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Un'idea che non sia pericolosa non merita affatto di essere chiamata idea

Oscar Wilde
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di redazione gingko (del 28/10/2007 @ 17:23:47, in Tatzepao news, linkato 548 volte)

Poche settimane e "Il ventre della Terra", opera prima di Valentina Francolino, sarà in vendita. A breve metteremo a disposizione gratuitamente, come di consueto, un estratto del volume. Informiamo che con questa pubblicazione inizia una nostra usanza, ovvero quella di  inserire immediatamente dietro la copertina, in prima pagina, un'immagine provocatoria legata ai temi sociali e culturali che ci stanno più a cuore e su cui tutti dovremmo aprire gli occhi! Il tema di questa immagine, in relazione all'argomento di cui tratta la storia del libro, è naturalmente gli effetti devastanti e terribili provocati dallo stravolgimento ambientale di cui ci stiamo macchiando. 

Anche per questa pubblicazione daremo avvio all'iniziativa "50 libri per 50 critiche" come per la pubblicazione precedente di Raffaele Turturro. Non si accettano prenotazioni. Le richieste del volume omaggio potranno essere effettuate solo dopo che ne sarà data comunicazione sul nostro sito. Anticipiamo che i richiedenti che hanno già ricevuto "Una stagione INattesa" non godranno dell'omaggio pieno, bensì di uno sconto qualora volessero richiedere il volume di Francolino. Questo, ovviamente, per evitare che gli stessi lettori ricevano un nuovo libro perchè è nostro interesse che sempre nuovi lettori possano usufruire della libera circolazione dei nostri volumi, di conseguenza ricevere critiche o commenti su ciò che facciamo sempre diversi in un bacino sempre più ampio. Le nuove regole della seconda edizione di "50 libri per 50 critiche" comunque saranno esplicitate con maggiore dettaglio quando il libro sarà disponibile.

Nel frattempo visitate il nostro sito o servitevi del link diretto nella sezione "I nostri libri" su questo blog, in basso a destra, per leggere la scheda e la biografia dell'autrice.

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Di redazione gingko (del 11/10/2007 @ 20:27:56, in Contributi liberi, linkato 627 volte)

 

Un racconto di Paolo Bertoli

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Di Valentina Francolino (del 05/10/2007 @ 18:49:36, in diari di bordo, linkato 651 volte)

 

Quando lessi per la prima volta del progetto editoriale della casa editrice sulla prostituzione, pensai semplicemente che fosse una bella iniziativa, interessante, attuale, ma al tempo stesso talmente lontana dalla mia vita da non sentire di voler esprimere un’opinione seria a riguardo. 

La mia regola principale è sempre stata di scrivere ciò che sento, ciò che conosco personalmente, ciò che penso. E questo argomento non mi ha mai toccata così da vicino. 

Certo, ovviamente anch’io vivo nel mondo reale, anch’io ogni giorno passo in macchina davanti a un certo numero di “donne di strada”. Ormai quasi le riconosco e sono diventate parte integrante del territorio; so che passando per una strada che attraversa diversi campi, dopo l’azienda che alleva cani e dopo il maneggio, arriverò a un incrocio, e loro saranno lì. Loro, delle persone, delle donne, saranno lì sedute, più o meno svestite, a qualsiasi ora del giorno o della notte, ad aspettare. 

Passo davanti a loro, le guardo, mi sento stringere un po’ il cuore e provo dispiacere; poi attraverso l’incrocio e torno alla mia vita, a pensare al prossimo esame e a cose ancora più stupide. 

La prostituzione è un dramma che ormai ci ha assuefatti, perché ce lo troviamo sbattuto in faccia ogni giorno, come avviene quando si sente dell’ennesimo attentato in Medio Oriente, o del problema della fame del mondo. Io mi sono sempre ritenuta una persona molto sensibile, mi capita di soffrire seriamente quando sento alcune notizie, eppure anche su di me quella tremenda assassina dell’abitudine fa effetto. 

