Il titolo di questo Blog ha molteplici significati. Significa fuggire da Calipso, fugare Calipso, evitarla, aggirarla, non dargli peso, significato, importanza. Calipso è colei che Omero sceglie per imbrigliare Odisseo a una vita facile, fatta di frutti fecondi e dolci, natura, mare, meraviglie, sesso, bellezza, e soprattutto immortalità. E’ lei che promette ad Odisseo, qualora lui avesse scelto di rinunciare al suo viaggio di ritorno verso Itaca, di farlo divenire simile agli dei. Rappresenta la vita facile, l'inerzia, l’agevole ottenimento di grandi risultati, o una parvenza di essi! Ma soprattutto rappresenta il fumo, il velo, l'obnubilamento, il fermarsi e godere, l'arresto di ogni sforzo, di ogni ricerca, di ogni anelito. Calipso è il sogno, è colei che inganna, che illude, che spossa, che getta fumo intorno per rendere tutto bello nel tentativo di far dimenticare la propria missione, il proprio progetto, il ritorno alla terra dei padri, il ricongiungimento con l'amore, il figlio, la vita semplice e autentica. Calipso è l'incarnazione dell'oggi, dell'epoca attuale. E' l'insieme dei falsi valori, delle fugaci visioni, che ci vengono imposti in assenza di paradigmi autentici. Lei è la nostra misera, vacua, mediocre, pazza plastificata società a rovescio falsamente democratica in cui tutti ci crediamo simili agli altri, tutti uguali, tutti belli, tutti potenti, tutti ricchi, tutti meritevoli, che dona il lusso dell’arroganza a chiunque, che premia la furbizia, legittima la mediocrità, valorizza l’ignoranza. E diciamolo non ha lavorato bene fino ad ora Calipso? Non siamo tutti allo stesso modo intelligenti e colmi, stracolmi di possibilità oggi? Non siamo tutti fotogenici, interessanti, colti, fascinosi, misteriosi, intriganti, celebri, ricchi interiormente, non avremmo tutti il diritto sacrosanto di dire, di essere ascoltati? Calipso ci dice che tutti possiamo farcela, perchè tutti siamo migliori e meglio degli altri.
Calipso è la società apparentemente livellatrice che oggi esiste. E' la società del fumo, delle visioni, delle credenze. E' la società del menefreghismo, della banalità, della superficialità, del clamore, delle rivoluzioni senza rivolta, delle rivoluzioni acclamate, dei moti generalizzati di massa che sfogano il meglio della gioventù su presunti diritti accampati dietro a un pallone, delle cattedrali che vengono reputate bettole, di chi scrive un romanzo di formazione e non sa nemmeno chi è Salinger, ed è la società in cui tutto è relativo perché nulla è fermo, in cui tutto ha importanza perché niente ha importanza. Ed ecco perchè fuggicalispo! Perchè fuggire da Calipso è il meglio che possiamo fare oggi, tutto ciò che ci rimane. In questo blog, così come attraverso i libri che pubblicheremo cercheremo piano piano di fuggirla, cercheremo di dare, attraverso ciò che scriviamo e pensiamo e siamo, un umile contributo nel ripristinare al proprio posto ciò che ha un posto e a deridere ciò ne pretenderebbe uno avendo come suo unico merito quello di saper strillare più forte. Un augurio a tutti!
Un primo bilancio dei nostri primi 9 mesi di attività editoriale (da editori in proprio) hanno portato nei nostri scaffali redazionali un cospicuo numero di opere, in gran parte opere di autori esordienti, per il novantanove per cento italiani (di tutte le regioni: chi più chi meno).
La media di dattiloscritti che ogni giorno arriva è di quattro/cinque. Nel fine settimana poi (sabato, domenica), il numero delle ricezioni aumenta fino a sette/otto. La qualità delle opere è alta. Gli italiani dimostrano di scrivere molto bene, dal punto di vista stilistico, e di essere abili costruttori di trame e di strutture narrative. Le fonti letterarie sono eterogenee, i generi i più disparati. Le tematiche, i soggetti, gli intenti, sono molteplici. In Italia c’è più gente che scrive di quanta legge libri altrui. Una prima considerazione su questo assunto è che “Le ceneri di Candore”, la nostra prima pubblicazione, non è stata acquistata da nessuno tra tutti gli autori che ci hanno sottoposto un loro testo, nessuno di essi ha acquistato il volume! Questo capita a molti nostri colleghi. E’ indice che gli autori che spediscono un loro testo ai piccoli e medi editori vogliono essere (giustamente!) pubblicati, eppure non si interessano affatto a che cosa pubblica l’editore presso il quale desidererebbero appunto essere promossi e distribuiti. Ciò vale a dire che non conoscono gli intenti degli editori, il loro programma, la natura delle opere che ritengono valide e in linea con i propri ideali di letteratura. C’è da dire di converso (anche se questo non è giustificativo) che spesso i piccoli e medi e anche grandi marchi editoriali, sebbene i nomi altisonanti delle proprie collane, non posseggono un vero e proprio piano editoriale. E anche che spesso alcuni editori (e questo invece è giustificativo) mettono in piedi delle iniziative (iniziative!) - per non dire degli stratagemmi - atti alla promozione della lettura (la lettura dei propri libri) francamente eccentrici: conosciamo infatti dei casi di editori i quali consentono agli autori di sottoporgli un’opera previo acquisto di propri volumi (cioè non puoi mandarmi un dattiloscritto se prima non compri un mio libro: esistono, credetici!). In questo caso, se fossi al posto di un autore nemmeno io comprerei un libro da questi editori! Ritornando agli autori esordienti (e non solo), probabilmente, gran parte di questi non ritengono essere qualitativamente valida l’offerta dei piccoli editori, non spendono per acquistare un libro dell’editore stesso che li pubblica perché, inconsciamente, è probabile, essi ritengono minore una pubblicazione che non proviene dai grossi nomi dell’editoria. Lo stesso vale per i critici, intendiamoci, per i giornalisti, per tutto il personale “culturale” della filiera del libro.
