Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Un solo carico di lavatrice, richiede circa 80 litri d’acqua. Una doccia di media durata, diciamo ‘normale’, non di ammollo, richiede una quantità d’acqua più o meno simile, mentre per un bagno in vasca si consumano fra i 120 e i 160 litri.
Questa quantità d’acqua corrisponde a quella disponibile giornalmente per 16 abitanti del Madagascar.
Bisogna aggiungere che per produrre un chilogrammo di carta sono necessari 325 litri di acqua. Nella metropolitana di Londra ogni giorno vengono abbandonate 6 tonnellate di carta! 95 litri d’acqua sono poi necessari per un chilo di acciaio e circa 10 litri d’acqua sono impiegati per un litro di benzina. Per costruire un’auto del peso di 1 tonnellata, di litri di acqua se ne consumano addirittura 150 mila.
Molti di noi saranno sicuramente amanti del kiwi. Questo frutto non è originario della nostra terra eppure siamo diventati i terzi produttori al mondo. Il kiwi proviene dalla Cina. Da noi, in Italia, il kiwi viene coltivato in molte zone ma in maniera intensiva in Ciociaria, Frosinone, Latina, etc. Bene, occorre sapere che il kiwi richiede una quantità d’acqua dieci-dodici volte maggiore a quella che necessita il pomodoro o la zucchina. Il nostro amore per il kiwi sta provocando un velocissimo quanto irreversibile depauperamento delle falde acquifere di quelle aree d’Italia. Ma il problema del kiwi è un’inezia. E questo solo per citare un dato a noi vicino. In alcune aree degli Stati Uniti, della Cina e dell’India, le falde acquifere vengono attualmente consumate più rapidamente di quanto non riescano a ricostituirsi, tanto che le superfici delle stesse si stanno riducendo costantemente e alcuni fiumi, come il Fiume Colorado negli Stati Uniti occidentali e il Fiume Giallo in Cina, spesso si prosciugano prima di raggiungere il mare. Grandi bacini, come quello del Guaranì, un corpo idrico a valenza globale, o il mar Morto stanno scomparendo (il mar Morto ha già perso il 30 per cento della sua superficie, come è quasi scomparso in Russia il lago Baikal e d’Aral. I grandi laghi dell’America del Nord, come i grandi fiumi dell’Amazzonia, dell’Africa e dell’Asia che attraversano più paesi, costituiscono degli “ecosistemi maggiori” d’importanza vitale per il funzionamento del ciclo integrale dell’acqua e della vita sul pianeta ma stanno morendo anche essi, vedono il loro livello scendere a causa dell’eccessivo prelevamento. Delle grandi paludi della Mesopotamia ne sopravvivono appena il 10%. In Africa le riserve di acqua dei laghi, con i loro 30.000 chilometri cubi, che sono tra le più vaste dell’intero pianeta, sono già scese a profondità tali per cui nella regione si prevedono gravi carenze già a partire da questo decennio, mentre il lago Chad è ridotto a un ventesimo delle dimensioni del 1960. Nel prossimo decennio sorte analoga toccherebbe ai cinque paesi del Maghreb. Già oggi per l’utilizzo delle acque del Senegal sono stati mobilitati molti mezzi senza per questo riuscire a soddisfare i bisogni locali. Nei paesi aridi che possono permettersi di spendere tanto (Kuwait, Arabia Saudita), il problema della scarsità idrica viene in parte risolto con la dissalazione dell’acqua marina per la coltivazione, ma si tratta di un processo comunque particolarmente costoso dal punto di vista energetico. In California il consumo d’acqua nella stagione estiva ha dovuto essere regolamentato (in alcuni periodi è infatti prevista solo una doccia al giorno per abitante). L’Egitto, che pure ha un piano per la gestione delle acque da trent’anni, si trova a far fronte a una domanda di acqua rapidamente crescente. L’aumento della popolazione e dello standard di vita, dal 1959 a oggi, ha portato a un dimezzamento dell’acqua disponibile pro-capite e si prevede che scenderà fino a un terzo nei prossimi venti anni.
La riduzione delle falde acquifire è provocata da molti fattori. Non per ultimo per il fatto che la gran parte dei sistemi di irrigazione è inefficiente. L’irrigazione inefficiente non determina soltanto uno spreco di acqua, ma causa anche dei rischi ambientali e sanitari, fra i quali la perdita di terreni agricoli produttivi a causa dell’acquitrinizzazione dei suoli. L’acquitrinizzazione dei suoli che porta le acque ad essere stagnanti facilita la trasmissione della malaria.
Tutte le regioni italiane si stagliano nell’arco di spreco di acqua dolce che va dal 35 per cento al 60 per cento. In Svizzera e in Svezia la percentuale di tali perdite si attesta attorno al 9 per cento.
Secondo le stime del Wwf, ciascun italiano ha una disponibilità teorica annua di 2.700 metri cubi d’acqua, ma la quantità realmente disponibile crolla a 1.100 metri cubi a causa dell’inquinamento delle falde e dei fiumi e della rete idrica vecchia e inadeguata, con una significativa percentuale delle riserve sprecata per via delle perdite e degli allacciamenti abusivi.
I consumi domestici nel nostro Paese rimangono a livelli eccessivi, se si pensa che l’italiano medio consuma 250 litri d’acqua potabile al giorno, mentre i nostri vicini svizzeri ne consumano 159 litri e gli svedesi 119.