Così, proprio stamattina mi sono decisa a uscire dai soliti schemi mentali e a riflettere attentamente su questo problema. 

Oltre agli ovvi sentimenti che sono nati dentro di me: compassione, indignazione, senso di fratellanza…ho avuto un’idea. Perché non fermarmi a parlargli? Perché non provare a creare un ponte tra me e loro? Perché non andare dalle dirette interessate e porgli la tanto sospirata domanda: “perché lo fate?” 

Dopo circa dieci minuti, ancora euforica per il mio progetto, incontrai per caso una mia parente, una donna di quarantacinque anni, ed esposi a lei il frutto della mia mattinata. 

Ciò che mi rispose (e che mi lasciò basita) fu: “stacci alla larga e guarda che se lo fanno è perché vogliono la vita comoda; io piuttosto che prostituirmi andrei a lavare i cessi, e se loro non lo fanno è perché evidentemente guadagnano di più così.” 

Sul momento mi ci misi pure a discutere e la trovai superficiale, ma poi mi chiesi: “quanti la pensano davvero così?” 

Domandai ad altre due persone, sempre donne, ma più anziane, e mi risposero in sostanza allo stesso modo. Anzi, sembrava quasi che sorridessero al pensiero di una giovane ragazza come me che si poneva un problema del genere. Ci mancò poco che mi dicessero: “povera scema, vivi ancora nel mondo delle favole.” 

Perciò cambiai idea e decisi che è di questo che invece vorrei parlare, non della prostituzione in sé, ma di ciò che la gente pensa della prostituzione e di tutti gli altri mali della società. 

Perché ancora oggi, nel 2007, in un mondo in cui c’è informazione, in cui quindi i problemi vengono analizzati attraverso i diversi punti di vista, ci sono ancora persone (e parecchie) che si limitano a liquidare un argomento così complesso e duro con una misera e superficiale frase del genere? 

Se per loro io vivo nel mondo delle favole solo perché ritengo che la maggior parte delle prostitute siano delle vittime, loro in che mondo vivono? 

Quando hanno perso l’innocenza e perché? 

Quando hanno smesso di indignarsi?  

Cosa porta una persona, una donna per giunta, a pensare in questo modo? 

Sono queste le domande su cui sto riflettendo e su cui ho formulato varie ipotesi. 

All’inizio ho pensato che fosse un modo inconsapevole per non vedere la sofferenza degli altri, perché non si riesce ad accettarla. Oppure, forse, poteva darsi che una persona che ha già problemi personali seri tenda a non considerare quelli altrui. In seguito ho valutato come fallaci queste giustificazioni. Conoscendo quelle donne molto bene, ho capito che non era il loro caso. 

Allora  poteva essere una ricerca del “capro espiatorio” a cui dare la colpa per la caduta dei cosiddetti “valori” della nostra società, come avviene del resto anche per gli immigrati. E questa ipotesi già mi convinceva di più, mi sembrava un’idea molto diffusa (come se una società che ha valori forti li potesse perdere in questo modo…). Ma poi ho cercato di vedere le cose più in grande, a livello, diciamo, mondiale e, come nel piccolo tanti riescono a passare davanti a prostitute, senzatetto, persone problematiche senza provare nemmeno un po’ di dispiacere, o addirittura considerandoli colpevoli per la loro situazione, così nel grande si arriva ad accettare che esistano differenze incommensurabili per ciò che concerne le possibilità di vita o addirittura di sopravvivenza. 

Ho cercato mille motivi per giustificare questo comportamento ma purtroppo credo che dietro a tutto questo ci sia una sola cosa, che non ha spiegazioni e si commenta da sola: una semplice, banale, vergognosa, indifferenza. 

A nessuno importa più di nessuno.

Non esistono più “i problemi”, esistono solo i “nostri” problemi.

