Marco Moretti, direttore di Radio Città Futura (RM) intervista Nicola Viceconti, autore di Cumparsita nella trasmissione "Le strade di Roma". 8 luglio 2010.
Gentile dott. Cruciani, non dirò nulla di nuovo e non andrò ad aggiungere alcunché di originale a quanto si dice generalmente sull’informazione nel nostro paese, tuttavia una cosa ce l’ho proprio qui sul groppo ed è necessario che me ne liberi per non soffocare o morire di crepacuore, poi proprio prima delle ferie che anelo da più di un anno. Sapevamo sin dall’inizio alla Gingko che sarebbe stato difficile che il libro pubblicato di recente “L’ombra del Duomo”, che tratta dell’attentato a Silvio Berlusconi ad opera di Tartaglia, non avrebbe avuto di certo riscontri positivi sui media italiani. Era immaginabile. Gli articoli su Libero, Destra News, quello dell’onorevole Francesco Storace erano già ovvi e ‘insiti’ direi ancor prima che il libro uscisse. Ciononostante, in merito alla sua intervista su Radio 24, nell’ambito della trasmissione “La Zanzara”(30 giugno 2010), a uno dei nostri autori Matteo Pontes, viene davvero una grande amarezza, un senso di fastidio, e un profondo disgusto. A prescindere dalle tesi, dall’oggetto stesso dell’intervista, dai destinatari etc - si fosse parlato di cavoli o zucchine, dell’uomo sulla Luna o dei Neanderthal, ciò che contava a mio modo di vedere era che si aveva (lei aveva) l’occasione di approfondire un qualcosa e ascoltare un parere diverso, di sentire un’altra voce, un’opinione, e quindi di discorrere con qualcuno, confrontarsi, magari anche polemizzare per l’amore della verità, e invece tutto questo è stato sprecato e mandato al macero semplicemente per una energia di supponenza incontrollata, e una superficialità che di certo non le guadagnerà il Pulitzer perché, credo, la guida da sempre. Per una sottomissione, aggiungerei, all’aggressività che è quella di coloro che forse ne hanno preso troppe e adesso anticipano le probabili percosse, anche se spesso non arrivano. Deve sapere, caro Cruciani, che il mondo non è fatto solo di bestie che sbranano, ma anche di gente pacifica, idealista, sincera, che parla, cresce, si confronta, si informa. Aggressività non sempre significa vincere, e non sempre significa rigore, esattezza, e soprattutto nel giornalismo è l’esatto contrario antidoto alla professione di conoscenza. Un giornalista dovrebbe per suo dna essere paziente e avere una sola dote: la capacità di ascolto. Saper ascoltare, non parlare, non dare sulla voce, avere pazienza e sentire ciò che la gente ha da dire. Giornalismo è ascolto, è tenere le orecchie ben aperte, perché se si ascolta bene si può capire. Chi non ascolta, chi da’ troppo fiato e parla sempre lui è un povero stolto che esce di casa la mattina con un’idea e racconterà sempre quella senza crescere di un briciolo. La sua intervista, d’altro canto, ancora una volta, attesta il nostro provincialismo, il nostro pressapochismo, la nostra superficialità, il nostro bisogno di avere un padrone, di sentirci parte di un gruppo. Ha dato l’immagine di ciò che siamo in realtà: gente che ha bisogno di una parrocchia, di una fazione, di una parte. Nel suo caso, forse mi sbaglio (ma è anche questa un’opinione!), io la reputo una persona abbastanza libera, ma purtroppo anche lei non sfugge a un padrone ancor più tirannico: il se stessi, il proprio ego, i preconcetti. Questo padrone è ancora più nocivo nel giornalismo che un editore tiranno. Mi permetta di dirle che informazione significa spalmare su una tavolozza bianca colori, sfumature, tonalità e, sulla base della commistione tra queste, andare poi ad offrire la tavolozza al pubblico che dipingerà da sé il dipinto. Non significa avere la tavolozza già bella e pronta e andarla a spiaccicare su una tela peraltro già abbozzata. Il fatto è che lei nemmeno se ne accorge, perché sin dall’inizio, sin da quando ha iniziato a fare il giornalista ha fatto esattamente quello che facevano e hanno sempre fatto tutti gli altri. Non ha avuto esempi differenti, non ha potuto vedere altro e adesso cosa fa? Quello che fanno tutti. Se tu nasci in una famiglia dove tuo padre picchia tua madre, molto, molto probabilmente picchierai la tua fidanzata etc etc, non è così? Dunque, l’informazione in Italia, che adesso anche lei rappresenta, è troppo interessata, troppo politica , troppo poco sincera o troppo… Caro Cruciani non ha neppure letto il libro, glielo abbiamo mandato noi ma non in tempo per l’intervista. Ha sbagliato persino il titolo del libro (non “All’ombra del Duomo”, ma “L’ombra del Duomo”). Lo ha definito “uno strano libretto”, ma non sarebbe stato meglio leggerlo lo strano libretto? Non sarebbe stato meglio essere veramente, sinceramente curiosi e poi parlarne, chiedere, informarsi, capire. Capire perché due giovani, due italiani, due bravi ragazzi decidono un giorno di scrivere e di sostenere una tesi. Crede davvero che due ventenni abbiano potuto scrivere un libro del genere perché asserviti a un qualche interesse? Conosce lei il candore, l’idealismo, la voglia di cambiare le cose? Non sempre tutto è marcio, tutto di parte. Esiste anche la giovinezza, l’entusiasmo! Conosce lei l’entusiasmo? Non è stato anche lei rivoluzionario negli anni della sua giovinezza? Non ha bruciato anche lei di passione ai suoi tempi? Per qualcosa in cui credeva? In ogni caso, non è suo compito e prerogativa sostenere che una tesi sia vera o falsa, una qualsiasi tesi, capisce? Lei deve raccontare, fornire al pubblico gli strumenti per giudicare, non giudicare. La gente giudica da sé, non ha bisogno di veicoli. In Italia invece si ha la presunzione di voler giudicare per gli altri. I giornalisti sono tutti predicatori o arringatori delle folle. Un giornalista racconta, non giudica, mai. Se è al tavolo con gli amici giudica, ma se espleta la sua funzione, che è sempre pubblica, Cruciani, sempre pubblica anche quando è dichiaratamente di parte, si limita a registrare i fatti. Lei ha registrato i fatti o ha giudicato? Se ha giudicato non è un giornalista ma un arringatore o un predicatore. Be', quale preferisce? Lei ha letto i fatti che vengono esposti nel libro? E’ stato curioso di leggerli?Dato che non l’ha fatto, si è mostrato un esempio lampante di tutto ciò che giornalismo non dovrebbe essere. Se bisogna intervistare qualcuno, bisogna avere la compiacenza di starlo a sentire, la compiacenza di essere onestamente curioso di ciò che vorrebbe sostenere. E’ la data di nascita e l’età dell’intervistato cosa contano? Forse bisognava chiedere anche il codice fiscale, se era gay e se intende sposarsi in chiesa o in municipio? Che razza di domande sono. Lei crede davvero in ciò che ha scritto, ha chiesto al nostro autore. Potrei ribatterle: ma lei crede di aver fatto un servizio al suo pubblico nell’aver svolto un’intervista del genere? Crede di essersi arricchito, di esser cresciuto, di aver appreso qualcosa di nuovo? Crede di aver ascoltato? Francamente penso di no. Ha solo parlato. Si è riempieto le orecchie di se stesso. Crede che la gente, il suo pubblico abbia voluto sentire lei, o avrebbe avuto desiderio di conoscere quello che aveva da dire l’intervistato? Crede che il suo pubblico sia stato informato adeguatamente?
Mi permetta un ultimo appunto: Lei parla di “operazione del libro”. Vorrei dirle con grande chiarezza che con i libri non si fanno operazioni. Almeno noi non ne facciamo. Come editore, personalmente, e noi alla Gingko, forse a differenza di qualcun altro, non abbiamo nessun padrone, siamo liberi come l’aria, non abbiamo bisogno di ingrassare le nostre casse perché siamo già squattrinati e ne siamo fieri e i soldi non sono la nostra primaria preoccupazione. Siamo ricchi di ideali, capisce! Facciamo libri per amore dei libri e quando ne pubblichiamo uno è perché ci crediamo, non perché dobbiamo crederci o ci dicono di crederci. Sopra di noi non c’è nessuno a cui dar conto e ogni cosa che facciamo la facciamo con sincera convinzione. Quindi, se posso concludere questa piccola modesta lezione di giornalismo, le dico: cerchi d’ora in avanti di essere più curioso. Se vuole fare bene il giornalista, ascolti! Si informi e legga tutto, non solo quello che ritiene interessante. Cultura significa esser sempre aperti e sempre pronti a smentirsi. Curiosi significa crescere, cambiare, migliorare e forse diventare saggi. Ci pare che queste doti, almeno per il momento, non le appartengano. Ascolti Cruciani, ascolti, o cambi mestiere e si dia alla politica. Ecco: i politici parlano e non ascoltano. Ma un uomo dovrebbe ascoltare più che parlare.
L’Editore
Alessandro Pugliese
Codice fiscale: pgllsn77b16c349t
ETA’: 33
Non sposato. Ma se lo farò, mi sposerò in municipio.
Preferenze sessuali: eterosessuale.
(questo in modo che abbia una completezza di informazioni)
Al link seguente, potrete ascoltare l'intervista di Giuseppe Cruciani al nostro autore Matteo Pontes (L'ombra del Duomo). Trasmissione "La Zanzara", 30 giugno 2010.
La presenza, negli ultimi giorni, degli articoli sul quotidiano “Libero” e sul blog dell’On. Storace riguardo il nostro libro “L’Ombra del Duomo”, presentano purtroppo una totale mancanza di quel senso critico base di una solida democrazia. Non dando peso alle parole di stima e di lode che ci hanno dedicato, quali “complottisti, folli e drogati”, è invece la totale mancanza di coerenza e della verità che ci stupisce. L’articolo di Libero afferma, infatti, di essere stato inserito tra i media compiacenti all’attentato. Innanzitutto, da parte nostra, non è mai stato affermato un coinvolgimento preventivo dei giornali sull’attentato ed inoltre sul nostro “strano volumetto” (come definito nell’articolo) si cita semplicemente un editoriale del vicedirettore Carioti ed in particolare una sua frase dove affermava che la domenica successiva ci sarebbero stati i fuochi d’artificio. Però l’assurdo viene a palesarsi sul blog dell’On. Storace che ci ha dedicato un articolo dal titolo “La chiamano cultura”. Ebbene, oltre ad aver dato degli imbecilli a coloro che non escludono l’ipotesi di un falso attentato, inglobando in questa categoria anche Gioacchino Genchi, Sonia Alfano ed altri, ha cercato, lui, di darci una lezione di cultura. On. Storace se dovessimo plasmare la nostra idea di cultura alla sua, ciò implicherebbe il dover cominciare una rissa in consiglio regionale ed essere processati per il Laziogate. Purtroppo, preferiamo rimanere gli “imbecilli che gridano al complotto” con la consapevolezza di aver scritto un libro che, volente o dolente, sembra catturare la curiosità di diverse persone. Naturalmente tutti “imbecilli” è chiaro.
CUMPARSITA di Nicola Viceconti verrà presentato in anteprima in tre tappe estive:
Venerdì 9 luglio 2010, in occasione della manifestazione “Tango vacanza Palinuro” .
Il 17 agosto 2010 alle ore 21.00 nell'ambito della programmazione estiva del comune di Acerenza (PZ).
Il 18 agosto 2010 alle ore 21.00 nel comune di Viggiano(PZ).
L'evento a Viggiano vedrà la partecipazione di Ana Karina Rossi e musicisti e ballerini di Tango Argentino. Per approfondire le biografie degli artisti, clicca qui
Da un articolo comparso il 25 giugno sul quotidiano LIBERO, (clicca sulla prima pagina, in basso),a firma di Francesco Borgonovo, responsabile Cultura, sul libro di Matteo Pontes e Andrea Sora si apre un coro di critiche da: l'on. Francesco Storace (clicca qui). Destra news(clicca qui). Il Fazioso (clicca qui).
Per amor di verità ci permettiamo di replicare al dott. Borgonovo che non è anormale e non deve stupirsi che un piccolo editore compaia in una grande libreria del centro (Feltrinelli, Milano) e ad esso venga data visibilità e spazio. Dovrebbe essere così - e per fortuna spesso lo è - in un paese democratico come il nostro. Anche perché l'Italia è ancora un paese democratico. Non si tratta di piccoli e grandi editori. I libri camminano con le proprie gambe. Se i libri sono interessanti e la gente li legge e apprezza... in ogni caso nessun accordo recondito o misterioso tra la Gingko e la Feltrinelli.
Il poliziesco visto dall'interno - una recensioni comparsa sull'Adige del libro di Sergio Paoli (Al termine del servizio redigere dettagliata relazione)
Pubblichiamo la lettera di dimissioni inviata dalla giornalista televisiva Maria Luisa Busi (TG1) al direttore Augusto Minzolini e ai vertici Rai.
AL Dott. Augusto MINZOLINIAl CDRp.c. Dott. Paolo GARIMBERTIp.c. Prof. Mauro MASIp.c. Dott. Luciano FLUSSI
Caro direttore,ti chiedo di essere sollevata dalla mansione di conduttrice dell’edizione delle 20 del TG1, essendosi determinata una situazione che non mi consente di svolgere questo compito senza pregiudizio per le mie convinzioni professionali.
Questa è per me una scelta difficile, ma obbligata. Considero la linea editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di dirottamento, a causa del quale il TG1 rischia di schiantarsi contro una definitiva perdita di credibilità nei confronti dei telespettatori.
Come ha detto il presidente della Commissione di Vigilanza RAI Sergio Zavoli: “la più grande testata italiana, rinunciando alla sua tradizionale struttura, ha visto trasformare insieme con la sua identità, parte dell’ascolto tradizionale”.
Amo questo giornale, dove lavoro da 21 anni. Perché è un grande giornale. E’ stato il giornale di Vespa, Frajese, Longhi, Morrione, Fava, Giuntella. Il giornale delle culture diverse, delle idee diverse. Le conteneva tutte, era questa la sua ricchezza. Era il loro giornale, il nostro giornale. Anche dei colleghi che hai rimosso dai loro incarichi e di molti altri qui dentro che sono stati emarginati. Questo è il giornale che ha sempre parlato a tutto il Paese. Il giornale degli italiani. Il giornale che ha dato voce a tutte le voci. Non è mai stato il giornale di una voce sola.Oggi l’informazione del TG1 è un’informazione parziale e di parte. Dov’è il paese reale? Dove sono le donne della vita reale? Quelle che devono aspettare mesi per una mammografia, se non possono pagarla? Quelle coi salari peggiori d’Europa, quelle che fanno fatica ogni giorno ad andare avantiperché negli asili nido non c’è posto per tutti i nostri figli? Devono farsi levare il sangue e morire per avere l’onore di un nostro titolo? E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro famiglie. Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese, che non possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un figlio? E dove sono i cassintegrati dell’Alitalia? Che fine hanno fatto? E le centinaia di aziende che chiudono e gli imprenditori del nord-est che si tolgono la vita perché falliti? Dov’è questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare? Quell’Italia esiste. Ma il Tg1 l’ha eliminata.
Anche io compro la carta igienica per mia figlia che frequenta la prima elementare in una scuola pubblica. Ma la sera, nel TG1 delle 20, diamo spazio solo ai ministri Gelmini e Brunetta che presentano il nuovo grande progetto per la digitalizzazione della scuola, compreso di lavagna interattiva multimediale.L’Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un’informazione di parte - un editoriale sulla giustizia, uno contro i pentiti di mafia, un altro sull’inchiesta di Trani nel quale hai affermato di non essere indagato, smentito dai fatti il giorno dopo - e l’infotainment quotidiano: da quante volte occorre lavarsi le mani ogni giorno, alla caccia al coccodrillo nel lago, alle mutande antiscippo. Una scelta editoriale con la quale stiamo arricchendo le sceneggiature dei programmi di satira e impoverendo la nostra reputazione di primo giornale del servizio pubblico della più importante azienda culturale del Paese. Oltre che i cittadini, ne fanno le spese tanti bravi colleghi che potrebbero dedicarsi con maggiore soddisfazione a ben altre inchieste di più alto profilo e interesse generale.
Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un conduttore, una conduttrice, può soltanto levare la propria faccia, a questo punto. Nell’affidamento dei telespettatori è infatti al conduttore che viene ricollegata la notizia. E’ lui che ricopre primariamente il ruolo di garante del rapporto di fiducia che sussiste con i telespettatori. I fatti de l’Aquila ne sono stata la prova. Quando centinaia di persone hanno inveito contro la troupe che guidavo al grido di vergogna e scodinzolini, ho capito che quel rapporto di fiducia che ci ha sempre legato al nostro pubblico era davvero compromesso. E’ quello che accade quando si privilegia la comunicazione all’informazione, la propaganda alla verifica.
Un’ultima annotazione più personale.
Ho fatto dell’onestà e della lealtà lo stile della mia vita e della mia professione. Dissentire non è tradire. Non rammento chi lo ha detto recentemente.
Pertanto:
1) Respingo l’accusa di avere avuto un comportamento scorretto. Le critiche che ho espresso pubblicamente - ricordo che si tratta di un mio diritto oltre che di un dovere essendo una consigliera della FNSI - le avevo già mosse anche nelle riunioni di sommario e a te, personalmente. Con spirito di leale collaborazione, pensando che in un lavoro come il nostro la circolazione delle idee e la pluralità delle opinioni costituisca un arricchimento. Per questo ho continuato a condurre in questi mesi. Ma è palese che non c’è più alcuno spazio per la dialettica democratica al TG1. Sono i tempi del pensiero unico. Chi non ci sta è fuori, prima o dopo.
2)Respingo l’accusa che mi è stata mossa di sputare nel piatto in cui mangio. Ricordo che la pietanza è quella di un semplice inviato, che chiede semplicemente che quel piatto contenga gli ingredienti giusti. Tutti e onesti. E tengo a precisare di avere sempre rifiutato compensi fuori dalla Rai, lautamente offerti dalle grandi aziende per i volti chiamati a presentare le loro conventions, ritenendo che un giornalista del servizio pubblico non debba trarre profitto dal proprio ruolo.
3) Respingo come offensive le affermazioni contenute nella tua letteradopo l’intervista rilasciata a Repubblica, lettera nella quale hai sollecitato all’azienda un provvedimento disciplinare nei miei confronti: mi hai accusato di “danneggiare il giornale per cui lavoro”,con le miedichiarazioni sui dati d’ascolto. I dati resi pubblici hanno confermato quelle dichiarazioni. Trovo inoltre paradossale la tua considerazione seguente: “il tg1 darà conto delle posizioni delle minoranze ma non stravolgerà i fatti in ossequio a campagne ideologiche”.Posso dirti che l’unica campagna a cui mi dedico è quella dove trascorro i week end con la famiglia. Spero tu possa dire altrettanto. Viceversa ho notato come non si sia levata una tua parola contro la violenta campagna diffamatoria che i quotidiani Il Giornale, Libero e il settimanale Panorama - anche utilizzando impropriamente corrispondenza aziendale a me diretta - hanno scatenato nei miei confronti in seguito alle mie critiche alla tua linea editoriale. Un attacco a orologeria: screditare subito chi dissente per indebolire la valenza delle sue affermazioni. Sono stata definita “tosa ciacolante - ragazza chiacchierona - cronista senzacronaca, editorialista senza editoriali” e via di questo passo. Non è ciò che mi disse il Presidente Ciampi consegnandomi il Premio Saint Vincent di giornalismo, al Quirinale. A queste vigliaccate risponderà il mio legale. Ma sappi che non è certo per questo che lascio la conduzione delle 20.Thomas Bernhard in Antichi Maestri scrive decine di volte una parola che amo molto: Rispetto.Non di ammirazione viviamo, dice, ma è di rispetto che abbiamo bisogno. Caro direttore, credo che occorra maggiore rispetto. Per le notizie, per il pubblico, per la verità. Quello che nutro per la storia del TG1, per la mia azienda, mi porta a questa decisione. Il rispetto per i telespettatori, nostri unici referenti. Dovremmo ricordarlo sempre. Anche tu ne avresti il dovere.
Ci fu davvero un attentato contro il Presidente del Consiglio il 13 dicembre a Milano? L’aggressione a Silvio Berlusconi ad opera di Tartaglia, è reale? Si tratta di un attentato autentico alla vita del premier, oppure è una messinscena, gravissima, architettata per precisi scopi politici?
Cosa deve essere camminare in completa solitudine per tanti giorni? Cosa deve essere farlo lassù, nel Grande Nord, dove tutto è immutato dalla notte dei tempi, dove non esistono strade, alberghi, elettricità, funivie; dove le poche persone che incontri percorrono la terra con grande rispetto, e i loro occhi raccontano le stesse cose che raccontano i tuoi.
Oltre il Circolo Polare Artico, il viaggio in solitaria di una donna
Presso la Feltrinelli | Libri e Musica di Piazza CLN 251, Torino, nell'ambito degli appuntamenti del ciclo A qualcuno piace libro, in programmazione dal 16 al 22 Aprile, organizzati in collaborazione con Torino GLBT Film Festival
Angela Siciliano presenta il suo Quando l'amore non basta
Sergio Paoli presenta il suo libro lunedì 15 marzo alle ore 18.00, presso la Biblioteca provinciale italiana “Claudia Augusta”, in via Mendola n° 5, a Bolzano. La partecipazione è aperta a tutti. L'ingresso è libero.
