Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Il secondo libro che pubblicheremo e che dovrebbe uscire approssimativamente a fine settembre-prima metà di ottobre, s’intitola “Il ventre della Terra”, e l’ha scritto una ragazza di nome Valentina Francolino, residente in un paesino in provincia di Bergamo, una scrittice esordiente ma di grande talento narrativo. Di che cosa tratta il libro e perché Valentina è una di talento? Vorrei raccontarvelo per far capire come un libro viene scelto in una casa editrice come la nostra, con quali criteri e quale genere di riflessioni può suscitare una scelta editoriale.
Alla prima domanda cercherò di guardarmi bene dal rispondere esaustivamente anche perché raccontare tutta la trama sarebbe come disincentivare l’acquisto del libro. Poi tenuto conto che non appena il libro sarà pronto renderemo disponibile on line il solito estratto, il nostro lavoro di editori-"commercianti" potrebbe venirne ulteriormente frustato. Dirò che il libro è uno sguardo sul nostro presente anche se mette in scena una Terra futuribile. Guarda al presente perché ciò che la Terra diventerà, e cioè l’oggetto della trama del libro, è proprio ciò che ancora non si vede ma al quale, diciamo stiamo tragicamente lavorando (purtroppo attivamente e con zelo). La Terra di Valentina è la Terra distrutta dall’inquinamento, dove non esistono più né gli animali né nessun’altra manifestazione della natura. E’ la Terra dai continenti svuotati, in cui tre quarti della popolazione mondiale è scomparsa per effetto di un irreversibile buco dell’ozono, e dove l’uomo ha una speranza di vita media di 40 anni. E’ una Terra dove si passeggia coperti da mantelline anti-UV, cosparsi di creme barriere, dove non esistono più cibi solidi, verdure, né carne e nella quale ci cibiamo come gli astronauti, attraverso nutrimenti liofilizzati in busta. Il mondo insomma è morto, le foreste sono morte, l’ossigeno è prodotto artificialmente da colossi dell’industria che regnano incontrastati sui governi e decidono le sorti dell’umanità restante. Quando il testo giunse in redazione alcuni mesi fa, dopo aver ricevuto i report di lettura, meditammo allungo sul rigettarlo o accettarlo e il risultato fu di farlo rileggere ulteriormente da gente diversa. Ci ritrovammo alquanto dubbiosi perché la natura futuribile della storia appunto non ci convinceva. Ci eravamo detti e avevamo ferreamente stabilito che la nostra linea editoriale doveva tendere al concreto nel senso di raccontare l’Italia, e solo essa, attraverso diversi punti di vista. Il libro di Valentina, se lo avessimo pubblicato, avrebbe scardinato, già alla seconda pubblicazione, la nostra ideologia. Eravamo appena nati, avevamo fissato il nostro Manifesto e già ci corrompevamo. Avevamo l’impressione di tradirci, di cedere a qualche imperativo fuori di noi. "Il ventre della Terra" non parlava di Italia. Mira, la protagonista della storia, sua madre, suo padre non erano italiani, la storia era ambientata a Londra poi, si snodava verso Parigi, la Grecia, l’India. Tuttavia ci trovavamo davanti a una composizione letteraria di valore, bella, appassionante e soprattutto munita di un messaggio. Un messaggio ambientale, un messaggio ammonitore. Dopo circa un mese e sulla base dei nuovi report ci saltò finalmente in mente e ancora più chiaramente il significato del libro. Si raccontava non l’Italia ma si raccontava il mondo, e dunque anche l’Italia, e in particolar modo si raccontava l’uomo, la sua stupida sete di potere, lo scempio che la sua ottusità aveva causato. Lessi il libro alla fine, intendo dire che lo lessi compiutamente, dalla prima fino all’ultima parola e capii ancora meglio. Mi colpì subito un passaggio del libro, un passaggio che reputai eccezionale, intelligente e che è questo:
"Nel nostro corpo esistono miliardi e miliardi di cellule, così tante che nemmeno sforzandoci potremmo immaginarle. Tutte loro lavorano insieme, ognuna ha il suo compito, ognuna è indispensabile per il nostro benessere, dal neurone a quelle della pelle degli alluci. Ognuna nasce e muore secondo un piano più grande, quello della nostra vita, e da questo dipende la nostra salute: dal fatto che ogni cellula capisca ciò che ci si aspetta da lei e, soprattutto, quando è il suo momento di far posto a quelle che verranno dopo di lei, in un ricambio continuo. Questo è il benessere. La cellula cancerosa non è altro che una cellula che non vuole morire. Insomma un bel giorno dice: no, io sono stanca del mio lavoro e non voglio andare incontro al mio destino. Inizia a riprodursi, a creare altre cellule come lei e a colonizzare l’intero organismo, duplicandosi all’impazzata. Dopo un po’ il corpo si ammala e muore, e con esso tutte le cellule. Che senso ha avuto tutto questo? E’ vero, le cellule impazzite sono vissute un di più, magari hanno assaporato per un attimo l’ebbrezza di sfuggire al destino o si sono cullate nell’illusione di non essere legate alla sorte del corpo. Ma alla fine sono morte comunque… e non solo loro, ma sono morte anche tutte le altre, e tutte quelle che avrebbero potuto nascere. Ed è morta anche la coscienza superiore che le teneva unite e funzionanti. Non trovate sia uno spreco inutile? Ha senso tutto questo per pochi mesi di gloria di qualche migliaio di cellule? Io non credo. Però penso che tutto ciò possa insegnarci qualcosa, perchè sono fermamente convinto che ‘come è il piccolo così è il grande’. Questa malattia che ci terrorizza così tanto ci sta mandando un messaggio molto chiaro, e non solo a chi ne è colpito, ma all’umanità intera. La Natura, la Terra, ci sta urlando a gran voce: questo è ciò che state facendo a me! L’uomo ha inquinato e distrutto, uccidendo il Pianeta per la propria cupidigia, cercando l’immortalità del corpo più di quella dell’anima. Ha sfruttato ogni risorsa fino all’ultimo, mettendo da parte il bene collettivo. L’umanità è stata il cancro della Terra. E adesso moriremo con Lei…".