Esistono i “nostri” obiettivi, i “nostri” desideri, le “nostre” esigenze. 

Tutto il resto va in secondo piano. 

E così la voglia di essere belli, di essere delle persone come la società ci impone di essere diventa più importante di ogni altra cosa.

Chi ascolta più la voce della coscienza? 

Chi più sa di averla una coscienza?

Come si può pensare che ci si occupi di certi problemi a un livello tale da voler fare qualcosa per risolverli, se quasi non ci importa nemmeno più niente delle persone che abbiamo intorno? 

Quante persone conosciamo e magari chiamiamo “amici” ma poi in realtà sono solo persone con cui parliamo di noi stessi di fronte a un caffè senza nemmeno ascoltare le loro risposte? 

Tra tutti gli uomini e donne che riteniamo importanti per noi, per quanti di loro saremmo disposti a modificare la nostra vita, anche di pochissimo, per dargli una mano in caso di bisogno? 

Proviamo a contarle, la prossima volta che daremo alle prostitute la colpa della perdita dei valori della nostra società.

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Di Francesco Bellaria (del 02/10/2007 @ 16:41:40, in Polifemi live, linkato 1793 volte)

 

Da qualche giorno in tv e per le strade di tutta Italia compare quest’immagine, tratta dall’ultima campagna pubblicitaria di Oliviero Toscani. Evidentemente ancora in Italia ci piace fare discussioni inutili su tutto. Si sente: ma questa campagna è legittima? Ha fatto bene Toscani a ritrarre una donna anoressica, un corpo devastato? E’ giusto che i cartelloni appaiano in tutte le strade, è legittimo che la comunicazione si spinga e debba arrivare fino a questo punto, che le immagini possano essere vedute da ciascuno, da ragazzini, etc etc. Il solito coro di nani e ballerini, di massmediologi, di giornalisti bigotti e ignoranti, di esimii opinionisti del fico secco, si esprime. Forse è chiamato a farlo. Mi chiedo: è davvero mai possibile discutere di un problema così futile, la cui soluzione è così lapalissiana perché è una soluzione culturale. E’ giusto, santo Dio! Non c’è cosa più giusta al mondoDi là da tutti i discorsi, anch’essi retorici su censura, libertà di espressione e comunicazione, il punto fuocale della questione è uno solo. Immagini del genere, messaggi choc come questo non solo sono desiderabili ma si impongono e devono esserci. Guai se non ci fossero. Vorrebbe dire che siamo davvero alla frutta e che meritiamo di fare la fine di qualche repubblica delle banane sudamericana. Il problema semmai è che ce ne sono troppo poche. Messaggi come questo sono necessari, sapete perché? Perché molto semplicemente siamo tutti zombie che camminano, e che si illudono di vivere e di pensare, mentre siamo assonnati, persi, assuefatti a ciò che avviene attorno a noi come al caffè della mattina, ed è necessario pertanto che ci svegliamo. La funzione di queste immagini e di questi messaggi è quella di svegliarci, di aprirci gli occhi. Allora svegliamoci gente, apriamo gli occhi. Vorrei riportare un semplice aneddoto che mi è capitato di vivere qualche giorno fa. Ritornavo dall’ufficio postale perché ero andato a spedire certa corrispondenza della casa editrice e ad un certo punto, a qualche centinaia di metri da un semaforo, mi capita di rimanere letteralmente imbottigliato in una fila. Non si poteva andare né avanti né indietro, né a destra né a sinistra. Bisognava solo mettersi l’anima in pace ed attendere che l’astenosi di sbloccasse. In circa venti minuti riuscii a capire di cosa si trattava. Si trattava non di un incidente ma di una macchina che man mano che si avvicinava al semaforo percorreva pochi metri e poi si bloccava evidentemente a causa di un guasto. Il semaforo così scattava, la macchina percorreva altri pochi metri, dava l’illusione che sarebbe stata capace di oltrepassare