Per informazioni: tel. 0471.264444 – fax: 0471266021. Per contattare direttamente l'autore: cell 331.3712517, per email scrivere a: javert113@tiscali.it
La presentazione sarà curata da Sandra Mattei, giornalista. L'autore risponderà alle domande del pubblico. Si ringrazia la preziosa collaborazione della libreria Libri & Libri di Corso della Libertà a Bolzano, (tel. 0471.286362, email:libri.farano@tin.it)
Cosa deve essere camminare in completa solitudine per tanti giorni? Cosa deve essere farlo lassù, nel Grande Nord, dove tutto è immutato dalla notte dei tempi; lassù dove non esistono strade, alberghi, elettricità, funivie; dove le poche persone che incontri percorrono la terra con grande rispetto, e nei loro occhi leggi le stesse cose che dicono i tuoi. È per trovare una risposta a questi interrogativi che a fine giugno del 2008 Mirna Fornasier, bellunese, appassionata di trekking e montagna, conoscitrice dei percorsi della Scandinavia, parte alla volta dell’ultima vera wilderness d’Europa, la Lapponia svedese. In solitaria, attraverso i paesaggi mozzafiato e la natura estrema del Padjelanta National Park, oltre il Circolo Polare Artico, la sua avventura è raccontata in un libro inedito, corredato da numerose foto di viaggio, che pubblicheremo prossimamente. Nel silenzio dell'Aquila. Ne diamo un'anticipazione nel video seguente.
Grazie a un accordo con LIBRO CO. ITALIA, a partire dal mese di marzo 2010, la nostra distribuzione e promozione in libreria si espande inglobando le regioni Toscana e Umbria.
Libro Co. Italia Via Borromeo, 48 San Casciano in Val di Pesa (FI) www.libroco.it Tel 0558228461 Fax 0558228462
Saggio di filosofia culinaria, breviario di buona tavola, raccolta di ricette, inno all’amore per la vita vegetale, animale, umana, grido di ritorno alla semplice essenzialità dei processi biologici, ma anche monito alla parsimonia e alla sobrietà alimentare, critica sociale e romanzo esistenziale, questo piccolo libro di difficile catalogazione è un fiume di gioia,tranquillità, profumi, emozioni. L’orto, le ricette, i frutti e la verdura, la vita semplice di campagna, la fanciullezza e la comprensione per le persone, l’attaccamento alle piccole cose, l’orgoglio del vedersi sbocciare la natura fra le mani, il prendersi il giusto tempo per prestare cure alla propria vita, Il mio orto e quello del vicino è un concentrato di lucida armonia, un’insolita voce che per il suo genuino anacronismo difficilmente si reputerà trascurabile.
Siccome i consumi seguono la logica del palato contraffatto, della tendenza e della praticità, la maggior parte delle persone, senza preoccuparsene, continua a comprare pomodori e zucchine in dicembre, cerca i pisellini in ottobre e vorrebbe la zucca in aprile! Il fatto è che, ormai, non c’è più tempo per rimanersene sdraiati tra il verde profumo dell’erba. Appropriarsi dei doni che la natura ci mette a disposizione è, fra tutti, il passaggio che richiede più tempo e pazienza, ed è stimolante in quanto è uno degli ultimi passi che si muovono per arrivare alla gioia dei sensi. Per quel che mi riguarda, al di fuori del mio orto, non ne ho mai desiderati altri.
Alcune foto della presentazione del libro Preoccupati dei vivi di Andrea Moretti. L'incontro con i lettori si è tenuto alla libreria Ligabue di Correggio, Reggio Emilia. I due reader, Paolo Sola ed Elisa Paterlini, hanno letto e recitato stralci del libro. L'autore siede a sinistra nelle foto. Sulla destra, Mauro Veneroni, Coordinatore Camera del Lavoro di Correggio. Le foto sono state scattate da Elena Gazza.
La Gazzetta di Reggio Emilia ha pubblicato un articolo su Preoccupati dei vivi di Andrea Moretti, in occasione della presentazione del 24 gennaio 2010 tenuta a Correggio (RE). Leggi qui.
Fuga dal monsone di Marco Biaz su Tifeo web. Leggi quila recensione.
Il mestiere dell'umanità di Chiara Bottone è stato segnalato da Dentro Salerno.it. Leggi qui.
Informiamo i nostri lettori che per tutto il mese di gennaio 2010, sul nostro Shop on line, a un prezzo superscontato, sarà possibile acquistare diversi libri. Vi aspettiamo. E buona lettura! Shop Gingko.
Nel mese di ottobre inaugureremo una nuova collana, Cuori ruggenti. In essa verranno pubblicati i classici (e i nostri classici), di ogni epoca e paese, capolavori incrollabili che hanno influenzato il loro tempo e il tempo a venire seducendo e illuminando intere generazioni.
Con questa collana ci prefiggiamo di mettere a disposizione dei lettori grandi e imperdibili opere a un piccolo prezzo, piccolissimo! Tutti i volumi di Cuori ruggenti costeranno infatti soli 5 euro, o, nei casi particolari, se non dovesse bastare, ancora meno di cinque euro in modo da venderli al pubblico come i più economici in assoluto tra tutte le edizioni in commercio.
Inizieremo con Disobbedienza Civile di Thoreau e poi andremo a trovare il grande Tolstoj con la sua indimenticabile Confessione. (Per vedere le schede dei libri cliccate sul pdf dell'articolo precedente). Poi andremo nel grande Nord con Jack London e il suo Zanna bianca e poi Conrad e Whitmann e Pirandello, e Flaubert, Nietzsche, Baudelaire....quelli che ci verranno in mente, ne abbiamo così tanti che siamo incerti su quali scegliere. Di seguito le due copertine dei primi libri.
Vi siete mai chiesti chi è davvero un poliziotto, cosa fa, come si svolgono le sue giornate dentro e fuori una Questura? Dove vanno le volanti di giorno e di notte e con chi devono vedersela per rendere sicure le nostre strade? Quanto sacrificio e passione c'è nello svolgimento di questo mestiere da parte di un uomo o di una donna che lo scelgono ? E perché un giovane uomo o una giovane donna si immergono in una professione così poco remunerata e altamente a rischio? I poliziotti hanno sempre fatto parte del nostro paesaggio urbano, ma chi sono? Quali storie raccontano e dove si incontrano, quale il gergo con cui comunicano? Molti romanzi mettono in scena poliziotti e ispettori, commissari e detective. Anche in questo libro il protagonista è un tutore della legge, ma si tratta di un poliziotto vero che racconta storie vissute realmente. Gran parte dei poliziotti, dei commissari, degli ispettori ritratti sulla carta stampata indaga per acciuffare un qualche colpevole di misfatti. In questo libro non vi sono misfatti, e non vi sono colpevoli. Vi è una città autentica con le sue strade e i suoi parchi, i suoi problemi e i suoi luoghi pericolosi. C'è la vita ordinaria di un agente della volante, gli interventi a volte seri a volte bizzarri nei quali la gente lo coinvolge. Dunque, chi sono davvero questi uomini in divisa, come interpretano il loro lavoro, cosa fanno e con chi devono vedersela? Al termine del servizio... di Sergio Paoli vi servirà anche per scoprire appassionatamente tutto questo. Conoscerete un po' meglio quegli uomini e quelle donne che quotidianamente vegliano sulla vostra sicurezza.
Una recensione sulla nostra antologia Qui tutto va a puttane! sul numero di settembre di LEGGERE: TUTTI (http://www.leggeretutti.it/ita/) potete leggerla cliccando sulla miniatura dell'articolo.
Chiara Bottone, autrice del nostro ultimo libro “Il mestieredell’umanità”, in uscita in questi giorni, non ce l’ha fatta, è morta. La notizia ci ha spezzato il cuore. Aveva lottato con ogni forza per meritarsi di vivere, si era aggrappata con le unghie alla luce del sole e combattuto la sua solitudine e la medicina ossessivamente ingrata contro di lei, indossato corazze di volontà e di lucida impertinenza in barba al dolore e al destino avverso che pareva, finalmente, averla lasciata in pace dopo essersi piegato alla sua energica costanza, sembrava essersi guadagnata la sua altissima rinascita e averla spuntata usando la voce grossa nei confronti dell'IMPLACABILE che la reclamava nel suo regno di buio e di nulla e, invece, proprio alla fine, suo malgrado, contro ogni sua illusione e speranza, Chiara ha dovuto smettere le armi e lasciare il passo.
A informarmi della sua scomparsa è stata sua sorella Maddalena per sms, dato che non ho risposto sistematicamente al telefono nell’ultimo mese. Durante questo periodo Chiara ha tentato più volte di mettersi in contatto pur se non ero nelle condizioni di risponderle. Con la mia famiglia, su un'isola della Grecia, il mio il cellulare di cui lei aveva il numero giaceva immoto e abbandonato sulla scrivania di casa. Mi pare, adesso, l’essermene separato, una delle azioni più vergognose della mia vita, per la quale provare un profondo rimorso e un’irrimediabile senso di colpa. Ci eravamo lasciati appena a fine luglio con la promessa che le avrei telefonato non appena il suo libro fosse stato pronto, e le avrei mandato le prime copie, ma non ho mantenuto la promessa. Avrei dovuto a ogni costo. Il libro mi è stato consegnato alla fine dell’ultima settimana di luglio ma ho rimandato l’invio delle copie non perché pure vi fossero dei visibili difetti tipografici nei tre quarti della tiratura (un terzo delle copie risultava comunque intatto) ma per l’ottusa e stolta convinzione che ad AGOSTO ci sarebbero dovute essere per me solo LE FERIE, nessun pensiero, nessuna preoccupazione, nessun impegno dopo un lungo e piovoso inverno trascorso in ufficio; e perché LE FERIE e lo staccare dal lavoro avrebbero dovuto essere un mio sacrosanto diritto che nessuno avrebbe mai dovuto intaccare, nemmeno un autore con un altrettanto sacrosanto diritto di sapere come andavano i lavori al suo libro. E così ho sospeso ogni mia attività. Non me lo perdonerò mai. Avrei dovuto telefonarle prima della partenza ed impegnarmi a spedire i libri. Aveva lavorato sodo, poveretta. Nonostante le sue critiche condizioni, nel corso di tutto l’inverno aveva continuato a lavorare al suo libro con serietà e impegno (vedeva da un occhio solo, era immobilizzata in carrozzella). Aveva corretto più volte le bozze. Era orgogliosa della sua storia, di pubblicare un libro. Tante chiacchiere abbiamo fatto, tante promesse le ho decantate. Abbiamo tessuto infiniti progetti e sognato ad occhi aperti. Desiderava che la gente potesse conoscere la sua storia, e che altri, nella sua stessa condizione, apprendessero la sua lezione e con essa potessero riuscire ad andare più dritti e più fieri incontro al proprio destino. Se le avessi spedito i libri, prima di morire Chiara avrebbe avuto la gioia di vedere realizzata in un progetto concreto la sua fatica, lei che, a causa di non so nemmeno cosa, forse il fato, la sfortuna, era stata costretta ad interromperne tanti di progetti. Avrebbe visto il suo libro, sarebbe stata di certo orgogliosa. Avrei potuto regalarle un’ultima gioia e non l’ho fatto per imperizia, anch’io, con la stessa imperizia di tutti quei medici che le avevano rovinato la vita!
Mi chiedo se Chiara si sia mantenuta in vita proprio per portare a termine questo nostro progetto comune e che, compiuto esso, la morte l’abbia richiamata come le aveva promesso; mi chiedo se la sua forza si fosse posta proprio il libro come ultimo obiettivo, con l’assicurazione che una volta pubblicato le si sarebbe spenta tra le mani, e mi chiedo che razza di destino abbia avuto… a trentasei anni immessa, senza che l’avesse chiesto, in un tunnel di sofferenze atroci eppure tutte combattute e superate con audacia e un coraggio quasi sovraumano… per poi alla fine non poter godere neppure di una di queste vittorie, non avere il privilegio di godersi in santa pace il residuo di esistenza che aveva sottratto alla morte e che si era voluta riserbare per sé. Aveva un mucchio di progetti, si era trasferita da poco, di nuovo, nella sua città natale, Salerno, e aveva in mente di iniziare con un'agenzia matrimoniale, per poi magari prendere la patente!... e mi diceva sempre tante cose... Non ho avuto il tempo di conoscerla a fondo. All’uscita del suo libro avevamo previsto di organizzare una serie di presentazioni. Ci teneva a farne una a Salerno, e mi aveva promesso che, nonostante le grandi difficoltà, sarebbe salita anche al “Nord” per apparire in pubblico. L’ho conosciuta pochissimo eppure mi ha lasciato, come nessun altro autore finora ha fatto, e nessun’altra persona conosciuta, un lascito enorme e un insegnamento importante, che è quello della forza e della volontà di vita, del non lamentarsi per futili preoccupazioni, che un essere umano può tutto, può opporsi a tutto, e che niente è davvero così terribile così come appare... Ho un debito enorme nei tuoi riguardi Chiara. Spero che molti uomini e donne leggano la tua storia e ti conoscano e che tu possa parlare loro di amore e di speranza come mi hai insegnato. La nostra piccola squadra ti ricorda con sincero apprezzamento.
Chiunque (naturalmente) dovrebbe leggere Flaubert; perlomeno Madame Bovary e Salambò. Sono due lezioni letterarie diversissime eppure convergenti. Traiettorie che corrono parallele, apparentemente, che davanti ad un occhio attento convergono in un sol punto alla fine del viaggio. Dal fatto che uno scrittore abbia buttato giù circa 4mila pagine al fine di trarne poco più di 300 (Bovary) si dovrebbe trarre intanto l’insegnamento dell’arte del taglio e della sintesi, e la passione, quasi morbosa, ossessionante del togliere, del limare, del ricercare per trovare la perfezione stilistica assoluta.
Flaubert , si sa, era fissato con e sullo stile. Non tutti i grandi scrittori, e contemporanei di Flaubert, lo erano. Non è scontato. Lo stile non conta così tanto per tutti. Ci sono scrittori che prediligono e guardano alla storia (trama), ritenendola ciò che sana ogni cosa, ciò che è preminente nella composizione letteraria, e questi scrittori mettono lo stile al servizio della storia, e ce ne sono altri - appunto come Flaubert - che portano la storia al servizio dello stile e sostengono che uno STILE si costruisce con tantissimo sudore e lavoro e che lo stile è tutto. Qualunque buco e debolezza può essere colmato dallo stile, anzi con uno STILE non esistono buchi, con uno STILE si costruiscono volutamente i buchi, li si moltiplica, li si riduce, e li si fa scomparire. Con uno STILE si è Dio!
Flaubert si mise in testa di scrivere e di raccontare di Cartagine e di una vicenda particolare della sua storia, ovvero la guerra e l’assedio che la città subì ad opera dei mercenari che il Consiglio della città aveva assoldato prima tra le sue fila ordinarie per combattere contro Roma. Accadde che lo stesso Consiglio commise l’errore, alla fine della guerra, di permettere a questi uomini di raggrupparsi sotto le mura della città, tutta questa masnada di gente proveniente da ogni angolo del Mediterraneo e dell’Asia. I saggi non li congedarono man mano che essi giungevano in milizie separate e disperse alle mura fortificate, bensì, dopo averli fatti raggruppare ed entrare in città e congiungersi con le proprie donne (nel frattempo rimaste ad aspettarli durante la guerra), non solo non li pagarono subito - e nella misura dovuta - ma li scacciarono e li lasciarono vagare nel deserto per qualche tempo. I mercenari finirono per organizzarsi e insorsero e decisero di marciare alla volta di Cartagine per cingerla d’assedio. Flaubert racconta di questa guerra/assedio, che fu una delle più atroci della storia antica per il suo crudele epilogo. Ad avere la peggio furono i mercenari. Vi furono di loro ben 40.000 morti. Furono bloccati nella gola di una montagna e lasciati morire di fame e di sete, costretti alla antropofagia. Con il passare dei giorni questi disperati, nella speranza di protrarre la propria esistenza, cominciarono acibarsi dei cadaveri dei propri compagni e poi si scannarono vicedevolmente. Ne rimasero all’incirca una decina. Uno di questi, che Flaubert indica come il loro leader, fu condotto prigioniero dentro la città e, come un Gesù Cristo verso la via del Golgota, durante il percorso urbano fu lasciato al ludibrio della folla che lo linciò e lo sottopose a torture orribili.
Al di là della trama - tra l’altro tratteggiata per grandissime linee, perché è molto più composita - ciò che più interessa per il nostro discorso è il progetto narrativo e l’intento che Flaubert si prefisse. Della storia di Cartagine, a parte qualche citazione di Polibio, non si ha alcuna fonte storica diretta, se non qualche rarissimo frammento per lo più generico non di mano punica, il quale soprattutto riferisce genericamente. Flaubert dovette da zero, rifacendosi alla Bibbia e ad altre fonti contemporanee alla Bibbia, ricostruire società, personaggi, abiti, costumi, organizzazione sociale; in una sola parola, dovette ricostruire tutto. Il suo maggiore sforzo fu quello di rendere realistico il mondo che voleva ritrarre, renderlo credibile, e soprattutto trovare un linguaggio ai suoi personaggi. Confessò che proprio il nodo del parlare tra i suoi personaggi lo faceva impazzire. Ciò che maggiormente stupisce, di uno scrittore come lui che cominciò a scrivere relativamente tardi, e che non è stato poi molto prolifico al pari dei suoi contemporanei grandi scrittori, è che dopo l’enorme successo di Madame Bovary, volle con Salambò mutare completamente il suo percorso artistico, la traccia sicura intrapresa, e stupire tutti cimentandosi con qualcosa di completamente diverso. Fu del resto proprio questa una delle note principali della critica che gli rivolse Saint Beuve, cioè anziché continuare sul filone del realismo che aveva eccellentemente scandagliato con Bovary- ci si sarebbe aspettato un altro romanzo simile - egli compì qualcosa di assolutamente inedito andando a finire addirittura nell’antica Asia. Con Bovary che cosa aveva fatto? Aveva raccontato di una donna che volendo ambire a una posizione e ad un rango superiore alla sua educazione, non conforme e adatto a lei e ai suoi natali, finiva con il diventare altro da sé, cadeva in rovina, diveniva un’adultera, poi un’adultera pentita e infine una suicida. Ciò che Flaubert aveva raccontato era stata la provincia francese, la provincia che anelava e aveva a modello la società parigina. Aveva raccontato qualcosa di reale, di esistente, di a sé vicino, che egli conosceva bene. Saint Beuve gli rimproverò che in Salambò lo sforzo della sua scrittura si sentiva; che la sua fatica d’artista si intravedeva troppo, che l’autore era sempre presente tra le sue pagine: la sua penna non si elevava, non scompariva come invece avveniva in Bovary. Insomma, che il povero Flaubert avesse fallito in quanto altro non avrebbe potuto fare con un progetto così troppo ambizioso non solo per lui ma per chiunque. Cartagine, secondo il critico, era troppo difficile come soggetto. Lo scrittore non poteva che apparire artefatto nell'evocarla. La scrittura non poteva che sentirsi, il talento dell'artista non sarebbe potuto rimanere troppo celato dietro i personaggi e l'articolarsi della storia. Ma Flaubert aveva usato lo stile come "panacea" alle difficoltà compositive proprio perché mediante esso avrebbe potuto supplire ad ogni difficoltà. Avrebbe potuto, se fosse stato "bravo" dare l'impressione della freschezza e del realismo, avrebbe potuto attraverso lo stile insufflare vita reale nei suoi personaggi. Quale altra arma, del resto, avrebbe potuto utilizzare? Con la scrittura avrebbe creato un mondo non "scritto", ma vero, appunto, vivente. La scrittura avrebbe avuto il potere di dare vita alla non-vita, al letterario, all'arte. Saint Beuve, del resto, era per una letteratura che descrivesse sempre e comunque il reale. L’epoca di Cartagine era troppo lontana da quella francese secondo lui, e tra i due periodi storici e le due società non vi era e non poteva esservi, anche a livello puramente letterario una qualche congiunzione e assonanza. Flaubert, come molti scrittori moderni, una volta trovato il proprio filone, avrebbe dovuto continuare sulla scia di Bovary, mentre preferì studiare come un dannato carte antiche e polverose improvvisandosi filologo e archeologo, tentando così un progetto troppo al di sopra delle sue risorse e al di là di tutti i tentativi fino ad allora accennati. Lo stesso Scott, padre del romanzo storico, è bene precisarlo, non aveva affatto ritratto un’epoca che distava troppo da quella in cui viveva, ma solo un paio di secoli e, comunque, quell’epoca da lui ritratta era ancora viva nel sentire anglossassone, la sua eco era viva. Flaubert invece, ma questo Saint Beuve non lo aveva capito, aveva voluto fare con Cartagine ciò che aveva fatto con Bovary. Aveva voluto dimostrare che lo stile può tutto. Aveva odiato Bovary, il tema di Bovary, giudicandolo un tema troppo piccolo, meschino, provinciale, ristretto. Prima di Bovary aveva fallito numerosi progetti perché si era discostato da quello cui la gente pareva interessarsi. Se con Bovary aveva raggiunto il successo, questo successo era giunto perché lui aveva usato uno stile altisonante e perfetto ma lo aveva piegato - questo stile - a un soggetto piccolo, aveva usato un grande stile per un piccolo soggetto. Con Salambò il progetto era grande, e bisognava trovare e piegare uno stile grande, ma questo stile grande si sarebbe adattato questa volta a un soggetto grande come Cartagine. Si prese una rivincita dimostrando che mediante uno stile poteva essere fatta rivivere, con lo stesso realismo di Bovary, anche l’antica Cartagine!
Cliccando qui, una recensione apparsa su Le rimesse relativa a "Preoccupati dei vivi" di Andrea Moretti.