Non v’è alcun vero interesse da parte di nessuno. Se teniamo in considerazione che le case editrici in Italia sono più o meno cinquemila e che le grandi case editrici sono, diciamo, una trentina (forse meno), se teniamo in debita considerazione che gli stessi autori che si rivolgono ai grandi nomi editoriali passano, dopo o contemporaneamente, ad esporre il loro lavoro ai piccoli e medi editori, ci possiamo rendere benissimo conto che la fonte è sempre una e che un libro che viene selezionato da un grosso nome editoriale è simile a quello selezionato dai piccoli nomi. Però, un autore esordiente, o uno scrittore affermato non spende denari e non si interessa affatto al resto della produzione editoriale italiana restante fuori questi grossi nomi. Se questa debolezza potrebbe essere perdonata in chi scrive e vorrebbe essere pubblicato, e un poco meno in chi scrive ed è famoso, è imperdonabile a mio parere in chi lavora a vario titolo nell’industria culturale. Come in ogni ambito della vita nazionale a ben vedere v’è una forte ipocrisia, superficialità e incompetenza.
Se un grosso nome investe in pubblicità in un libro (che anche il più ingenuo dei critici vede essere un pappone), la schiera di critici e di lavoratori culturali in coro canta le lodi del pappone. Non si ha un’idea precisa di quanti papponi illeggibili e vacui vengono pubblicati dai grandi nomi editoriali! Mi chiedo spesso, passando in libreria, chi mai acquista questi libri e quanti ne vengono venduti! Sono tutti simili a se stessi e non dicono alcunché di innovativo. Soltanto che questi volumi hanno il marchio della grande sigla editoriale e allora il lettore è indotto ad acquistarlo. Come in ogni altro ambito della vita italiana v’è un pressappochismo spaventole. A mio modo di vedere questo accade perché non vi sono veri scopritori, veri critici, veri giornalisti, vere persone competenti e preparati e sensibili e veri intenditori dell’arte letteraria. Basta vedere una trasmissione Rai (quella di quell’intenditore in occhialini il quale si interessa oltre che di letteratura anche di cinema, basta ascoltare con attenzione quel che viene detto dei libri, e quali libri vengono osannati e chi sono gli autori e chi li commenta, oltre al presentatore, quello noto insomma per farsi una domanda e darsi la risposta, mi avete capito!) e si capisce quanta strada bisogna fare e come la produzione e il mondo librario siano lo specchio attuale della società italiana nel suo complesso. Tutto funziona esattamente come nei telegiornali. Se un telegiornale dà una notizia tutti i telegiornali sono costretti a darla per non esser da meno, così noi vediamo cloni di telegiornale: si distinguono solo per le notizie di animali, di clima, di gelati, di sagre, di cinema, etc. Alla stessa stregua, se un autore viene notato da qualcuno allora tutte le voci dell’industria dei media devono riprendere il coro e le giaculatorie e prendere in esame e passare in pasto al pubblico quell’opera. Ma chi è un vero esploratore oggi della produzione culturale del nostro Paese? Pochi, pochissimi, se non nessuno. Tutto lo spazio e tutti i media preferiscono recensire, notare, promuovere solo ciò che è noto, ciò non che hanno scoperto, ma che gli è arrivato, magari ciò che è spinto, spinto non dalla validità intrinseca dell’opera stessa ma di chi sta alle spalle. E’ anche vero che la maggior parte delle piccole e medie case editrici pubblica, per gran parte, autentiche schifezze che non hanno né capo e né coda e lo fa per diversi motivi, non per ultima la motivazione economica. Ma è anche vero però che proprio dai piccoli e medi editori spesso, spessissimo compare il vero e incidente testo da leggere, da dover leggere, l’opera d’arte, il romanzo prezioso. Tuttavia il lettore purtroppo non ne viene a conoscenza. Per quello che riguarda la parte autoriale della produzione letteraria, poi proprio tutti abbiamo sotto gli occhi la situazione cultuale del nostro Paese. Vi sono degli scrittori famosi, già, che vendono molte copie. Ammaniti, De Carlo, Magris, Baricco, Veronesi, etc etc, ma ditemi: quali di questi scrittori rimarrà tra trenta, cinquant’anni? Che cosa scrivono di veramente notevole, che cosa ci dicono della realtà odierna, quali capolavori hanno scritto? Scrivono delle storie! Nient’altro. Nient’altro che esala da esse, che si elevi, che trascenda la trama! Storie o storielline che non hanno nessuna pregnanza artistica se non sociale e civile. Sono storielle di evasione, di intrattenimento, i cui personaggi non hanno l’intento di trasbordare oltre la storia e dirci qualcosa, il criticare qualcosa, parlare della realtà e delle trasformazioni che ci circondano, offrire un qualche contributo di decodifica della realtà . Questo perché si preoccupano non di parlare ma di narrare. Ciò che interessa loro non è competere per chi è più scomodo, per chi turba, per chi incide, per chi dice parole più forti, bensì per mettere in piedi la storia più bella, con più effetti travolgenti. Insomma