IL PROBLEMA DELLE DIGHE
Un altro problema considerevole è sicuramente quello delle dighe, che drenano l’acqua, spesso alterando il corretto equilibrio ecologico. Si calcola che nel mondo ci siano più di 800 mila dighe di varie dimensioni, che immagazzinano 6.000 chilometri cubi di acqua, pari al 15 per cento circa della riserva rinnovabile del pianeta.
LE DIGHE IN ITALIA
In Italia sono state censite circa 11 mila dighe, solo 800 delle quali controllate dal Servizio nazionale dighe. Le altre 10.000 sfuggono alle verifiche del Servizio nazionale per il semplice fatto che non rientrano nei parametri previsti per il controllo obbligatorio: un’altezza superiore ai 15 metri o un invaso della capacità di almeno 1 milione di metri cubi d’acqua.
LE GUERRE DELL’ACQUA
Solo sulla base di questi pochi numeri e di queste citazioni, non è un mistero ormai per nessuno che il problema dell’acqua sia un problema di primaria importanza, non solo per l’Africa, o per i paesi cosiddetti in via di sviluppo, ma per l’intera popolazione mondiale.
Circa 80 paesi, che rappresentano il 40% della popolazione mondiale, non hanno risorse sufficienti (meno di 2.7 litri al giorno per persona) di acqua dolce e almeno un miliardo di persone non ha accesso a risorse di acqua potabile. Nel 2000 il 18% della popolazione mondiale non disponeva di un accesso a fonti d’acqua dolce entro un chilometro dalla propria abitazione e ben il 53% del totale non disponeva di un accesso a connessioni domestiche. Ma l’acqua dolce che c’è, per esempio quella dei fiumi e dei laghi, non solo sta diminuendo ma diventa anche sempre più inquinata. Si è stimato che ogni metro cubo di acqua contaminata scaricata nei bacini o nei flussi idrici naturali rende inutilizzabili da 8 a 10 metri cubi di acqua pura. Ciò significa che la maggior parte delle regioni e delle nazioni del mondo si trovano già oggi di fronte alla minaccia di un catastrofico impoverimento qualitativo delle loro risorse idriche. Nei paesi di in via di sviluppo i dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità evidenziano che ogni 15 secondi un bambino muore per la diarrea o per disturbi legati alle cattive condizioni dell’acqua. Nel solo 1998 ben due milioni di persone sono morte per disturbi legati alla sola diarrea. Ogni giorno 6.000 bambini di età inferiore a 5 anni muoiono in seguito al consumo di acqua non potabile. Naturalmente la popolazione mondiale crescerà. La FAO stima che nei prossimi 30 anni diventeremo quasi 9 miliardi. 9 miliardi di individui!
Si prevede che entro il 2025 vi saranno almeno 3 miliardi di persone che soffriranno per la scarsità di acqua potabile. L’80 per cento delle malattie nei paesi in via di sviluppo sarà provocato dall’impiego e dal consumo di acqua insalubre. Il consumo di acqua nel mondo, dal 1960 ad oggi è aumentato del 60 per cento.
Teniamo conto che verosimilmente l’incremento demografico maggiore si registrerà proprio nei paesi in via di sviluppo. Questo naturalmente farà sì che non solo aumenterà il fabbisogno di acqua dolce potabile, ma anche il consumo di acqua per scopi industriali che dovrà soddisfare il fabbisogno alimentare e le esigenze più generali di produttività. Il prelievo di acqua per scopi industriali a tutt’oggi costituisce la seconda fonte di prelievi dopo l’agricoltura. Da tempo si parla di guerre dell’acqua e le si sposta nel futuro ma la verità e gli studi e i numeri dicono che nel mondo ci sono attualmente già circa 50 conflitti (fortunatamente non necessariamente armati) tra stati, per cause legate all’accesso, all’utilizzo e alla proprietà di risorse idriche. Ben di più che per il controllo delle fonti di petrolio. Mark Twain in tempi non sospetti scriveva: «Il whisky è per bere, l’acqua per combattersi».
Negli ultimi 50 anni le controversie tra stati per il controllo delle risorse idriche sono state 1.831, in gran parte risolte con la firma di 200 trattati di condivisione dell’acqua o la costruzione di nuove dighe o bacini artificiali; 507 casi sono stati conflittuali, in 37 casi hanno comportato scontri violenti, in 21 vere e proprie guerre con l’intervento degli eserciti. L’acqua è oggi il bene più prezioso per l’umanità, quello che decide della vita e della morte, del benessere e della povertà.
Ma aggiungiamo altri numeri: il 97,5 per cento dell’acqua della Terra è salata e del rimanente 2,5 per cento, soltanto lo 0,007 per cento è a disposizione dell’uomo. La maggior parte dell’acqua dolce viene utilizzata per uso agricolo. Più precisamente, l’agricoltura utilizza il 70 per cento delle risorse, l’industria il 20 per cento, e il restante 10 per cento viene indirizzato verso altri usi.
I CONFLITTI PER L’ACQUA
L’acqua è soprannominata: Oro blu. Volete sapere qualche conflitto?
Esempio: 1) Turchia. La Turchia ha risorse idriche pro capite superiori a quelle italiane ma da anni è ai ferri corti con Siria e Iraq per il controllo di Tigri ed Eufrate.
