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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Nuovi contributi narrativi del progetto "Qui tutto va a puttane!" Sono stati aggiunti 1 racconto e 2 denunce di donne sfruttate rilasciate ai carabinieri grazie all'intervento di "Fiori di Strada".
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Barbara X, nostra autrice per l'antologia di racconti "Qui tutto va a puttane!", è stata intervistata da Raffaella Calandra per Radio 24 nell'ambito della rubrica "Storiacce".
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Delia Vacacarello ha scritto di lei su l'Unità"
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La meravigliosa e struggente poesia di Victor Hugo sulla crudeltà e la gratuità del male in una tagliente e accorata traduzione.
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Il video della presentazione del libro avvenuta a Frosinone.
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Vi segnaliamo lo speciale che Tg3 - Primo Piano ha dedicato a Fiori di strada. Un'occasione per conoscere il lavoro di questa associazione. Il servizio è andato in onda la sera di giovedi 8 novembre 2007. In streaming è possibile vedere il video con le interviste ai volontari dell'unità mobile, e ad ex prostituite tornate ad una vita comune grazie a Fiori di Strada.
Clicca qui (Durata: 9 min, 23 sec)

Gertrude Stein fu la pioniera letteraria di un secolo. Sherwood Anderson, Hemingway, Dos Passos, Richard Wright, Faulkner, poi fino a Steinback e Kerouac e ancora tutta la letteratura americana successiva, studiarono la sua lezione, plasmarono e formarono la propria prosa tenendola come sicuro punto di riferimento, anche rinnegandola eppur tenendola presente.
La Stein acquistava quadri di Picasso, Matisse, Cezanne, Braque, quando ancora nessuno conosceva Picasso, Matisse, Cezanne e Braque, e i loro quadri non avevano alcun mercato e non venivano accettati nelle esposizioni. Ci sarebbero da dire innumerevoli cose sul rapporto tra la scrittrice americana e il movimento avanguardista moderno in pittura, ma questo non è l’oggetto della nostra discussione e pertanto rimando a “Autobiografia di Alice Tocklas” in cui si racconta della Parigi di quei primi del 900, di quei giovani ambiziosi e squattrinati che facevano arte, e delle loro tristi e romantiche storie e delle loro opere. Nel libro si racconta di Picasso, di Apollinaire, di Matisse (il quale era così povero in canna che un giorno vendette l’anello della moglie per comprare della frutta per una natura morta e che per non farla marcire e farla durare il più allungo possibile la tenne protetta in una stanza completamente gelida nella quale lui e sua moglie dovevano entrare ammantati di coperte da capo a piedi) e occorrerebbe leggere davvero questo libro perché, oltre per gli aneddoti sui pittori e sugli scrittori che fecero la storia artistica del secolo scorso, si riesce a capire qual è la genesi di un genio, quanti stenti e mortificazioni ci sono nel perseguimento di un proprio ideale artistico e chi sono i geni e chi sono coloro che si illudono o fingono di esserlo. Occorrerebbe leggerlo anche per capire in che misura quei geni e quegli artisti che produssero opere capitali erano diversi dai sedicenti artisti di oggi giorno alla page e ipervisibili e ossequianti ogni media purchè gli rivolga attenzione.
Ma l’oggetto di questa discussione è un altro. In questa discussione si vuole sintetizzare più o meno volgarmente alcuni dei principi della poetica della Stein e cercare di capire che cosa, di questa poetica, che poi influenzò e tenne a battesimo la letteratura americana moderna e tanti scrittori non americani, possa ancora insegnare a uno scrittore di oggi o ad un aspirante tale.
Iniziamo col dire che
la Stein , proprio come Whitman, e del resto tanti altri spiriti geniali, ebbe molto a faticare e fu a lungo ridicolizzata prima di far accettare il proprio approccio innovativo e scardinante alla letteratura.
Era inevitabile, a causa di quelle lunghe, lunghissime frasi che sconvolgevano le concezioni letterarie dei critici e dei lettori di quel tempo. Visto i numerosi vani tentativi di farsi pubblicare da un editore
la Stein decise di stamparsi a sua spese e c’è un simpatico aneddoto su questa sua decisione. Un giorno - l’aneddoto è raccontato in “Autobiografia” - venne in casa sua il garzone della stamperia, mandato dal suo padrone. Il ragazzo con una certa esitazione le disse che il suo padrone aveva chiesto di domandarle se per caso avesse qualche nozione sufficiente dell’inglese, cioè qual’era il suo livello di conoscenza della lingua scritta inglese. Presumeva che
la Stein fosse francese e riteneva che l’autrice avrebbe dovuto rivedere il suo manoscritto ed acquisire maggiore doti come scrittrice prima di decidersi a stampare.