fanno intrattenimento. Tra cinquant’anni che cosa avremo, da parte loro, di registrato di ciò che è l’oggi? Niente, fumo! Purtroppo anche i piccoli e medi editori hanno questo problema. Si lasciano corrompere. Pubblicano storielle, storie d’intrattenimento, non hanno come visione generale quella di una linea editoriale che vuole raccontare qualcosa. Un editore oggi cioè non si pone come preoccupazione imminente quella di raccontare, di esaminare, di dar voce a una interpretazione di qualcosa, non ha un suo piano editoriale, non dice: “io, la mia casa editrice, il mio obiettivo, è quello di raccontare quest’aspetto, questa tematica, voglio che il mio progetto racconti questo e non quest’altro”. I cataloghi dei nostri colleghi, in maggior parte, sono delle enormi zuppiere di macedonia, v’è di tutto e il contrario di tutto, senza alcuna coerenza tematica, ideologica. La storia più bella, quella che si crede più di significato, bammete!, viene stampata e buttata in pasto ai librai i quali dal canto loro sono invasi da centinaia di titoli che nel giro di sei mesi scompaiono senza lasciare traccia. Allora tutto questo per dare un modesto consiglio agli autori che ci sottopongono i loro libri, e a tutti coloro che vogliono scrivere. Non scrivete se non avete qualcosa da raccontare, nel senso di non scrivere se non si possiede un significato da imprimere a una storia. Non c’è bisogno di storia oggi, ve ne sono a decine, e ormai si è raccontato di tutto: piuttosto scrivete se a monte del vostro progetto v’è un messaggio che volete dare. Non deve essere prioritario né lo stile né la storia, ovvero la trama, DEVE ESSERE prioritario il MESSAGGIO. E’ attorno ad esso, AL MESSAGGIO, a ciò che volete raccontare, che occorre che costruiate una storia. La storia deve essere funzionale al messaggio, non il contrario. Se non v’è un messaggio avrete scritto uno dei tanti libri che ci sono in circolazione, magari pubblicherete e verrete letti ma tra cinquant’anni di quello che avrete scritto non rimarrà nulla. Puntate, ambite all’immortalità. Scrivete per i posteri, questo è un consiglio che mi sento di dare.
Chi sono i Polifemi live? Bè ve ne sono a migliaia, c’è solo l’imbarazzo della scelta! Oggi voglio raccontarvi di uno di loro.
Cercavo lavoro, un lavoro qualunque ma che mi tenesse impegnato solo mezza giornata. Poiché nell’epoca attuale di lavori siffatti la palma d’oro spetta ai call center mi decisi proprio ad inviare curriculum a uno di questi, mediante uno di quei siti in cui offrono lavoro e non si capisce mai di che lavoro di tratta, con tutti quei nomi in inglese che sembrano usciti da un astruso manuale di cibernetica o di robotica: buyer, senior, advisor, cose di questo genere. L’annuncio a cui risposi fu quello pubblicato da una casa editrice, (si fregiava di questo epiteto ma lavorando nel settore non mi risultava che il soggetto avesse mai stampato e commercializzato niente che vi assomigliasse a un libro, neanche un catalogo). Ad ogni modo offriva 600 euro al mese, fissi, ed era ciò che più mi interessava, avesse prodotto anche bulloni. Sapevo del resto troppo bene che le percentuali, i premi, etc, erano solo una fregatura, perché ti facevano lavorare e stringevi alla fine un pugno di mosche. Il giorno dopo mi telefonarono e mi fissarono un "improrogabile" colloquio, a Bologna, in centro. Potevo pure morire ma dovevo essere là a quell’ora o nisba, perché, dissero, avevano bisogno di un telefonista alla svelta. Allora andai. Andai vestito bene, sbarbato, e ripassai come sempre ben bene tutto il mio curriculum.La mattina mi ritrovai in un appartamento molto ampio, con una pavimentazione fatta di moquette spessa color cammello, a tratti quadrettati con contorni verdi come certe sciarpe e certe borse che vendono i marocchini per strada. La titolare del baraccone era una grassona, volgarissima, con il doppio mento, cafona al primo sguardo. Indossava delle zeppe color oro, di quelle che solitamente si vedono ai piedi delle donne arabe e le dita dei piedi erano grosse e dalle unghia corte. Non ho mai giudicato le persone dagli abiti che indossano ma dalla conformazione delle dita dei loro piedi, è una debolezza lo so bene. La segretaria da dietro il tramezzo mi lanciava occhiate come per dire: “non lasciarti sscoraggiare, è una terribile ma in fondo ha un cuore d’oro.” Mi è sempre capitato di incontrare segretarie di tal genere, non so a voi, e non ho mai ben capito se lo fanno per il mio bene o è tutta una farsa, se capiscono che sono una persona buona, oppure uno dei tanti che bisogna ammansire, ammaliare, o raggirare molto più semplicemenete. La grassona mi fece sedere e mi chiese: “Lei perché è qui?”