Esempio 2): Egitto. L’Egitto è in disputa da decenni con Etiopia e Sudan per il controllo delle acque del Nilo (un fiume, tra l’altro, che attraversa ben 9 diversi paesi africani).
Esempio 3): Israele. Israele è in crisi, sempre per il controllo delle acque, con i suoi vicini arabi. Il caso israelo-palestinese legato all’acqua è forse il più eloquente. Come testimonia la differenza tra coloni israeliani e popolazione palestinese che, pur vivendo negli stessi territori, usufruiscono di differenti possibilità di accesso e di utilizzazione delle risorse idriche, il consumo medio palestinese, in Cisgiordania e a Gaza, è di circa 150 metri cubi pro capite all’anno, mentre quello dei coloni israeliani dei territori occupati si aggira intorno ai 700-800 metri cubi.
E non è un caso se in Israele la gestione delle risorse idriche fa capo al ministero dell’Agricoltura, mentre l’Autorità palestinese ha affidato la stessa competenza al ministero della Difesa…
DESERTIFICAZIONE
La cattiva gestione dell’acqua, lo spreco dell’acqua, insieme ad altri fattori come la deforestazione, lo sfruttamento non occulato dei terreni, l’effetto serra, porta al fenomeno della desertificazione. Il fenomeno della desertificazione e’ un fenomeno naturale, badiamo bene, terreni prima fertili diventano nelle epoche aridi. Il problema è che, come altri fenomeni naturali che hanno i loro ritmi, esso viene aggravato dall’azione dell’uomo, non è più un fenomeno, diventa un problema. Non dimentichiamo di aggiungere alla deforestazione, all’eccessivo sfruttamento dei terreni agricoli, all’errata gestione dell’acqua, gli incendi. Gli incendi sempre maggiori ogni anno, e in tutto il mondo, sottraggono alla terra grandi quantità di riserve idriche necessarie al mantenimento del suo ecosistema.
La desertificazione è un fenomeno globale, come tutti i problemi ambientali. Riguarda anche l’Italia. Le zone italiane più interessate dal processo di desertificazione sono soprattutto le isole, grandi e piccole, e le coste del Sud: la Sicilia e la Sardegna, le isole Pelage (Lampedusa, Linosa e Lampione), Pantelleria, le Egadi, Ustica e parte delle coste di Puglia, Calabria e Basilicata per un totale di 5 regioni, 13 province e 16.100 chilometri quadrati di territorio pari al 5,35% dell’Italia. Secondo i dati in possesso del Ministero dell’Ambiente e Tutela del Territorio, che presiede il Comitato Italiano di lotta alla desertificazione, addirittura il 27% circa del nostro territorio sarebbe minacciato da processi di inaridimento dei suoli.
La regione dove più alto è il rischio di terre «aride e desolate» è la Sicilia con il 36,6% del suo territorio sensibile alla desertificazione.
Secondo le previsioni di Legambiente, la temperatura nel nostro Meridione è destinata a salire di 2-3 gradi nel giro di un secolo, facendo calare le risorse idriche da 6,3 miliardi di metri cubi a 5,1 miliardi.
La desertificazione non è una espansione dei deserti (“desertizzazione”), ma un “degrado delle terre nelle zone aride, semi-aride e subumide secche. Essa si manifesta con la diminuzione o la scomparsa della produttività e complessità biologica o economica delle terre coltivate, sia irrigate che non, delle praterie, dei pascoli, delle foreste o delle superfici boschive.
Secondo un rapporto delle Nazioni Unite di qualche anno fa, sono circa 110 i Paesi affetti da desertificazione. Sarebbero colpite o a rischio di desertificazione il 70% delle terre aride coltivabili, pari a circa il 30% del totale delle terre emerse. Se il problema è particolarmente grave in Africa e nei Paesi in via di sviluppo come Asia, America Latina e Caraibi, le Nazioni Unite indicano che anche Stati Uniti, Australia, Europa meridionale e orientale sono direttamente interessati al fenomeno. Quello che sorprende è che, addirittura, sarebbero gli USA a guidare la classifica con il 74% delle aree colpite.
Desertificazione, insomma, significa sterilita’. La sterilità dei terreni porta anche drammatici risvolti economici, sociali e sanitari: nei Paesi poveri o in via di sviluppo la desertificazione provoca forti carestie e povertà, costringendo le popolazioni colpite a migrazioni di massa alla ricerca di terreni sufficientemente fertili per lo sviluppo agricolo. I grandi esodi per la conquista di nuovi territori dove poter sopravvivere provocano, poi, forti tensioni etniche che sfociano spesso in conflitti. Si stima che circa il 50% dei conflitti armati sulla Terra siano in parte dovuti a questi pesanti movimenti migratori. Senza contare che la desertificazione e le siccità possono incrementare nelle zone povere del mondo malattie quali il colera, la febbre tifoidea, l’epatite A e le malattie diarroiche. Si e’ riscontrato un rapido aumento delle incidenze di epidemie di malaria, collegate solitamente con i movimenti della popolazione e con i cambi climatici delle stagioni. In particolare in Africa la desertificazione, la siccità e la gestione non appropriata delle zone della savana hanno ridotto drasticamente la quantita’ di prodotti raccolti dai cespugli, quali bacche, foglie e radici che hanno sempre rappresentato supplementi nutrizionali fondamentali per le popolazioni locali. Inoltre, questi mutamenti della biodiversità possono mettere a rischio anche la medicina tradizionale che da sempre svolge un ruolo essenziale in tutto il continente africano.