Cliccando sulla foto, una vecchia intervista del maggio 2008 rilasciata da Barbara X ospite del programma di Raiuno, UnoMattina. Barbara è una delle autrici della nostra antologia "Qui tutto va a puttane!".
Da luglio i nostri libri saranno promossi in nuove regioni che si aggiungono ad Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Campania, Basilicata, Puglia, e Calabria.
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Una irregolare che non ce la fa proprio ad arrendersi
di Barbara X
“Ma è la società che è impostata in modo tale da vanificare le velleità di chiunque,” proferì ancora la mia amica. “E’ la società che obbliga il singolo a comportarsi in un certo modo, a gettare la spugna anzitempo, a camminare in fila per due, in altre parole ad adeguarsi al rigido volere d’abitudine. Anch’io sono finita nella rete e non ho potuto farci niente, perché - diciamolo - ho scoperto che mi andava bene così: il lavoro, lo stipendio, la casa, il marito, le figlie, qualche piccola grana da borghesucola di tanto in tanto e l’indifferenza, l’indifferenza alla vera vita del cuore. Vedi, io mi sono adagiata all’interno della mia bolla di sapone per molti anni, ma adesso che sono in pensione e nella società occupo una posizione neutra, ho capito perché voi siete sempre più stanchi e, alle volte, ribelli e arrabbiati. E ho anche capito che per me dipingere quadri equivaleva a evadere dalla bolla di sapone, dalla prigione, che negli anni è comunque riuscita lentamente a corrompermi, a svigorirmi, a soffocare i miei aneliti di gioventù. Affrontare e combattere la realtà fuggendo le catene del sistema: non è quello che anche tu cerchi di fare scrivendo?”
Be’, certo, la cosa poteva anche essere vista in questa maniera, i suoi ragionamenti non facevano una grinza. I ritmi e le esigenze supreme delle forze che governano il mondo non hanno mai tollerato evasioni o ribellioni di sorta, tutto qui. Il sistema ti dice: “Se vuoi l’evasione e qualche pensiero innocuo, vai in una libreria del centro, dove troverai i testi che io voglio che tu legga, oppure guarda la televisione, guarda i programmi che io voglio vengano trasmessi, - e guai a te se ti metti a rompere i coglioni.”
Siamo tutti schiavi, e lo saremo sempre di più. Il modello di essere umano forgiato da questa società è ormai il mentalmente inesistente. Annullate le coscienze, si punterà a spegnere il cervello e poi ancora il cuore, fino a che tutti quanti verremo pilotati dal governo sotterraneo del pianeta a mezzo di un telecomando, come tanti automi. Ma quelle e quelli come me verranno eliminati molto prima che ciò avvenga. Questo perché diciamo “No” a certe luride menzogne, e vogliamo saltellare in mezzo alla strada, giocare, cadere, rialzarci, fare rumore, protestare, ridere, vivere e avere quel che non ci è stato mai permesso di toccare, ossia la vera libertà!
“Cavoli vostri.” Quanta cattiveria c’è in queste due parole con le quali è solito risponderci il sistema? Tanta, troppa. In esse v’è tutta l’atroce indifferenza di questo mondo disumano. Bisogna solo prenderne atto e agire di conseguenza, evitando schiamazzi e azioni che potrebbero rivelarsi deleterie. Più tardi, quando tutto sarà pronto, si vedrà.
Intanto ci si convinca che la vita quotidiana e la massa sono due elementi che tendono a generalizzare, banalizzare e volgarizzare tutti i moti autentici dell’animo, tutte le passioni, e anche i messaggi di chi ha o ha avuto a disposizione un pulpito per potersi esprimere liberamente: è questa la regola numero uno, e sembra proprio non esserci alcuna via di scampo.
Allora agli irregolari come me non rimane altro che constatare l’orrida normalità e l’angoscioso nulla dell’apparato sociale, i quali, ovviamente, si rifiutano di colorare e sconvolgere positivamente l’esistenza dell’essere umano, in special modo dell’individuo che decide di concedere spazio alle proprie velleità creative per non morire dentro.
Ma a che serve gridare se nessuno è disposto ad ascoltarti?
A niente. E, al tempo stesso, a tutto.
E’ dalla nascita dell’uomo, ovverosia dell’essere più immondo del pianeta, che l’arte va avanti in questa maniera, cioè con una sorta di forza d’inerzia; e la sua inutilità, la sua ambigua inesistenza e le sue palesi contraddizioni, peraltro già evidenziate in passato da moltissimi grandi artisti, contribuiscono a renderla sempre più affascinante, conferendole i connotati di un paradiso artificiale. Dunque non c’è da stupirsi se, nel suo grembo materno, c’è ancora chi, come la sottoscritta, non ce la fa proprio ad arrendersi…
La prostituzione è un vero e proprio businnes, una vera industria che genera guadagni, ricchezze, come il mercato della droga o delle armi.
Nel 2002 gli introiti orbitanti attorno a questa industria sono stati stimati in circa 60 miliardi di euro. Solo per ciò che attiene alle agenzie di turismo sessuale operanti in Internet si parlavadi un giro di affari equivalente a 1 miliardo di euro.
Nel 2001 si stimava che il numero di prostitute operanti nel mondo fosse di 40 milioni di donne. E ogni anno si ritiene che le nuove prostitute immesse - coattivamente o volontariamente - nel mercato del sesso sia di 500.000. Di queste i due terzi sono minorenni e comunque di età inferiore ai 25 anni. V’è una differenza sostanziale tra la prostituzione e la tratta. I due fenomeni coesistono e si sovrappongono ma non sono la stessa cosa. Nella prostituzione si inserisce la tratta. La tratta di esseri umani a fini prostituzionali è una sfaccettatura della prostituzione e una sfaccettatura nell’ambito di un fenomeno ancor più grande che è la tratta di esseri umani. Ancora oggi si commercia e si tratta in esseri umani, come un tempo per gli schiavi africani. La tratta di esseri umani non solo può essere finalizzata a commerciare, gestire, trasportare, barattare donne o bambini al fine della prostituzione, può essere finalizzata al reclutamento di manovalenza e soldati per le guerre nel mondo, per il lavoro nero a tutti i livelli, per lo spaccio di stupefacenti, per il traffico di organi, per i desideri di natalità di qualche coppia abbiente, etc. Una stima raccapricciante ci dice che attualmente nel mondo sono circa 4 milioni tra donne e bambini le vittime di tratta. Per quanto riguarda la tratta a fini prostituzionali ogni anno circa 700.000 donne vengono vendute ad organizzazioni criminali. Dal 2002 i numeri di questo fenomeno sono sempre cresciuti.
La prostituzione, che può essere maschile e femminile, è volontaria. L’elemento che la contraddistingue è il consenso, la libertà. Comprende per esempio le escort o gli accompagnatori, tutte le libere donne o i liberi uomini che si prostituiscono in casa propria. Dire prostituzione non implica tratta. Ci si prostituisce liberamente. La prostituta o il ‘prostituto’ godono liberamente dei proventi delle proprie prestazioni sessuali, e decidono senza subire soprusi o controlli da parte di nessuno con chi prostituirsi, quando e come prostituirsi. Soprattutto decidono se e quando smettere.
Le vittime di tratta invece non sono libere. Tratta è sinonimo di coercizione, di abuso, di privazione della libertà, di violazione dei diritti fondamentali della persona. Queste donne, o questi bambini sono schiavi ancorati al mercimonio del proprio corpo attraverso il terrore, le minacce, spesso la prigionia, le violenze fisiche e psicologiche. Qualcuno obbliga qualcun altro. Qualcuno ti dice quanti clienti avere, quale zona battere, quanti soldi devi chiedere, quali giorni farlo. Costringe a stare in strada, per ore, con ogni condizione climatica. Nel rapporto tra prostituta vittima di tratta e cliente ad essere libero è solo il cliente. Queste donne non godono dei propri guadagni. Devono indirizzare questi guadagni a chi le sfrutta. Non possono ritirarsi come la prostituta libera dal mercato del sesso. Vengono considerate e sono, in effetti, macchine oliate e mantenute in vita solo per far soldi. Se si pensa che una prostituta sfruttata può arrivare a fruttare al suo sfruttatore qualcosa come 20.000 euro al mese si capisce bene l’entità dell’affare di cui stiamo parlando. A volte a sfruttare è un solo uomo, spesso sono dellevere e proprie organizzazioni criminali.
Ora, il fenomeno della tratta a fini prostituzionali è così semplice e lineare, addirittura spiazzante nella spontaneità del suo manifestarsi, che ci si chiede davvero come mai non si riesca a debellarlo.
Intanto, nella stragrande maggioranza dei casi è visibile, sotto gli occhi di tutti, perché le donne che stanno in strada sono tutte vittime, sono tutte lì perché obbligate. Se fossero libere non rimarrebbero alla mercé di tutti in strada; se avessero una casa dove stare e ricevere i clienti, come ormai ce l’hanno le prostitute italiane, eserciterebbero in casa e non sotto pioggia, neve, gelo o afa. Certo nel caso della prostituzione cinese, essa pure oggetto di tratta, le organizzazioni criminali cinesi forniscono un alloggio alle ragazze. In strada di solito troviamo ragazze africane e dei paesi dell’Est. Ma poi, oltre alla visibilità, v’è un altro fattore che ci consente una facile individuazione del fenomeno. E’ il consenso. La tratta e la prostituzione da quello che abbiamo detto si distinguono sulla base di una sola cesura, data appunto dalla volontarietà delle azioni che interessano la prostituta. Se la prostituta è libera, è una libera prostituta; ma se la prostituta è costretta e vessata nel prostituirsi allora non è libera e non è una prostituta bensì una schiava, una moderna schiava, niente di più e niente di meno. E’ costretta a vendersi!
Il confine tra il consenso, la volontarietà e la vessazione, l’obbligo, naturalmente è molto labile ed è difficile individuarlo. Caso raro, ma chi è in strada potrebbe essere davvero lì di sua spontanea volontà. A parte però questi casi, la difficoltà è proprio accertarese la donna è libera o schiava. E’ in questa frattura che si inserisce tutta l’opera delle associazioni. Le associazioni devono condurre spontaneamente le prostitute ad ammettere di essere vittime. Molto spesso la vittima, per tutta una serie di fattori, quali la povertà, la violenza che subisce, il fatto che è sradicata e sola dal suo paese di provenienza, dichiara di essere libera perché è terrorizzata a denunciare i suoi sfruttatori, ha paura di ritorsioni contro la sua persona o contro i suoi parenti. Le associazioni come Fiori si strada persuadono, convincono, inducono la donna a denunciare, a uscire allo scoperto e devono garantire le giuste protezioni, le giuste garanzie. Le organizzazioni che sfruttano sessualmente le donne hanno una sola arma in loro potere: il terrore, il condizionamento. L’unica leva su cui possono agire è quella di ritrarre un mondo nel quale alla donna loro vittima non sia dato di capire come uscirne. Costruiscono attorno ad essa una ragnatela che le dà la percezione di essere sola, abbandonata, indifesa, esposta ad ogni rischio e pericolo.
E’ un pò come la mafia se ci pensiamo bene.
Molti sono i negozianti che sono vittime di racket,ma pochissimi denunciano per paura di ritorsioni. Perché? Perché la vittima di racket si sente sola, indifesa, esposta ai pericoli. Teme la ritorsione. Se tutti denunciassero, la mafia non avrebbe ragione di esistere perché essa vive e prospera al buio, nell’ombra. Nel buio detta paura. Anche le associazioni che sfruttano le donne vivono nell’ombra, si garantiscono con nomi falsi e false identità per paura che le donne possano denunciare; anche i loro affari come quelli mafiosi prosperano nell’ombra. Se le prostitute si ribellassero, se denunciassero, l’organizzazione si sfalderebbe. Sia per la mafia che per la tratta dunque, oltre a lavorare sulla costruzione di un clima sociale, si dovrebbe andare in una direzione molto semplice, con soluzioni semplici.Bisognerebbe che la prostituzione si svolgesse alla luce, che fosse libera e regolare.Perche ci sono donne costrette a vendersi? Perché non sono libere di vendersi! Se andassimo nella direzione di costruire leggiche diano luce all’ombra avremmo risolto il problema della tratta. Non il problema della prostituzione, perché la prostituzione non è un problema. Quelle che vediamo per strada, quelle che vediamo nelle gazzelle della polizia, quelle multate dai sindaci, ribadisco, non sono prostitute, sono vittime della tratta. Così facendo, con queste misure non facciamo altro che supportare e legittimare gli sfruttatori, perché creiamo un clima di ulteriore terrore che rafforza il legame tra la vittima e il suo presento sfruttatore. Con un clima di terrore lo sfruttatore che opera nell’ombra diventa ancora più forte, non andiamo affatto a recidere il legame che si ingenera nel buio, non lo portiamo alla luce. Con queste leggi andiamo solo ad operare un’operazione di tipo demagogico ed estetico.
Ma nel caso della tratta, oltre che l’elemento del consenso contro l’elemento della coercizione, abbiamo uno strumento in più. Ed è la modalità di ingresso nel nostro Paese. Le vittime di tratta di cui stiamo parlando sono tutte donne straniere, e sono donne che entrano in Italia da paesi non comunitari. Allora come entrano queste donne? E’ semplice. Entrano da clandestine. Entrare da clandestine o diventarlo è molto semplice a causa delle leggi sulla immigrazione che abbiamo, le quali sono assolutamente inadeguate. Se c’è clandestinità, cioè se vi è uno stato per cui queste donne non riescono facilmente a mettersi in regola, ad essere rispettose della legge, v’è e vi sarà sempre la tratta. Così come il lavoro nero, etc. Clandestinità significa buio, significa terrore, significa mancanza di informazione, significa vivere al margine della società luminosa e quindi significa essere ricattabili. Le vittime della tratta entrano sole, in balìa di questi uomini, non hanno documenti, non hanno protezione. La legge di immigrazione Bossi-Fini prevede che persone extracomunitarie possano entrare nel nostro Paese e rimanervi solo se dopo un certo periodo di tempo hanno un lavoro. Ma per avere un lavoro è necessario che si lavori e che qualcuno assuma questa gente, altrimenti si diventa clandestini, ovvero senza un regolare permesso di soggiorno. Il lavoro è il criterio di scrematura, di regolazione per così dire dei flussi migratori. Non può essere sufficiente! Abbiamo visto, con Lampedusa, che questo non è uno strumento adatto, che certo non scoraggia; l’avere un lavoro certo è uno degli strumenti ma non può essere l’unico per garantire una immigrazione regolare. E’ proprio in questa lacuna della legge, in questa sacca di obbligazioni che molte donne si vengono a trovare clandestine e quindi prive della possibilità di guadagnarsi da vivere lecitamente. Regolare questa legge, renderla più permissiva, introdurre nuove norme garantirebbe alle donne la libertà. Se sono clandestine sono schiave, se sono libere possono emanciparsi, non avrebbero bisogno di nessun protettore, verrebbero normalmente nel nostro Paese. Le case chiuse... si parla molto di case chiuse e si dice che potrebbero risolvere il problema. Ma chi andrebbe nelle case chiuse? Andrebbero le regolari, mentre le donne vittima di tratta non vi rientrerebbero proprio perché non sono regolari, perché esse non esistono. Insomma è evidente che il nesso fondamentale che regola e mantiene in vita la tratta è l’equazione tratta – clandestinità, non regolamentazione, stato di incertezza. Le vittime di tratta vivono al buio, sono fantasmi di cui nessuno conosce niente.
Francesco Sarti - Roma /Spunto dalla lettura dell'antologia "Qui tutto va a puttane!" Gingko edizioni, San Lazzaro di Savena, 2008.
La storia sconvolgente di una famiglia tenuta in ostaggio per dieci anni dagli errori medici e dall’ottusità del sistema sanitario italiano
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Prefazione di Emilio Ammaturo
Introduzione e postfazione dell'autrice
Una perizia medico-legale
Una nota dell'Editore
« Un giorno un chirurgo mi disse: "Sono un chirurgo, io taglio, non curo le malattie". »
« C’è un limite alle sofferenze che un essere vivente può sostenere? Fino a quando un cuore può sopportare gli spasmi di dolore che fanno sussultare e trattenere il fiato, facendo contrarre lo stomaco e alterando il battito, prima di scoppiare come un palloncino strizzato? Fino a che punto il cervello può sopportare la continua sofferenza prima di staccare la spina e decidere che non ce la fa più? Ci sono voluti ben nove anni, undici interventi chirurgici, sette primari (tutti grandi professori) e un numero imprecisato di medici e, alla fine di questa guerra, che io non mi sono mai sognata di dichiarare, sono rimasti sul campo una MIA gamba, il MIO occhio sinistro, parte del MIO occhio destro, la MIA mano sinistra, le dita del MIO piede destro, il MIO sistema cardiaco e in pratica la mia vita. Ho più cicatrici della moglie di un lanciatore di coltelli alcolizzato! »
Una testimonianza autentica, un atto d’accusa alla malasanità italiana, l’odissea di una donna che a trentasei anni entra in ospedale per una banale varicella e ne esce profondamente deturpata.
Pubblichiamo un estratto del libro di Andrea Moretti, "Preoccupati dei vivi". Si tratta in particolare della prefazione che l'ex partigiano Agostino "Cesare" Nasi Comandante del Distaccamento “Aldo” 1^ Battaglione della 77^ Brigata SAP ha scritto per l'autore.
Antonio Dercenno, presidente dell'associazione Onlus "Fiori di strada".
Bose Aweiwe, ex prostituta e vittima di tratta, salvata dall'associazione.
Rosanna Orri, per la casa editrice.
Probabilmente è la prima volta in assoluto che una ex prostituta decida di comparire in pubblico nel corso di una presentazione letteraria, raccontare la propria storia, incontrare il pubblico e rispondere alle domande di chi è interessato a conoscere il fenomeno della tratta a scopi prostituzionali.
L'ingresso è libero.
Tutti gli autori dell'antologia potranno intervenire.
Per un ragazzo reggiano che ha avuto nonni nati tra il 1909 e il 1925, le storie di lotta partigiana sono nel DNA, legate ai racconti dei vecchi nelle sere d’estate, prima di dormire. Tedeschi e partigiani sono stati i primi soggetti che hanno fondato le basi del mio immaginario narrativo, così come i film di Leone, o le gare rocambolesche in macchina di Gilles Villeneuve. Mia nonna Anna, che nel 1945 era incinta di mio padre, abitava vicino ad un Comando tedesco. Quante volte mi ha raccontato delle notti in cui le venivano in casa i giovani soldati tedeschi per bere un bicchiere di vino, ritrovando la dimensione di una casa almeno per qualche ora, mentre a pochi passi, nel fienile, stavano nascosti i partigiani. Erano ore di tensione, di paura vera. Così come lo era per me ascoltare quelle storie, mezze in italiano, mezze in dialetto, mentre lo zampirone buttava nell’aria il suo fumo repellente.
Poi, ai tempi delle scuole medie, sul finire degli anni Ottanta, il professore di storia nel mese di aprile ci portava in Municipio ad ascoltare i racconti dei partigiani, che a noi sembravano così vecchi, così distanti da come li avevamo immaginati, eppure ci appassionavano con aneddoti di orgoglio e coraggio, storie d’azione, di vita e di morte.
Negli anni dell’adolescenza, della prima occupazione alle scuole superiori a Correggio, ci sono stati infine i dischi dei Led Zeppelin, i Doors, i film sul Vietnam. Nuovi miti, nuovi eroi, suggeriti da alcuni professori o magari da uno zio, che quegli anni li aveva vissuti. E allora avanti con gli slogan della contestazione studentesca, del ’68 e del ’77, che a noi, sui diciott’anni a metà degli anni Novanta, hanno fornito le basi culturali per dire la nostra, nella scuola e in famiglia.
“Preoccupati dei vivi” l’ho voluto ambientare su due piani temporali, distanti la mia età l’uno dall’altro ma per certi versi simili. Nel ’45 alcuni ragazzi sui vent’anni sposarono un’idea, e rischiarono la propria vita nascondendosi nei fienili, sparando ai tedeschi e alle camicie nere. Trent’anni dopo, altri ventenni, figli dei primi, occupavano le piazze, a volte in modo pacifico, altre in modo violento, con le armi, sparando contro la Polizia. Queste due generazioni hanno vissuto momenti storici importanti per la storia italiana e mondiale, hanno avuto di fronte a sé sfide che la mia generazione non ha avuto; sono stati costretti a scegliere una posizione, un’idea, a darsi da fare per quella, talvolta anche in modo discutibile, perché il non scegliere avrebbe significato porsi dalla parte del nemico.
Ho voluto raccontare una storia ai tempi della lotta partigiana che si proietta negli anni della lotta armata, perché, probabilmente, quando l’uomo lotta mette a nudo più che in periodi di pace la propria natura, le proprie passioni, nel bene e nel male.
L’eccidio della Righetta, al quale il libro si ispira, consumato all’alba del 15 Aprile 1945, è per Rolo storia e leggenda. Aldilà di quanto è stato scritto (poco) dagli storici locali, e di quanto si conserva negli archivi (ancora meno), per tanti versi rimane un mistero. Sono tante le voci che si accavallano e tante le versioni di quella notte che sopravvivono nei racconti popolari. Alla versione dei fatti spesso si associa una personale visione politica di chi racconta, così come personalismi e ipotesi non documentabili.
Dopo aver sentito tante voci e letto tante pagine su quella notte, sono giunto alla conclusione che per poter trattare la questione senza gli stretti vincoli storiografici, l’unico canone possibile rimaneva quello narrativo. Ne è uscito un romanzo che fonda le sue radici su un fatto di cronaca di oltre sessant’anni fa, ma poi se ne allontana, esplorando altri sentieri, sviscerando ciò che la storia spesso non racconta, ovvero le passioni e i sentimenti che condizionano certe scelte.