La Stein rispose piuttosto piccata e si raccomandò con il ragazzo di dire allo stampatore che fino all’ultima virgola di quello che aveva scritto non doveva essere toccata perché era stata messa a ragion veduta.
L’ossessione intellettuale che animava
la Stein era l’esattezza della parola e l’esatta combinazione di ciascuna di esse nella frase. Ella lottava per la ‘naturalità’ di ciò che si imprimeva sulla carta. Quest’ossessione si basava sul presupposto che bisognava riprodurre la realtà, la realtà che circonda uno scrittore, la realtà sia esteriore che intima, con la maggiore purezza possibile, una purezza intesa come purificazione della parola scritta da orpelli ed elementi superflui, aggettivazioni e ‘associazioni di sentimento’, che potevano determinare e dar luogo ad una falsificazione e a una convenzionalità.
L’occhio dello scrittore e la sua penna dovevano essere il più clinici e analitici possibili. Solo se le descrizioni letterarie fossero state precise, gli sforzi letterari di uno scrittore sarebbero culminati nella realizzazione di ciò che lo scrittore avrebbe dovuto porsi come massimo obiettivo, ovvero l’analisi e l’indagine ‘scientifica’ della realtà.
Con ‘associazione di sentimento’
la Stein si riferiva alla possibilità che il lettore potesse essere condizionato da immagini, simboli, presumibilmente fuorvianti rispetto a ciò che la realtà stessa, di per sé, rappresentava.
Lo scrittore doveva evitare in ogni modo di imbellettare la realtà, includere nel suo modo di esprimersi delle implicazioni, delle deduzioni implicite che costruissero inconsciamente nella percezione del lettore delle sovrastrutture ad essa.
La realtà era la realtà, punto e basta. Si descrive male la realtà non perché si adoperano male le parole ma perché non si adoperano quelle giuste e non le si combina bene insieme e, inoltre, perché molto probabilmente non si ha una visione. “Se non si ha una visione la scrittura risulta piatta”. In più se non si ha una visione o se se ne possiede una parziale, non si può far altro che imitare. Gli sforzi di coloro che fabbricano opere originali producono spesso opere pessime esteticamente e questo è normale, sortiscono brutti risultati perché il lavoro che spetta agli innovatori è un lavoro immane e complicatissimo, mentre gli imitatori possono pensare a fare opere ‘graziose’ perché hanno già il terreno spianato.
Se il principio della scrittura per
la Stein era di raccontare la realtà e di descriverla in presa diretta, allora una rosa è una rosa e non è il simbolo della passione o dell’amore, e il mare non è associabile all’evasione e ai sentimenti di libertà. Il mare è il mare, la rosa è la rosa, una motocicletta è una motocicletta. La prosa deve essere formalmente depurata dai clichè, dai quei luoghi comuni che trascendono nel patetico.
Se l’obiettivo dello scrittore fosse stato il lirismo, questo doveva poeticamente essere creato a partire dalla giustapposizione musicale della parola e non attraverso alcun altro mezzo. Se la prosa dello scrittore si voleva ricca, la ricchezza sarebbe derivata dalla misura di esattezza con cui lo scrittore sarebbe stato capace di combinare suoni di parole e parole con parole.
Attraverso l’esattezza dell’utilizzo della parola e non attraverso l’evocazione automatica che una parola suscita, per
la Stein si giunge alla perfezione della prosa.
La Stein utlizzò il cosiddetto ‘presente prolungato’ o ‘presente assoluto’. Tutta la narrativa prima di lei si era appoggiata ad una successione temporale e causale dei fatti. Contro questa regola
la Stein narra al presente assoluto. Kerouac, nel momento in cui sperimenta il flusso continuo e mentale della sua prosa, non fa altro che ripercorrere i sentieri già tracciati dalla Stein. Perché
la Stein , infatti, riteneva che bisognasse scrivere abbandonandosi alla propria coscienza e che una scrittura vera fosse appunto quella che seguiva il flusso della coscienza. Era giunta alla conclusione che la lingua letteraria era falsata e carica di significati convenzionali e che, così facendo, avesse smarrito ormai il linguaggio autentico e fosse disancorata dalla verità della realtà. La rivoluzione che attuò
la Stein fu quella di narrare scardinando le nozioni di spazio e di tempo, ma anche di grammatica e di uso della parola.