MORIA DELLE RANE E DEI ROSPI
Uno dei tanti effetti della desertificazione - solo per fare un esempio - congiunto con il surriscaldamento del pianeta è alla base della moria di centinaia di specie di rane e di rospi, in quanto alimenterebbe il diffondersi di una malattia della pelle che provoca la morte degli animali. Gli scienziati ritengono di aver trovato la prova che dimostra come il surriscaldamento globale stia causando il diffondersi di una malattia contagiosa che sta eliminando intere popolazioni di anfibi.
Il declino drammatico delle 6.000 specie di anfibi era stato identificato nel 1990 e spiegato con la teoria della diffusione di un’infezione devastante della pelle causata da un fungo.
Uno studio condotto da una squadra internazionale di ricercatori ha collegato la diffusione di questa specie di fungo con l’aumento delle temperature tropicali connesse con il riscaldamento globale. Gli scienziati ritengono che le temperature medie di molte regioni tropicali, che sono ricche di una specie endemica di rane e di rospi, siano diventate perfette per lo sviluppo del fungo.
La perdita rapida di anfibi - rane, rospi, e salamandre - ha già ridotto di circa un terzo la specie, mentre altre centinaia sono minacciate. Con conseguenze drammatiche sulla catena alimentare e l’ecosistema nel suo complesso.
SFRUTTAMENTO DEGLI ANIMALI DA ALLEVAMENTO
La sterilità del terreno oltre che suscitato da una diminuzione delle falde acquifere e da una pressione eccessiva esercitata sui terreni è indotta anche da uno sfruttamento e da un impiego irrazionale degli stessi terreni ai fini dell’allevamento.
In questo momento nel mondo vengono allevati approssimativamente 20 miliardi di animali a scopi alimentari, più del triplo di tutti gli esseri umani; il 70% dei prodotti di origine animale proviene da allevamenti intensivi, ubicati inizialmente solo in Europa e America del Nord ma oggi diffusi anche in Brasile, Cina, India, Filippine e altre regioni in via di sviluppo, mentre il 30% residuo proviene da allevamenti estensivi, dislocati soprattutto in America.
In particolare, sono allevati a scopo alimentare 15.7 miliardi di polli, 4.9 miliardi di quadrupedi (tra cui 1.5 miliardi di bovini). Dal 1961 il numero dei quadrupedi di interesse zootecnico è aumentato del 60%, mentre quello dei volatili d’allevamento è quadruplicato . Tutti questi animali occupano circa il 30% delle terre coltivabili del pianeta (per quanto riguarda gli Stati Uniti il 12% della superficie continentale è destinato al pascolo di bovini, per lo più negli stati del West e del Midwest). Un quarto delle terre emerse vengono utilizzate per nutrire direttamente bovini ed altro bestiame.
Complessivamente ogni anno si consumano in tutto il mondo 217 milioni di tonnellate di carne. Nei soli Stati Uniti ogni giorno vengono macellati 100.000 bovini. Per quanto riguarda il nostro paese, in Italia vengono allevati più di mezzo miliardo di animali all’anno, sono in funzione 2.900 macelli e 95.000 allevamenti con mucche “da latte”. L’industrializzazione favorisce la concentrazione degli animali in grandi strutture e in una particolare zona geografica: circa il 60% della zootecnia italiana è stanziata qui in Pianura Padana, in cui sono allevati quasi 6 milioni di bovini e 6.3 milioni di suini. La produzione italiana, rispetto ai consumi, è deficitaria per tutti i prodotti animali, perciò siamo grandi importatori sia di animali vivi che di carne e prodotti derivati: la bilancia commerciale del settore zootecnico registra infatti un passivo di 5 miliardi di euro l’anno.
Le vacche da latte arrivano a produrre 40 litri di latte al giorno (bisogna considerare che in media ogni 9000 litri di latte prodotto viene partorito un vitello): è un dato impensabile in natura, per la cui realizzazione si rende necessario l’utilizzo massiccio di ormoni anabolizzanti, fattori promotori della crescita, steroidi, selezione genetica. Questa sequenza di trattamenti provoca numerose malattie, per cui alla lista di sostanze rintracciabili nel latte e nelle carni si devono aggiungere antibiotici e farmaci vari. Spesso solo una parte delle sostanze utilizzate è legalmente somministrabile agli animali. I controlli sono abbastanza a maglie larghe, almeno per quanto riguarda Unione Europea e Stati Uniti (i paesi con la normativa più sviluppata in materia di protezione del consumatore; cosa immaginare poi degli altri?): si svolgono infatti a campione, vista l’impossibilità di controllare una mole enorme di capi, e si intensificano solo in occasione di crisi particolari crisi sanitarie. Negli Usa i capi macellati le cui carni vengono sottoposte a test per rilevare la presenza di residui chimici tossici sono infatti uno ogni 250.000.
EFFETTO SERRA
Tra le cause della desertificazione come abbiamo visto c’è il riscaldamento del clima e qui entra in gioco l’effetto serra. Sono alcuni gas presenti nell’ atmosfera che generano l’effetto serra, cioè intrappolano il calore irradiato dalla terra impedendone l’ uscita nello spazio esterno, come il vetro intrappola il calore in una serra. Questo fenomeno, normalmente naturale e benefico (senza l’effetto serra la terra sarebbe di almeno 15 gradi più fredda), sta aumentando di importanza a causa dell’ aumento di concentrazione di questi gas (gas ad effetto serra, detti anche “gas-serra”) dovuto alle attività umane.