La storia di Omero Tasselli si propone come paradigma di un’intera generazione di giovani, che dopo l’armistizio sono stati costretti, talvolta senza una reale coscienza politica, a scegliere in che direzione lottare, a cui la storia, anni dopo, ha imposto il confronto con altri giovani con una coscienza politica ben più netta, ma a volte sinistra.
Titolo: Preoccupati dei vivi. Collana: Bianca Genere: Romanzo. ISBN: 978-88-95288-07-9 Pagg: 144. Prezzo: euro 11.50
Il romanzo ricostruisce, sulla base di testimonianze e di documenti storici consultati dall'autore, un cruento eccidio partigiano ad opera dei fascisti, avvenuto durante la primavera del 1945, pochi giorni prima della Liberazione, nei pressi di Rolo, in provincia di Reggio Emilia. Non si tratta solo di una storia di partigiani. E' il confronto tra la generazione cresciuta sotto il ventennio fascista e quella di trent'anni dopo, insanguinata e fanatica della contestazione e dell'apogeo delle Brigate Rosse.
CON UNA PREFAZIONE DI AGOSTINO "CESARE" NASI"
POSTFAZIONE DELL'AUTORE
Alle prime luci dell’alba del 15 aprile 1945 un gruppo di sette partigiani in un piccolo comune della bassa reggiana viene accerchiato e messo al muro da una squadraccia di camicie nere. Si parla di errore strategico, ingenuità tattica, di una sentinella che ha ceduto al sonno, di una spiata e, peggio ancora, di un tradimento all’interno della stessa brigata partigiana. Dopo 30 anni un sopravvissuto all’eccidio torna al paese per percorrere i vecchi sentieri partigiani e svolgere un’indagine, ma gli viene intimato di lasciar perdere. Ben presto la ricerca di indizi e risposte si trasforma in un febbrile susseguirsi di ricordi che corrono paralleli ad una analisi ben più spinosa e profonda del sé, nella cornice di una Italia che esce malconcia da una vera e propria guerra civile, nella quale vincitori e vinti si confondono su una strada del progresso che sembra già decisa e che pur presenta zone d’ombra minacciose. Omero aveva 20 anni nel 1945 e imbracciava un fucile. Nel 1975 cosa fanno i ventenni? C’è chi lavora in fabbrica, chi studia, chi grida nelle piazze e c’è ancora chi imbraccia fucili e spara, rivendicando radici proprio nei gesti e nelle azioni dei leggendari combattenti partigiani. Ma queste due generazioni hanno qualcosa in comune? Padri e figli riescono a comunicare? Che Italia hanno consegnato i primi?
NOTA SUL PREFATTORE
Agostino Nasi, nome di battaglia “Cesare”, nato a Rolo (RE) nel 1925, ha svolto attività partigiana dal giugno del 1944 alla Liberazione, operando nel basso reggiano, nelle valli del carpigiano e del mantovano. Studente alla facoltà di Giurisprudenza di Modena, negli anni della lotta di Liberazione si è impegnato attivamente per la causa partigiana divenendo da subito, nonostante la giovane età, Comandante del Distaccamento “Aldo” 1^ Battaglione della 77^ Brigata SAP, per il grande carisma e la forza smisurata. Ha partecipato, con ruolo decisivo, alle battaglie di Fabbrico e Gonzaga. Ha asportato dalla polveriera di Luzzara per ben quattro volte munizioni e mine. Ha sorpreso e messo in fuga una pattuglia tedesca sulla piazza di Rolo e, pur ferito, ha salvato il compagno Lodi (Caino), ferito gravemente. Ha minato e fatto saltare due ponti sulla Parmiggiana-Moglia e Ponte Alto a Modena, fatto prigionieri molti tedeschi, preso parte a vari combattimenti, azioni di disarmo e al recupero di materiale bellico aviolanciato. Oggi vive nella sua casa di Rolo, godendosi la pensione. Sono in tanti i ricercatori, gli storici o semplicemente vecchi e nuovi amici che ogni settimana lo vanno a trovare, tra i suoi libri e suoi quadri e le tante foto che ricordano chi è stato e che parte ha avuto nella lotta.
IN ARRIVO APRILE 2009
IO CAMMINO NEL BUIO
DI LICIA PRAISI
Titolo: Io cammino nel buio. Collana: Bianca Genere: Autobiografia. ISBN: 978-88-95288-08-6 Pagg: 136. Prezzo: euro 11.50
UNA STORIA VERA SULLA DEPRESSIONE
PREFAZIONE DELL'AUTRICE
Licia ha 53 anni, vive sola in una casa dell’Ente Case di Ferrara dove ancora è ammalata e lotta ogni giorno per sopravvivere. Dopo aver cominciato a scrivere la sua storia come terapia, sotto consiglio della sua dottoressa, si è ritrovata a pensare che la sua testimonianza sarebbe stata una fonte di riflessione e un forte spunto di conoscenza. Perché i depressi non sono dei matti, come molti dicono, sono persone che vogliono essere semplicemente aiutate. Lei, che di queste persone ne ha conosciute tante, troppe, sa che molte, troppe, non vengono aiutate. In questo libro Licia racconta la sua infanzia infelice in collegio, senza una vera famiglia e senza un padre, la sua giovinezza trascorsa alla perenne ricerca di un qualcosa che le desse una esistenza serena, mentre si impelagava in diversi guai, poi il matrimonio, che sembrava perfetto, e l’attesa spasmodica di un figlio che non arrivava e che a un certo punto smise di ricercare, infine, per cause infinite, il sopraggiungere della depressione in forma grave, di cui ancora oggi si sa ben poco, e sulla quale c’è scarsa informazione. Nel frattempo Licia ha tentato due volte il suicidio, ha debellato un tumore al seno, ha lasciato suo marito e con una forza straordinaria sta cercando di riappropriarsi della sua vita. Con la voglia di scaricare dalle spalle tutto il peso che si porta da anni, dopo tante sofferenze e delusioni, dopo interminabili momenti angosciosi e distruttivi, tante sofferenze arrecate ai suoi cari, e a se stessa, dopo venticinque sedute di radioterapia e con la sua pastiglia al giorno che deve prendere per cinque anni, i controlli che vanno seguiti con regolarità, è qua e questa è la sua vita.
Proprio la settimana scorsa un caro amico mi ha detto: “Però voi trans una piccola fortuna ce l’avete: il Vaticano, non considerandovi minimamente, non vi rompe le scatole. Lo fa con i gay, con le lesbiche, con quelli stufi di soffrire che chiedono la morte, ecc. Ma a voi…” A noi trans la bordata di disprezzo e considerazione al contrario è arrivata oggi: oggi il pontefice ci ha detto chiaro e tondo che chi determina il sesso è solo Dio, e che nessun essere umano è autorizzato a cambiare il proprio, andando contro le leggi divine. Le parole, di solito, hanno un peso relativo; ma quando vengono pronunciate dal capo della chiesa, fanno sempre sobbalzare sulla seggiola; spesso i benpensanti le prendono per oro colato e divengono una piccola grande verità destinata a radicarsi nella coscienza obnubilata della massa. Da domani (già sono preparata) il fruttivendolo, la lavandaia, i vicini di casa mi saluteranno come sempre, sicuro, ma nel loro sguardo baluginerà anche qualcos’altro, le tracce d’un pensiero ereditato da questo 22 dicembre: “Però non ci ha mica torto il papa, non è giusto che
la Barbara
si è scelta il sesso da sé, è solo Dio che decide: ‘A te la passerina, a lui il pimpinello’”. E così, decenni di studi psicologici e di aiuti medici potrebbero rischiare di essere vanificati dalle parole d’un personaggio che ha l’abitudine di ficcare sempre il naso in affari che proprio non lo riguardano. E qui cade proprio a fagiolo una frase d’un mio scritto abbastanza recente: “Chi manovra i fili dei burattini che popolano la massa, ha capito che coloro ai quali si rivolge non hanno più difese, cioè capacità di giudizio e discernimento, perciò seguita a colpirne le menti con devastanti precetti che essi seguono passivamente. E’ da qui che hanno origine la violenza, il razzismo, l’esclusione.” Ma sarebbe anche giusto chiedersi: perché questi devastanti precetti? A quale scopo qualcuno tutti i santi giorni se ne esce con certe parole? Forse per salvaguardare la pacificazione forzata e vuota di coloro che lo sostengono senza sapere quel che fanno? Sì, può darsi. Ma sento che c’è dell’altro, qualcosa di demoniaco. Come per esempio la volontà di speculare sul dolore altrui, la volontà di accentuare e perpetuare la sofferenza di chi già sta patendo le pene dell’inferno in questo mondo. La vita delle persone transgender non è tra le più facili, tutt’altro; allora mi chiedo: per quale sorta di perfido disegno bisogna andare a peggiorare ancora di più le condizioni di vita delle persone come noi? Questo è il regno del demonio: ecco la risposta. Il mio Victor Hugo, riferendosi a un rospo torturato da una banda di monelli perché da questi considerato troppo brutto, ebbe a scrivere: “Quale oscuro atto! Aggiungere l’orrore alla difformità!” E’ un termine ambiguo quel “difformità”, sia per il rospo che per l’argomento di cui sto trattando; ma sta comunque a significare una presunta condizione di svantaggio rispetto agli altri esseri coi quali ci si deve confrontare e dai quali si viene giudicati. Ma tale condizione di svantaggio, in una società normale, civile e veramente democratica, dovrebbe generare un sentimento di comprensione, di bontà, non già di disprezzo. Quel disprezzo al quale ormai ci hanno tristemente abituati moltissimi di coloro che parlano d’amore verso il prossimo, mentre magari, a pochi passi dalla croce, un loro collega sta insegnando a un bimbo come slacciarsi i calzoncini…
Ieri, 2 dicembre, alla conferenza stampa di apertura dell'edizione 2008 del Motor show, è comparso con sorpresa del pubblico e della dirigenza il nostro autore. Ha fatto sentire le sue ragioni.
Apriremo il 2009 con due pubblicazioni. "Preoccupati dei vivi" di Andrea Moretti e "Io cammino nel buio" di Licia Praisi. Il primo è un romanzo che ricostruisce, sulla base di testimonianze e di documenti storici consultati dall'autore, un cruento eccidio partigiano ad opera dei nazisti, durante la primavera del 1945, pochi giorni prima della liberazione. Ma non si tratta solo di una storia di partigiani. E' un confronto tra la generazione cresciuta sotto il ventennio fascista e quella di trent'anni dopo, quella insanguinata e fanatica della contestazione e dell'apogeo delle Brigate Rosse. Il secondo romanzo è una storia vera, una testimonianza sulla depressione. L'autrice, con pseudonimo, confessa le umiliazioni e gli stati emotivi di una malattia di cui nonostante tutto, ancora oggi, si conosce molto poco.
Un’antologia di racconti sulla prostituzione nel nostro paese, le autentiche denunce delle giovani prostitute straniere ai loro sfruttatori rilasciate agli organi di polizia, due illuminanti saggi sul fenomeno della prostituzione straniera in Italia, la schiavitù e la moderna tratta degli esseri umani.
Le cifre dell’industria della prostituzione sono da capogiro, i profitti colossali. Con 60 miliardi di euro annui il mercato del sesso è secondo soltanto al traffico di droga. La prostituzione da tratta produce da sola un giro di affari di 7 miliardi di euro. È una tra le peggiori forme di violazione dei diritti fondamentali della persona. Si stima che il numero delle prostitute nel mondo sia di 40 milioni. Mezzo milione di nuove donne ogni anno è immesso nei paesi dell’Europa occidentale. Il 75% di loro ha meno di 25 anni e una percentuale indeterminata è minorenne. Negli anni Novanta, nel solo Sud-Est asiatico la tratta ha fatto un numero di vittime pari a tre volte quello dell’intera storia della tratta degli schiavi africani, che nell’arco di 400 anni ha contato 12 milioni di vittime.
Perché vi sono tante prostitute per strada e nelle case, perché le città si popolano di donne che sono costrette a darsi al primo venuto? Chi sono quegli uomini che fermano l'auto? Che cosa dicono, cosa vogliono, come lo chiedono, perché lo fanno? Chi sono le donne che si vendono, quanto guadagnano?
Che cos’è davvero il sesso a pagamento?
Il volume nasce da un progetto di beneficenza. I proventi delle vendite saranno interamente devoluti all’associazione onlus bolognese FIORI DI STRADA (www.fioridistrada.it).
Valentina Francolino Gingko 2007 Venerdì 22 aprile 2181 Mira esce dalla facoltà universitaria di Archeologia della flora e della fauna di Londra per recarsi a casa. Come tutti gli abitanti del pianeta indossa capi d’abbigliamento anti-Uv e si cosparge la pelle di creme-barriera. Da trent’anni, infatti, le condizioni di vita sulla terra sono state completamente sconvolte, a causa del totale deterioramento dello strato di ozono che la proteggeva. Non esistono più forme vegetali o piantagioni commestibili. L’uomo è il solo rappresentante della specie animale ad essere sopravvissuto, benché decimato dalle conseguenze derivanti dalla catastrofe, non ultima una smisurata proliferazione di tumori alla pelle. L’alimentazione è costituita di sole sostanze nutritive a base di vitamine, proteine ed acidi grassi prodotti in laboratorio sotto forma di superconcentrati. L’ossigeno viene immesso nell’atmosfera in maniera artificiale, una volta scisso dall’idrogeno tramite un forte dispendio di energia, che viene ricavata dalle centrali nucleari che proliferano ovunque. L’ingente produzione di scorie viene smaltita trasportandola nello spazio, ed in modo particolare sulla luna. Ad attenderla, tra le mura domestiche, trova la madre in preda al pianto a causa della morte di una misteriosa zia indiana, di cui Mira fino a quel momento ignorava l’esistenza. L’atteggiamento della donna appare tuttavia vago ed indefinibile ed attira la curiosità della figlia. Lucien, il ragazzo che frequentava da un anno, diserta l’appuntamento previsto per l’ora di cena e da quel momento fa perdere misteriosamente le tracce di sé. Mira, dopo alcuni giorni di logorante attesa, cade in uno stato di profonda prostrazione dal quale esce solo dopo aver ricevuto sul proprio telefonino una sorta di messaggio cifrato in cui Lucien sembra darle appuntamento in un imprecisato luogo abitato da una foresta residua. Un aneddoto riesumato tra i ricordi infantili della madre ed un libro redatto dal famoso archeologo Andrew Berdel, repertato dall’oblio degli scaffali polverosi della London Library, sembrerebbero confermare l’esistenza di un ultimo ignoto brandello di paradiso ,sottratto alla deriva ambientale. Che si tratti dello stesso luogo? Mira decide di intraprendere il viaggio nella direzione di quella antica “Valle Nascosta”, che pare trovarsi alle pendici dell’Himalaya, alla ricerca dell’amore e della salvezza… Troppo spesso la fantascienza sociologica si è risolta in scadente narrazione e sterile ideologia, capace di denunciare situazioni senza saper suggerire soluzioni. Valentina Francolino decide pertanto di battere un percorso diverso, concependo un romanzo fantastico e sentimentale che va al di là della mera denuncia ambientalista, perché esce dall’anticipazione narrativa per toccare un nervo ormai scoperto. La vicenda di Mira, che si aggira nello scenario surreale di una Londra grottesca e desolata, costituisce infatti un felice espediente narrativo che consente alla scrittrice bergamasca di esplorare, senza troppe sovrastrutture ecologiste, i pressanti temi ambientali ed ecologici del nostro tempo. Una formula deliziosa per trasformare le varie concrezioni dello sconforto in un’avvincente scrittura d’immaginazione. Ed è tutto così maleficamente credibile che ci sembra di riempire delle lacune della nostra cultura generale. L’autrice non intende qui soffermarsi sugli aspetti deteriori di una civiltà che ha sconvolto gli equilibri naturali. Compie solo una breve digressione iniziale per dirci quello che tutti noi già sappiamo. Ovvero che la condotta sconsiderata dell’uomo ha creato le condizioni perché il verde fosse cancellato per lasciare il posto ad un mondo del tutto artificiale. E subito riprende il filo di una avventura esistenziale destinata ad approdare là dove talvolta la leggenda e le speranze confluiscono magicamente nella realtà. Le avventure di Mira, che vaga di rovina in rovina, morale e materiale, l’una nutrimento dell’altra, costituiscono una lettura divertente e struggente al tempo stesso, che appassionerà anche il lettore che abitualmente non frequenta il genere fantastico. Nessun intento moraleggiante appesantisce l’efficacia narrativa. Niente politica né banali richiami al rispetto della natura,ma solo desiderio di comprendere e di fare comprendere dove ormai siamo diretti. Un’incursione spregiudicata ed inquietante in un futuro che forse è già incominciato. [Gian Paolo Grattarola]
Penso che nell’ambito di una presentazione letteraria, la prima parola spetti a chi in questo testo ha creduto fortemente, l’ha letto e riletto più volte,ne ha curato ogni minimo particolare fino a darne ampia diffusione pubblicando pagine che fino a poco tempo fa erano del tutto private. E pertanto mi sembra giusto iniziare spiegando quali motivi ci hanno spinto nella scelta e perché abbiamo deciso di investire in questo testo tra tanti.
La Gingko Edizioni è una casa editrice giovane, sia nel senso che è di recente nascita, sia perché in essa lavora un gruppo di giovani. Ci siamo fin dall’inizio prefissi la ferma intenzione di valutare accuratamente i testi da pubblicare, di sceglierli in base ai contenuti e non in base al valore o alla presa commerciale degli stessi. Crediamo nella buona letteratura e cerchiamo di evitare testi scandalistici o puramente intrattenitivi. Nel caso specifico, nel momento in cui ci è pervenuto il testo di Angela, leggendone la sinossi io stessa ho immediatamente pensato che si trattasse di uno dei tantilibri lesbo, nel senso di un testo ad effetto che, trasudando sesso e trasgressione, volesse far leva sullamorbosità delpubblico e irretire il lettore. Vi sono moltissimi libri di questo genere. In verità ho anche pensato che sulla scia dei veri gay pride o dell’entrata in Parlamento dell’Onorevole Luxuria, un transgender che ha fondato la propria campagna elettorale sui temi dell’omosessualità e del riconoscimento di questa, fossi di fronte a un testo cosiddetto militante appunto, da gay pride.
Contrariamente, sono stata colpita dalla dolcezza e dalla freschezza delle pagine di Angela. Il suo libro non è ideologico, non è mieloso, non è militante, non è neppure lesbo, pur se scritto da una lesbica. Nella scelta è per noi stata determinante una caratteristica che ci interessa primariamente. E’ un testo vero, non è “stupefacente”. E’ normale. Racconta una storia normale di sentimenti e di affetto mancato. I veri protagonisti della storia sono la vita, le scelte di vita attraverso i sentimenti e il cuore.
E i sentimenti non hanno sesso, sono sentimenti. In queste pagine, qualsiasi persona eteroo omosessuale obisessuale può ritrovarsi perché sono pagine che narrano di vita, d’amore. […]
Il sentirsi sfiniti, senza respiro, sull’orlo del niente e delle lacrime dopo aver fatto l’amore con la persona che amiamo. Quanti di noi hanno provato queste sensazioni ? Spero tanti. Queste sensazioni non sono omosessuali, sono sentimenti e basta. Non esiste una sensibilità lesbo e una etero, così come non esiste una sensibilità di individui bianchi e una sensibilità di individui neri, così come non esiste una intelligenza di individui uomini e una intelligenza di individui donna. Il libro racconta una storia di sentimenti frustrati, di un amore infranto, di una felicità mancata a causa dei pregiudizi. Parla anche dell’Italia e dei difetti italiani. E’ un libro che, attraverso il lesbismo, la vita di una donna lesbica, riesce a parlare d’altro, vola più in là. In cui il lesbismo è un pretesto, come sarebbe potuto esserlo il razzismo, l’emarginazione dettata da altri fattori discriminanti, etc. E’ una parabola sul pregiudizio. Il vero protagonista è il pregiudizio, ma non il pregiudizio dei personaggi della storia, ma di chi lo legge, del lettore. L’elemento più straordinario è che non tratta del pregiudizio cosiddetto “esterno”, ovvero degli altri, a cui la lesbica e l’omosessuale o qualsiasi persona diversa soggiace, deve accettare, sopportare, o contro cui deve lottare. Tratta invece del pregiudizio interno. Nel libro si narra di un pregiudizio che una donna lesbicariceve e sopporta non dalla società, ma da se stessa, che ella alleva e ha dentro di sé, non che le è imposto. Questa donna, amante, ha pregiudizio verso se stessa. […]
Sono pagine che trattano dell’accettazione di noi stessi, delle barriere interiori che ognuno di noi alimenta e contro le quali ognuno passa la vita intera a scontrarsi. […]
In fondo parla di una questione universale che sta a monte di ogni nostro agire quotidiano. […]
Angela Siciliano, scrivendo un libro lesbico, ha sfoltito il genere, se così si può dire (e se esiste davvero un genere letterario lesbo), e lo ha fatto in una maniera assolutamente virginale e spontanea, ovvero raccontando semplicemente la verità. Non ha usato giri di parole, orpelli, non ha mascherato nulla. […]
Si potrà dire qualunque cosa di questo libro, una volta letto, ma non si potrà dire che è letterario, che non è vero, che non è autentico. Leggendolo vi renderete conto che, mentre seguirete la protagonista, starete seguendo voi stessi, starete rivivendo i vostri primi amori, l’innocenza del vostro primo bacio, le prime uscite con i ragazzi nella piazza del piccolo paese, starete rivivendo i fugaci appuntamenti estivi all’ombra di un albero o nella semioscurità del vicolo. Il libro parlerà al vostro cuore come ha parlato al nostro. E poco importa che a parlare dei suoi sentimenti sia una donna che nutre amore verso un’altra donna, poco importano le categorie, le emozioni sono le stesse provate da chiunque, da qualunque cuore. Il libro di Angela è così autentico e sono così vere e oneste le delusioni, il pudore, i tocchi delle mani sulla pelle, le carezze, la solitudine, il senso di inadeguatezza e di abbandono, la disperazione, la speranza, che vi verrà la pelle d’oca, un brivido di freddo vi risalirà lungo la schiena e comincerete a guardare l’uomo, la donna, chi ci passa accanto, il vicino, nella sua complessità. Ciò che vuol insegnare questo libro è il moto del cuore umano, la sua infinita e toccante fragilità. E’ un libro toccante, rivelatore sotto moli aspetti, perché al di là di tutta la nostra modernità, l’emancipazione nella quale crediamo vivere, esso svela quanto poca strada abbiamo fatto nell’accettazione di ciò che comunemente reputiamo diverso.