La parola doveva essere slegata da qualsiasi urgenza e convenzione letteraria, spaziale, causale, temporale, e doveva racchiudere in sé la sua vibrazione originaria, racchiudere tutto in sé ed esser assolutamente autonoma da processi mentali accessori.
Quando Hemingway andò a trovarla a Parigi, aveva 23 anni, fece dare alla Stein un’occhiata su ciò che aveva scritto. Aveva scritto qualche poesiola che non dispiacque alla scrittrice, soprattutto per la freschezza e per l’impronta kiplinghesca ma, quanto ai romanzi, ella li trovò scarsi.
Hemingway lavorava da giornalista all’epoca e si lamentava di non potersi dedicare alla scrittura a tempo pieno.
La Stein lo incitò a prendere la decisione di dedicarsi alla scrittura interamente. Gli disse: “se continuate a scrivere per il giornale, non arriverete mai a vedere le cose reali, vedrete sempre e soltanto parole e questo non va. Sempre che vogliate, s’intende, diventare uno scrittore”.
Fu proprio a Hemingway che poi disse: “Quando la visione è incompleta, le parole sono piatte e non è possibile ingannarsi”.
Su Sherwood Anderson, che fu il maestro di Hemingway, che poi Hemingway in seguito rinnegò, così come fece Faulkner ridicolizzandolo in “Zanzare”,
la Stein diceva che egli possedeva “il genio della frase rivolta a suscitare un’emozione immediata, ciò che è della grande tradizione americana” e sosteneva che tranne Sherwood Anderson non c’era in America nessuno capace di scrivere una frase così nitida e appassionata. Hemingway non era d’accordo. Criticava il gusto di Anderson e
la Stein gli faceva notare che il gusto non aveva niente a che fare con la frase. E, aggiungeva, che tra i giovani Fitzgerald era l’unico che scrivesse naturalmente frasi.
Fu sempre
la Stein che dopo aver letto un libro di Hemingway disse: “Hemingway, i commenti non sono ancora letteratura”.

"C’era una sola stanza in quella grotta dalle pareti annerite dal fumo, in cui un uomo piuttosto basso avrebbe potuto stare in piedi. Qua e là erano stati abbandonati indumenti intrisi di grasso di foca completamente neri. Pesavano in modo incredibile e, mentre passavamo in esame quel luogo tetro che aveva fatto da casa a sei dei nostri uomini migliori, provammo strane sensazioni. Nessun prigioniero rinchiuso in una cella ha mai vissuto in condizioni simili. ”.
Che cosa prova un uomo in carcere? In una cella d’isolamento? In un campo di prigionia? Ci sono molti libri che raccontano di storie di uomini e di donne costrette in condizioni di isolamento e di privazione che rasentano il limite della sopportazione umana. “L’inferno di ghiaccio” uscito per “Il Saggiatore” nel 2003, nella bella e rigorosa traduzione che ne fa Anna Maria Cossiga, racconta l’incredibile epopea di sei uomini facenti parte di una esplorazione in Antartide costretti a vivere un intero anno all’interno di un igloo.
Nel 1912 una spedizione britannica, al comando di Robert Falcon Scott, raggiunse il Polo Sud per piazzare la bandiera della Corona ma non fu solo preceduta dall’arrivo dei rivali, norvegesi, capitanati da Amundsen ma finì anche in tragedia. La Terra Nova , la nave che avrebbe dovuto dopo il primo anno di ricerche e di campionamenti di minerali e di rilevazioni scientifiche, riportare a casa il gruppo di scienziati, a causa delle avverse condizioni climatiche, non arrivò mai a recuperare gli uomini e dovette abbandonarli sul ghiaccio, con scarsità di viveri e scarsissime probabilità di sopravvivenza. Il gruppo fu condannato a scavare una grotta nel ghiaccio e cibarsi per la lunga notte dell’inverno polare di carne di foca e pinguini. Eroicamente questi uomini, quasi soffocati al fumo delle lampade, tra congelamenti e asfissie, infezioni intestinali, ferite, e l’incubo dello scorbuto ce la fecero e riapparvero ai soccorsi come spettri giunti da un altro mondo. Sei erano i membri della squadra settentrionale guidati dal tenente Victor Campbell, sopravvissero. Uguale sorte non toccò però all’altra squadra capitanata dallo stesso Scott, la quale fu ritrovata congelata nella tenda. “Il gelo aveva reso la loro pelle giallastra e trasparente; non ho mai visto niente di più orribile in vita mia. Sembrava che il Padrone [Scott, NdR] avesse dovuto sostenere una dura lotta, al momento della morte, mentre gli altri due sembravano sprofondati in una specie di sonno.” La morte di Scott gettò nel lutto
la Gran Bretagna.