I principali gas ad effetto serra sono: biossido di carbonio (o anidride carbonica,) il metano, i fluorocarburi, il protossido di azoto, persino il vapore d’ acqua contribuisce all’ effetto serra.
Il Biossido di Carbonio o anidride carbonica è aumentato nell’atmosfera dal 1880 al 2006, e continuerà ad aumentare nel prossimo futuro, perché è il prodotto finale della combustione dei combustibili fossili (carbone, petrolio e derivati, metano), delle foreste e delle biomasse. Ma teniamo in considerazione che tutti i calcolatori attivi nel mondo ogni anno immettono nell’aria da soli ben 45 kg di anidride carbonica. Il biossido di carbonio si scioglie facilmente in acqua: gli oceani ne contengono enormi quantità, ma l’ aumento di temperatura dovuto all’ effetto serra diminuisce la solubilità del gas in acqua, liberando nuovo gas nell’ atmosfera e accelerando il fenomeno.
Ma non c’è solo l’anidride carbonica. Vi sono migliaia di sostanze tossiche che sono difficilmente degradabili e persistono a lungo nell’ ambiente, possono accumularsi a grande distanza dai luoghi di emissione, oppure, (essendo spesso liposolubili) concentrarsi nei tessuti adiposi umani o di animali che si trovano al vertice di una catena alimentare (fenomeno di bioaccumulazione). Le più note fra queste sostanze sono i DDT che contaminano largamente gli oceani, tanto da essere stati ritrovati nelle balene ed in altri mammiferi oceanici.
I DDT persistono nell’ ambiente per anni e possono bioaccumularsi fino a 70.000 volte.
In molti Paesi, le materie plastiche erano e sono smaltite o bruciandole all’ aperto senza controllo o tramite discariche. La combustione all’ aperto rilascia nell’ aria sostanze inquinanti come in particolare, la combustione di PVC (polivinilcloruro), una fra le materie plastiche più diffuse la quale produce per combustione appunto, oltre ad anidride carbonica ed acqua, anche e soprattutto acido cloridrico e, in quantità minori, diossine e furani; questi ultimi sono inquinanti organici persistenti (POP), circolano globalmente e sono stati associati con molti effetti negativi sugli uomini, tra cui disordini immunitari e cloracne; sono inoltre classificati come possibili cancerogeni.
Solo in Europa Occidentale sono stati prodotti nel solo 1999 qualcosa come circa 19.166.000 di tonellate di rifiuti da materie plastiche già utilizzate (escludendo quelli provenienti dalla produzione). Essendo chimicamente stabili, le materie plastiche possono rimanere seppellite per lunghi periodi nelle discariche, molte delle quali sono già quasi sature. Nelle nazioni sviluppate, circa tre quarti dei rifiuti di materie plastiche sono posti in discarica, mentre la parte rimanente è riciclata o incenerita per produrre energia.
Dunque maggiore quantità di rifiuti, maggiore combustione, maggiore effetto serra, maggiore innalzamento del calore della superficie terrestre. Maggiore calore, maggiore siccità e maggiore inaridimento dei suoli. Come vedete il tutto è collegato inestricabilmente, e siamo partiti dall’acqua, perché ogni cosa, anche i rifiuti è fatta d’acqua. Se tocchiamo qualcosa cioè avremo effetti incontrollati su qualcos’altro.
Tutto questo ci porta a dire che il mondo si sta riscaldando:
- la temperatura media superficiale globale è aumentata nel 20° secolo di circa 0,6° gradi. Il decennio che è andato dal 1990 fino al 2000 è stato il più caldo del secolo. Il 1998 è stato l’ anno più caldo da quando si hanno registrazioni strumentali (dal 1861). I dati dei satelliti dimostrano una diminuzione di circa il 10% dell’area coperta dalle nevi dalla fine degli anni Sessanta. In particolare si stanno ritirando velocemente le nevi e i ghiacciai equatoriali, sulle Ande peruviane e in Africa. In Africa il 33% dei ghiacci del Kilimangiaro è scomparso negli ultimi 20 anni; è diminuito lo spessore del ghiaccio marino dell’Artico nella tarda estate. Lo scioglimento dei ghiacci come vedremo innalza il livello dei mari, il maggiore calore provoca l’innalzamento dei livelli dei mari a causa dell’ espansione termica delle acque (causa principale). Conclusione: l’incremento dell’innalzamento delle acque marine nel corso del 20° secolo è stato di 20-30 centimetri. Vedremo quali sono gli effetti di tutto ciò.
- Aggiungiamo per il momento solo una conseguenza. Se il clima si riscalda, se vi sono ondate di calore, se esse provocano siccità, suoli più aridi, ma anche un’ evaporazione dell’ acqua più intensa, questo genera anche terribili sconvolgimenti climatici. Una maggiore evaporazione dell’acqua accumula più energia nell’atmosfera e questo genera tempeste, tornadi, uragani più violenti e frequenti.
SCIOGLIMENTO DEI GHIACCI
Polo Nord
Dunque abbiamo detto che l’innalzamento dei livelli dei mari e degli oceani è dovuto a due fattori. Il principale di questi fattori è la dilatazione termica dell’acqua dovuta al riscaldamento del clima. L’altro fattore è lo scioglimento dei ghiacci. Naturalmente tutto è collegato. Se aumenterà ancora l’effetto serra, esso oltre alla desertificazione, provocherà in toto lo scioglimento dei ghiacci. Ma che cosa succederà se tutto il ghiaccio, non diciamo del pianeta ma solo dei Poli dovesse sciogliersi? Quali saranno gli effetti?