Valentina fa pronunciare queste parole a un professore della Sorbonne di nome Berdel, che è figlio di un archeologo, bè…non posso dirvi di più, ma ciò che più contava è che con questa efficace e visionaria metafora ci faceva capire che cosa è l’uomo, che cosa sta facendo alla natura, quale dovrebbe essere il suo compito e come invece lo trasgredisce. Ritenni questo passaggio illuminante, efficace narrativamente, intuitivo e una somma prova di intelligenza. Così telefonai all’autrice e le proposi la pubblicazione. Questo passaggio, inoltre, mi fu chiaro, rappresentava la cifra del romanzo in quanto dimostrava un altro assunto per il quale valeva la pena di essere incoerenti e tradire la nostra ideologia editoriale. Era il simbolo, era la bandiera, era il segno, di ciò che andavamo cercando in un libro ovvero della spontaneità ed immediatezza dello scrivere, un po’ quello che Kerouac aveva cercato di fare con la sua prosa senza interpunzione o Faulkner su un altro versante. La stessa spontaneità pervadeva infatti tutto il romanzo. Valentina aveva scritto una storia non solo interessante, non solo affascinante per diversi aspetti, perché parlava di Londra, di Parigi, della Grecia, degli antichi monasteri di Meterore, del viaggio, della scoperta, e mescolava storia classica greca, vaticini della Pizia, il futuro con il presente e il passato, le tematiche e i messaggi importanti come quello ambientale, l’India, le leggende, ancora numerosi personaggi e la descrizione e caratterizzazione di molti di essi, dunque era valida artisticamente, poteva interessare il lettore, poteva essere letta e il lettore avrebbe seguito il movimento della storia che era una storia piena di effetti, piena di cambiamenti di scena, ma ciò che contava maggiormente era che tutto questo si incapsulava e trovava il suo posto in una storia ingenua, spontanea, nata quasi fresca, oltre la quale non si intravedeva alcun sforzo di costruzione. Pareva che Valentina l’avesse scritta quasi in un’ora, di getto, senza fermarsi mai. Così andai nel nostro archivio incuriosito e cercai di trovare la nota biografica che la riguardava (che sempre cerchiamo di “estorcere” agli autori che ci contattano (perché odiamo quegli autori che dicono ottusamente: “non reputo necessario inviarvi il mio profilo biografico perché non vedo come esso possa influire sulla valutazione del romanzo.” Bene: eccovi spiegato a cosa può servire) e allora riuscii a capire tutto. Valentina studiava Tecniche erboristiche o qualcosa di simile, era un amante dello yoga ed eccomi spiegato il motivo della spontaneità. Aveva semplicemente descritto ciò che conosceva e diluito senza che se ne rendesse conto nella pagina tutto l’amore che provava per ciò che conosceva meglio. Nel suo caso l’amore per le piante e per la natura. Parlandole al telefono confermò dicendomi che non aveva davvero pensato a lungo la composizione della storia, gli si era svolta facilmente davanti senza alcuno sforzo. Ed ecco perché Valentina è una scrittice di talento. Perché di là da ogni artificio letterario, corrente letteraria, accorgimento stilistico o trovata di costruzione strutturale di una storia, ella nello scrivere non aveva fatto ricorso né all’uno né agli altri, non ne aveva avuto assolutamente bisogno, aveva scritto e basta, guidata dall’intuito e dal sentimento che la guidava in quel momento. Era riuscita a costruire una storia, con personaggi credibili sebbene strambi e al di fuori del tempo o magici, perché gli aveva dato il volto dei suoi amici, e aveva allestito una scenografia assolutamente visionaria con la sola forza del cuore.