E qui mi preme aprire una parentesi e fare una digressione sul tema dell’omosessualità.
Il termine omosessualità, a cui noi spesso attribuiamo un significato ed una connotazione negativa, deriva da un termine greco, omoios, che significa simile e che è, per intenderci, lo stesso termine alla base di omeopatia (che non è, come molti pensano, la cura delle patologie con le piante, ma un tipo di cura che si basa sulla legge della similitudine per cui la stessa sostanza che provoca la malattia, se dosata sapientemente e in modo misurato, può portare alla guarigione) ed il termine latino sexusovvero sesso. L’omosessualità è quindi l’orientamento sessuale caratterizzato da un’attrazione sessuale o puramente affettiva per individui del proprio genere sessuale.Definire una persona o definire se stessi omosessuale significa solo avere una particolare propensione sessuale affettiva o semplicemente delle affinità particolari con un individuo dello stesso sesso. Il termine omosessuale di persé non è dispregiativo. Però spesso viene confusocon pederastìa - dal gredo pais paidòs (ragazzo) - e erastès (amante): amore per i ragazzi - e che per questo spesso viene confuso con pedofilia - o anche sodomia (termine traslato dalle sacre scritture cristiane che sta a denotare rapporti sessuali di tipo anali tra individui ). Questi sono termini che molti, e sono sicura anche qui tra i presenti, intendono come sinonimi di omosessualità, quando invece nel gergo comune e nel parlato quotidiano marcano con un velo di depravazione il termine omosessuale. E la connotazione di depravazione che spesso viene attribuita agli omosessuali deriva dal concetto inculcatoci fin da bambini che essere omosessuale è contro natura. Ma cos’è la natura? Cosa significa essere contro natura? Anche qui mi rifaccio all’etimologìa greca dove la natura è detta fusis (da qui fisiologico - quindi secondo natura, etc). Ma i greci ed i loro pensatori, che in molti aspetti della vita erano molto più illuminati di noi e da cui noi ancora oggi traiamo spunto, intendevano con natura non solo la realtà oggettiva così come ci appare ma riferita all’uomo (la physsi). La natura era intesa come disposizione naturale dell’uomo. […]
Sul tempio di Delfi era scritto Gnoti se autòn, conosci te stesso. Questo era l’unico insegnamento etico-moraleche doveva guidare l’uomo. Conoscere se stesso e assecondare la propria natura, dove natura è la propria indole, la propria appunto disposizione naturale. L’omossesualità ha iniziato ad essere concepita in senso negativo con l’avvento del cristianesimo che ha postulato ed insegnato che è contro natura, perché non finalizzato alla procreazione, il rapporto omosessuale. E così noi che siamo intrisi di cultura cristiana diamo ancora oggi un significato negativo alla parola e spesso utilizziamo il termine omosessuale come insulto. Non sapendo che un tempo, in epoche più illuminate, avere rapporti con l’altro sesso era perfettamente considerato naturale tanto che i più grandi uomini del passato, pensatori, personaggi storici, uomini delle arti e delle scienze, lo sono stati e di questo si sono compiaciuti. L’Achille di Omero - parliamo del XII sec A.C. - è descritto come colui che ama l’amico Patroclo al di sopra di tutti e che per vendicare la morte di questi trova egli stesso la morte sul campo; Socrate spesso, nei dialoghi di Platone (Simposio e altri), viene descritto come un uomo che ama i ragazzi suoi discepoli, è catturato dalla loro bellezza fisica e addirittura elogia l’amore omosessuale come più importante e più dignitoso per un uomo (poiché nel rapporto omosessuale tra uomini vi è uno scambio tra amante e amato anche culturale, gli uomini erano gli unici a godere di istruzione). In tutto il pensiero pre-cristiano il matrimonio, che molti politici oggi giudicano alla base dello Stato come naturale, era visto in modo solo utilitaristico, solo come humus per la procreazione. I divorzi erano largamente ammessi e frequenti sia nella Grecia Antica che nella Roma antica che nello stato egiziano tolemaico. Questo per dire ancora una volta, senza voler fare l’apologia di niente e nessuno, quanta ignoranza c’è nell’uomo moderno! […]
Angela nel proprio libro, in modo molto esplicito, si scaglia contro le barriere imposte dal contesto sociale che impediscono a chi è omosessuale di dichiararsi tale. Eppure io penso che niente più dell’amore abbia bisogno di un contesto sociale favorevole, di una sovrastruttura in cui poter crescere. Lo stesso fenomeno è accettato o meno a seconda di come la società si pone di fronte ad esso, in base all’apertura e alla cultura degli individui facenti parte di quel contesto sociale. Una mia conoscente, che per mostrarsi agli occhi altrui progressista ed aperta, spesso dichiara: io sono molto aperta, ho anche amici gay e lesbiche. E’ in tal modo che non si accorge che proprio così ghettizza e rende diverso ciò cheè normale. E’ come se io dicessi: io sono molto aperta, ho tante amiche bionde, operaie e laureate.In fondo in fondo, la realtà è sempre più semplice di quanto noi la vediamo e, in fondo in fondo, escludere o mobbizzare una persona per l’omosessualità significa giudicare la stessa persona solo perchi si porta a letto. Aberrante davvero. […]
Che Angela abbia raccontato la storia di una donna lesbica è un particolare, perché ciò che conta e ciò che è l’essenza del libro, è la storia delle storie, ovvero la storia, o meglio la cronistoria del cuore e dell’anima umana.Il cuore e l’anima sono quelli una donna, cinquantenne, ma sono il cuore e l’anima dell’adolescente, dell’uomo sposato, dell’etero, dell’omosessuale, dell’operaio e del colletto bianco.
Chi non ha mai pensato di prendere le poche cose che servono, infilarle in un zaino e sbattere la porta per andare in stazione o in aeroporto e fuggire per sempre? Andarsene dall’altra parte del mondo, nell’angolo più sperduto e romantico, nel proprio ideale Eldorado, e rinnovarsi liberandosi dell’ozio e delle vecchie noiose abitudini quotidiane. Diventare un avventuriero, un viaggiatore (ma non un turista), imbarcarsi su qualche nave diretta al Polo, essere intenzionati a vivere una nuova avventura, semplicemente andarsene e ricercare un’oasi prediletta di semplicità, di naturalità, di semplicità, lontana dagli obblighi, dalle fatiche di ogni giorno.
In tutte le età, con motivazioni diverse, sicuramente tanti di noi almeno una volta hanno fatto un pensierino su una prospettiva simile. Il giovane come l’adulto, la donna come l’uomo, qualunque professione, qualunque ruolo, qualunque situazione economica... dire basta, zaino in spalla e via, verso l’adrenalina. Viaggiare per fugare il vecchio se stesso, mettersi alla prova, sfidare noi stessi, vedere se ce facciamo, se siamo in grado di liberarci dalla comodità, ritornare all’essere uomini, allo stato puro e semplice.
Il viaggio, da sempre, ha richiamato spiriti inquieti e battaglieri di ogni indole, da ogni angolo del mondo e in ogni tempo. E’ sempre stato vissuto e viene vissuto ancora come una summa di condizioni e elementi affascinanti, come la panacea di diversi problemi, la soluzione, la scelta, la ricerca di un senso alto della vita, per alcuni addirittura il vero senso della vita, l’orgasmo.
Chi non si è mai detto che siamo nati in un determinato contesto geografico, eppure per vivere veramente, per poter dire di aver vissuto intensamente e in maniera ricca è necessario varcare le barriere, andare oltre; siamo nati per conoscere, per vedere. Spesso l’idea di vivere per tutta la vita in un solo luogo ripugna, in una città, un quartiere, spesso un isolato, e la nostra vita si svolge in pochi kilometri quadrati di spazio e di aria, sempre la stessa.
Ulisse varcò le colonne d’Ercole, limite estremo del mondo allora conosciuto, Gengis kan estese il suo dominio per migliaia di kilometri attraverso la steppa asiatica e Alessandro portò i macedoni dal Peloponneso fino all’intricato eselvaggio continente indiano; Marco Polo, Colombo, grandi avventurieri e grandi viaggiatori che si spinsero al di là delle certezze e delle conoscenze, e furono esploratori anelanti mondi nuovi, curiosi di conoscere gente diversa.
Anche oggi esistono molti giovani e meno giovani che viaggiano. Nel suo libro Marco Biaz ne incontra tanti, con diverse motivazioni, i quali sono fulminati da un’idea di ricerca esuberante e, instancabilmente, calpestano terre negli angoli più remoti del pianeta. Uomini e donne che abbandonano la routine e le solidità della loro vita, sperimentano nuove conoscenze, ricercano esperienze. Il viaggio per loro, come per gli antichi, è ancora vissuto come stolido tentativo di trovare e custodire dentro di sé una felicità superiore che nel quotidiano, in casa propria manca, svelare l’essenza di se stessi alla costanza ricerca di un maggiore e più inteso senso di ogni singolo respiro. Questi viaggiatori, che sono i veri viaggiatori, coloro che reputano se stessi veri viaggiatori, i non turisti, sono sopra ogni cosa “ideologici”, tutto in loro è ideologico. Viaggiano perché non si sentono a loro agio nella moderna società, non ne accettano le convenzioni e sono allaricerca di un mondo non ancora lambito dalla corruzione della modernità. Il loro viaggio è un viaggio verso gli esordi naturali dell’uomo, verso le forme più ancestrali e pure dell’esistenza ma, come presto o tardi scopriranno, si trovano di fronte a una delusione bruciante. Quel mondo ancestrale e primitivo, sincero, onesto, semplice non esiste e non esiste per due motivi: perché la modernità con le sue sicurezze o false sicurezze ha invaso ogni angolo del pianeta, e non esiste un Eldorado di puro fascino non corrotto o non corruttibile o perché loro stessi ne sono figli, sebbene ingrati, figli di questo tempo e al di fuori di questo tempo essi non riescono ad esser felici. Si erano illusi di essere semplici, puro intreccio di naturale sangue e nervi, ma nella vera naturalezza e semplicità si scoprono fanatici e scoprono i propri limiti nel pregiudizio, nella incapacità di adattamento; la loro forma mentis non gli permette di penetrare fino in fondo nell’anima dei popoli e dei luoghi che essi vorrebbero interiorizzare. In più, non riescono a liberarsi dal se stessi del passato, dai propri problemi, dall’ ansia della vecchia vita che si erano illusi di poter dimenticare attraverso appunto il viaggio, attraverso la fuga e l’allontanamento.
Anche Biaz, qualche anno fa, fu uno di loro, un ricercatore, un avventuriero, un moderno cacciatore del klondide, un rabdomante del senso puro dell’esistenza. Fu uno di quei giovani che girano il mondo in zaino e sacco a pelo, senza troppi soldi nelle tasche e senza mai fatica nella ricerca continua e estenuante dimondi e modi di vita diversi; Biaz è stato uno di quei viaggiatori “sulla strada” alla Kerouak, alla Chatwin, uno di quei giovani con la barba lunga che incontriamo sui treni, che dormono nelle stazioni e negli ostelli a pochi spiccioli a notte, uno di quei sognatori con lo sguardo incantato ai finestrini ad osservare le distese erbose che scorrono veloci, le steppe asiatiche, le splendide morbide coste di un isola immacolata. Uno degli abitatori dei treni sgangherati indiani, e delle stazioni affollate e rumorose, uno di quegli osservatori del mare burrascoso dello Sri Lanka. Biaz ha viaggiato allungo per tutto il sud est asiatico e ha scritto le sue impressioni sul taccuino, ha fatto fotografie, ha conosciuto i moribondi delle case di Madre Teresa a Calcutta, ha registrato e incamerato volti, esperienze, vissuti, ha viaggiato e conosciuto gente. Anche lui ha pensato al viaggio come panacea di tutti i mali, ha creduto che viaggiare potesse alleviare o sanare la sua inquietudine, soddisfare il suo anelito libertario, disinnescare, come scrive DiMaggio nella Prefazione al libro, la bomba ad orologeria che lo spingeva sempre più in la, a vivere, esasperare per non esserne più schiavo della sua voglia di vita. Biaz ha viaggiato, come molti, nella convinzione che il viaggio potesse essere la soluzione di ogni cosa, che potesse aiutarlo a crescere e a migliorarsi, a insegnargli metodi e soluzioni per affrontare la vita, credendo che la vita è qualcosa di diverso dagli obblighi e dalle responsabilità che ogni uomo deve affrontare e accettare. Come ha raccontato nel libro, diversi personaggi da lui incontrati e ascoltati erano partiti per motivi diversi, molti per mettersi alle spalle i frutti dei propri fallimenti, amori naufragati, la noia dell’esistenza. Nel libro racconta non il viaggio di questi uomini, di questi viaggiatori, ma le loro motivazioni, le loro imprese, i loro guai e ci fa vedere il loro percorso di apprendistato, un apprendistato che, nel frattempo, diventava anche il suo, che anche lui stavavivendo. Il libro, come più volte si è detto, non è un libro di viaggio, o di viaggi, ma un libro sui viaggiatori, soprattutto viaggiatori occidentali, uomini e donne alle prese con i propri guai e che nel viaggio pensavano di risolverli. Attraverso la loro storia Biaz cresceva ogni giorno di più, tappa dopo tappa, esperienza dopo esperienza. E dopo quasi un anno di peregrinazioni anche per lui, come per tutti i viaggiatori che scelgono il viaggio come soluzione, giunse il momento della scelta. Si trovava ormai di fronte a un bivio, un bivio che tutti gli inquieti di questo mondo incontrano, il bivio dell’esistenza. Un ramo di questo bivio è la continuazione del viaggio, il partire e spostarsi perenne, nella consapevolezza recondita, ma inconfessata, che il luogo paradisiaco, l’Eldorado della nostra anima pacifica ancora non è stato trovato e, forse, non si troverà facilmente; dall’altro, l’altro ramo, era quello del ritorno, del fermarsi, dell’accettare che il viaggio smanioso di ricerca fiduciosa non condurrà mai a niente se non si è disposti alla sforzo erculeo di rinnovare prima se stessi, accettare il proprio destino. In una parola, crescere! Crescere significa decidere qual è il nostro posto al mondo, dove e come dirigere la nostra esistenza. Biaz scelse, di fronte a quel bivio, il secondo ramo, il ritorno a casa. Qualcosa, come lui dice, dentro gli si era rotto, incrinato. Avrebbe potuto viaggiare evidentemente lungo una vita intera e non trovare quello che stava cercando come molti che aveva incontrato, pur non confessandoglielo, gli avevano dimostrato con la loro storia personale. Si arrese nel senso che decise appunto di provare a crescere, maturare, accettare la propria condizione di uomo, di uomo perennemente inquieto e insoddisfatto e addestrare il proprio ego su una nuova strada, quella di un avanzare - senza muoversi - verso la felicità. Capì, in altri termini, che la ricerca della felicità e del significato della vita, poteva fare benissimo a meno del movimento materiale e fisico del suo corpo e che, adesso, finalmente, era giunto il momento di continuare ad avanzare con l’anima, da solo con essa, che era la sua anima ormai che doveva continuare il suo apprendistato, era la sua anima a dover continuare il viaggio verso la realizzazione dell’uomo, del se stesso, era essa che doveva condurlo verso l’Eldorado agognato della pacificazione con il suo spirito. Il viaggio continuava, la lotta continuava ma continuava con altre premesse, continuava dentro di sé, percorreva strade interne, non più i mercati e le pozzanghere indiane, non più scalava l’Annapurna, non più dormiva passando notte dopo notte nelle guest house, non prendeva più three whels per spostarsi, non si imbarcava più in ascese di monti sacri, in ammirazioni estasiate di statue gigantesche del Buddha, non dormiva più in letti con ragazze stupende e appena conosciute, non ripercorreva nemmeno più le stesse strade del passato, della vita di prima, faceva tesoro di quelle esperienze e le prendeva come punto di partenza. Biaz cominciava daccapo o, meglio, partiva da dove era ritornato, questa volta per un viaggio molto più avventuroso e ancora stupefacente ed emozionante: quello dentro il suo spirito e dentro la sua vita.
Biaz è di certo un inquieto, lo è tuttora, glielo si legge dentro. Adesso al viaggio ha sostituito la scrittura, il suo modo di evadere. E’ come tutti noi. La sua soluzione era il viaggio, ciascuno di noi ha una sua soluzione. Ognuno di noi cerca nella propria vita di eleggere una propria modalità di evasione: la palestra, la caccia, la pesca, lo sport in genere, la letteratura, il cinema, alcuni l’immersione totale nel proprio lavoro.
Valentina Francolino presenterà Il ventre della Terra presso laLibreria delle donne, via Pietro Calvi 29, Milano. Introduce la dott.ssa Antonella Nappi, docente universataria presso il Dipartimento Studi sociali e politici dell'università degli Studi di Milano.
IL 10 11 12 OTTOBRE DECINE DI PICCOLI E MEDI EDITORI SI RIUNISCONO A PISA.
ANCHE NOI SAREMO PRESENTI, PRESSO LO STAND B090.
FATE UN BAGNO DI LIBRI...
VENITECI A TROVARE
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11 ottobre 2008, ore 14.00, sala Rossa. Presentazione Fuga dal monsone. La panacea del viaggio?
Un racconto sui viaggiatori occidentali. Il loro anelito libertario, la chimera di lasciarsi tutto alle spalle, boicottare la vita ordinaria, la sfida di mettere sotto assedio le vecchie abitudini, la noia, la propria corruzione come risorsa umana.
Intervengono Marco Biaz (autore), Rosa Giovanna Orri (Gingko)
12 ottobre 2008, ora 17.00, Sala Verde Presentazione Quando l'amore non basta.
La storia di due donne innamorate e degli ostacoli che alla fine hanno impedito il loro amore lesbico è la rappresentazione, tutto sommato universale, delle etichette e delle classificazioni che, esagerando spesso, sono chiamate valori e sani principi ma, al fondo, si rivelano stereotipi che impediscono la crescita naturale dell'individuo e il corso spontaneo di un sentimento, un talento e una visione politica.
Parteciperà alla presentazione l'autrice che attualmente vive in Danimarca. Relaziona per la casa editrice Rosa Giovanna Orri.
Scritto con punte di lirismo toccante e con precisione affilata negli affondi “ideologici” sulla tematica delle relazioni tra donne, questo è un romanzo su un amore mancato e sul rimpianto inammissibile, sulle interferenze esterne che a volte annullano gli istinti e i bisogni naturali e sull’importanza di chiedere scusa – anche se tardivamente – a chi ha pagato il prezzo delle nostre rinunce pareggiando i conti con il proprio coraggio. Dalla prefazione di Grazia Verasani (autrice di Quo vadis, baby?)
Chi ha inventato il Motor Show di Bologna? Come nacque l'idea e come fu portata al successo tanto da divenire un fenomeno di costume? Come si giunse all'idea vincente di un Salone automobilistico per tutti i gusti, che concentrasse esposizione ed esibizioni al cardiopalma, la tradizionale mostra allo spettacolo stupefacente, che prevedesse la partecipazione di campioni del motorismo italiano e internazionale e che diventasse punto di incontro tra produttori e il mondo dei GP di Formula Uno e di Moto GP?
Concorso letterario/ Progetto di pseudo scrittura collettiva/Antologia di racconti
Gingko edizioni in collaborazione con Fiori di Strada
Ci sarà bene un perchè vi sono tante prostitute per strada e nelle case, e se le città si popolano di donne o uomini che amano darsi o sono costrette a darsi al primo venuto. Chi sono quegli uomini e quelle donne che fermano l'auto, o entrano per fantomatiche sedute di massaggi, che cosa dicono, cosa vogliono, come lo chiedono, perchè lo fanno? E chi sono le donne e gli uomini che si vendono, quanto guadagnano, sono dei gaudenti o dei moderni schiavi, esibizionisti o malati, che cos'è davvero il sesso a pagamento?
Scrittori raccontano il vivere oggi in Italia
Perchè l'astrazione letteraria è utile per la mente, ma se un libro può dare una mano anche al corpo diventa uno strumento insostituibile!
[Il progetto ha scopi letterari e di beneficenza ed è totalmente gratuito. E' rivolto a tutti gli scrittori italiani e stranieri di ogni età.]
Segnaliamo un servizio del Tg3 Regionale Emilia Romagna che racconta l'ennesimo contributo dell'associazione onlus bolognese a favore della lotta contro lo sfruttamento della prostituzione e la tratta di esseri umani.