Entro la fine di questo secolo il Polo Nord, sinonimo di ghiacci eterni, di temperature estreme e di venti violentissimi, potrebbe non esistere più. Il mare prenderebbe il totale sopravvento. Lo dice la Nasa che ha studiato lo scioglimento dei ghiacci del polo Nord e dice che essi si stanno sciogliendo a una velocità che li vede diminuire del 9% ogni dieci anni. Nel 2002 la loro estensione è stata la più ridotta da quando vengono raccolti dati dai satelliti. Se questo andamento continuerà in futuro, alla fine del XXI secolo l’interazione tra le acque più calde dei mari circostanti e l’aumento della temperatura terrestre li avrà fatti scomparire del tutto. I ghiacci del Polo Nord, a differenza di quelli del Polo Sud, galleggiano direttamente sul mare e ogni anno tra l’inverno e l’estate aumentano e diminuiscono sia come superficie occupata che in spessore. Durante i primi mesi di quest’anno lo spessore medio si è ridotto a soli 3 metri, rispetto ai 7 metri che normalmente esso può raggiungere. La ricerca della Nasa ha messo in luce che la temperatura media del Polo Nord è aumentata di 1,2 °C nell’ultimo decennio rispetto alle medie precedenti.
Come abbiamo detto, per quanto riguarda il Polo Nord lo scioglimento delle enorme masse ghiacciate non ha effetto sull’innalzamento dei livelli dell’acqua, però produce altri effetti. Per esempio ha una notevole influenza sullo sviluppo del plancton e sulla circolazione delle acque oceaniche i cui effetti sull’ecologia a livello planetario non sono ancora noti. Se la perenne copertura dei ghiacci dovesse scomparire del tutto, il clima e il sistema ecologico dell’intero oceano artico subirebbe profondi mutamenti con ripercussioni in tutto l’emisfero settentrionale del pianeta.
Non c’è da temere un aumento del livello dei mari, perché il ghiaccio già galleggia sull’oceano e quindi, esattamente come avviene per un cubetto di ghiaccio che si scioglie in un bicchiere, il livello dell’acqua rimane pressoché costante. Lo scioglimento però fa sì che una maggiore quantità di calore venga trattenuta dalle acque marine che contribuiscono a un ulteriore scioglimento dei ghiacci. Acque più calde significa anche un ritardo dell’espansione dei ghiacci invernali che, dunque, anno dopo anno si ritireranno sempre più.
Aggiungiamo un altro dato. Abbiamo detto finora che scioglimento dei ghiacci del polo nord determina effetti sul plancton, determina effetti sulla temperatura dell’acqua artica stessa, dunque produce ulteriore calore che scioglie anche d’inverno il ghiaccio, e questo naturalmente va sempre sommato ad un innalzamento delle temperature provocate fdall’effetto serra già dato, già di partenza. Questo nuovo dato da aggiungere è che i ghiacci del solo Polo Nord contengono più del 6 per cento dell’acqua potabile del mondo. Se il ghiaccio scompare e si mischia all’acqua salina avremo perso anche una riserva considerevole di acqua. Ma aggiungiamo altri numeri. Nel 2002 il Larson B, una piattaforma di ghiaccio da 500 miliardi di tonnellate con un’estensione pari al doppio di quella di Londra, si è disintegrato in meno di un mese: pur non avendo avuto ricadute immediate sul livello del mare, questo episodio è emblematico degli effetti del surriscaldamento globale.
In Groenlandia il ghiacciaio di Kangerdlugssuaq, sulla costa orientale, è uno dei ghiacciai più veloci al mondo, perché si muove verso il mare ad una velocità di quasi 14 chilometri all’anno. Le misurazioni sono state effettuate usando un sistema GPS ad alta precisione. Il ghiacciaio, inoltre, si è ritirato di 5 chilometri dal 2001, dopo aver mantenuto condizioni stabili per almeno quarant’anni. Lo scioglimento dell’intera Groenlandia a differenza dello scioglimento dei ghiacci al Polo Nord determinerebbe un innalzamento dei mari di 6 metri, ma anche un incremento di un solo metro significherebbe l’inondazione di New York, Amsterdam, Venezia e di tutto il Bangladesh.
POLO SUD O ANTARTIDE
Per quanto riguarda il Polo sud, nel 2005, il British Antarctic Survey ha rilevato che l’87 per cento dei ghiacciai della penisola antartica si sono ritirati negli ultimi cinquant’anni e negli ultimi cinque anni i ghiacciai hanno perso in media 50 metri all’anno. L’intera banchisa antartica contiene acqua a sufficienza per innalzare il livello dei mari di 62 metri.
Ci sono due principali piattaforme di ghiaccio che formano il continente antartico. La piattaforma di Ross è il principale emissario per parecchi grandi ghiacciai situati nella zona ovest del continente, eD è più estesa dello stato del Texas. Tre anni fa sulla piattaforma di Ross si iniziarono a staccare iceberg così grandi che si possono confrontare per grandezza col Massachusetts e il Connecticut. Questi iceberg che si staccano violentemente dalle piattaforme mantengono fredda la maggior parte delle acque di questo pianeta. Se la sola piattaforma di Ross si sciogliesse tutta, il livello delle acque marine salirebbe di circa 16 piedi. Ciò significherebbe la fine di gran parte della Florida e altre regioni del mondo. Gli effetti dello scioglimento dei ghiacci, insomma, sarebbero devastanti.
