l’occhio di ferro dei media. Il media opera una costruzione e una decostruzione di senso del mondo fenomenico.
Ponendo ora, per assurdo, che una redazione di un telegiornale, solo per fare un esempio, possa davvero trattare tutte e ogni notizia allo stesso modo, che cioè la “obiettività giornalistica” (cos’è?) nella presentazione di una notizia sia effettiva e concreta, insomma esista!, anche dando per scontato questa obiettività, nella stessa selezione e gerarchizzazione delle notizie, dunque nella scelta (che sarà sempre arbitraria) o solo nella modalità (per l’appunto in questo caso televisiva e non radiofonica, non stampata, non digitata) con cui il messaggio/notizia verrà trasmesso, la manipolazione del messaggio che si verificherà sarà immancabile ed effettiva.
Il significato del messaggio/notizia risulterà sempre e inevitabilmente compromesso. Anche ciò che sto scrivendo in questo momento, una volta in Internet, una volta giustapposto nel blog, una volta corredato di immagine, o di uno stile grafico, o di un colore specifico, sarà “costruito” da Internet stesso, dal media Internet.
Faccio uno (non troppo) stupidissimo esempio: le prossime elezioni!
Come si sa, si presenta Veltroni, da una parte, e poi - santissima par condicio! - Berlusconi dall’altra. Poi viene Fini, poi la Lega, poi Casini, Sinistra Arcobaleno, Verdi, etc etc.
Veltroni, però, avrete notato (alcuni politici, molti si lamentano di questo) è da una parte, è posto “comunicativamente” da una parte, diciamo a sinistra; Berlusconi dall’altra, è visibile, è comunicato dall’altra. E’ come si trovassero sui piatti di una bilancia. Uno da una parte, uno dall’altra. La comunicazione, addirittura, li fa parlare, replicare, battibeccare, anche se in orari diversi, a centinaia di chilometri di distanza. Mi chiedo: ma i candidati sono due? Le liste che gli italiani dovrebbero votare sono due? O sono decine? Se sono decine perché i tg presentano i due “pesci grossi” per primi e soprattutto contrapposti, come se solo loro dovessero “combattersi”? Perché i servizi che riguardano Veltroni e Berlusconi vengono mandati in onda per primi? E poi, a ruota e con porzioni di spazio che si rimpicciolisce sempre di più fino ad arrivare a una dichiarazione, viene data parola a tutti gli altri? Non si ha una sensazione di orizzontalità, vero? Anzi, abbiamo l’impressione di scendere via via lungo un imbuto.
La par condicio, così, dovrebbe significare che ciascun candidato che concorre alla carica pubblica dovrebbe avere uno stesso spazio di esposizione. Non che i “pesci grossi” vadano presentati insieme ai “pesci grossi”, e non che vadano equiparati solo perché, presumibilmente, avrebbero la stessa taglia.
La par condicio non dovrebbe ragionare in questo modo: chi possiede 10 milioni di voti ha diritto a dieci minuti di esposizione; chi ha due milioni di voti ha diritto a due minuti, e così via. La par condicio dice che ciascuno, a prescindere dalla forza elettorale che possiede, deve godere di un tempo di esposizione simile. Tanto è vero che Berlusconi pensa e, ha detto in più occasioni, che la par condicio (così come dice la legge, non la televisione lottizzata che la applica) è ingiusta, proprio perché chi come lui ha più voti, dovrebbe avere di più visibilità. Non ci si meraviglia di fronte a queste affermazioni perché è liberismo baby! E il liberismo è qualcosa di assai diverso (almeno per Berlusconi) da democrazia. Ma ad ogni modo, Veltroni e Berlusconi sono candidati esattamente quanto Pecoraro Scanio, dovranno essere votati come chiunque altro. Non è così? Il fatto che appartengano a schieramenti o abbiano alle spalle partiti che nelle elezioni precedenti hanno preso più voti, non significa certo che si sono prenotati quegli stessi voti vita natural durante. O no? Devono godere di una maggiore esposizione, e perché? Avere più voti nelle elezioni precedenti non significa un bel niente, o no? Perché ogni elezione è un’elezione, e ad ogni elezione ciascuno riparte da zero voti, non c’è cumulabilità! Potrebbe ben darsi che Berlusconi nelle prossime elezioni prenda solo cinque voti: il suo, quello della Moratti, quello di Confalonieri e di Dell’Utri e di Mangano, e che pure Veltroni prenda il suo solo stesso voto o forse nemmeno quello perché la scheda gli verrà invalidata… insomma ciò che voglio dire è che la visione che dà la televisione dell’agone politico, così come di ogni altra cosa, del mondo, del Tibet, del Canada, delle alluvioni in Asia, delle guerre, etc etc, contribuisce sempre e comunque a creare una certa visione della realtà, una prospettiva, anche solo a partire dal fatto che nel mare magnum delle notizie che avvengono in tutto il mondo ogni giorno le agenzie di comunicazione devono e ne scelgono solo alcune e in seguito le giustappongono, le mettono in fila, attribuiscono loro maggiore o minore importanza. E poi che cos’è la notizia, dov’è? Esiste uno store in cui si vendono? Un fast food di notizie già belle impacchettate, guarnite di pomodorini e pronte all’uso? Non mi pare. La notizia certo è un prodotto, ma non spontaneo, non della terra, ma dell’uomo, è fatta da qualcuno, qualcuno ritiene che quando un orso partorisce o un gattino viene salvato da una piena di un fiume sia una notizia. Se io dò prima una notizia internazionale e poi una notizia interna io giudico che la notizia internazionale sia più importante della notizia interna? E perché? In conclusione i media determinano preminenze, costruiscono valori, disegnano la realtà. Possono creare allarmi, promuovere campagne, creare le emergenze, inventarle, esaltare valori e mortificarne altri.