Negli ultimi anni ci siamo abituati, in molte cittá italiane ed europee, a vedere le parate gay almeno una volta l'anno. E a prescindere dalle reazioni emotive degli altri cittadini, che a volte sono di allegria a volte di fastidio, bene o male ormai si svolgono pacificamente, con la musica a tutto volume, qualche striscione a grandi lettere, costumi e danze. Almeno cosí accade a Copenaghen (anche se pochi anni fa durante la sfilata in un quartiere - che una volta era operaio e ora è a maggioranza immigrati - un gruppo di ragazzini di origine diversa da quella etnica lanció una serie di pietre contro i carri, ferendo i ballerini. Le pietre furono lanciate insieme a ingiurie volgari e denigranti). In genere, dunque, ormai tutte le cittá, volenti o nolenti, si stanno rassegnando alle parate gay che se da una parte esagerano in carne in esposizione e pose direi fantascientifiche, dall'altra mettono anche allegria e spruzzano un po' di diversitá sulla monotona atmosfera cittadina. Non tutti gli omosessuali vanno alle parate, sia chiaro, é una piccola percentuale di gay che o ritiene un dovere politico parteciparvi o lo ritiene un modo divertente di esprimersi. Un'altra percentuale di gay magari si ferma a guardarli e saluta i conoscenti, qualcuno non ha proprio tempo o evita la folla per principio, ma certo i sentimenti verso le parate sono vari anche all'interno dello stesso mondo omosessuale. E il potersi permettere riflessioni su quanto sia utile o meno sbattere in faccia alla macellaia e al fruttivendolo un paio di chiappe imbellettate per poterli convincere che abbiamo il diritto si esistere é giá una grande libertá. Di pensiero e di espressione, appunto. Ma ci sono luoghi in cui é ancora reato essere omosessuali e le parate gay sono simbolo di disordine civile oltre che morale; finiscono con la polizia che attacca i manifestanti, piccoli eserciti neonazisti che provocano e bastonano, con la galera e cose simili (galera non per i neonazisti ma per i gay che riescono ad acciuffare).
È successo cosí a Sofia, in Ungheria, di recente, è successo cosí anche in altri ex-paesi comunisti appartenenti alla defunta Unione Sovietica. Diciamo che gli ultimi paesi entrati nella Comunitá Europea sono costretti a fare i conti con questo passaggio culturale, imposto dalle regole comunitarie: non discriminare i cittidadini omosessuali. E in questo caso dunque ben venga la mano lunga di Bruxelles. Poi si tratta di superare i pregiudizi, i miti, le informazioni sbagliate sull'omosessualitá, i tabù. In certi paesi - nel mondo - la gente é convinta che non esistano da loro i gay, oppure che essere omosessuali significhi apprezzare il sesso con i bambini o che se si é omosessuale allora si é anche pazzoide, malato fisicamente, posseduto dal diavolo, portatore di malattie infettive e cose simili.
Fuori dall'Europa, pochi giorni fa si é svolta la prima parata gay in India, a New Delhi. Gli organizzatori si aspettavano pochi partecipanti, riferisce Poul Bonke Justesen, il giornalista dell'articolo su Berlinske Tidende un quotidiano danese, del 5 luglio, perché in India vige ancora una legge che risale a 147 anni fa, dai tempi degli inglesi, la quale puo' condannare un omosessuale fino a 10 anni di carcere. Naturalmente ora si discute di eliminare la legge che é contro i diritti umani, ma é ancora vigente. E cosí gli omosessuali coraggiosi che hanno partecipato alla storica parata hanno preferito indossare una maschera, ma erano in migliaia, mentre gli organizzatori aspettavano al massimo un centinaio di partecipanti. Un successo. In India manifestazioni simili stanno avvenendo in diverse altre grandi cittá.
Riferisco anche i dati trovati in un articolo di Kirstin Stefánsdóttir Egekvist, 12 luglio, su un altro quotidiano danese, Politiken: a livello globale, in 8 nazioni essere omosessuali porta alla pena di morte; in 78 é un reato che porta a molti anni di prigionia. In Egitto il maggio scorso cinque uomini sono stati condannati a tre anni di prigione, scoperti perché siero-positivi (HIV), il loro medico ha dunque imposto loro una visita anale per dedurre se avevano avuto rapporti sessuali omosessuali. Tratte le conclusioni dalla visita medica, le autoritá li hanno tenuti legati al letto d'ospedale fino al processo, circa tre mesi dopo, e questo anche se malati. Ma i maltrattamenti e l'aggressivitá verso gli uomini e le donne omosessuali sono un fenomeno che più o meno appartiene a tutti i paesi, in misura diversa, ma é presente ovunque e quasi potremmo dire che l'aggressivitá cresce di pari passo con le libertá i e i diritti che si vanno acquisendo in misura sempre più completa. Le nazioni che condannano a morte gli omosessuali sono: Emirati Arabi Uniti, Gambia, Iran, Mauritania, Nigeria, Arabia Saudita, Sudan, Yemen. La nazioni che permettono il matrimonio, senza distinzioni di alcun genere tra quello omosessuale e quello eterosessuale: Repubblica Sudafricana, Spagna, Olanda, Belgio, Canada, California e Massachusetts negli Stati Uniti d'America, Norvegia. Le nazioni che permettono registrazioni di partnariato con diritti molto simili ai matrimoni eterosessuali ma conservando delle limitazioni: Argentina (solo in Buenos Aires), Australia, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Lussemburgo, Svizzera, Slovenia, Gran Bretagna, Svezia, Repubblica Ceca, Germania, Nuova Zelandia, Guinea francese, Uruguay, Messico (in Coahuila e nel Distretto Federale), Usa (Hawaii, Oregon,Washington, Vermont, New Jersey, Connecticut, New Hampshire, Maine).
In ultima analisi, la ragione effettiva per cui a una maggioranza è concesso di governare, e per lungo tratto, mentre originariamente il potere è nelle mani del popolo, non sta nel fatto che la maggioranza sia nel giusto più verosimilmente della minoranza; neppure perché si reputi corretto che la minoranza ceda; il fatto è che la maggioranza è fisicamente più forte. Ma un governo in cui la maggioranza decida su tutto non può essere fondato sulla giustizia, nemmeno sulla giustizia relativa al discernimento umano. […]
La legge non ha mai migliorato nessuno; e l’osservanza della legge trasforma anche il migliore degli individui in agente di ingiustizia quotidiana. Avete sotto gli occhi una semplice e diffusa conseguenza dell’indebito rispetto per la legge: una colonna di soldati – colonnello, capitano, caporale, soldati semplici, addetti alle munizioni e via discorrendo – avanzando in ordine mirabile per colline e vallette, va alla guerra contro la sua volontà, sì, contro il suo senso morale e la sua coscienza – marcia perciò durissima, che dà l’affanno al cuore. Costoro non hanno alcun sentore del maledetto affare cui prendono parte: presi a uno a uno, sono tutti pacifici. Orbene, che sono diventati? V’è più niente di umano in loro? Non sono piuttosto fortini amovibili e depositi al servizio di pochi uomini senza scrupoli al potere? Visitate l’Accademia navale e contemplate un marine, il tipico prodotto di una magia nera, pallida ombra e sembiante di umanità, deambulante cadavere vivente, già sepolto, per cosìdire, in assetto di guerra con accompagnamento funebre, ancorchè ciò che sia possibile. […]
Migliaia di persone sono contrarie alla schiavitù e alla guerra in linea di principio, e tuttavia non muovono un dito per farle cessare; si considerano tutti figli di Washington e Franklin, siedono con le mani in tasca, dicono di sapere il da farsi e non fanno nulla; pospongono il problema della libertà a quello del libero scambio, e dopo cena leggono pacifici il listino dei pressi delle merci e le notizie dal Messico; entrambi conciliano forse il loro sonno. Qual’è l’odierno prezzo di mercato di un uomo onesto e di un patriota? Scuotono il capo e deprecano e firmano talvolta petizioni; senza però far nulla di serio e efficace. Attendono ben disposti che altri rimedino al male, per non doverlo più deprecare. Nel migliore dei casi, offrono a ciò che è giusto, purchè sia a portata di mano, un voto a buon mercato, un debole appoggio e un auspicio.[…]
Ogni elezione è una specie di gioco, tipo dama o backgammon, con un leggero retrogusto morale: si gioca con il giusto e l’ingiusto, è un gioco morale; va da sé che si accompagni a scommesse. Gli elettori, tuttavia, non si mettono in gioco. Voto come getto il dado: che vinca però il giusto non è per me questione vitale. Sono pronto a rimettermi alla maggioranza. L’obbligazione che ne discende è quindi del tutto accidentale. Votare per quel che è giusto non significa fare qualcosa per esso: vale quanto manifestare pubblicamente, e timidamente, il desiderio che esso prevalga. L’uomo di valore non lascerà ciò che è giusto alla mercè del caso, né vorrà che prevalga grazie al peso della maggioranza. Nell’azione della massa v’è assai poco di virtuoso. Quando, in ultimo, la maggioranza voterà l’abolizione della schiavitù, lo farà per indifferenza, ovvero perché vi sarà ormai poca schiavitù da abolire con il voto. L’unico schiavo sarà allora la maggioranza. L’abolizione della schiavitù può vincere con il solo voto di chi, votando, afferma la sua libertà.
Oh, dov’è l’uomo che è uomo e, come dice il mio vicino, ha una spina dorsale che non può essere trapassata da una mano! Le nostre statistiche sono in errore: hanno calcolato la popolazione per eccesso. Quanti uomini abitano in mille miglia quadrate di territorio? Forse uno.
L’America […] s’è ridotta a un tizio riconoscibile dalla sviluppo delle sue attitudini gregarie, dalla patente mancanza di intelligenza e di gioiosa fiducia in sé; uno preoccupato, da che viene al mondo, anzitutto del buono stato degli ospizi; un collettore, assai prima di indossare la toga pretexa, di fondi per sovvenire alle vedove e agli orfani di domani; uno che, in definitiva, osa vivere solo grazie alla società di mutuo soccorso che gli ha promesso esequie decorose. […]
Incontro direttamente , faccia a faccia, il governo americano in carica, ovvero il suo rappresentante, il governo dello stato del Massachusetts, una volta all’anno - non di più - nella persona dell’esattore delle imposte; è questo l’unico modo in cui un uomo nella mia condizione giocoforza lo incontra. Il governo dice allora, esplicitamente: , e il più semplice, più efficace e, nella attuale situazione, il più inevitabile modo di trattare con lui su questa base, di esprimergli la scarsa soddisfazione e il disamore che nutro, è non riconoscerlo. […]
Da parte mia, non mi piacerebbe pensare di dipendere in qualche modo dalla protezione dello Stato. Ma se rifiuto l’autorità dello Stato quando mi presenta la cartella delle imposte, esso confischerà e distruggerà ogni mia proprietà, e poi tormenterà me e i miei figli all’infinito. E’ cosa ardua da sopportare. Rende impossibile a un uomo, dal punto di vista pratico, condurre una vita che sia insieme onesta e agiata. Non vale la pena accumulare proprietà: esse sicuramente si decumulerebbero. Meglio affittare o occupare un posto qualsiasi, e raccogliere quanto può consumarsi subito. Meglio vivere alla giornata, contare su di sé, tenersi pronti a partire e avere poche cose. […]
Confucio disse: Se uno Stato è governato secondo i principi di ragione, povertà e miseria sono oggetto di vergogna; se uno Stato non è governato secondo i principi di ragione, ricchezza e onori sono oggetto di vergona […]
Capii che lo Stato era lento di comprendonio, che era timoroso come le vedove con i cucchiaini d’argento, e che non sapeva distinguere gli amici dai nemici; persi il rispetto che mi rimaneva e lo compatii. La Stato, infatti, non si misura mai direttamente con la sensibilità , intellettuale o morale, di un uomo, ma solo con il suo corpo e i suoi sensi. Non è armato di maggiore perspicacia o onestà, ma solo di superiore forza fisica. Non sono fatto per essere obbligato. Intendo respirare come meglio mi pare. […] Quando mi imbatto in un governo che mi dice: perché dovrei affrettarmi a cedere la borsa? Se è in difficoltà economica, e non sa come uscirne, non posso aiutarlo. Deve aiutarsi da solo, come me. […]
Mi piace immaginare uno Stato talmente avanzato da riuscire ad essere giusto con tutti gli uomini, e a trattare il singolo con rispetto dovuto a un vicino; che non reputi incompatibile con la sua autorità che alcuni vivano in disparte, senza avere commercio con esso, o soggezione, nel rispetto di ogni dovere di buon vicino e di essere umana.
"Da giovane, mi dicono, ero testardo, egoista, a tratti spericolato e lunatico. […] Trascorrevo gran parte del tempo a fantasticare o intraprendere scalate di remote montagne dell’Alaska e del Canada, pinnacoli oscuri, ripidi e spaventosi, di cui nessuno al mondo, eccetto uno sparuto gruppo di fanatici alpinisti, aveva mai sentito parlare. In realtà, da tutto ciò qualcosa di buono uscì. Infatti, concentrando lo sguardo su una vetta dopo l’altra, ebbi modo di non disorientarmi nella fitta nebbia postadolescenziale. L’alpinismo era diventato importante per me.[…]
Nel 1977, seduto su uno sgabello di un bar del Colorado a rimuginare sulle disgrazie della mia esistenza, ebbi l’idea di scalare una montagna chiamata Devil Thumb, un’intrusione di diorite che il lavoro di antichi ghiacciai ha trasformato in una torre di immense e spettacolari proporzioni.Soprattutto al nord, la sua imponenza è mozzafiato: la grande parete settentrionale, che non è mai stata scalata, si staglia liscia e pulita per un paio di chilometri circa, ovvero due volte all’altezza dell’El Capitan, nello Yosemite. Il progetto era di arrivare in Alaska, sciare dalla costa sul ghiaccio per una cinquantina di chilometri e arrampicarmi sul portentoso nordwand. Decisi peraltro che avrei fatto tutto da solo.
All’epoca avevo 23 anni […] I miei calcoli, se così possiamo chiamarli, erano infiammati dalle cieche passioni della giovinezza e da una dieta letteraria troppo ricca di Nietzsche, Kerouac e John Menlove Edward, quest’ultimo scrittore e psichiatra profondamente disturbato che, prima di mettere fine ai propri giorni nel 1958 con una capsula di cianuro, era stato uno degli alpinisti più eminenti del Regno Unito. […]
Avevo un libro in cui era riportata la fotografia del Devil Thumb […] Ricordo che quell’immagine suscitava in me un fascino quasi pornografico. Che sensazione avrei avuto, mi domandavo, a stare in equilibrio su una cresta tagliente come una lama, preoccupato per l’addensarsi di nuvole nere all’orizzonte, piegato contro il vento e il freddo opprimente, a contemplare l’abisso su ogni lato? […]
All’epoca lavoravo a Boulder come carpentiere a tre dollari e cinquanta l’ora. Un pomeriggio, dopo aver passato nove ore a curvare pezzi di cinque centimetri per venticinque, e infilare chiodi da sedici penny, informai il capo che me ne sarei andato. […] Subito dopo montai in macchina e partii alla volta dell’Alaska. […]
Dopo 4 o 5 chilometri arrivai al confine nevoso e sostituii i ramponi con gli sci. Mettermi quegli aggeggi ai piedi significò togliere quasi dieci chili dal carico sulle spalle e ciò permise di avanzare più velocemente, anche se sotto la neve potevano nascondersi dei crepacci e il percorso quindi diventava pericoloso. […]
Continuai a trascinarmi sulla vallata di ghiaccio per due giorni. Il tempo era buono, il percorso ben delineato e senza ostacoli. Trovandomi del tutto solo però, ogni cosa, anche la più banale, acquistava un significato più intenso. Il ghiaccio sembrava più freddo e misterioso, il cielo di un blu ancora più limpido, le cime senza nome che troneggiavano intorno erano ancora più grandi, affascinanti e minacciose di quanto non sarebbero state se mi fossi trovato in compagnia di un’altra persona. Analogamente erano amplificate le emozioni: i momenti di euforia erano più intensi e quelli di disperazione più profondi. Per un giovane coraggioso e inebriato dall’evolversi dell’avventura della vita, tutto ciò racchiudeva un fascino enorme. Tre giorni dopo aver lasciato Petersburg, giunsi a piedi della vera e propria calotta dello Stibine, nel punto incui il lungo braccio del Baird si unisce al corpo principale di ghiaccio che più sopra fuoriesce da un alto pianoro e s’incanala fra due montagne, dirigendosi verso il mare in una fantasmagoria di ghiaccio in frantumi. Mentre osservavo quello spettacolo a poco più di un chilometro e mezzo di diatzna, per la prima volta dalla partenza dal Colorado mi sentii davvero spaventato. La cascata di ghiaccio era straziata da crepacci e seracchi traballanti che da lontano facevano pensare a una tragedia ferroviaria, come una fila infinita di vagoni bianchi deragliati dal bordo del ghiacciaio e rotolati giù per la scarpata. Più mi avvicinavo a quello scenario e meno mi piaceva. […]
Per buona parte della giornata brancolai in un labirinto bianco, tornando sui miei passi errore dopo errore. Ogni volta pensavo di aver trovato la via d’uscita, ma mi ritrovavo di fronte a una parete blu scura o sopra un pilastro di ghiacci a se stante. I rumori che venivano da sotto i piedi trasmettevano un senso di urgenza ai mie sforzi. […] Misi il piede su un ponte di neve sopra una spaccatura di cui non vedevo il fondo e poco più tardi mi ritrovai nella neve fino al bacino in un altro ponte, ma fortunatamente le aste mi sorressero ed evitai di precipitare per decine e decine di metri. Dopo essermi divincolato, rimasi qualche tempo piegato in due dai conati di vomito al pensiero di come sarebbe stato giocare in un mucchio di neve in fondo a un crepaccio ad aspettare la morte senza che nessuno sapesse come e quando l’avessi incontrata. […] Avevo pianificato di passare fra le tre e le quattro settimane sulla calotta e, per evitare di sopportare un pesante carico di cibo, di attrezzatura invernale da campeggio e di vari strumenti per l’arrampicata durante la risalita dal Baird, avevo dato 150 dollari - ciò che restava dei miei averi - a un pilota di Petersburg, per farmi gettare sei cartoni di provviste dall’aeroplano una volta che avessi raggiunto le pendici del Thumb. Sulla mappa gli avevo mostrato il punto esatto e gli avevo detto di darmi tre giorni per arrivarci. Promise che da quel momento in poi, e non appena il tempo lo avesse permesso, avrebbe sorvolato l’area e effettuato la consegna. […]
Mi svegliai presto la mattina del 11 maggio, col cielo terso e una temperatura relativamente calda, di 7 gradi circa sotto lo zero. Pur spiazzato dal bel tempo e mentalmente impreparato a cominciare l’effettiva scalata, mi affrettai a riempire uno zaino e mi avviai con gli sci verso le pendici del Thumb. Due precedenti spedizioni in Alaska mi avevano insegnato che non si poteva sprecare una delle rare giornate di buon tempo. […] La scalata era talmente ripida ed esposta che mi fece girare la testa. Sotto le suole Vibram la parete precipitava per centinaia di metri verso la scia sporca e segnata dalla valanghe del ghiacciaio Witches Cauldronb. Sopra invece la sporgenza si ergeva con autorità in direzione della cresta finale, a 800 metri di distanza in verticale. Ogni volta che infilavo una delle mie piccozze, la distanza si accorciava di altri 50 centimetri. A tenermi attaccato alla montagna, a tenermi attaccato al mondo, erano soltanto due sottili chiodi di molibdeno al cromo piantati in un centimetro di acqua congelata. Eppure più mi arrampicavo, più mi sentivo a mio agio. Sul principio di ogni scalata, specialmente se solitaria, senti costantemente il richiamo dell’abisso alle spalle, e per resistere devi compiere uno sforzo tremendo e consapevole, non puoi permetterti di abbassare la guardia un solo istante. Il vuoto, col suo canto di sirena, ti fa salire i nervi a fior di pelle, rende i movimenti incerti, goffi, scoordinati. Ma proseguendo la scalata, ti abitui all’esposizione, a stare gomito a gomito col destino, finisci per credere nell’affidabilità delle tue mani, dei tuoi piedi, della tua testa, finisci per fidarti del tuo autocontrollo. Poco a poco l’attenzione si focalizza con tanta intensità che smetti di far caso alle nocche sbucciate, ai crampi alle cosce, allo sfinimento per la concentrazione costante. I tuoi sforzi calano in una sorta di stato di trance, l’arrampicata diventa un sogno a occhi aperti, le ore scivolano come minuti e la zavorra accumulata giorno per giorno - le bollette non pagate, le opportunità sprecate, la polvere sotto il divano, l’inevitabile prigione che ti circonda - temporaneamente svanisce, esclusa dai pensieri da un irresistibile chiarezza di propositi e dalla serietà dell’obiettivo contingente. In simili frangenti senti nel petto qualcosa di prossimo alla felicità, non però quel genere di emozione sul quale contare. Nelle scalate solitarie l’intera impresa è tenuta insieme da una certa temerità, un adesivo non molto affidabile. Quella stessa giornata, mentre ancora stavo sulla facciata settentrionale del Thumb, ebbi modo di sentire quel collante disintegrarsi sotto la piccozza. Dopo aver lasciato la passerella di ghiaccio avevo guadagnato quasi duecento metri di altitudine con ramponi e picozza. Il nastro di acqua congelata era finito a quasi 100 metri, seguito da una friabile corazza di piume di ghiaccio. Pur risultando a mala pena della consistenza adatta a sostenere il peso del corpo, la brina ricopriva la roccia con uno strato di quasi un metro di spessore, per cui continuai ad arrampicarmi. Impercettibilmente, però, la parete si era fatta più ripida, e man mano che s’inclinava lo strato di gelo si assottigliava. Procedevo con ritmo lento e ipnotico - picozza, picozza, rampone, rampone, picozza, piccozza - quando all’improvviso quella sinistra picchiò contro una lastra di diorite pochi centimetri sotto la brina. Provai più a sinistra, a destra, ma non incontrai che roccia. Scoprii che le piume di ghiaccio che mi sostenevano, avevano forse uno spessore di 20 centimetri e la stessa integrità strutturale del pane di granoturco raffermo. Mille metri d’aria sotto i piedi, e mi ritrovavo in equilibrio su un castello di carte. Sentii nella gola l’amaro sapore del panico, mi si annebbiò la vista, cominciai a iperventilarmi e i polpacci presero a tremare. Strisciai un po’ a destra, nella speranza di trovare ghiaccio più profondo, ma non feci che piegare una picozza contro la roccia. Irrigidito dalla paura cominciai a preparare goffamente una via d’uscita. Man mano che scendevo la brina s’inspessiva e dopo una ventina di metri mi ritrovai su un terreno ragionevolmente solido. Feci una lunga pausa per recuperare il controllo dei nervi, poi mi appoggiai agli attrezzi e guardai in su la parete sopra di me, alla ricerca di un qualche buon appiglio, di qualche variazione nello strato sottostante di roccia, di qualsiasi cosa potesse permettere il passaggio sulle lastre gelate. Guardai finchè il collo non mi fece male, ma non vidi nulla. La scalata era finita. L’unica direzione da seguire era quella verso valle. […]
Da giovane è facile credere che ciò che desideri sia ciò che ti meriti, è facile convincersi che se davvero vuoi qualcosa, è tuo sacrosanto diritto ottenerla. Quando decisi di partire per l’Alaska quell’aprile, ero un giovane immaturo che, come Chris McCandless, aveva scambiato la passione per acume e agiva secondo una logica oscura e lacunosa. Pensavo che scalare il Devil Thumb avrebbe sistemato tutto quello che non andava nella mia esistenza. Di fatto non cambiò nulla, ma mi permise di comprendere che le montagne non sono un buon ricettacolo per i sogni. E sopravvissi per raccontare la mia storia. Il fatto che io, al contrario di Chris, sia sopravvissuto alll’avventura in Alaska, rimane essenzialmente una questione di fortuna. Se non fossi tornato dalla calotta delle Stibine nel 1977, la gente avrebbe fatto presto a dire - così come ora dicono di lui - che avevo desiderato di morire. A diciotto anni di distanza dall’evento riconosco che potevo essere superbo, forse, e incredibilmente ingenuo, senza dubbio, ma di sicuro non ero un suicida. In quella fase della mia giovinezza, la morte rimaneva un concetto astratto come la geometria non euclidea o il matrimonio. Ancora non ne comprendevo il carattere orribilmente definitivo e la devastazione che poteva provocare nelle persone che al defunto avevano consegnato il proprio cuore. Ero attratto dall’oscuro mistero della morte e non potevo resistere, dovevo sporgermi oltre i limiti della sorte per vedere come fosse al di là. L’indizio di quanto si celasse in quelle tenebre mi terrorizzò, ma nel colpo d’occhio scorsi qualcosa, un enigma proibito e primordiale che non era meno irresistibile dei dolci petali nascosti di un sesso femminile. Nel mio caso e, credo, in quello di Chris McCadless, fu qualcosa di molto diverso dal desiderio di morire."