. Non avevo nemmeno iniziato a parlato che… “sì ma deve saperlo fare questo lavoro”. Non avevo nemmeno parlato che… “badi eh, noi prendiamo solo persone con la spiccata inclinazione comunicativa”. Non avevo nemmeno parlato che… “E quando sarebbe libero: alla sera o alla mattina?" Non avevo nemmeno… “bene, bene il pomeriggio, bene, ci serve proprio quello”. Insomma il “colloquio” fu proprio questo. Non avevo nemmeno parlato che... “bè noi non stiamo ad imbrogliare la gente, paghiamo ogni fine mese, carte da cento, uno sull’altra, ma si deve lavorare con passione”. Passò a spiegarmi poi di che cosa si trattava e mi parve di capire che occorreva telefonare alla gente e proporgli l’acquisto di inserzioni pubblicitarie su una rivista. Dissi allora: “bene, quindi bisogna vendere pubblicità, inserzioni”. Non l'avessi mai detto. La donna si inalberò e credetti che mi stesse mandando via. Precisò molto severamente: “non inserzioni, badi bene: servizi giornalistici”. Mi sedetti infine vicino ad una ragazza e dovetti starla a sentire per due ore per imparare le cose da dire. La ragazza aveva un elenco telefonico fitto fitto di cancellature e sottolineature. Componeva il numero e diceva: “sì pronto sono Michela Biagi dalla redazione di Lusso e Mercati, da Milano. Lusso e mercati è una rivista della New economy che a novembre sarà allegata al quotidiano nazionale Il Giornale e avrà una distribuzione nazionale. Verrà presentata alla fiera della New economy di Milano. Abbiamo selezionato il suo nome attraverso una nostra società di selezione che sulla base di complessi studi e dati statistici di settore ha evidenziato il prestigio della sua ditta e questo per proporle un servizio di grande pregio giornalistico sulla rivista, che avrà, ripeto, una diffusione nazionale e sarà presentata alla fiera della New ecomony che è la fiera della qualità made in Italy e che è promossa da gente del calibro di Alessandro Profumo, Diego Della Valle…Le chiedevo dunque se fosse interessata alla nostra proposta al fine di valorizzare il suo bussiness. Sa, proprio in questi giorni su Roma abbiamo un nostro redattore cheverrà a farle una visita di consulenza se lo desidera e ad esporle nei dettagli i termini della…”. Dopo due, tre, telefonate cominciai ad accorgermi che nella stanza v’erano decine di Michela Biagi che telefonavano e decine di Eugenio Zamboni che facevano lo stesso. Chiesi alla ragazza come mai non rivelassero il loro vero nome e mi rispose fresca come una rosa e con un candore che mi fece sentire un ingenuo che era meglio usare un nome fasullo, così, per motivi di privacy. La stessa risposta me la diede quando cercai di appurare il perché dicesse di telefonare da Milano anzichè da Bologna. Il giorno dopo dovetti andare a fare mezza giornata gratis di prova. Se fossi riuscito a fissare almeno un colloquio, avrei ottenuto l’assunzione. Presi l’elenco telefonico e mi attaccai alla cornetta, ma non riuscii a cavare un ragno dal buco. La gente capiva subito che stavo dicendo balle, che non mi chiamavo Zamboni, che non telefonavo da Milano e forse percepiva che della fantomatica rivista non ve n’era neppure l’ombra. Semplicemente non riuscivo a mentire. Rispondeva il più delle volte una signora che parlava piano piano, quasi sofferente, o un'altra che era gentile e ingenua, oppure, ed era ancora peggio, un tipo che aveva già capito tutto e che mi sbloccava dicendo: “ah, si tratta di pubblicità”. La tipa incaricata dal capo di verificare il mio andamento, intanto, senza alcuna eleganza, si era messa alle mie spalle ed era come un condor che mi scrutava graffiandomi la schiena. Almio fianco v’era una povera patetica rassegnata signora prossima alla pensione che si spacciava per dottoressa e che si dava un grande da fare per portare a casa un appuntamento. Gli altri ragazzi la deridevano ma erano ancora peggio. Erano come alienati e ripetevano sempre la stessa solfa, ogni due minuti, telefonavano, ripetevano la solfa, battevano la cornetta, la riprendevano e via ancora con la stessa solfa, senza cuore, inanimati, la stessa solfa, con la stessa tonalità incolore e priva di calore, e sempre del tutto impersonalmente. Pensavo che non sarei riuscito a durare due giorni con quella procedura ripetitiva, con la scrivania vuota, con il solo telefono e il solo elenco telefonico. Molta gente chiedeva: “e come avete fatto ad avere il mio nome?” Ma guai a dirgli che l’avevamo beccato nelle Pagine Gialle. Era stata Selecta, una società di selezione specializzatissima ad aver fornito il nominativo! Mi avevano edotto sul fatto di non parlare mai di soldi. Sapevo che uno spazio grande quando un dado da cucina sulla rivista, per una sola edizione costava novecento euro, ma nonavrei mai dovuto dirlo. L’obiettivo primario era fissare l’appuntamento, stop! Il condor mi aveva spiegato: “poi ci penserà lui, il consulente, a intortarli!”