La frase dunque di McLuhan si attaglia benissimo alla descrizione del tema che vorrei affrontare nel seguito di questo articolo: ovvero chi è l’editore? Che cosa fa l’editore? Che cosa dovrebbe capire e sapere uno scrittore (per lo meno esordiente) quando si rivolge a un editore. Quale è il rapporto che dovrebbe auspicare di creare con il proprio editore.
L’editore, diremo, è un medium del messaggio (che in questo caso è la letteratura o la cultura, o la costruzione stessa della realtà culturale, politica, estetica). Lo scrittore non può fare a meno dell’Editore (del buon editore), non perché egli ha una casa editrice che promuove e vende i libri, quanto piuttosto perché l’editore, il buon editore, è un suo alleato, il suo miglior alleato. L’editore è l’alter ego dello scrittore e lo scrittore l’alter ego dell’editore.
L’editore crede in quello che ha scritto l’autore perché cercava proprio quello che ha scritto l’autore per dire qualcosa che voleva dire. L’Editore è il medium nel senso che egli è un mezzo, un canale, un veicolo di cultura - la cultura passa attraverso di lui e lui la veicola e la canalizza. Veicolando e canalizzando la cultura, il messaggio culturale, egli, non meno che gli altri media, manipola e strumentalizza il messaggio culturale, sociale, estetico, etc. Lo fa attraverso la sua propria cultura, la propria estetica, la sua ideologia etc. Ciò che lo differenzia dagli altri media è che non ha funzioni pubbliche, almeno non nel senso che deve tenere conto del volere di una commissione parlamentare che presumibilmente dovrebbe rappresentare la volontà pubblica; l’editore deve attenersi esclusivamente alla sua coscienza (e alle leggi), e non ha legacci (se non vuole costruirseli) nemmeno rispetto a un’etica e a una morale (neanche, volendo, al comune buon gusto). Egli è libero, può benissimo manipolare e strumentalizzare secondo propri fini la cultura che veicola. Naturalmente può manipolarla al solo fine commerciale e di lucro se è un cattivo editore che pensa solo ai soldi, ma noi ci auguriamo che la sua manipolazione abbia sempre alti fini culturali. L’editore che abbia alti fini culturali è un uomo, ha una visione del mondo, delle urgenze ideologiche, delle idee letterarie, così come l’autore. Desidera raccontare delle cose che non sa o che sa e che vuole in ogni caso rendere note, di cui vuole farsi portavoce, vuole divulgarle attraverso il proprio lavoro. La pensa in un certo modo, ecco!, e vorrebbe come ogni altro sognatore che anche gli altri la pensassero come lui, o per lo meno non demorde nella sua illusione di educare gli altri al suo pensiero. Può darsi che abbia semplicemente un’idea estetica, e sia interessato alla buona letteratura… in ogni caso ha o dovrebbe avere un’idea in testa ed editare libri che contribuiscano a soddisfare questa sua stessa idea.
Naturalmente ci sono molti tipi di editori e molti modi di fare l’editore. Partiamo da una considerazione sui librai per capire chi è l’editore. Il libraio è visto nella maggioranza di casi - e forse lui stesso ci si vede, purtroppo, almeno oggi - come una figura sostanzialmente passiva. Se ci si vede come biasimarlo? (Oggi nelle librerie di gruppo, praticamente la sua figura non esiste ed esiste solo un turn over massacrante e umiliante di impiegati e di direttori che cambiano ogni semestre). Comunque il libraio sta dietro un banco, questo è certo, e serve i clienti che fanno gli acquisti. Batte sul registratore di cassa acquisti sui quali non ha alcuna discrezionalità, al massimo risponde sulla disponibilità e collocazione di un titolo.
Se io volessi diventare un libraio, la prima domanda che mi porrei sarebbe: ma come posso metterci del mio in questo lavoro apparentemente sterile e statico, privo di creatività? Come potrei evitare di riporre semplicemente libri sugli scaffali e sperare che si vendano? Dove ritaglio la mia fetta di libertà e di creatività nel fare questo lavoro?
Per rispondere a queste domande, un libraio dovrebbe innanzitutto avere un’idea di chi è, e di come la pensa, e di quale libreria vuole divenire amministratore. Quali sono i miei interessi? Che cosa voglio dire con i libri? Voglio dire qualcosa attraverso i libri, oppure voglio semplicemente fare un lavoro che non mi stanchi troppo? Qual'è il motivo che mi spinge a lavorare con i libri? I mangimi per polli non sarebbero la stessa cosa? Dato che ho deciso di vendere libri, dedicarmi a questo nella vita, come potrò e dovrò guidare la mia attività? Con i libri che vendo intendo dire qualcosa alla gente, comunicare dei valori oppure costruire una libreria che contenga tutte le porcate che escono oggi giorno, senza alcuna scelta, senza alcun indirizzo, basta che siano libri, siano belli e costino tanto quanto la gente sia disposta a spendere per un libro. Oppure voglio che la gente capisca entrando nella mia libreria che la mia idea sulla gente, sul mondo, sulla vita è questa e non quell’altra; e che i libri che me l’hanno procurata, e i libri che vorrei la procurassero alla gente, sono quelli che espongo, e che espongo in un certo modo? I libri per me importanti sono quelli esposti meglio, altri inutili non entrano, non ci penso nemmeno a farli entrare, mentre quelli che vedete sono libri che dovete leggere assolutamente, e se non facessi il libraio, guardate, ve lo dico con sincerità, quasi ve li regalerei!