Raffaele Turturro Gingko 2007 Il desiderio di libertà, di respirare il sapore e l’aria di mare, spinge un gruppo di ragazzi a trascorrere una giornata sulle spiagge in un tratto di acqua salata quasi tagliato fuori dal mondo, dimenticato anche nel periodo d’estate. La ricerca di un bar, un locale ove riprendere il contatto con la realtà, proietta uno dei giovani in uno strano processo il cui oggetto di interesse è la condanna e non la salvezza del condannato, ritrovandosi - suo malgrado - a difendere un amico per avere compiuto un reato di poco conto, che ha un ché di illogico per il comune senso della giustizia, ma dal finale a sorpresa. È la stessa sorpresa che si avverte vedendo un paracadute riempire con i suoi fili - da governare verso chissà quale destino - ed i variopinti colori riempire un bar dell’isola di Los. Un locale strano, come il suo vecchio proprietario greco che, di norma sorridente e silenzioso, si apre invece ad un avventore al racconto di un sogno (simbolico) dalle tinte dell’arcobaleno che avvolgono il mondo e verso cui tutti si lasciano cadere. E dal sogno alla vita reale. La contrattazione al mercato per l’acquisto di un paio di scarpe tra un venditore, categorico nelle sue posizioni, e un cliente insistente, tanto forte e consapevole del fatto suo, da turbare l’equilibrio psichico ed emotivo del commerciante. E poi in questo mondo fatto di classi, l’usciere e il capoufficio, si ritrovano a condividere domeniche in campagna su di un tavolo imbandito di prelibatezze casalinghe rallegrato da una tovaglia a quadrotti bianchi e rossi, come nelle migliori scampagnate, l’uno alimentato da sentimenti quasi vendicativi per la fatica nel mantenere sempre alto l’onore ed il rispetto per il suo ruolo di capoufficio, l’altro dal desiderio di vincere i suoi sensi di inferiorità. E gli odori di campagna richiamano alla memoria altri profumi, quelli della giovinezza quando, bambini, si correva nei prati dietro al pallone o alle gonne delle ragazze aspettando che quel febbraio conduca piano all’estate. Fino a che la poesia dell’istante e dell’attesa, con un semplice pungo sul naso o lo scontro con la porta a vetri, riporta a percepire il quotidiano nella sua ripetitività di odori, abitudini, desideri di evasione... Una stagione INattesa, esordio narrativo di Raffaele Turturro, è una raccolta di sedici racconti che hanno tutti come filo conduttore il tempo. Un tempo fatto dell’avvicendarsi delle stagioni, dell’evolversi dei pensieri, delle metamorfosi della vita. L’autore, attraverso una scrittura misurata ed essenziale, sembra giocare con i suoi lettori. Il messaggio dei brevi racconti non appare mai immediato; c’è quasi la segreta intenzione di invitare ciascuno ad una ricerca di ciò che sta dentro e fuori di sé, grattando la prima dura corteccia, per arrivare a scoprire l’essenza delle cose. Per fare emergere i colori di quell’arcobaleno, luce della coscienza, che come un delicato tessuto aspettano di essere spostati con la mente e il cuore. Sono tematiche importanti quelle che l’autore, con piena consapevolezza e un pizzico di coraggio, affronta nei suoi racconti. “Quando un uomo può essere considerato libero? E quando può giudicarsi libero?” si chiede e ci chiede Turturro in uno dei primi racconti. Un quesito che sembra avere una sottile corrispondenza, come una legge del contrappasso, nel racconto Diversità in cui si snocciolano grani di una preghiera perché ciò non sia più a esistere, i semi del razzismo e dell’apartheid. Violenza morale e psicologica che portano all’alienazione, fino alla morte. Una morte sperata e agognata, una ‘dolce morte’, invocata quando invece la malattia cancella ogni traccia di vitalità e di dignità dal corpo, dalla mente e dall’animo, tanto sofferte da non trovare ragione neppure in “Una stagione di fede assoluta”. E l’autore, insieme al lettore, resta IN attesa che quei luoghi imprecisati del tempo e dello spazio (poche le connotazione che caratterizzano il reale trascorrere dei minuti) a malapena immaginati e in cui i racconti prendono vita, quelle situazioni paradossali della vita - tuttavia mai così ironiche da strappare un sorriso - o la ricerca di un senso, altrimenti tutta questa vita sarebbe una grande beffa, diventino INattesa risposta di un finale e di una scoperta a sorpresa. [francesca morelli]
Marshall McLuhan usava questa frase (il medium è il messaggio) per intendere l’enorme influenza che possiedono i media nella società moderna, la quale è così enorme da renderli veri costruttori della realtà. La televisione, i giornali, la radio, non sono semplici veicoli che trasmettono “oggettivamente” un significato, non sono trasmettitori “neutri” e neutrali. Essi non si limitano a trasportare un contenuto, un’informazione da un mittente a uno o più riceventi, bensì forgiano, plasmano il significato e l’informazione stessa. Agiscono al di fuori e al di sopra di essa, manipolano il significato tanto da riformularlo, alterarlo, strumentalizzarlo. L’influenza dei media, oggi, preme e opera in maniera così possente e dilagante nella costruzione di ogni significato della realtà, tant’è che la realtà non può più dirsi semplicemente “comunicata”. Essa è nel vero senso della parola costruita. I media non danno una visione oggettiva di ciò che ci circonda, forniscono una visuale spesso deformata e distante di essa. Diventano lo specchio rotto, frastagliato, sfilacciato attraverso cui il destinatario apprende e raggiunge la realtà.
Il messaggio, o meglio il significato del messaggio, non può prescindere, nella società globalizzata odierna, dal mezzo, ossia dallo strumento tecnico attraverso il quale verrà veicolato e trasmesso. Un messaggio senza il media oggi non esisterebbe nemmeno. Nel momento in cui il messaggio si affida a un media, per essere veicolato, paga uno scotto. A seconda del media da cui esso verrà preso in carico, il messaggio finisce per essere necessariamente estraniato in misura variabile da se stesso, o da quello che originariamente era. Il media, cioè, è perfettamente in grado di aggiungere o togliere qualcosa alla pelle e anche al cuore del messaggio, non è mai “un trasportatore pudico e timido”.
Consciamente, o indirettamente, il media agisce sul messaggio. Ne deriva che la comunicazione è sempre comunicazione “mediata”. Ciò che viene comunicato, a seconda di come verrà comunicato, subirà delle variazioni. Queste variazioni, se volute dal mittente, saranno variazioni finalizzate, anelanti un fine, aventi uno scopo, seguitanti un’ideologia, un’interpretazione. Tuttavia, qualora il mittente non entri in gioco vi saranno comunque delle alterazioni spontanee di ciò che viene comunicato, le quali attengono alla natura intrinseca del media stesso.
Non è cioè attraverso i significati che oggi il mondo vieneriflesso; la decodifica della realtà, la lettura del mondo,avviene quasi esclusivamente mediante l’occhio di ferro dei media. Il media opera una costruzione e una decostruzione di senso del mondo fenomenico.
Ponendo ora, per assurdo, che una redazione di un telegiornale, solo per fare un esempio, possa davvero trattare tutte e ogni notizia allo stesso modo, che cioè la “obiettività giornalistica” (cos’è?) nella presentazione di una notizia sia effettiva e concreta, insomma esista!, anche dando per scontato questa obiettività, nella stessa selezione e gerarchizzazione delle notizie, dunque nella scelta (che sarà sempre arbitraria) o solo nella modalità (per l’appunto in questo caso televisiva e non radiofonica, non stampata, non digitata) con cui il messaggio/notizia verrà trasmesso, la manipolazione del messaggio che si verificherà sarà immancabile ed effettiva.
Il significato del messaggio/notizia risulterà sempre e inevitabilmente compromesso. Anche ciò che sto scrivendo in questo momento, una volta in Internet, una volta giustapposto nel blog, una volta corredato di immagine, o di uno stile grafico, o di un colore specifico, sarà “costruito” da Internet stesso, dal media Internet.
Faccio uno (non troppo) stupidissimo esempio: le prossime elezioni!
Come si sa, si presenta Veltroni, da una parte, e poi - santissima par condicio! - Berlusconi dall’altra. Poi viene Fini, poi la Lega, poi Casini, Sinistra Arcobaleno, Verdi, etc etc.
Veltroni, però, avrete notato (alcuni politici, molti si lamentano di questo) è da una parte, è posto “comunicativamente” da una parte, diciamo a sinistra; Berlusconi dall’altra, è visibile, è comunicato dall’altra. E’ come si trovassero sui piatti di una bilancia. Uno da una parte, uno dall’altra. La comunicazione, addirittura, li fa parlare, replicare, battibeccare, anche se in orari diversi, a centinaia di chilometri di distanza. Mi chiedo: ma i candidati sono due? Le liste che gli italiani dovrebbero votare sono due? O sono decine? Se sono decine perché i tg presentano i due “pesci grossi” per primi e soprattutto contrapposti, come se solo loro dovessero “combattersi”? Perché i servizi che riguardano Veltroni e Berlusconi vengono mandati in onda per primi? E poi, a ruota e con porzioni di spazio che si rimpicciolisce sempre di più fino ad arrivare a una dichiarazione, viene data parola a tutti gli altri? Non si ha una sensazione di orizzontalità, vero? Anzi, abbiamo l’impressione di scendere via via lungo un imbuto.
La par condicio, così, dovrebbe significare che ciascun candidato che concorre alla carica pubblica dovrebbe avere uno stesso spazio di esposizione. Non che i “pesci grossi” vadano presentati insieme ai “pesci grossi”, e non che vadano equiparati solo perché, presumibilmente, avrebbero la stessa taglia.
La par condicio non dovrebbe ragionare in questo modo: chi possiede 10 milioni di voti ha diritto a dieci minuti di esposizione; chi ha due milioni di voti ha diritto a due minuti, e così via. La par condicio dice che ciascuno, a prescindere dalla forza elettorale che possiede, deve godere di un tempo di esposizione simile. Tanto è vero che Berlusconi pensa e, ha detto in più occasioni, che la par condicio (così come dice la legge, non la televisione lottizzata che la applica) è ingiusta, proprio perché chi come lui ha più voti, dovrebbe avere di più visibilità. Non ci si meraviglia di fronte a queste affermazioni perché è liberismo baby! E il liberismo è qualcosa di assai diverso (almeno per Berlusconi) da democrazia. Ma ad ogni modo, Veltroni e Berlusconi sono candidati esattamente quanto Pecoraro Scanio, dovranno essere votati come chiunque altro. Non è così? Il fatto che appartengano a schieramenti o abbiano alle spalle partiti che nelle elezioni precedenti hanno preso più voti, non significa certo che si sono prenotati quegli stessi voti vita natural durante. O no? Devono godere di una maggiore esposizione, e perché? Avere più voti nelle elezioni precedenti non significa un bel niente, o no? Perché ogni elezione è un’elezione, e ad ogni elezione ciascuno riparte da zero voti, non c’è cumulabilità! Potrebbe ben darsi che Berlusconi nelle prossime elezioni prenda solo cinque voti: il suo, quello della Moratti, quello di Confalonieri e di Dell’Utri e di Mangano, e che pure Veltroni prenda il suo solo stesso voto o forse nemmeno quello perché la scheda gli verrà invalidata… insomma ciò che voglio dire è che la visione che dà la televisione dell’agone politico, così come di ogni altra cosa, del mondo, del Tibet, del Canada, delle alluvioni in Asia, delle guerre, etc etc, contribuisce sempre e comunque a creare una certa visione della realtà, una prospettiva, anche solo a partire dal fatto che nel mare magnum delle notizie che avvengono in tutto il mondo ogni giorno le agenzie di comunicazione devono e ne scelgono solo alcune e in seguito le giustappongono, le mettono in fila, attribuiscono loro maggiore o minore importanza. E poi che cos’è la notizia, dov’è? Esiste uno store in cui si vendono? Un fast food di notizie già belle impacchettate, guarnite di pomodorini e pronte all’uso? Non mi pare. La notizia certo è un prodotto, ma non spontaneo, non della terra, ma dell’uomo, è fatta da qualcuno, qualcuno ritiene che quando un orso partorisce o un gattino viene salvato da una piena di un fiume sia una notizia. Se io dò prima una notizia internazionale e poi una notizia interna io giudico che la notizia internazionale sia più importante della notizia interna? E perché? In conclusione i media determinano preminenze, costruiscono valori, disegnano la realtà. Possono creare allarmi, promuovere campagne, creare le emergenze, inventarle, esaltare valori e mortificarne altri.
La frase dunque di McLuhan si attaglia benissimo alla descrizione del tema che vorrei affrontare nel seguito di questo articolo: ovvero chi è l’editore? Che cosa fa l’editore? Che cosa dovrebbe capire e sapere uno scrittore (per lo meno esordiente) quando si rivolge a un editore. Quale è il rapporto che dovrebbe auspicare di creare con il proprio editore.
L’editore, diremo, è un medium del messaggio (che in questo caso è la letteratura o la cultura, o la costruzione stessa della realtà culturale, politica, estetica). Lo scrittore non può fare a meno dell’Editore (del buon editore), non perché egli ha una casa editrice che promuove e vende i libri, quanto piuttosto perché l’editore, il buon editore, è un suo alleato, il suo miglior alleato. L’editore è l’alter ego dello scrittore e lo scrittore l’alter ego dell’editore.
L’editore crede in quello che ha scritto l’autore perché cercava proprio quello che ha scritto l’autore per dire qualcosa che voleva dire. L’Editore è il medium nel senso che egli è un mezzo, un canale, un veicolo di cultura- la cultura passa attraverso di lui e lui la veicola e la canalizza. Veicolando e canalizzando la cultura, il messaggio culturale, egli, non meno che gli altri media, manipola e strumentalizza il messaggio culturale, sociale, estetico, etc. Lo fa attraverso la sua propria cultura, la propria estetica, la sua ideologia etc. Ciò che lo differenzia dagli altri media è che non ha funzioni pubbliche, almeno non nel senso che deve tenere conto del volere di una commissione parlamentare che presumibilmente dovrebbe rappresentare la volontà pubblica; l’editore deve attenersi esclusivamente alla sua coscienza (e alle leggi), e non ha legacci (se non vuole costruirseli) nemmeno rispetto a un’etica e a una morale (neanche, volendo, al comune buon gusto). Egli è libero, può benissimo manipolare e strumentalizzare secondo propri fini la cultura che veicola. Naturalmente può manipolarla al solo fine commerciale e di lucro se è un cattivo editore che pensa solo ai soldi, ma noi ci auguriamo che la sua manipolazione abbia sempre alti fini culturali. L’editore che abbia alti fini culturali è un uomo, ha una visione del mondo, delle urgenze ideologiche, delle idee letterarie, così come l’autore. Desidera raccontare delle cose che non sa o che sa e che vuole in ogni caso rendere note, di cui vuole farsi portavoce, vuole divulgarle attraverso il proprio lavoro. La pensa in un certo modo, ecco!, e vorrebbe come ogni altro sognatore che anche gli altri la pensassero come lui, o per lo meno non demorde nella sua illusione di educare gli altri al suo pensiero. Può darsi che abbia semplicemente un’idea estetica, e sia interessato alla buona letteratura… in ogni caso ha o dovrebbe avere un’idea in testa ed editare libri che contribuiscano a soddisfare questa sua stessa idea.
Naturalmente ci sono molti tipi di editori e molti modi di fare l’editore. Partiamo da una considerazione sui librai per capire chi è l’editore. Il libraio è visto nella maggioranza di casi - e forse lui stesso ci si vede, purtroppo, almeno oggi - come una figura sostanzialmente passiva. Se ci si vede come biasimarlo? (Oggi nelle librerie di gruppo, praticamente la sua figura non esiste ed esiste solo un turn over massacrante e umiliante di impiegati e di direttori che cambiano ogni semestre). Comunque il libraio sta dietro un banco, questo è certo, e serve i clienti che fanno gli acquisti. Batte sul registratore di cassa acquisti sui quali non ha alcuna discrezionalità, al massimo risponde sulla disponibilità e collocazione di un titolo.
Se io volessi diventare un libraio, la prima domanda che mi porrei sarebbe: ma come posso metterci del mio in questo lavoro apparentemente sterile e statico, privo di creatività? Come potrei evitare di riporre semplicemente libri sugli scaffali e sperare che si vendano? Dove ritaglio la mia fetta di libertà e di creatività nel fare questo lavoro?
Per rispondere a queste domande, un libraio dovrebbe innanzitutto avere un’idea di chi è, e di come la pensa, e di quale libreria vuole divenire amministratore. Quali sono i miei interessi? Che cosa voglio dire con i libri? Voglio dire qualcosa attraverso i libri, oppure voglio semplicemente fare un lavoro che non mi stanchi troppo? Qual'è il motivo che mi spingea lavorare con i libri? I mangimi per polli non sarebbero la stessa cosa? Dato che ho deciso di vendere libri, dedicarmi a questo nella vita, come potrò e dovrò guidare la mia attività? Con i libri che vendo intendo dire qualcosa alla gente, comunicare dei valori oppure costruire una libreria che contenga tutte le porcate che escono oggi giorno, senza alcuna scelta, senza alcun indirizzo, basta che siano libri, siano belli e costino tanto quanto la gente sia disposta a spendere per un libro. Oppure voglio che la gente capisca entrando nella mia libreria che la mia idea sulla gente, sul mondo, sulla vita è questa e non quell’altra; e che i libri che me l’hanno procurata, e i libri che vorrei la procurassero alla gente, sono quelli che espongo, e che espongo in un certo modo? I libri per me importanti sono quelli esposti meglio, altri inutili non entrano, non ci penso nemmeno a farli entrare, mentre quelli che vedete sono libri che dovete leggere assolutamente, e se non facessi il libraio, guardate, ve lo dico con sincerità, quasi ve li regalerei!
Il buon libraio, dunque, è colui che segue il lavoro degli editori, che legge le recensioni dei libri, che è abbonato alle riviste letterarie, che vede film tratti da libri, che segue le presentazioni delle altre librerie, che conosce per lo meno gli editori della sua provincia o della sua regione, che magari ha una propria passione in un campo dell’attività o dello scibile umano e si tiene aggiornato sulle novità specifiche di quel settore e, magari, non appena esce qualcosa di nuovo telefona al volo all’editore o al distributore e si premura di rifornirsi.