. Pensavo a come dei ragazzi così giovani, miei coetanei, avessero potuto accettare tutto quello, come potessero realizzare centinaia di telefonate, ripetendo centinaia di volte, a centinaia di persone, la stessa bugia, senza provarne scrupolo, senza avere tentennamenti nella voce. Io ero felice quando chi stava dall’altro capo del filo mi rifiutava. La cosa che non riuscivo a tollerare era che della mera pubblicità venisse spacciata per articolo giornalistico. Era un’offesa all’umana intelligenza, era un modo disonesto di presentare l’offerta al pubblico. Ma soprattutto era un’offesa alla dignità del giornalismo. Io che avevo fatto il giornalista e lo avevo abbandonato per gli stessi motivi sapevo che cosa fosse o dovesse essere una notizia giornalistica. Avevo deciso di non fare il giornalista, dopo diverse esperienze e diversi anni di studio, proprio perché il giornalismo non andava più alla ricerca delle notizie, non era il fattore delle notizie, erano le notizie che gli rincorrevano il culo per morderglielo da dietro la sedia della scrivania. E allora mi dava un fastidio enorme, un bruciore terrificante, un prurito da caduta nelle ortiche, il dover dire che offrivo un servizio giornalistico a quella gente. Dopo le quattro ore di telefonate, nel corso della quali tre quattro volte fui lì lì per andarmene, il condor finalmente si decise, senza alcun preambolo o cortesia, e mi disse “guarda evidentemente hai grossi problemi comunicativi, devo chiederti di liberare la sedia”. Così feci. Avrei voluto darle dell’ignorante e della bugiarda e della fasulla e della corrotta e chissà quante altre cose mi fossero saltate in mente, oppure almeno per una volta essere orgoglioso di me e dire: “io problemi di comunicazione? Li avrai tu, visto che io mi sono laureato in Scienze della Comunicazione con lode e tu al massimo hai un diploma di...”. Ma così non feci e me ne andai. Però, dacchè avevo dimenticato il maglione sulla spalliera nella foga di scappare, cogliendo l’occasione, ritornai indietro e una parolina al condor gliela dissi. Vidi che il mio posto era stato addirittura già occupato da una signora, forse di origine straniera, e il condor le era vicina e le spiegava. Mi avvicinai allora, mi chinai, e dissi: “Oh scusatemi tanto”, afferrai il maglione, “non vorrei assolutamente lasciare traccia.”
Bè, ecco uno dei tanti casi e delle tante manifestazioni dei Poilifemi live, ovvero dei furbi, degli arroganti, degli spietati senza cuore di cui le nostre società oggi sono piene. Quello di cui mi raccomando vivamente è: se al telefono vi chiama una certa Michela Biagi (dottoressa e non) o un certo Eugenio Zamboni, statelo a sentire con cortesia, fatelo parlare (perché un condor probabilmente starà dietro le sue spalle in quel momento) ma alla fine rispondetegli semplicemente di no, pure se vi offrisse un regalo miliardario.
Se occorresse oggi, per forza, dover consigliare a una donna la lettura di un libro, (come se di consigli oggi i giornali non traboccassero), un libro vero, forte, deciso, non tremolante, un libro dalla personalità ben definita, un libro che ha fatto moda pur volendo sin dall’inizio distruggere quelle che erano precedenti, che non solo valesse i soldi per acquistarlo,ma valesse soprattutto la pena di leggere (di là dai commenti dei critici), un libro che alla fine fosse in grado di lasciare qualcosa e non soltanto il puro ed effimero intrattenimento, di certo “Paura di volare” di Erika Jong non potrebbe mancare nella top ten. Perché è molte cose insieme: è il romanzo della paura di guardarsi dentro ma anche della ricostruzione dell’arduo percorso di risalita verso la fonte di questa paura al fine di ostruirla; ed è dunque un romanzo liberatorio, conturbante, scomodo, aspro, che si legge tutto d’un fiato proprio come tutte quelle cose che sono vere e che dicendo il vero, senza peli sulla lingua, di là dalla ipocrisia, appunto ci regalano qualcosa simile ad un insegnamento (cosa che i buoni libri dovrebbero fare sempre). Paura di volare è il primo romanzo della scrittice, quello meno artefatto, più spontaneo, sincero e ingenuo. Fu pubblicato negli Stati Uniti nel 1973. Si tratta di un romanzo di formazione nel senso che narra le vicende diuna donna di quasi trent’anni, Isadora Wing, la quale, preoccupata del tempo che passa e dei segni indelebili che questo lascia sulla sua pelle, si ritrova perla prima voltaa fare un serio bilancio della propria esistenza. L’uomo e la donna, il loro eterno gioco d’amore, la paura, la paura di interrogarsi, di dire le cose come sono, di fuggire dalle convenzioni sociali, dalla tranquillità e dalla monotonia di un rapporto che ci ripara, da un matrimonio in crisi per paura della solitudine, è tutto questo che mette in scena. E’ un libro straordinariamente moderno, non solo nel linguaggio (a volte molto spinto come quello di una scrittice di romanzi rosa, del resto amica di Henry Miller e sua allieva)ma soprattutto perché ripropone tematiche ancora oggi presenti e non ancora risolte. Ovvero l’eterno gioco della coppia, il segreto di un amore duraturo, il tradimento, le fantasie sessuali, cosa fare o non fare quando arriva inevitabilmente il momento in cui il rapporto di coppia cade nella monotonia. In altri termini affronta tutti i temi che oggi sono sapientemente analizzatiin lunghe sedute inconcludenti di psicoterapia e da altrettanti libri di psicologia sulla coppia, altrettanto aleatori come l’aria fritta.