Il buon libraio, dunque, è colui che segue il lavoro degli editori, che legge le recensioni dei libri, che è abbonato alle riviste letterarie, che vede film tratti da libri, che segue le presentazioni delle altre librerie, che conosce per lo meno gli editori della sua provincia o della sua regione, che magari ha una propria passione in un campo dell’attività o dello scibile umano e si tiene aggiornato sulle novità specifiche di quel settore e, magari, non appena esce qualcosa di nuovo telefona al volo all’editore o al distributore e si premura di rifornirsi.
Il libraio, diciamo, ha una passione per la pesca a mosca? Bene, si terrà informato per essere aggiornato su quella tematica. Ha un interesse verso le religioni, o per i vangeli apocrifi, è un ateo, bene si terrà informato. Al nostro libraio interessa l’ambiente, si terrà informato. Il libraio, lungi dall’essere quindi una figura secondaria nel flusso della costruzione della cultura, è un operatore culturale a tutti gli effetti. La selezione dei libri, l’esposizione dei libri, l’organizzazione tematica dello spazio espositivo che mette a disposizione per i clienti, è un modo di fare cultura e di dare un senso alla realtà, così come la fa il telegiornale con la selezione delle notizie e la gerarchizzazione di queste. Ma il nostro libraio magari vuole andare oltre, varcare gli spazi della libreria, proiettarsi all’esterno, diventare un punto d’interesse e vuole fare Cultura, quella con la C maiuscola… e allora…allora…contatterà gli editori…allora organizzerà eventi, allora… allora… proporrà incontri con i lettori. Si dica per inciso: quanti librai conoscete di questo tipo? Quanti giovani vediamo appassiti dietro sterili spazi che vengono ravvivati solo da gigantografie e poster di scrittori sulle mura e alla esibizione generica e generalista di titoli? Questa però è un’altra storia.
Ritornando all’editore, egli come il libraio fa cultura e proprio come il libraio è un manipolatore della cultura.
Per diventare editori bisognerebbe avere davvero un intento, un‘ideologia, un progetto editoriale e culturale ed essere disposti a seguirlo. L’editore è un manipolatore perchè ha in testa un suo progetto, una sua direzione, vuole comunicare dei significati, vuole porsi in una certa posizione rispetto alla cultura e alla società e allora andrà a scegliere e promuovere quelle opere che possano concorrere a fargli raggiungere quella direzione. Proprio come il media ideologizzato (o lottizzato, come preferite) va alla ricerca delle notizie e le giustappone e le gerarchizza, e proprio come il libraio con la sua esposizione e selezione di titoli da vendere.
Ma l’editore è un manipolatore, prima ancora della cultura, di uomini. Egli ha in mente un puzzle e, se è un buon editore, se vuole fare bene il suo mestiere, vorrà realizzare questo puzzle attraverso una accurata e costante raccolta di tessere. Le tessere non sono altro che gli uomini, gli uomini che scrivono o che vengono scritti, gli uomini veri in carne e ossa e i personaggi letterari. Andrà alla ricerca di queste tessere, con amore, abnegazione, instancabile, speranzoso, costantemente in tensione, e quando finalmente le avrà trovate impazzirà, si esalterà, crederà di aver raggiunto la vetta più alta del mondo dal quale toccare i cuori della gente. Inserirà queste tessere una per una con estrema delicatezza all’interno della sua cornice, come il pescatore a mosca ripone con gelosia le sue mosche più attraenti nella scatola. Farà politica con quelle tessere, descriverà il mondo, comunicherà chi è, e qual'è il significato della sua vita. Racconterà tutte queste cose dalla sua postazione, che non è quella dello scrittore, ma di colui che si onora di poter dire lo scrittore suo, e non attraverso la sua voce bensì nell'eco della voce altrui che egli, appunto da medium, ha sapientemente giustapposto, schierato, bilanciato e contrapposto secondo il suo proprio progetto. Attraverso il suo ricamo di voci, egli saprà raccontare qualcosa. Egli è un burattinaio parlante, uno di quei narratori nelle recite scolastiche, quella voce che sta dietro le quinte e spiega ai genitori commossi quale parte interpreta il figlio, cosa sta avvenendo, cosa avverrà.
Quando un buon editore si incontra con un buon scrittore, oddio!, è questo che dovremmo augurarci, può accadere un vero miracolo. Feltrinelli e Pasternak!!!
In conclusione, un piccolo consiglio agli scrittori: bisognerebbe sempre ordinare un paio di libri di un editore a cui si vuole inviare un proprio lavoro, bisognerebbe leggere la politica editoriale e seguire le sue interviste, cercare di capire se vi è una logica nelle sue uscite letterarie e pubbliche, nelle librerie che sceglie, nelle fiere a cui decide di partecipare.
Oggi lo scrittore è concentrato su se stesso, è una cellula chiusa che ha scarsissimi scambi e possibilità di confronto con altri scrittori o con personaggi del mondo culturale (di questo non è colpevole) e soprattutto lo scrittore esordiente non fa ragionamenti di lana caprina sulla scelta dell’editore che potrebbe valorizzarlo. Nella maggior parte dei casi, lo scrittore stampa una trentina di copie di ciò che ha scritto e bumpete!, a iosa le riversa nelle caselle postali o nelle redazioni di altrettanti editori. L’editore che gli ispira o di cui il sito internet è più bello. Da parte sua l’editore tenderà sempre ad accettare ogni proposta perchè sa che dietro ogni testo si può nascondere la gemma che lo renderà fortunato. Dovrebbe essere l’autore a capire se un editore possa essere interessato a ciò che scrive, se è l’editore adatto alla sua produzione, se è in linea con i significati che egli ha premura di comunicare con la propria opera. Bisognerebbe ricercare l’idillio!