il semaforo ma poi si arrestava e il rosso scattava per l’ennesima volta e tutti dovevano aspettare. Non vi dico il coro di clacson impazziti! Il problema era che non si poteva sorpassare in alcun modo questa automobile, in quanto, giacchè la strada era stretta e v’era spazio soltanto per due file, naturalmente quelli della fila di destra, cioè quella libera, non avrebbero permesso per l’anima della propria madre di superare l’auto in panne e dare modo così ad entrambe le file di scorrere. Insomma andò avanti ancora per un bel po’ e alla fine roso dalla rabbia sapete cosa ho fatto? Unico tra decine di zombie che erano fermi, uscii dalla mia macchina, andai al finestrino di quell’altro zombie della macchina in panne e gli chiesi che cosa non andava. Era così terrorizzato poveretto, e atterrito dai clacson che non riuscì nemmeno a rispondere. Allora andai dietro e iniziai a spingerlo a mano, io solo tra decine di zombie che si limitavano a strombazzare e non muovere un dito, e pian piano così oltrepassammo il semaforo e accostammo sul lato della strada. Il tragitto che feci a piedi per andare a recuperare la mia automobile fu pieno di insulti forse perché mi avevano scambiato per un complice dello zombie paralizzato. Ora la morale di quest’aneddoto è che nessuno si era mosso dalla sua auto per fare una cosa così umana e semplice quanto quella di scendere e risolvere in maniera meno urbana e cioè più umana il problema, anche se il problema dannatamente riguardava tutti ed era per tutti di interesse diretto. Tutti suonavano da grandi signori ottusi e nessuno voleva scollare il suo onorevole culo dalla propria automobile e sporcarsi le dita sulla polvere di quell’automobile in panne. Il guidatore dell’auto in panne era senz’altro il peggiore perché paralizzato, come tramortito, incapace di pensare a realizzare una cosa tanto semplice quanto spontanea e inusuale per una automobilista urbano e cittadino, che non si era mai vista (un automobilista fuori dalla sua auto!), dunque si comportava come il peggiore dei conformisti. Questo insomma per dire che si discute e si discute, si parla  e si parla e non si risolve mai niente e mai nessuno che metta del proprio per adoperarsi concretamente e con un po’ di cuore nelle cose che fa. Si discute ancora su che cos’è l’anoressia, diamine!, da che cosa sia determinata. Ma è mai possibile discutere sul fatto che l’anoressia - lo capisce anche uno zombie - è un male tipico, solo più visibile degli altri, funzionale, della moderna società in cui viviamo. E’ mai possibile che ancora ci si chieda se mostrarla sia umano o non umano, giusto o ingiusto, corretto, ‘politicamente corretto’? Vorrei menare un pugno a ciascuno che si pone questo dubbio e spaccargli il naso. E’ una malattia sociale che ha cause sociali quali quelle della mancanza di solidarietà, della mancanza di amore, dei tempi veloci e della conseguente fretta e trascuratezza in voga nelle pseudofamiglie odierne, della freddezza, del cinismo, della mancata amorevolezza di cui oggi siamo tutti complici, della miseria intellettuale, della pochezza di persone che curano più la palestra e i centri benessere che i propri figli, i propri amici, i propri semplici conoscenti. E’ il frutto di una crescente spietatezza che ci sta contagiando sempre più. Di una saccenza, di una indifferenza, di un’ignavia, di una clinicità di azione, di un utilitarismo spiazzante. Non hanno torto quelle ‘giornaliste del dolore’ o i preti quando parlano di amore, di comprensione, di identità. Non c’entrano niente le diatribe sciocche sulla moda e sul suo mondo. La moda è solo una delle scenografie in cui questo male si modella e si evince ma è la società tutta nelle sue ramificazioni e proiezioni l’ambiente dove essa prolifica. Si diventa anoressiche perché ci si