Da “In mezzo scorre il fiume” è stato tratto anche un film di Robert Redford con Brad Pitt, qualche anno fa, eppure si tratta di un libro che pochi conoscono. E invece bisognerebbe che lo leggessero in molti, sempre di più, perché regala molto, è breve, in esso nulla è eccessivo ed è estremamente rivelativo. E’ un libro gustoso nel vero senso della parola, leggendolo vorrete andare a vivere sulla riva di un fiume, del mare, di un qualsiasi corso d’acqua e pescare o veder pescare gli altri, ma vi verrà voglia anche di avere un fratello, e rimpiangerete di non aver con lui un rapporto migliore o di non avere avuto o di non avere maggiori occasioni per giocare assieme, per andare lontani dal lavoro e dalla città a divertirvi. E’ un libro molto semplice ma complesso perché è la storia di un fratello che specchiandosi nell’immagine di suo fratello nell’unico momento e nell’unica attività in cui riesce a stargli vicino, ovvero la pesca, (perché la pesca è l’unica cosa che condividono e amano allo stesso modo), cerca di riconoscersi, di autoanalizzarsi, di capire chi è, che cosa ha in comune con l’uomo che gli è davanti e biologicamente proviene dalla sua stessa famiglia, l’uomo con cui è cresciuto, ha pianto, l’uomo con cui è stato a pesca in centinaia di occasioni nelle quali il loro vecchio padre era aitante e forte. E arriva alla conclusione che è impossibile farlo dacchè suo fratello è diametralmente diverso da lui e lo è sempre stato. Eppure questo non lo esime dall’amarlo, perché amare un fratello ha più senso di ogni altra cosa, sebbene un fratello sia un attaccabrighe, un donnaiolo, un ubriacone. Perché suo fratello ad ogni modo ha il suo stesso sangue, il suo stesso orgoglio, la sua stessa cocciutaggine di irlandese trapiantato nel Montana, la stessa dignità di loro padre, e perché suo fratello è il più grande pescatore di trote dell’intero Stato ed è la cosa che gli riesce meglio e perché avrebbe amato fare solo quello nella sua vita e non aver dovuto lavorare seppure abbia sempre lavorato senza chiedere sconti. E anche perché suo fratello ha malmenato gli smargiassi che da piccolo tiranneggiavano lui, perché suo fratello ha un gangio da atterrare un bisonte e perchè suo fratello, sebbene le notti in prigione, le innumerevoli risse, è sempre suo fratello ed è l’unica cosa che conta.
“In mezzo scorre il fiume” è anche uno dei pochi romanzi (è un romanzo breve) che parla di pesca, e in particolare di pesca a mosca che è la specialità, l’amore, se non l’unica ragione di vita per i due protagonisti, questi due fratelli del Montana che hanno imparato dal loro vecchio padre l’arte finissima di questa specialità. La pesca di “In mezzo scorre il fiume” però non è la pesca, o anche la caccia di Hemingway e di Faulkner, ovvero il campo in cui gli uomini diventano uomini e in cui ci si misura a colpi di virilità , e non è nemmeno una palestra di vita, così come non è la metafora della lotta tra il bene e il male, o la semantica dell’ottusità dell’uomo nel suo strenue confronto autodistruttivo con la Natura. E’ semplicemente ciò che tiene uniti, non solo al filo del ricordo di ciò che erano, questi due fratelli, questi due individui diversissimi, con due personalità opposte, i quali attraverso di essa cercano di capirsi, di studiarsi, di ripercorrere le proprie esistenze, i loro ricordi.
Norman Maclean ha lavorato molti anni come taglialegna nei luoghi, nei boschi, nelle montagne che ha narrato e meravigliosamente descritto nel libro.Dopo una carriera di professore universitario a Chicago ha esordito nientemeno che a 74 anni con questa perla narrativa in cui tutto è magnifico e calibrato alla perfezione, dalla disanima dei sentimenti alla descrizione dei fiumi, delle pozze, delle trote, delle rocce acuminate tra le quali sembra sentire il gorgoglio dell’acqua furente, assistere allo spumeggiare della corrente, essere abbagliati dal fulmine argentato che il dorso della trota che salta e si inabissa fa baluginare.
“Tu sei troppo giovane per aiutare gli altri, e io sono troppo vecchio. E per aiutare non intendo essere gentile e premuroso e regalare soldi o servire gelatina di frutta. Aiutare qualcuno significa dare una parte di se stessi a chi la accetta volentieri e ne ha un assoluto bisogno. Così accade che di rado si riesce ad aiutare qualcuno. O non sappiamo quale parte di noi dare, oppure non abbiamo voglia di darne alcuna. Inoltre, quasi sempre chi ha bisogno di una parte di noi non la vuole. E ancora più spesso, non abbiamo la parte di cui l’altro ha bisogno”.