Oggi, siamo d’accordo, si stampa troppo, troppo, troppo! Così come il libraio è devitalizzato, anche l’editore ha un’idea alquanto labile della politica editoriale. Si pubblica di tutto e al diavolo chi voglio essere, cosa voglio stampare, che diavolo alla fine dei miei giorni voglio lasciare detto come editore. Non v’è alcuna attinenza, non v’è alcuna strada. Tutte sono buone. Non v’è nulla di più aleatorio e di vago che l’espressione “politica editoriale”. Che cos’è, dove si limita, cosa tiene fuori? Ciascun editore legge e poi adatta la sua politica editoriale al prodotto. Se non ci credete, se siete ottimisti, provate a domandare a qualche editore, non a tutti eh!: bè, in che cosa consiste la tua politica editoriale?
Riportiamo il discorso che l'autrice de "Il ventre della Terra" ha tenuto in occasione della presentazione del suo libro a Bologna il 27 marzo 2008
Visto che oggi l’argomento è l’ambiente, o meglio i problemi legati all’ambiente, e soprattutto riguardo a come questi possano riflettersi sull’uomo, prima di parlare del libro vorrei dedicare due parole invece a come la natura possa influire positivamente sulla nostra vita. Ora sto per laurearmi in Tecniche Erboristiche e lavoro in un negozio di erboristeria da alcuni anni, quindi praticamente quello che faccio nella vita è utilizzare preparati vegetali per il benessere umano.
Vorrei prima parlare di questo, sia perché nel libro ho dedicato una parte all’uso delle erbe officinali (seppur da un punto di vista forse più magico, più “tradizionale”, piuttosto che scientifico), sia perché lo ritengo un ottimo esempio di come la natura possa entrare a far parte della nostra quotidianità con un ruolo attivo, importante, come quello del mantenimento della nostra salute. Quindi, ecco, vorrei fare una breve introduzione su quello che è il mondo dell’erboristeria.
C’è un errore che generalmente si fa e cioè il considerare le piante officinali una sorta di medicina ma più leggera e senza effetti collaterali. In realtà le cose non stanno così, perché l’erboristeria e la medicina hanno 2 approcci diversi e dico questo per vari motivi.
Il primo motivo riguarda la nostra “partecipazione” al processo di guarigione. Il prodotto erboristico ha una sua azione chimica, seppure più blanda di quella di un farmaco, però andrebbe accompagnata da una “consapevolezza”di ciò che ci sta accadendo. Bisogna capirsi, ascoltare il proprio corpo, comprendere i bisogni del nostro organismo, i nostri limiti, capire quali sbagli abbiamo fatto per arrivare alla malattia, e per malattia non intendo malattie gravi ma problemi come mal di gola, sindromi da raffreddamento, bruciori di stomaco e così via. Molto spesso è infatti il nostro stile di vita che ci fa ammalare: il luogo fisico in cui viviamo, la nostra alimentazione, i nostri vizi, il tipo di lavoro che facciamo, il livello di stress a cui siamo sottoposti. Anche le nostre condizioni psicologiche influenzano moltissimo il nostro stato di salute, e quindi possiamo prendere qualsiasi cosa ci dia beneficio ma appena smetteremo di assumerla, se non avremo eliminato la causa, il problema si ripresenterà. Ad esempio, pensiamo a una gastrite (o un mal di testa, o problemi di insonnia…). Possiamo anche prendere un prodotto che riduca l’ipersecrezione acida gastrica o una tisana che disinfiammi un po’ lo stomaco ma, smesse di prenderle, se non avremo risolto il problema che sta alla base (che può essere lo sress, o un’alimentazione sbagliata), il disturbo si ripresenterà. Quindi, ecco, capire di poter avere un ruolo attivo nella nostra guarigione.
Il secondo motivo è che in campo erboristico ha un ampio spazio il discorso della prevenzione. L’erboristeria si avvale di tutta una serie di piante che mantengono alto il nostro livello di benessere e che impediscono alla malattia di manifestarsi, ognuna con le proprie sfumature.
Ci sono piante che alzano le difese immunitarie come l’Echinacea, che oltre a stimolare i linfociti ha anche proprietà antinfiammatorie. Oppure l’Astragalo, pianta importantissima nella tradizione cinese, che rinforza il “chi”, la nostra energia vitale: oltre che avere una azione sul nostro sistema di difesa, è anche un tonico, un corroborante del nostro organismo. L’Aloe vera, famosissima, ricca di vitamine, sali minerali, amminoacidi, agisce sul sistema immunitario ma è anche un buon disintossicante e antinfiammatorio.
Oppure piante “adattogene”, cioè che aiutano il corpo ad adattarsi agli stress fisici e mentali, come il Ginseng, l’Eleuterococco, e a superare la stanchezza.
Piante che proteggano e rinforzino il fegato, come il Cardo mariano, che depura questo organo e lo aiuta nell’eliminare composti indesiderati. O ancora l’assunzione di preparati con antiossidanti, che contrastano i radicali liberi che possono danneggiare componenti cellulari , come il tè verde.
Ma anche, e soprattutto, è importante assumere una pianta alle primissime avvisaglie dell’arrivo di un problema, senza aspettare che ci sia una manifestazione grave in atto, per cui poi è indispensabile andare dal medico. Ma per questo è necessario conoscersi, ascoltare il proprio corpo, capire le sue reazioni. Ci vuole tempo e voglia di iniziare un discorso di questo tipo.
Il concetto stesso di malattia è diverso. In generale in tutte quelle che sono le “terapie alternative” la malattia è vista come un campanello d’allarme che ci dice che è arrivato il momento di cambiare. Noi tendiamo a vivere in modo abitudinario, siamo ancorati al passato, abbiamo paura di cambiare. Pensate a quanto è difficile finire una relazione, o lasciare un lavoro che si svolge da anni per uno completamente nuovo, anche se quelli che abbiamo non ci soddisfano. Il nostro organismo è in continua trasformazione, il nostro cervello ha bisogno di stimoli sempre nuovi. Ippocrate, il padre della medicina moderna, disse: “se non sei disposto a cambiare non ti si può guarire”.