Katherine Lambert ricostruisce in questo libro l’eroica avventura e la storia della missione, ricostruendola per la prima volta in tutti i particolari basandosi sui diari, i disegni, le fotografie, dei protagonisti e soprattutto del medico Murray Levick. "L’Inferno di ghiaccio”, dunque, è la storia di una lotta alla sopravvivenza ma anche di come il coraggio, l’intelligenza, possano portare l’uomo a sopravvivere in condizioni impensabili e, nella fattispecie, in uno degli ambienti più disperanti e inospitali del pianeta.
Qui di seguito alcuni passaggi del libro:
Nel primo anno di ricerche il paesaggio che si presentava agli occhi dei ricercatori: “L’aveva definita ‘una straordinaria barriera di ghiaccio, di uno spessore di circa trecento metri, che fende la cresta delle onde insensibili alla loro violenza; è imponente e spettacolare, lontana da qualunque cosa si possa immaginare o concepire”. “Immaginate un muro verticale di ghiaccio, alto fra i trenta e i novanta metri, che si staglia improvvisamente davanti a voi da un oceano dove la profondità delle acque si misura in migliaia di metri, a centinaia di chilometri da qualunque terra visibile”. “Il 30 e il 31 gennaio due grosse sezioni del costone si staccarono con un boato simile a quello di un tuono, producendo una nuvola enorme di acqua vaporizzata”. “Capo Adare era il solo posto dove sapevano di poter trovare una base, e in un punto ben preciso, Ridley Beach, una distesa di basalto coperta di ciottoli ai piedi di una parete di seicento metri”.
Le difficoltà ambientali durante il primo anno: “Non possiamo lasciare la nostra piccola spiaggia se non quando il mare è gelato, in inverno e in primavera, perché anche se possiamo scalare la scogliera e raggiungere Capo Adare, quest’ultima montagna è separata dalla terraferma da quelle che si dimostrarono, per Borchgrevink, [esploratore in una precedente missione, NdR] alture inaccessibili. Il mare che ci circonda anche […] gelato nei mesi invernali e primaverili, in estate è spesso coperto da chilometri di pack, che è tenuto in costante movimento e frantumato dalla violenta corrente del Canale di Robertson. Non è quindi possibile attraversarlo né con la slitta né a piedi.” “Da metà maggio sino alla fine di luglio, il sole scomparve del tutto, l’inverno si fece rigidissimo e il mondo dei membri della squadra si ridusse alla vita nelle baracche. Poi, nella prima settimana di agosto, per la prima volta in quasi tre mesi, il disco del sole si mostrò nella sua interezza all’orizzonte, dando il via a una serie di spedizioni in slitta sino ai punti più lontani di quel circoscritto reame. Infine, a metà novembre, giunse la benedetta, per quanto breve, estate antartica.”
In quel primo anno vivevano in una baracca: “La baracca rimase gloriosamente in piedi, immune ai venti ciclopici che, accompagnati da tonnellate di detriti, soffiavano quasi senza sosta dalle cime di Capo Adare. Avevano letteralmente impacchettato l’edificio con gomene preventivamente immesse nel petrolio, fissandolo al terreno da tutti e quattro i lati con cavi cementati nella ghiaia […] ‘i sostegni di metallo vibravano in modo sensuale in mezzo alle inesorabili raffiche di vento […] se si fossero staccati, probabilmente saremmo finiti sbattuti di qua e di là come dadi in una scatola’”. “E ha portato a riva blocchi enormi di ghiaccio che si sono incuneati lungo la spiaggia, formando, in alcuni punti una parete compatta contro cui vanno ad infrangersi i flutti carichi di frammenti di ghiaccio, spostando blocchi di quasi sessanta chili e alti sino a dieci metri.” “Le distese di ghiaccio hanno cominciato a strofinarsi l’una contro l’altra e, sulla riva, la pressione doveva essere tremenda. Lungo tutta la costa nord-occidentale si era già formata un’ampia parete alta una decina di metri quando, avvicinandoci, abbiamo visto che questa barriera era una massa semovente di blocchi di ghiaccio, ognuno dei quali doveva pesare varie tonnellate. Quel muro vivo si spostava con moto ondulatorio, diventando più alto ogni minuto, e da esso si staccavano grandi blocchi di ghiaccio che cadevano sulla penisola […]il boato prodotto dallo strofinamento dei ghiacci era impressionante.”