“In mezzo scorre il fiume” scorre tra le mani con la velocità con cui si ascolterebbe la narrazione dei ricordi di un uomo davanti ad un caminetto. Perché siamo ormai disabituati all’ascolto e alla lettura di “semplici” racconti, oggi che anche il libro più disimpegnato e insignificante abusa di frasi incidentali, digressioni, subordinate che vogliono spiegare spiegare spiegare per condurre forzatamente il lettore dove l’autore vuole e che hanno come unico fine quello di stancare e annoiare. La prova che non c’è bisogno di splatter omicidi assassini medici legali sesso paranoico per tenere incollato un lettore ad un libro è questo libro. E in più Maclean rilassa ed è meno costoso di un week-end in una beauty-farm!
Tolstoy assistette all’esecuzione della Sonata a Kreutzer di Beethoven per la prima volta la in casa di amici. Adorava la musica ma prima di quella sera non l’aveva mai udita. Gli risultò straordinaria. Ne rimase talmente e terribilmente colpito da pensare che Beethoven fosse un suo fratello spirituale e l’avesse scritta al solo fine di comunicare con spiriti simili al suo. Mai altra musica era riuscita più possentemente a comunicare uno stato d’animo, delle percezioni così vividamente, così perentoriamente. Si convinse che il compositore avesse scritto quella musica per animi affini a quello con cui il caleidoscopico suo personaggio si confrontava in quel momento determinato della sua vita. Al protagonista del racconto egli infatti farà dire che, frattanto che udiva quella musica, gli pareva di vedere tutto più nitidamente e di penetrare nel senso autentico che aveva dovuto penetrare Beethoven stesso. Improvvisamente capiva, intuiva ogni cosa. Allora, guardandosi attorno, fu sorpreso dalla forza di penetrazione visiva che lo portava ad esaminare la realtà con occhi nuovi, capaci di una supervisuale, capaci di identificare tutta la grossolanità dei costumi che lo circondavano, la fittizia e surrettizia falsità delle relazioni sociali, l’interesse e l’egoismo che si imperniava sul rapporto uomo–donna. Nel rapporto uomo-donna si esprimeva in nuce la costrizione della vita sociale e mondana, soprattutto cittadina, ma in effetti la natura falsa delle relazioni umane. Esso, il matrimonio, era il simbolo della corruzione del vivere associato, della amoralità della nuova società emergente borghese la quale prendeva piede in Russia. Aveva già raccontato, ancor prima, i salotti dell’aristocrazia in “Guerra e Pace”. Adesso non esisteva semplicemente più l’amore così come non esisteva la verità e la sincerità tra un uomo e una donna. Il matrimonio nella sua vera essenza era stato denaturalizzato, imbarbarito da pizzi, cipria e merletti. Il matrimonio borghese era un contratto, non era più la santa unione cristiana, finalizzata alla procreazione, era stato prostituito all’interesse. Veniva fuori cioè tutta una mandria di società piccolo borghese, volgare, commerciale, affarista, massificata, che vedeva in esso, nella congiunzione uomo-donna l’arma di una facile ascesa sociale e una modalità semplice semplice di accaparramento economico. Il matrimonio come fine ultimo di un arte della dissoluzione, di una prostituzione “diplomatica” a cui le madri per prime, e poi la società, istruivano la nuova classe di giovani e meno giovani. “Dite pure a una mamma o alla ragazza stessa la verità che lei non sta facendo altro che accalappiare un fidanzato: Dio che oltraggio! E in realtà invece non fanno altro e non hanno nient’altro da fare”
Ascolta un estratto: Sonata numero 9 in La maggiore op. 47 "a Kreutzer" per violino e pianoforte.
1) Adagio sostenuto, Presto
Mentre egli ascoltava quella musica non riusciva a capacitarsi dell’oltraggio che i merletti, le scollature, le frivolezze esposte dalle donne che erano con lui in quel momento nel salotto ad ascoltare, il loro becchettare e ridere di levità, le loro dentature smaglianti, le loro poppe impudicamente esposte, le libertà, gli ammiccamenti, gli sguardi leziosi, producesse nella dignità e nella postura di un uomo per bene quale lui era. Quella musica amplificava, eccitava come una droga i sensi e svelava il postribolo che in realtà costituivano quel genere di occasioni di frequentazione mondana in cui uomini e donne erano fianco fianco. Beethoven mostrava nudo con tutte le sue pulegge, gli architravi, i trucchi e i belletti l’artificialità e l’arteficiosità di quel Paradiso, donava la supervista in quanto faceva notare, rendeva bruscamente sensibili di particolari che la vita mondana ormai dava per comuni, aveva reso generalizzate e prive di ogni novità scandalosa.
E Tolstoy con la "Sonata a Kreutzer" volle raccontare tutto questo, non tanto l’affermazione quanto l’accettazione di modi, di codici, di costumi di cattivo gusto, l’affermarsi di un certe pratiche che si erano così insinuate nella società tanto da essere penetrate nell’intesa tra un uomo e una donna osando attribuirsi nome di amore.