E alla fine qual è il modo migliore di cambiare se non quello di prendere in considerazione un modo più naturale di vivere? Adesso viviamo costantemente bombardati da rumore, da luci, da messaggi pubblicitari… non c’è riposo mentale, neanche di notte. Invece di rilassarci per recuperare le energie siamo attraversati da un flusso incessante di pensieri, su quello che abbiamo fatto, quello che dobbiamo fare, quello che vorremmo o non vorremmo che accadesse.
Praticamente in tutte le grandi culture antiche la malattia è vista come il risultato di un allontanamento dell’uomo dalla natura (e con questo intendo anche dalla propria natura).
Nella medicina tibetana è causata dall’ignoranza dell’essere umano che sviluppa un falso senso dell’Io, quale individuo indipendente dagli altri, dalla natura che lo circonda, dal cosmo. Da questa visione sbagliata nascono stati mentali distruttivi come: attaccamento, confusione, stupidità, per cui una persona vede la realtà in modo distorto e illusorio con conseguenti squilibri fisici.
La tradizione Ayurvedica dà notevole importanza sia per la prevenzione che per la cura della salute, alla conoscenza dei cicli della natura e ai loro effetti sull’organismo. Tutto ciò che accade in natura è armonizzato in ritmi giornalieri, mensili, stagionali, e questi cicli manifestano un notevole influsso sui sistemi viventi. C’è una strettissima connessione tra le forze vitali dell’organismo umano e quelle del restante mondo naturale.
Nella Cinese: l’energia che alimenta l’organismo deriva da un adeguamento ai ritmi del Cosmo. Se c’è adeguamento questa energia alimenta l’organismo, ma se è in disequilibrio lo fa ammalare.
Purtroppo ormai noi, non solo non facciamo più tutto questo, ma il problema maggiore è che non ci crediamo neanche. Non crediamo nemmeno che possa esserci utile. Siamo completamente “distaccati”dalla natura. La vediamo come qualcosa di estraneo, di cui non facciamo parte. Ed è questa la cosa più grave, è questo il concetto da combattere se si vuole tutelare il patrimonio naturale. Forse ognuno di noi dovrebbe trovare qualcosa per cui valga la pena battersi, per cui sentirsi grati alla natura. Per me sono tante cose: la pace che si prova camminando in un bosco, o osservando il mare; la felicità che ti dà il creare un “contatto” con un animale; il benessere fisico e mentale che mi danno le piante officinali; il senso di mistero che provo di fronte a tutto ciò che di inspiegabile ci circonda… sono queste le basi da cui sono partita scrivendo il libro. Ho cercato di unire la mia passione per queste cose e la mia preoccupazione (mia e di tutta la mia generazione) nei riguardi del futuro, soprattutto per ciò che concerne un tema così importante e attuale come quello ambientale, raccontando però una storia che non fosse cupa e angosciante, ma un’avventura, con personaggi magici e un po’ fiabeschi, con situazioni surreali e soprattutto che racchiudesse in sé un messaggio positivo.
IL LIBRO
“Il ventre della Terra” è ambientato nel 2181 – e quindi nel futuro - e lo sfondo su cui si svolge la vicenda è un po’ apocalittico, nel senso che quello che ho ipotizzato è uno dei peggiori futuri possibili (anche se – lo riconosco - per molti versi inverosimile) a cui potremmo andare incontro.
I protagonisti del racconto vivono, infatti, negli anni che seguono la “Grande Crisi”, un periodo in cui si è verificata una crisi ambientale di enorme portata, che ha totalmente stravolto il mondo che noi conosciamo: ad eccezione dell’uomo, animali e piante si sono completamente estinti; l’ossigeno dell’aria e gli alimenti sono prodotti artificialmente e la popolazione mondiale è stata decimata da carestie e malattie. In seguito alla Crisi, soprattutto nei paesi più ricchi, con il tempo la situazione si è stabilizzata, anche se la qualità della vita è notevolmente peggiorata e le prospettive future sono cupe.
Ed è su questo scenario che si dipana la storia o, meglio, il viaggio della protagonista del libro, Mira, una ragazza inglese di 20 anni. È una ragazza molto simile a tante altre sue coetanee, e all’inizio del racconto la incontriamo, infatti, all’università, dove si annoia alle lezioni e vagheggia sul suo ragazzo, su cosa indosserà per il prossimo appuntamento con lui, su quello che si diranno…poco importa che viva in un mondo devastato e pieno di problemi; un mondo che si trova in un equilibrio precario e che questo equilibrio stia per spezzarsi.
Poi accade un fatto traumatico e la protagonista, che fino a quel momento ha vissuto in una sorta di bambagia rassicurante, per la prima volta in vita sua si ritrova a dover prendere decisioni importanti ed ad affrontare la vita da sola, con le sue sole forze.
È costretta a partire ed è proprio questo suo lungo viaggio che stravolgerà il suo modo di concepire la vita e il mondo che la circonda, costringendola a mettere in discussione i suoi valori e le sue false sicurezze e facendole acquisire una nuova consapevolezza di se stessa in rapporto al “tutto” di cui è parte integrante.
L’inizio del libro forse è un po’ autobiografico nel senso che io stessa, in questi ultimi anni, entrando nell’età adulta, ho iniziato a liberarmi da quel sano egoismo che caratterizza un po’ la fase adolescenziale della vita, quando si vede il mondo un po’ come se fossimo in una grande bolla trasparente che contiene la famiglia, i nostri amici, le nostre certezze, e tutto ciò che sta nella bolla è importante, ciò che sta fuori non lo è, non ci riguarda.