Ancora la forza del vento: “Abbiamo dovuto metterci a quattro zampe per avanzare”. “Abbott, con i suoi quasi novanta chili, fu sbattuto come un sacco vuoto contro una delle gomene che tenevano fissa a terra la baracca”.
E poi, cessate le speranze di essere recuperati dalla Terra Nova, per loro inizia la sopravvivenza dentro l’igloo: “I comfort consistevano in una latrina gelida dove imperversava la diarrea: una cambusa dove l’odore del grasso di foca usato per cucinare e fare luce impregnava capelli, pelle, ed indumenti, oltre a causare agli addetti alla cucina una forte congiuntivite chiamata ‘cecità della stufa’; una zona per dormire e trascorrere le giornate in cui l’aria era così povera di ossigeno che, per due volte, le lampade si spensero e la vita rischiava di fare altrettanto. Questa stanza, la più interna, misurava due metri e settanta per tre e sessanta e aveva un soffitto alto circa un metro e settanta. Vi si accedeva attraverso una porta tanto bassa che Levick, Priestley ed Abbott dovevano entrare carponi…”. “Un giorno di aprile mentre cercava di fare le sue cose all’aperto, nel bel mezzo di una notte ventosa, Campbell ha avuto un brutto incidente con i vestiti e ha provato a cambiarseli sul momento; una cosa molto azzardata. Quando è rientrato era in pessime condizioni, poveretto, mezzo svenuto e con un brutto principio di congelamento”. “Ho perso il controllo e mi sono bagnato tutti i vestiti. Quando poi sono uscito si sono completamente congelati e quando sono rientrato ero davvero in pessime condizioni”. “Perciò per isolare un po’ le pareti della grotta, abbiamo spaccato una serie di blocchi di ghiaccio spessi quasi trenta centimetri e li abbiamo sistemati uno sull’altro contro la parete di ghiaccio, tranne che nell’angolo riservato alla cambusa, dove invece abbiamo appoggiato sul ghiaccio dei grossi sassi piatti da adibire a focolare per bruciare il grasso di foca”. “Per prima cosa, per favorire il drenaggio, lo cosparsero di ciottoli di ghiaia, che poi coprirono di alghe secche su cui infine stesero il fondo delle tende. Il pavimento a strati garantiva un ottimo isolamento e fu uno dei successi dell’inverno. Le alghe, l’unica sostanza vegetale con cui sarebbero venuti a contatto, avrebbero potuto essere impiegate anche come condimento, sebbene il loro degrado dovuto all’esposizione al sole e il deturpamento cui erano state sottoposte da generazioni di pinguini non ne avessero certo migliorato il gusto e l’aspetto”.
“La fuliggine derivante dal grasso bruciato anneriva inoltre le pareti e il soffitto, aumentando l’oscurità della grotta. Ciò rende ancora più sorprendente il fatto che abbiano continuato diligentemente a tenere un diario”.