sente inadeguate e incomprese e non si ha la forza, la comprensione, il supporto degli altri per capire chi si è veramente. Anoressici lo siamo tutti, perché tutti, chi più chi meno, ci sentiamo defraudati di una semplicità che vorremmo esprimere e che temiamo possa invece nuocerci. Anoressici sono tutte quelle persone deboli che preferiscono conformarsi piuttosto che far vedere chi sono realmente. L’anoressia è una malattia di una società falsa dalla testa ai piedi nella quale conta paradossalmente l’ostentazione del benessere. Un benessere che naturalmente non esiste. Ci chiediamo perché essa sia una malattia  femminile? Ve lo siete chiesti. È femminile semplicemente perché riguarda la bellezza. E’ l’ultima spiaggia di una  ricerca estrema della bellezza e dell’accettazione a tutti i costi. E’ il desiderio di essere conformi a canoni che la società, non la moda, detta, ed è la proiezione a standard che le donne percepiscono bene e con maggiore sensibilità, di cui in primis i giornalisti e il mondo della cultura, sono gli artefici. Perché me la prendo con loro? Perché un mondo che fa informazione e cultura taroccata, anziché divulgare, tifare, diffondere, parteggiare, sostenere, i valori reali e veri, autentici, i quali dovrebbero essere per l’appunto espressi dalla vera cultura, l’alta cultura, vengono riproposti da loro pappagallescamente come modelli e criteri di successo. So bene che è un discorso trito e ritrito fatto di concetti espressi in miliardi di occasioni, ma fermatevi un attimo, rifletteteci su. Quegli stessi giornalisti che in coro come le ciaramelle nelle vie del paese a Natale, si riuniscono e cantano la stessa solfa, a perdifiato, nelle cui riga, nelle cui ‘arie’, nei loro sermoni, non v’è un briciolo di cognizione per il contenuto stesso che esse vorrebbero esprimere. Quegli stessi giornalisti e operatori della cultura che dovrebbero avere l’onere e l’incarico e la missione di esser controcultura e controinformazione per antonomasia, per Dna, e invece non fanno altro che seminare il conformismo. Quegli stessi giornalisti che temono, mio Dio!, mio Dio!, o mio Dio!, un epilogo di sangue dopo che Grillo ha parlato e non capiscono che se fossero veri giornalisti ciò che ha detto Grillo avrebbero dovuto dirlo loro per mestiere, che Grillo è uno di loro, gli ha rubato il mestiere perché è contro il potere come loro lo dovrebbero essere, quegli stessi giornalisti che invitano al Tg il ministro dell’Economia e quasi sono imbarazzati e gli offrirebbero volentieri dei pasticcini piuttosto che fargli delle domande scomode, che si avventano come gli avvoltoi presso la casa e i parenti di qualcuno che è stato massacrato ma poi al Parlamento si limitano ad offrire il microfono alla prima bocca che gli passa davanti facendo in effetti i portantini di microfono, e che si collegano da Bagdad con il foulard e gli occhi truccati perchè tanto la guerra è noiosa e poi non si sa mai nulla di certo e quindi le notizie le raccattiamo un po’ dagli altri colleghi un po’ dagli uffici stampa dell’esercito… E dunque vi chiedete se un’immagine del genere che esce dal coro sia giusta o no? Sapete cos’è? E’ informazione! E’ il fulmine che dilacera il cielo e che atterrisce l’uomo primitivo che non ne conosce la ragione e che lo vede dall’uscio della sua caverna. Accidenti se fanno bene immagini come queste! Se tutti coloro che fanno informazione lo facessero loro (dare informazione!) saremmo salvi. Dato che non lo fanno svegliatevi gente, aprite le menti. E’ solo un piccolo peccato che messaggi del genere provengano dalla pubblicità, ma anche questo è un segnale dei tempi, e anche questo è un altro discorso e magari un altro articolo. Ribadisco: spalancate gli occhi e aprite le menti! 

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