Me ne liberavo e al tempo stesso iniziavo per la prima volta a interessarmi a problemi di grossa portata ma anche a quelli più modesti, come il trovarmi un lavoro o il confrontarmi con persone diverse da me. Iniziavo ad aprirmi, ad essere meno superficiale.
Subito dopo la maturità mi ero iscritta alla Facoltà di Scienze Politiche, ma per quanto trovassi interessanti le materie che studiavo, mi sentivo insoddisfatta: la sensazione era di avere a che fare con materie troppo astratte e teoriche, mentre io, forse perché ho sempre vissuto in campagna e sono sempre stata in mezzo al verde e a contatto con gli animali, sentivo il bisogno di qualcosa di diverso, di studiare i meccanismi della “vita”.
Fu per caso che scoprii che a Milano tenevano un corso di Naturopatia, corso in cui si affrontano le tematiche relative alle diverse “terapie alternative”, a cui mi iscrissi subito. In seguito, per approfondire gli argomenti che mi stavano più a cuore, lasciai Scienze Politiche per
la Facoltà di Tecniche Erboristiche.
Gli studi che ho seguito hanno modificato in modo radicale la mia visione del mondo e di me stessa, introducendomi ad una visione olistica dell’esistenza, una visione – cioè - in cui non c’è una separazione netta tra mente e corpo, tra l’uomo e il mondo che lo circonda, tra microcosmo e macrocosmo.
Il libro è, in un certo senso, il frutto di questo mio piccolo percorso.
I temi conduttori del romanzo fondamentalmente sono due e su questi oggi vorrei porre maggiore attenzione, perché credo che aiutino meglio a comprendere il senso di questo libro.
Il primo è il tema del viaggio e il secondo è quello del rapporto uomo-ambiente. Si tratta certo di argomenti che, all’apparenza, possono sembrare diversi ed estranei l’uno all’altro, ma io trovo che siano indissolubilmente legati tra di loro.
TEMA VIAGGIO
Come dicevo all’inizio, la protagonista, Mira, è costretta a mettersi in viaggio e dopo essersi recata prima in Francia e poi in Grecia, arriva in India.
Eppure non è tanto il viaggio materiale di cui qui mi interessa parlare (certamente anche quel tipo di viaggio è importante, perché vedere e toccare con mano realtà diverse dalla nostra ci rende più obiettivi e ridimensiona la nostra visione delle cose).
Quello che più conta, sono le esperienze cui va incontro durante il suo percorso. Mira, infatti, incontra diversi personaggi che la guidano e la fanno depositaria della loro saggezza e si ritrova in situazioni che mai avrebbe pensato di affrontare. E, via via che muta lo scenario esterno, anche lei si trasforma.
Quando parlo di “viaggio”, quindi, mi riferisco ad un percorso interiore, psichico e spirituale ad un tempo. È un viaggio lungo, faticoso e spesso doloroso quello che lei compie dentro di sè, ma è anche un viaggio che la trasforma, la rende migliore, più consapevole e attenta a ciò che la circonda.
La protagonista del racconto si trova, naturalmente, a fare i conti con la paura e l’ansia, i dubbi, e spesso anche con lo scetticismo e l’incredulità, ma si tratta di emozioni che inevitabilmente accompagnano un processo di crescita e una più ampia visione delle cose.
E quindi, sarebbe più corretto dire che nel libro ho affrontato, più che il tema del viaggio, quello del cambiamento, della trasformazione, ma mi piace di più pensare al viaggio perché è correlato all’idea di movimento, del “panta rei”, ovvero del “tutto scorre”. Usare il termine “cambiamento” mi dà l’idea di qualcosa di statico, che poi, tutto a un tratto, muta. Invece la vita per me è sempre dinamica, non si ferma mai, va sempre avanti, è sempre in trasformazione.
Certo, se ci fermiamo ad osservare le nostre azioni esteriori, abbiamo l’impressione che tutto sia fermo, ripetitivo, ci sembra, alla fine, di fare sempre le stesse cose: ci svegliamo, andiamo a lavorare oppure studiamo, mangiamo, dormiamo…, ma in realtà pian piano, dentro di noi, qualcosa si muove sempre, è in eterno movimento, è, appunto, in “viaggio”, e ci sono avvenimenti, stili di vita, modi di pensare, che ne possono rallentare o accelerare il processo.
Per cui, tornando al libro, Mira compie un lungo viaggio che la trasforma completamente: parte cercando qualcosa e poi, pur continuando a cercarla, capisce che c’è altro da cercare, forse anche di più importante. Qualcosa da cui potrebbe dipendere il futuro dell’umanità intera.
Impara che ci sono delle volte in cui bisogna mettere il bene comune davanti a tutto, e delle altre in cui bisogna lasciarsi andare e seguire il flusso della vita anche se ci porta lontano da quelli che ci sembrano dei bisogni irrinunciabili.
Al riguardo, c’è un passo del libro che vorrei leggervi da cui si evince la presa di coscienza di questa ragazza riguardo ai problemi del momento storico che sta vivendo:
“Ci incamminammo sopra il ponte, e poco più oltre lui incominciò a parlarmi chiedendomi che cosa avessi imparato in quel mio lungo viaggio.
Colta alla sprovvista dalla sua richiesta, gli risposi dapprima piuttosto superficialmente: - bè, sono stata via molto, ho imparato tante cose - ma insistette, pretendendo risposte esaustive.
- Che la nostra vita è vuota – gli risposi allora. – Allontanandoci dalla natura abbiamo perduto Dio, e adesso vaghiamo come anime smarrite aspettando di morire. Tutto ci sembra scontato. Nasciamo senza neanche chiederci il perché; viviamo senza bellezza, rincorrendo ideali sbagliati, tirando a campare, in un mondo d’asfalto.
Lo guardai, lui contraccambiava il mio sguardo, immobile e concentrato.