LA CIRCOLAZIONE TERMOALINA
L’acqua negli oceani, lo abbiamo accennato prima, è in continuo movimento per effetto delle maree, del moto ondoso e delle correnti che sospingono le gelide acque polari verso l’equatore e le calde acque subtropicali verso i poli [circolazione termoalina ]. Il fenomeno della circolazione termoalina è attivato dalle differenze di temperatura e di salinità dei mari, e una della sue componenti è la corrente del Golfo, che regala all’Europa il suo clima relativamente mite. Queste grandi correnti, oltre a mitigare l’Europa e a giocare un ruolo fondamentale nel clima, incrementano la capacità dell’oceano di assorbire anidride carbonica.
Gli studi più recenti denunciano un rallentamento della circolazione termoalina tra la Scozia e la Groenlandia.
La diminuzione del livello di salinità degli oceani, dovuta sia allo scioglimento dei ghiacciai che all’aumento delle precipitazioni, potrebbe interrompere, rallentare o comunque alterare le grandi correnti transoceaniche, con disastrose conseguenze sul clima e sull’agricoltura in Europa e con impatti su tutti i mari e sulle temperature in tutto il mondo.
Il discorso che abbiamo fatto per il polo Nord non vale per il Polo sud. Perché i ghiacci del polo sud non galleggiano sull’acqua, sono staccati dall’acqua, essi ricoprono terra ferma. Se si dovessero sciogliere interamente nei prossimi cento anni vi sarebbe, secondo le previsioni, un aumento del livello medio del mare compreso tra i 9 e gli 88 centimetri. Questo innalzamento dipenderà sia dal progressivo scioglimento dei ghiacciai, sia dalla naturale espansione degli oceani, dovuta al fatto che l’acqua aumenta di volume quando aumenta di temperatura. Per quanto possa sembrare modesto, anche un innalzamento di pochi centimetri provocherebbe il caos: inondazioni nelle zone costiere, contaminazione delle falde acquifere potabili, aumento del grado di salinità degli estuari sono solo alcuni degli elementi di questo scenario allarmante. Molte delle città sulla costa avrebbero problemi. Risorse strategiche per le popolazioni costiere, come le spiagge, l’acqua potabile, la pesca, la barriera corallina e gli atolli sarebbero a rischio.
- Le regioni mediterranee dell’Europa e dell’Africa sarebbero le più vulnerabili. Nell’Europa del Sud l’estate si allungherà e l’acqua dolce disponibile diminuirà. Aumenteranno le differenze climatiche e ambientali fra le regioni del Nord e del Sud, vulnerabili alla siccità. Metà dei ghiacciai alpini scompariranno. Aumenterà il livello dei fiumi in gran parte dell’Europa e il rischio di inondazioni sulle aree costiere, con pesanti conseguenze per il turismo, l’industria e l’agricoltura. In Italia, il mare ingoierà le zone costiere formate da lagune e da foci dei fiumi. La produttività media diminuirà nell’Europa del Sud e dell’Est, mentre il Nord potrà contare su temperature più miti, che favoriranno le colture agricole. Insomma se continuerà l’innalzamento del livello dei mari vi saranno altre conseguenze: erosioni di costa ed inondazioni di popolose aree costiere (delta del Nilo, BanglaDesh) e piccole isole ( in particolare sono minacciati gli atolli del sud Pacifico). Vi sarà una maggiore trasmissibilità di alcune malattie infettive, fra cui malaria e febbre gialla.
PINGUINI ADELEIA
Per rimanere ai poli, v’è da dire una altra cosa, che può sembrare anch’essa insignificante ma va registrata. La vita degli animali. La vita degli animali come quella dei pinguini Adeleia, per esempio riscontra problemi derivanti dallo scioglimento e dallo staccamento dei ghiacci. Sta diventando pericoloso per loro andare alla ricerca di cibo in mare, e come risultato, il loro numero va via via diminuendo. Gli esperti prevedono che questi animali potrebbero abbandonare molte delle loro aree tradizionali, in cui vivevano, per sempre. I pinguini hanno inoltre problemi aggiuntivi per l’allevamento dei cuccioli. Il ghiaccio sta bloccando la strada delle colonie in cui allevano e cibano i piccoli. Come risultato devono percorrere 30 miglia per procurarsi cibo, cosa ardua potendo camminare solo alla velocità di un miglio all’ora. Ma qui non si tratta solo di pinguini e di una sola specie, si tratta di molto altro. Vedremo tra breve cosa accade anche alle balene.