“Sono convinto che ci siamo salvati per un pelo. Non dobbiamo mai più accendere una fiamma se prima non apriamo la porta di ingresso per lasciare entrare l’aria perché, evidentemente, l’asfissia non dà segni premonitori. E’ stato solo grazie a un colpo di fortuna se ieri non ci siamo spenti come le candele”. “Browning squartò una foca e trovò al suo interno trentasei pesci commestibili”. “La carne era dura come legno di tasso […] occorrevano vari minuti per riuscire a staccarne un pezzettino, che alla fine veniva via, tutto sbrindellato e sfilacciato per i colpi di martello ricevuti. Per ottenere i frammenti di carne necessari a due stufati, ci voleva tutta la giornata. Le dita del povero addetto mensa, che spesso era costretto a togliersi i guanti per reggere la carne che sembrava cercar di fuggire ai suoi colpi, erano sempre mezzo congelate e coperte di vesciche provocate dal contatto con il metallo gelido dello scalpello.” “Se la mattina era stata abbattuta una foca, il ghiaccio impregnato di sangue, veniva aggiunto allo stufato per renderlo più denso. Ingredienti di minor valore nutritivo erano ciuffi di pelo di renna staccati dai sacchi a pelo, sennegras presa dagli scarponi e dai finnesko, frammenti di minerali rimasti attaccati alla carne durante il violento trattamento cui veniva sottoposta…” . "Camminare a qualunque distanza li faceva svenire dalla fatica. Avevano sempre fame”. “Cominciò a soffrire di attacchi di diarrea perchè il suo sistema digestivo non tollerava la carne di foca e l’acqua salata”. “Le foglie di tè già utilizzate sono state bollite per tre volte e ora le fumiamo. Fumiamo anche scaglie di legno ed è il teck quello che ha il sapore migliore. Adesso nella pipa bruciano allegramente piccioli di uva passa mescolati ai rimasugli della vecchia pipa e la mistura non è niente male”. “In queste condizioni spero di non dovermi mai occupare di fratture alle gambe”. "Se il congelamento raggiunge lo strato al di sotto dell’epidermide della mano o del piede, si crea una vescica acquosa proprio come succede con una brutta bruciatura […] Se il congelamento arriva a uno stadio avanzato, i vasi sanguigni non si riprendono, si giunge infine alla cancrena e l’unica speranza di sopravvivenza è l’amputazione”.
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03/09/2010 @ 11:42:02 Di roberta pagnoni
Ancora un grazie a tutti ...
04/02/2010 @ 13:01:54 Di AM
Questo articolo mi ha fat...
27/08/2009 @ 14:00:05 Di Barbara X
Grande! Ringrazio la reda...
14/06/2009 @ 15:20:02 Di Barbara X
Un racconto avvincente da...
06/04/2009 @ 11:31:08 Di RIccardo
Io non ci sarò il 25, ma ...
12/03/2009 @ 09:28:41 Di Barbara X
Bello! Sono musicista, ho...
11/03/2009 @ 10:09:54 Di luca
Caro Andrea, sono content...
27/02/2009 @ 20:39:08 Di Barbara X
Eh si, Barbara X, è arriv...
29/12/2008 @ 15:35:38 Di Angela Siciliano
non vedo l´ora di leggerl...
11/09/2008 @ 18:25:53 Di sabrina
"Però mi dico anche, non ...
20/07/2008 @ 14:31:03 Di Anonimo
Come commento al tuo post...
16/07/2008 @ 23:30:40 Di Barbara X
Vi incollo una mail che q...
30/05/2008 @ 22:25:01 Di Barbara X
Opera magnifica la Sonata...
16/05/2008 @ 13:42:39 Di divin@
Il lago Baikal in Russia ...
07/05/2008 @ 11:36:08 Di Christian
Scusate, quell'anonimo so...
11/04/2008 @ 20:22:09 Di Anonimo
Cito: Non v’è nulla di pi...
11/04/2008 @ 20:17:35 Di Anonimo
ovvio che le persecuzioni...
07/04/2008 @ 22:21:17 Di cix
Sono contenta di aver tro...
18/03/2008 @ 20:07:35 Di Angela Siciliano
Raffaele, sono contenta c...
28/01/2008 @ 20:49:32 Di Anonimo
Grazie per avermi fatto c...
22/01/2008 @ 19:49:52 Di raffaele turturro
Non solo in quest'epoca n...
21/01/2008 @ 20:19:43 Di Raffaele Turturro
Mio caro Mirko, affronti ...
30/12/2007 @ 18:31:36 Di Barbara X
non penso che sia princip...
30/12/2007 @ 16:07:08 Di mirko
Brava Barbara! La traduzi...
28/12/2007 @ 17:45:03 Di Massimo Perinelli
"Oh, quale ineffabile spe...
27/12/2007 @ 09:32:15 Di Ivano
Mi dispiace che ci sia qu...
23/12/2007 @ 16:58:57 Di Barbara X
Grazie a te, Delia, per i...
16/12/2007 @ 11:41:36 Di Barbara X
misteriosa e profonda dol...
15/12/2007 @ 22:50:42 Di Delia Vaccarello
Anche se nessuno ha chies...
06/12/2007 @ 21:00:26 Di Barbara X
mi sono fatta tante doman...
04/12/2007 @ 19:53:36 Di franca
...un testo da rileggere ...
28/11/2007 @ 22:53:19 Di anna
Attualissimo, inquietante...
28/11/2007 @ 11:55:15 Di Benedetta, Roma
personaggi azzeccatissimi...
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