- Moriamo con il rimpianto di non aver vissuto, senza mai aver apprezzato la luce negli occhi di un altro essere, senza che mai ci sia importato di una sofferenza che non ci appartiene, senza mai aver fatto qualcosa per alleviarla.
- La nostra vista non è più allenata, vediamo solo ciò che ci interessa vedere; e il nostro istinto non ci guida più.
- Bene, Mira, - fece lui – va avanti.
- La religione ha perduto il suo carattere intimo e personale ed è divenuta qualcosa da mostrare quando si è in pubblico, ma svuotata di ogni significato. È stata una scusa per guerre, un alibi per mobilitarsi contro qualcuno e non per creare unità, per far crescere il rispetto, per capire le diversità. L’uomo, in realtà, ha smarrito l’anima. “
Penso che il percorso di Mira è quello che poi dovremmo fare tutti crescendo, diventando adulti, maturando: ampliare la mente, andare alla ricerca del nostro vero io, cercare di vedere anche nei problemi un’opportunità di crescita. Nel suo caso lei, attraverso questa grande avventura che si trova a vivere, riesce a comprendere per la prima volta, e non più con gli occhi di una ragazzina ma con quelli di una donna, il periodo storico che si trova a vivere, gli errori e le grandi responsabilità umane nei confronti, in questo caso, dell’ambiente, della natura.
TEMA UOMO-NATURA
E qui mi riallaccio al secondo grande tema di cui vorrei parlare: il rapporto tra l’uomo e la natura. Credo che il rapporto che ognuno di noi ha con il mondo naturale rispecchi fondamentalmente il nostro rapporto con quella parte di noi stessi più profonda, più istintiva, più selvaggia, e non plasmata che abbiamo.
Jung, uno psicanalista che si è occupato molto e a lungo dei simboli, ha detto: “ Il bosco perché oscuro e impenetrabile è, come le acque profonde e il mare, ricettacolo dell’inconscio e del misterioso: gli alberi come i pesci nell’acqua, sono i contenuti vivi dell’inconscio.”
Non a caso si usa l’espressione “linfa vitale” ad indicare quella forza creatrice e generatrice che tutti abbiamo dentro e che ci dà la vita. Il fatto che l’uomo si curi poco, o non si curi affatto, di coltivare, di proteggere, di sviluppare ciò che c’è nel suo profondo, e che, anzi, si dia da fare in senso opposto soffocando e distruggendo la sua natura autentica, si riflette all’esterno con i nostri comportamenti verso il mondo vegetale e animale.
Stiamo facendo uno scempio delle risorse del pianeta e gli appelli degli scienziati e degli ecologisti sono allarmanti, ma per quanto questi possano generare in ciascuno di noi sgomento e angoscia, finisce col prevalere l’indifferenza, preferiamo pensare ad altro come se tutto questo non riguardasse personalmente ciascuno di noi.
Il nostro atteggiamento mentale nei confronti dei problemi ambientali è identico a quello che assumiamo nei confronti della nostra interiorità: preferiamo pensare ad altro. Tutte le nostre energie sono utilizzate per raggiungere obiettivi esterni a noi ed è anche giusto, in parte, visto che viviamo in una società in cui la soddisfazione di certi bisogni è indispensabile, tuttavia ritengo che non dovremmo mai perdere di vista che comunque l’uomo è pur sempre un animale e, come tale, è strettamente dipendente dall’ambiente in cui vive. L’organismo umano è un sistema aperto. Un sistema chiuso è un sistema che non scambia energia con l’esterno come, ad esempio, un sasso. Intorno al sasso, faccio per dire, potrebbe accadere qualsiasi cosa, potrebbe esplodere una bomba atomica, potrebbe esserci un’inondazione, potrebbe sparire l’ossigeno dall’atmosfera, ma lui resterà sempre lì, indifferente a tutto ciò. Una persona invece, così come un animale o un vegetale, effettua degli scambi con l’esterno: ha bisogno di assumere energia da fuori, sottoforma di calore, di cibo, di acqua, la elabora; in parte la usa per tutte le sue funzioni e in parte la conserva, e produce sostanze di scarto che riversa nell’ambiente, come ad esempio l’anidride carbonica, che poi viene utilizzata da altri organismi, e così via. Gli esseri viventi fanno tutti parte di questo enorme ciclo che è l’ecosistema, che andrebbe immaginato come un essere vivente esso stesso, un essere vivente molto resistente perché è capace di adattarsi parecchio ai cambiamenti (ad esempio quando una specie si estingue), ma al tempo stesso fragile perché oltre un certo punto rischia il collasso, e se collassa c’è pericolo per tutte le creature che ne fanno parte. L’uomo forse non si rende abbastanza conto che fa parte di questo ecosistema esattamente come gli altri esseri di questo pianeta.
L’avidità di potere, di denaro, di “benessere” materiale si accompagnano ad una sorta di arroganza, di senso di superiorità, che fa pensare all’uomo di essere padrone del mondo, che gli fa credere di aver domato la natura, di poter disporre di tutto e di tutti in modo indiscriminato e distruttivo. Anche se forse ora si inizia ad intravedere un cambiamento in questo senso, per lo meno ora si iniziano a capire quali siano i nostri limiti. Paradossalmente, in questo sistema, anche l’uomo viene sfruttato, violentato, “modificato” da questa logica dell’usa e getta. Siamo bombardati continuamente da messaggi mediatici che invitano all’avere, al possedere sempre più cose, e ci convincono che il significato delle nostre esistenze si possa misurare dai beni accumulati, piuttosto che da quello che siamo veramente. E la vita che conduciamo, un po’ tutti in modo nevrotico, non fa che amplificare questo stato di cose, questo distacco uomo-ambiente. Le nostre vite sono diventate asettiche, anche noi siamo asettici nel senso letterale del termine, cioè disinfettati.