“Una delle cose più tormentose per chi è geloso (e nella nostra vita di società sono gelosi tutti) sono talune circostanze mondane in cui è consentita la più ampia e pericolosa confidenza tra uomo e donna. Si diventerebbe lo zimbello di tutti ad ostacolare la confidenza ai balli, la confidenza dei dottori con le pazienti, la confidenza alle lezioni di arte, pittura, soprattutto di musica…Ma intanto tutti sanno che proprio grazie e a queste lezioni, quelle di musica in particolare, si verificano anche gran parte degli adulteri della nostra società.”
“Che razza di confusione! Su mille uomini che si sposano, non solo nel nostro ambiente ma anche tra il popolo è difficile trovarne anche uno solo che non sia già stato sposato prima del matrimonio una decina di volte, se non addirittura cento o mille come Don Giovanni”.
Tolstoy dice, non te le manda a dire. Se c’è stato un romanziere che ha detto, che ha dichiarato, senza falsi artifizi letterari, senza occultare le sue idee, le sue idiosincrasie, le sue teologie, dietro alle trame, ai personaggi, che non si è risparmiato nel servirsi del romanzo ma ha comunicato mediante e sopra di esso questo è lui. Tolstoy è dappertutto, in ogni piega, in ogni villaggio, a Mosca, a Pietroburgo, in ogni salotto, in ogni palazzo, in ogni epoca, a Sebastapoli, a Lucerna ed è sempre al di sopra dei suoi personaggi pur non essendo nessuno di essi. E’ il deus ex machina che li guida, scrive facendoli muovere autonomamente ma non si stacca mai da essi, non li abbandona, li trascina, li pungola. Tolstoynon è Balzac, non è Hugo, egli non allude, lancia strali, è cinico, rozzo, duro, perentorio ed è sempre uno scrittore filosofo, più che uno chef artistico, ha una sua pedagogia per adulti. Un uomo seduto in treno dunque comincia a raccontare di come ha compiuto un uxoricidio e per farlo deve raccontare la sua vita matrimoniale e per farlo Tolstoy lo lascia libero di parlare del contorno, ovvero della società in cui esso si attua e consuma, e come questa interpreta l’unione coniugale. Quest’uomo, davvero, è come se parlasse dell’oggi anziché dell’Ottocento, della situazione come dire, amorosa, odierna, e parlasse a noi nell’anno 2007 e vedesse quel che accade oggi.
“In città la gente infelice vive meglio. In città uno può viverci cent’anni senza rendersi conto che da tempo è morto e imputridito. Di far mente locale con se stessi non c’è tempo, si è sempre occupati. Affari, la vita di società, la salute, l’arte, la salute dei figli, la loro educazione. Ora devi ricevere tizio o caio, andare dall’uno o dall’altro; poi devi andare a vedere quella, ascoltare questo e quell’altra. In città infatti, in qualsiasi momento ci sono una, o anche due tre celebrità che non si possono perdere in nessun modo. Ora bisogna curare se stessi o questo o quello, poi insegnanti, ripetitori, istitutrici e la vita, però, è bell’e vuota! Beh, noi vivevamo cosìe sentivamo meno la pena della convivenza.”
“Siamo solo noi uomini a non sapere e non sapremo perché non vogliamo sapere; le donne invece sanno molto bene che il più alto e poetico amore- come lo chiamiamo noi – non dipende dalle qualità morali, ma dall’intimità fisica e poi dalla pettinatura, dal colore e dal taglio del vestito. Provate a chiedere a un’esperta civetta che si ponga il problema di conquistare un uomo se preferirebbe, davanti all’uomo che vuole affascinare, essere tacciata di falsità di crudeltà o persino di dissolutezza o se preferirebbe mostrarsi a lui con un vestito brutto e malfatto: preferiranno tutte la prima cosa. Lei sa perfettamente che il nostro uomo quando parla di sentimenti elevati mente sempre, che a lui serve solo il corpo e che perciò perdonerebbe qualsiasi porcheria, mentre un vestito sgraziato, di cattivo gusto o di un brutto colore non lo perdonerebbe mai! Di questo la civetta è consapevole, ma anche la fanciulla innocente sa d’istinto, come lo sanno gli animali. Ecco il perché di questi schifosi jersey, di questi sgonfi sul sedere, sulle spalle e braccia nude e di questo petto seminudo. Le donne soprattutto quelle educate alla scuola degli uomini, sanno molto bene che i discorsi su argomenti elevati sono soli discorsi, che all’uomo serve il corpo e tutto ciò che lo rende il più possibile seducente; ed è proprio così che fanno. Se solo abbandonassimo l’abitudine a questo orrore che è divenuto per noi una seconda natura e guardassimo alla vita delle nostre classi elevate così com’è, in tutta la sua svergognatezza, non vedremmo altro che un’unica casa di tolleranza.”
“Adesso, poi garantiscono di rispettarla. C’è chi le cede il posto, chi le raccoglie il fazzolettino; e chi invece riconosce il suo diritto ad accedere ad ogni tipo di mansione, a partecipare alla pubblica amministrazione ecc. Fanno, fanno, ma il loro atteggiamento è sempre lo stesso: ella rimane uno strumento di piacere. Il suo corpo è un mezzo di piacere. E lei questo lo sa.”