NON SOLO POLI, ANCHE L’HIMALAYA
Dobbiamo però allargare il discorso del ghiaccio geograficamente prima, perché il ghiaccio dei due poli non è il solo ghiaccio che esiste al mondo. Esistono infiniti ghiacciai in tutto il mondo. Per soffermarci solo un luogo che è presente peraltro nel libro, ovvero la catena hymalayana, i dati dimostrano che i ghiacciai della regione himalayana, la più grande concentrazione di ghiaccio sul pianeta dopo le regioni polari, stanno ritirandosi di circa 10-15 metri all’anno. E’ importante parlare di quest’area geografica perché mentre ai Poli, gli effetti dello scioglimento dei ghiacci non avrebbe delle conseguenze dirette sulla vita degli uomini, nel caso dell’Hymalaya, al danno ambientale si aggiungerebbe il disastro e la tragedia della strage di nostri simili. Il primo effetto dello scioglimento sarà di certo un aumento della portata dei fiumi e di conseguenza un aumento del rischio inondazioni. Subito dopo, in pochi decenni, il livello delle acque dei fiumi si abbasserà e ci sarà carenza di risorse idriche per chi abita in Nepal, nella Cina occidentale e nell’India settentrionale. I ghiacciai della regione alimentano alcuni tra i fiumi più grandi al mondo, come il Gange, l’Indo, il Brahmaputra, il Salween, il Mekong, lo Yangtze e il Huang He (fiume Giallo), assicurando una fornitura di acqua per tutto l’anno a centinaia di milioni di persone.
In Nepal già oggi si registra un aumento medio di temperatura di 0,06 gradi l’anno e si assiste ad una costante riduzione di tre nevai che alimentano i fiumi del paese. Nella Cina nord-occidentale l’altipiano di Qinghai ha visto una riduzione nella portata dei fiumi e nel livello dei laghi. In India, il ghiacciaio Gangotri, che sostiene il principale bacino fluviale a nord del paese, sta arretrando di 23 metri l’anno. Rischia di lasciare dietro di sè una scia di devastazioni ambientali ed economiche che metterebbero in pericolo la sopravvivenza di oltre un miliardo di persone. Quelle che vivono ai piedi delle montagne, rischiano di essere spazzate via dalle alluvioni, e quelle che contano sull’acqua dolce dei fiumi himalayani.
Se le temperature continuano a crescere con questo ritmo tra cinquant’anni sull’Himalaya e sul Karakorum non ci saranno più ghiaccio e neve. Le conseguenze ambientali, ma soprattutto socio-economiche, saranno spaventose.
EVEREST
Un esempio? L’Imja Glacier, ai piedi del monte Everest, si ritira di ben 70 metri all’anno lasciando dietro di sè enormi laghi glaciali la cui superficie è cresciuta anche dell’800 per cento a partire dagli anni Settanta. Il pericolo più imminente è che debordino, devastando territori e dei villaggi circostanti.
Negli anni cinquanta in Himalaya c’erano 12 laghi glaciali. Oggi se ne contano oltre 9.000. Di cui molti al limite di capienza. Solo nel bacino nepalese del Dudh Koshi, nella regione dell’Everest, ce ne sono 12 ad alto rischio.
Anche un lievissimo terremoto potrebbe farli esplodere. E l’acqua, scendendo a valle, trascinerebbe con sé detriti, rocce, acqua di altri laghi. Spazzando via villaggi, campi, strade, ponti, centrali idroelettriche e in generale la vita umana.
Uno scenario del genere scatenerebbe una crisi ambientale, ma soprattutto economica, di proporzioni colossali nel Sud Est Asiatico. La minaccia non è solo quella delle alluvioni: il passo successivo è la siccità di tutta la regione.
La catena dell’Himalaya-Karakorum, infatti, si estende per oltre 2.500 chilometri dal Pakistan al Bhutan. E i suoi ghiacciai danno origine a nove dei più grandi fumi d’Asia, che danno acqua dolce e vita a oltre 1 miliardo e trecentomila persone. Ovvero, circa un quinto della popolazione mondiale.
Come vedete stiamo parlando ancora di acqua. L’acqua è dentro di noi, da la vita, noi siamo fatti d’acqua, ma l’acqua è anche fuori di noi e vive e si anima a tutti i livelli dell’attività umana. Nel ciclo dell’acqua inquinata entra in gioco tutto l’equilibrio del nostro pianeta. Dall’acqua bisogna partire.
EFFETTO SERRA E DANNI MARINI
Non scostandoci da questa impostazione, allontaniamoci dai Poli e dall’Himalaya e parliamo di mare e di oceani. Un innalzamento delle temperature medie dei mari ha ricadute pesanti sull’intera catena alimentare marina: il fitoplancton, ad esempio, del quale si nutrono alcuni piccoli crostacei come il krill, cresce sotto il ghiaccio polare. Una diminuzione dei ghiacci implica una diminuzione del krill, che è fondamentale per l’alimentazione di molte specie di cetacei e di grandi balene.
LE BALENOTTERE
Le balenottere azzurre, in Antartide, sono l’1 per cento della popolazione originaria, nonostante quaranta anni di protezione totale. Le balene grigie del Pacifico Occidentale sono le più minacciate in assoluto: i circa cento esemplari rimasti sono ormai sull’orlo dell’estinzione. Nell’800 ce n’erano circa un milione e mezzo. Oltre all’innalzamento delle temperature e all’alterazione dell’equilibrio biologico, le balene devono vedersela con la caccia commerciale e con l’inquinamento delle acque. L’impatto delle attività dell’uomo sugli ecosistemi marini è profondamente cambiato negli ultimi cinquant’anni. Per inquinamento non si intende solo quello chimico ma anche quello acustico, legato ai sonar e ai motori delle imbarcazioni. Per quanto riguarda la pesca commerciale non si deve pensare solo alla pesca delle balene ma alla pesca industriale più in generale che sottrae alle balene preziose risorse alimentari.