A volte mi capita di andare in un parco e di vedere magari un bambino che mette le mani nella terra. Generalmente arriva subito la madre che lo sgrida perché sporca i pantaloni da settanta euro…tutto questo per dire che quasi rifiutiamo il contatto con la natura perché è “sporca”. Produciamo spazzatura a tonnellate, inquiniamo l’acqua e l’aria con scarichi e veleni di ogni tipo, ma paradossalmente – o forse proprio per questo - siamo ossessionati dalla sporcizia: facciamo docce in continuazione, copriamo l’odore naturale del nostro corpo con profumi e deodoranti, usiamo disinfettanti sempre più potenti. Facciamo di tutto per inseguire un ideale irraggiungibile, per cui dobbiamo essere asettici; dobbiamo essere perfetti; dobbiamo dare il massimo, senza mai mostrare le nostre debolezze e i nostri difetti, anzi, sarebbe preferibile non averne proprio. La società ci impone di essere puliti, in tutti i sensi del termine, compreso il “senza peccati”, e per peccato intendo anche solo mangiare un dolce di troppo, avere un chilo di troppo. E proprio perché questo ideale ci impone di essere a tutti i costi in un certo modo, e dal nostro mondo interiore ci arrivano tutt’altri segnali, siamo in lotta perenne con noi stessi, e siccome di solito quello che facciamo vincere è l’esterno, ecco che allora si crea il distacco. Distacco con noi stessi, che si riflette poi con un distacco anche all’esterno. Gli animali fanno paura, la natura è qualcosa da dominare. Ma questo modo di vivere sta mostrando sempre maggiori pecche. La gente, soprattutto in Occidente, nonostante tutti i nostri bisogni primari siano soddisfatti, non è felice. Le persone, povere o ricche, sane o malate, belle o brutte che siano, avvertono un profondo vuoto dentro di sè e sentono la mancanza di qualcosa che a volte neanche la fede riesce a colmare. E, sempre di più, si rivolgono alle antiche saggezze dell’Oriente: al Buddismo: il cui fine è il “Risveglio”, l’illuminazione, il Nirvana, uno stato in cui non esiste più un sé separato da tutto il resto, che è un’illusione. Allo Yoga: vocabolo che in sanscrito significa Unione, l’unione di mente, corpo e spirito, l’unione degli opposti, dell’individuo con ciò che lo circonda. Non ci sono limiti, non c’è separazione, tutto è unito. Insomma si rivolge alla cultura di Paesi - da notare - cosiddetti “sottosviluppati” e che – guarda caso - basano la loro visione del mondo sull’integralità dell’essere umano quale parte del Tutto, e ridimensionano l’Uomo a un ruolo non di padrone della Terra ma di un essere soggetto alle stesse leggi che governano tutto l’universo. Per questo ritengo che il “viaggio” nel profondo di noi stessi sia fondamentale per ritrovare il contatto con la natura e rispettarne il delicato equilibrio. Ritrovare un rapporto con la nostra parte più antica e autentica, ritrovare e seguire i nostri cicli, ritrovare la sacralità in ognuno di noi sono tutte condizioni necessarie per ritrovare la sacralità nel mondo che ci circonda. Alla fine è tutto qui il senso del libro, proviamo a scoprire davvero come siamo fatti, cosa ci rende davvero felici e cosa invece è solo un’illusione, di cosa abbiamo realmente bisogno. E, a questo proposito vorrei concludere con un’ultima citazione in cui ho cercato di racchiudere in poche righe questo grande concetto. È un breve passo, in cui uno dei personaggi del libro sta spiegando alla protagonista come bisognerebbe “rapportarsi” con noi stessi: “E si fermò riconquistando il fiato. Mi prese per mano e io pensai che ormai poco importava il modo in cui sarebbe finita quella notte. Stavo assistendo a qualcosa di miracoloso, dovevo essere grata a quell’uomo che mi stava portando a conoscere il luogo più sacro sulla Terra. Quante cose avevo imparato da lui! Eppure chi era realmente?
Le mie gambe erano molto stanche. Riprendemmo a camminare.
Disse: - il modo giusto di vivere, di utilizzare la nostra anima senza mortificarla, esaltandola, donandole beneficio, non esercitando su di essa alcuna coercizione, è quello di cercare incessantemente il luogo silenzioso dentro di noi che è permeato di conoscenza, e che è lì per farci capire qual’è il nostro posto al mondo. Così facendo, Mira, riusciremo a liberarci delle gabbie che la vita ci impone, ad insegnarci la compassione verso le creature che insieme a noi si trovano in questa spirale di infinito che è la creazione.”
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non vedo l´ora di leggerl...
11/09/2008 @ 18:25:53 Di sabrina
"Però mi dico anche, non ...
20/07/2008 @ 14:31:03 Di Anonimo
Come commento al tuo post...
16/07/2008 @ 23:30:40 Di Barbara X
Vi incollo una mail che q...
30/05/2008 @ 22:25:01 Di Barbara X
Opera magnifica la Sonata...
16/05/2008 @ 13:42:39 Di divin@
Il lago Baikal in Russia ...
07/05/2008 @ 11:36:08 Di Christian
Scusate, quell'anonimo so...
11/04/2008 @ 20:22:09 Di Anonimo
Cito: Non v’è nulla di pi...
11/04/2008 @ 20:17:35 Di Anonimo
ovvio che le persecuzioni...
07/04/2008 @ 22:21:17 Di cix
Sono contenta di aver tro...
18/03/2008 @ 20:07:35 Di Angela Siciliano
Raffaele, sono contenta c...
28/01/2008 @ 20:49:32 Di Anonimo
Grazie per avermi fatto c...
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Non solo in quest'epoca n...
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Mio caro Mirko, affronti ...
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non penso che sia princip...
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