Il libraio, diciamo, ha una passione per la pesca a mosca? Bene, si terrà informato per essere aggiornato su quella tematica. Ha un interesse verso le religioni, o per i vangeli apocrifi, è un ateo, bene si terrà informato. Al nostro libraio interessa l’ambiente, si terrà informato. Il libraio, lungi dall’essere quindi una figura secondaria nel flusso della costruzione della cultura, è un operatore culturale a tutti gli effetti. La selezione dei libri, l’esposizione dei libri, l’organizzazione tematica dello spazio espositivo che mette a disposizione per i clienti, è un modo di fare cultura e di dare un senso alla realtà, così come la fa il telegiornale con la selezione delle notizie e la gerarchizzazione di queste. Ma il nostro libraio magari vuole andare oltre, varcare gli spazi della libreria, proiettarsi all’esterno, diventare un punto d’interesse e vuole fare Cultura, quella con la C maiuscola… e allora…allora…contatterà gli editori…allora organizzerà eventi, allora… allora… proporrà incontri con i lettori. Si dica per inciso: quanti librai conoscete di questo tipo? Quanti giovani vediamo appassiti dietro sterili spazi che vengono ravvivati solo da gigantografie e poster di scrittori sulle mura e alla esibizione generica e generalista di titoli? Questa però è un’altra storia.
Ritornando all’editore, egli come il libraio fa cultura e proprio come il libraio è un manipolatore della cultura.
Per diventare editori bisognerebbe avere davvero un intento, un‘ideologia, un progetto editoriale e culturale ed essere disposti a seguirlo. L’editore è un manipolatore perchè ha in testa un suo progetto, una sua direzione, vuole comunicare dei significati, vuole porsi in una certa posizione rispetto alla cultura e alla società e allora andrà a scegliere e promuovere quelle opere che possano concorrere a fargli raggiungere quella direzione. Proprio come il media ideologizzato (o lottizzato, come preferite) va alla ricerca delle notizie e le giustappone e le gerarchizza, e proprio come il libraio con la sua esposizione e selezione di titoli da vendere.
Ma l’editore è un manipolatore, prima ancora della cultura, di uomini. Egli ha in mente un puzzle e, se è un buon editore, se vuole fare bene il suo mestiere, vorrà realizzare questo puzzle attraverso una accurata e costante raccolta di tessere. Le tessere non sono altro che gli uomini, gli uomini che scrivono o che vengono scritti, gli uomini veri in carne e ossa e i personaggi letterari. Andrà alla ricerca di queste tessere, con amore, abnegazione, instancabile, speranzoso, costantemente in tensione, e quando finalmente le avrà trovate impazzirà, si esalterà, crederà di aver raggiunto la vetta più alta del mondo dal quale toccare i cuori della gente. Inserirà queste tessere una per una con estrema delicatezza all’interno della sua cornice, come il pescatore a mosca ripone con gelosia le sue mosche più attraenti nella scatola. Farà politica con quelle tessere, descriverà il mondo, comunicherà chi è, e qual'è il significato della sua vita. Racconterà tutte queste cose dalla sua postazione, che non è quella dello scrittore, ma di colui che si onora di poter dire lo scrittore suo, e non attraverso la sua voce bensì nell'eco della voce altrui che egli, appunto da medium, ha sapientemente giustapposto, schierato, bilanciato e contrapposto secondo il suo proprio progetto. Attraverso il suo ricamo di voci, egli saprà raccontare qualcosa. Egli è un burattinaio parlante, uno di quei narratori nelle recite scolastiche, quella voce che sta dietro le quinte e spiega ai genitori commossi quale parte interpreta il figlio, cosa sta avvenendo, cosa avverrà.
Quando un buon editore si incontra con un buon scrittore, oddio!, è questo che dovremmo augurarci, può accadere un vero miracolo. Feltrinelli e Pasternak!!!
In conclusione, un piccolo consiglio agli scrittori: bisognerebbe sempre ordinare un paio di libri di un editore a cui si vuole inviare un proprio lavoro, bisognerebbe leggere la politica editoriale e seguire le sue interviste, cercare di capire se vi è una logica nelle sue uscite letterarie e pubbliche, nelle librerie che sceglie, nelle fiere a cui decide di partecipare.
Oggi lo scrittore è concentrato su se stesso, è una cellula chiusa che ha scarsissimi scambi e possibilità di confronto con altri scrittori o con personaggi del mondo culturale (di questo non è colpevole) e soprattutto lo scrittore esordiente non fa ragionamenti di lana caprina sulla scelta dell’editore che potrebbe valorizzarlo. Nella maggior parte dei casi, lo scrittore stampa una trentina di copie di ciò che ha scritto e bumpete!, a iosa le riversa nelle caselle postali o nelle redazioni di altrettanti editori. L’editore che gli ispira o di cui il sito internet è più bello. Da parte sua l’editore tenderà sempre ad accettare ogni proposta perchè sa che dietro ogni testo si può nascondere la gemma che lo renderà fortunato. Dovrebbe essere l’autore a capire se un editore possa essere interessato a ciò che scrive, se è l’editore adatto alla sua produzione, se è in linea con i significati che egli ha premura di comunicare con la propria opera. Bisognerebbe ricercare l’idillio!
Oggi, siamo d’accordo, si stampa troppo, troppo, troppo! Così come il libraio è devitalizzato, anche l’editore ha un’idea alquanto labile della politica editoriale. Si pubblica di tutto e al diavolo chi voglio essere, cosa voglio stampare, che diavolo alla fine dei miei giorni voglio lasciare detto come editore. Non v’è alcuna attinenza, non v’è alcuna strada. Tutte sono buone. Non v’è nulla di più aleatorio e di vago che l’espressione “politica editoriale”. Che cos’è, dove si limita, cosa tiene fuori? Ciascun editore legge e poi adatta la sua politica editoriale al prodotto. Se non ci credete, se siete ottimisti, provate a domandare a qualche editore, non a tutti eh!: bè, in che cosa consiste la tua politica editoriale?
Riportiamo il discorso che l'autrice de "Il ventre della Terra" ha tenuto in occasione della presentazione del suo libro a Bologna il 27 marzo 2008
Visto che oggi l’argomento è l’ambiente, o meglio i problemi legati all’ambiente, e soprattutto riguardo a come questi possano riflettersi sull’uomo, prima di parlare del libro vorrei dedicare due parole invece a come la natura possa influire positivamente sulla nostra vita. Ora sto per laurearmi in Tecniche Erboristiche e lavoro in un negozio di erboristeria da alcuni anni, quindi praticamente quello che faccio nella vita è utilizzare preparati vegetali per il benessere umano.
Vorrei prima parlare di questo, sia perché nel libro ho dedicato una parte all’uso delle erbe officinali (seppur da un punto di vista forse più magico, più “tradizionale”, piuttosto che scientifico), sia perché lo ritengo un ottimo esempio di come la natura possa entrare a far parte della nostra quotidianità con un ruolo attivo, importante, come quello del mantenimento della nostra salute. Quindi, ecco, vorrei fare una breve introduzione su quello che è il mondo dell’erboristeria.
C’è un errore che generalmente si fa e cioè il considerare le piante officinali una sorta di medicina ma più leggera e senza effetti collaterali. In realtà le cose non stanno così, perché l’erboristeria e la medicina hanno 2 approcci diversi e dico questo per vari motivi.
Il primo motivo riguarda la nostra “partecipazione” al processo di guarigione. Il prodotto erboristico ha una sua azione chimica, seppure più blanda di quella di un farmaco, però andrebbe accompagnata da una “consapevolezza”di ciò che ci sta accadendo. Bisogna capirsi, ascoltare il proprio corpo, comprendere i bisogni del nostro organismo, i nostri limiti, capire quali sbagli abbiamo fatto per arrivare alla malattia, e per malattia non intendo malattie gravi ma problemi come mal di gola, sindromi da raffreddamento, bruciori di stomaco e così via. Molto spesso è infatti il nostro stile di vita che ci fa ammalare: il luogo fisico in cui viviamo, la nostra alimentazione, i nostri vizi, il tipo di lavoro che facciamo, il livello di stress a cui siamo sottoposti. Anche le nostre condizioni psicologiche influenzano moltissimo il nostro stato di salute, e quindi possiamo prendere qualsiasi cosa ci dia beneficio ma appena smetteremo di assumerla, se non avremo eliminato la causa, il problema si ripresenterà. Ad esempio, pensiamo a una gastrite (o un mal di testa, o problemi di insonnia…). Possiamo anche prendere un prodotto che riduca l’ipersecrezione acida gastrica o una tisana che disinfiammi un po’ lo stomaco ma, smesse di prenderle, se non avremo risolto il problema che sta alla base (che può essere lo sress, o un’alimentazione sbagliata), il disturbo si ripresenterà. Quindi, ecco, capire di poter avere un ruolo attivo nella nostra guarigione.
Il secondo motivo è che in campo erboristico ha un ampio spazio il discorso della prevenzione. L’erboristeria si avvale di tutta una serie di piante che mantengono alto il nostro livello di benessere e che impediscono alla malattia di manifestarsi, ognuna con le proprie sfumature.
Ci sono piante che alzano le difese immunitarie come l’Echinacea, che oltre a stimolare i linfociti ha anche proprietà antinfiammatorie. Oppure l’Astragalo, pianta importantissima nella tradizione cinese, che rinforza il “chi”, la nostra energia vitale: oltre che avere una azione sul nostro sistema di difesa, è anche un tonico, un corroborante del nostro organismo. L’Aloe vera, famosissima, ricca di vitamine, sali minerali, amminoacidi, agisce sul sistema immunitario ma è anche un buon disintossicante e antinfiammatorio.
Oppure piante “adattogene”, cioè che aiutano il corpo ad adattarsi agli stress fisici e mentali, come il Ginseng, l’Eleuterococco, e a superare la stanchezza.
Piante che proteggano e rinforzino il fegato, come il Cardo mariano, che depura questo organo e lo aiuta nell’eliminare composti indesiderati. O ancora l’assunzione di preparati con antiossidanti, che contrastano i radicali liberi che possono danneggiare componenti cellulari , come il tè verde.
Ma anche, e soprattutto, è importante assumere una pianta alle primissime avvisaglie dell’arrivo di un problema, senza aspettare che ci sia una manifestazione grave in atto, per cui poi è indispensabile andare dal medico. Ma per questo è necessario conoscersi, ascoltare il proprio corpo, capire le sue reazioni. Ci vuole tempo e voglia di iniziare un discorso di questo tipo.
Il concetto stesso di malattia è diverso. In generale in tutte quelle che sono le “terapie alternative” la malattia è vista come un campanello d’allarme che ci dice che è arrivato il momento di cambiare. Noi tendiamo a vivere in modo abitudinario, siamo ancorati al passato, abbiamo paura di cambiare. Pensate a quanto è difficile finire una relazione, o lasciare un lavoro che si svolge da anni per uno completamente nuovo, anche se quelli che abbiamo non ci soddisfano. Il nostro organismo è in continua trasformazione, il nostro cervello ha bisogno di stimoli sempre nuovi. Ippocrate, il padre della medicina moderna, disse: “se non sei disposto a cambiare non ti si può guarire”.
E alla fine qual è il modo migliore di cambiare se non quello di prendere in considerazione un modo più naturale di vivere? Adesso viviamo costantemente bombardati da rumore, da luci, da messaggi pubblicitari… non c’è riposo mentale, neanche di notte. Invece di rilassarci per recuperare le energie siamo attraversati da un flusso incessante di pensieri, su quello che abbiamo fatto, quello che dobbiamo fare, quello che vorremmo o non vorremmo che accadesse.
Praticamente in tutte le grandi culture antiche la malattia è vista come il risultato di un allontanamento dell’uomo dalla natura (e con questo intendo anche dalla propria natura).
Nella medicina tibetana è causata dall’ignoranza dell’essere umano che sviluppa un falso senso dell’Io, quale individuo indipendente dagli altri, dalla natura che lo circonda, dal cosmo. Da questa visione sbagliata nascono stati mentali distruttivi come: attaccamento, confusione, stupidità, per cui una persona vede la realtà in modo distorto e illusorio con conseguenti squilibri fisici.
La tradizione Ayurvedica dà notevole importanza sia per la prevenzione che per la cura della salute, alla conoscenza dei cicli della natura e ai loro effetti sull’organismo. Tutto ciò che accade in natura è armonizzato in ritmi giornalieri, mensili, stagionali, e questi cicli manifestano un notevole influsso sui sistemi viventi. C’è una strettissima connessione tra le forze vitali dell’organismo umano e quelle del restante mondo naturale.
Nella Cinese: l’energia che alimenta l’organismo deriva da un adeguamento ai ritmi del Cosmo. Se c’è adeguamento questa energia alimenta l’organismo, ma se è in disequilibrio lo fa ammalare.
Purtroppo ormai noi, non solo non facciamo più tutto questo, ma il problema maggiore è che non ci crediamo neanche. Non crediamo nemmeno che possa esserci utile. Siamo completamente “distaccati”dalla natura. La vediamo come qualcosa di estraneo, di cui non facciamo parte. Ed è questa la cosa più grave, è questo il concetto da combattere se si vuole tutelare il patrimonio naturale. Forse ognuno di noi dovrebbe trovare qualcosa per cui valga la pena battersi, per cui sentirsi grati alla natura. Per mesono tante cose: la pace che si prova camminando in un bosco, o osservando il mare; la felicità che ti dà il creare un “contatto” con un animale; il benessere fisico e mentale che mi danno le piante officinali; il senso di mistero che provo di fronte a tutto ciò che di inspiegabile ci circonda… sono queste le basi da cui sono partita scrivendo il libro. Ho cercato di unire la mia passione per queste cose e la mia preoccupazione (mia e di tutta la mia generazione) nei riguardi del futuro, soprattutto per ciò che concerne un tema così importante e attuale come quello ambientale, raccontando però una storia che non fosse cupa e angosciante, ma un’avventura, con personaggi magici e un po’ fiabeschi, con situazioni surreali e soprattutto che racchiudesse in sé un messaggio positivo.
ILLIBRO
“Il ventre della Terra” è ambientato nel 2181 – e quindi nel futuro - e lo sfondo su cui si svolge la vicenda è un po’ apocalittico, nel senso che quello che ho ipotizzato è uno dei peggiori futuri possibili (anche se – lo riconosco - per molti versi inverosimile) a cui potremmo andare incontro.
I protagonisti del racconto vivono, infatti,negli anni che seguono la “Grande Crisi”, un periodo in cui si è verificata una crisi ambientale di enorme portata, che ha totalmente stravolto il mondo che noi conosciamo: ad eccezione dell’uomo, animali e piante si sono completamente estinti; l’ossigeno dell’aria e gli alimenti sono prodotti artificialmente e la popolazione mondiale è stata decimata da carestie e malattie. In seguito alla Crisi, soprattutto nei paesi più ricchi, con il tempo la situazione si è stabilizzata, anche se la qualità della vita è notevolmente peggiorata e le prospettive future sono cupe.
Ed è su questo scenario che si dipana la storia o, meglio, il viaggio della protagonista del libro, Mira, una ragazza inglese di 20 anni. È una ragazza molto simile a tante altre sue coetanee, e all’inizio del racconto la incontriamo, infatti, all’università, dove si annoia alle lezioni e vagheggia sul suo ragazzo, su cosa indosserà per il prossimo appuntamento con lui, su quello che si diranno…poco importa che viva in un mondo devastato e pieno di problemi; un mondo che si trova in un equilibrio precario e che questo equilibrio stia per spezzarsi.
Poi accade un fatto traumatico e la protagonista, che fino a quel momento ha vissuto in una sorta di bambagia rassicurante,per la prima volta in vita sua si ritrova a dover prendere decisioni importanti ed ad affrontare la vita da sola, con le sue sole forze.
È costretta a partire ed è proprio questo suo lungo viaggio che stravolgerà il suo modo di concepire la vita e il mondo che la circonda, costringendola a mettere in discussione i suoi valori e le sue false sicurezze e facendole acquisire una nuova consapevolezza di se stessa in rapporto al “tutto” di cui è parte integrante.
L’inizio del libro forse è un po’ autobiografico nel senso che io stessa, in questi ultimi anni, entrando nell’età adulta, ho iniziato a liberarmi da quel sano egoismo che caratterizza un po’ la fase adolescenziale della vita, quando si vede il mondo un po’ come se fossimo in una grande bolla trasparente che contiene la famiglia, i nostri amici, le nostre certezze, e tutto ciò che sta nella bolla è importante, ciò che sta fuori non lo è, non ci riguarda.
Me ne liberavo e al tempo stesso iniziavo per la prima volta a interessarmi a problemi di grossa portata ma anche a quelli più modesti, come il trovarmi un lavoro o il confrontarmi con persone diverse da me. Iniziavo ad aprirmi, ad essere meno superficiale.
Subito dopo la maturità mi ero iscritta alla Facoltà di Scienze Politiche, ma per quanto trovassi interessanti le materie che studiavo, mi sentivo insoddisfatta: la sensazione era di avere a che fare con materie troppo astratte e teoriche, mentre io, forse perché ho sempre vissuto in campagna e sono sempre stata in mezzo al verde e a contatto con gli animali, sentivo il bisogno di qualcosa di diverso, di studiare i meccanismi della “vita”.
Fu per caso che scoprii che a Milano tenevano un corso di Naturopatia, corso in cui si affrontano le tematiche relative alle diverse “terapie alternative”, a cui mi iscrissi subito. In seguito, per approfondire gli argomenti che mi stavano più a cuore, lasciai Scienze Politiche per
la Facoltà di Tecniche Erboristiche.
Gli studi che ho seguito hanno modificato in modo radicale la mia visione del mondo e di me stessa, introducendomi ad una visione olistica dell’esistenza, una visione – cioè - in cui non c’è una separazione netta tra mente e corpo,tra l’uomo e il mondo che lo circonda, tra microcosmo e macrocosmo.
Il libro è, in un certo senso, il frutto di questo mio piccolo percorso.
I temi conduttori del romanzo fondamentalmente sono due e su questi oggi vorrei porre maggiore attenzione, perché credo che aiutino meglio a comprendere il senso di questo libro.
Il primo è il tema del viaggio e il secondo è quello del rapporto uomo-ambiente. Si tratta certo di argomenti che, all’apparenza, possono sembrare diversi ed estranei l’uno all’altro, ma io trovo che siano indissolubilmente legati tra di loro.
TEMA VIAGGIO
Come dicevo all’inizio, la protagonista, Mira, è costretta a mettersi in viaggio e dopo essersi recata prima in Francia e poi in Grecia, arriva in India.
Eppure non è tanto il viaggio materiale di cui qui mi interessa parlare (certamente anche quel tipo di viaggio è importante, perché vedere e toccare con mano realtà diverse dalla nostra ci rende più obiettivi e ridimensiona la nostra visione delle cose).
Quello che più conta, sono le esperienze cui va incontro durante il suo percorso. Mira, infatti, incontra diversi personaggi che la guidano e la fanno depositaria della loro saggezza e si ritrova in situazioni che mai avrebbe pensato di affrontare. E, via via che muta lo scenario esterno, anche lei si trasforma.
Quando parlo di “viaggio”, quindi, mi riferisco ad un percorso interiore, psichico e spirituale ad un tempo. È un viaggio lungo, faticoso e spesso doloroso quello che lei compie dentro di sè, ma è anche un viaggio che la trasforma, la rende migliore, più consapevole e attenta a ciò che la circonda.
La protagonista del racconto si trova, naturalmente, a fare i conti con la paura e l’ansia, i dubbi, e spesso anche con lo scetticismo e l’incredulità, ma si tratta di emozioni che inevitabilmente accompagnano un processo di crescita e una più ampia visione delle cose.
E quindi, sarebbe più corretto dire che nel libro ho affrontato, più che il tema del viaggio, quello del cambiamento, della trasformazione, ma mi piace di più pensare al viaggio perché è correlato all’idea di movimento, del “panta rei”, ovvero del “tutto scorre”. Usare il termine “cambiamento” mi dà l’idea di qualcosa di statico, che poi, tutto a un tratto, muta. Invece la vita per me è sempre dinamica, non si ferma mai, va sempre avanti, è sempre in trasformazione.
Certo, se ci fermiamo ad osservare le nostre azioni esteriori, abbiamo l’impressione che tutto sia fermo, ripetitivo, ci sembra, alla fine, di fare sempre le stesse cose: ci svegliamo, andiamo a lavorare oppure studiamo, mangiamo, dormiamo…, ma in realtà pian piano, dentro di noi, qualcosa si muove sempre, è in eterno movimento, è, appunto, in “viaggio”, e ci sono avvenimenti, stili di vita, modi di pensare, che ne possono rallentare o accelerare il processo.
Per cui, tornando al libro, Mira compie un lungo viaggio che la trasforma completamente: parte cercando qualcosa e poi, pur continuando a cercarla, capisce che c’è altro da cercare, forse anche di più importante. Qualcosa da cui potrebbe dipendere il futuro dell’umanità intera.
Impara che ci sono delle volte in cui bisogna mettere il bene comune davanti a tutto, e delle altre in cui bisogna lasciarsi andare e seguire il flusso della vita anche se ci porta lontano da quelli che ci sembrano dei bisogni irrinunciabili.
Al riguardo, c’è un passo del libro che vorrei leggervi da cui si evince la presa di coscienza di questa ragazza riguardo ai problemi del momento storico che sta vivendo:
“Ci incamminammo sopra il ponte, e poco più oltre lui incominciò a parlarmi chiedendomi che cosa avessi imparato in quel mio lungo viaggio.
Colta alla sprovvista dalla sua richiesta, gli risposi dapprima piuttosto superficialmente: - bè, sono stata via molto, ho imparato tante cose - ma insistette, pretendendo risposte esaustive.
- Che la nostra vita è vuota – gli risposi allora. – Allontanandoci dalla natura abbiamo perduto Dio, e adesso vaghiamo come anime smarrite aspettando di morire. Tutto ci sembra scontato. Nasciamo senza neanche chiederci il perché; viviamo senza bellezza, rincorrendo ideali sbagliati, tirando a campare, in un mondo d’asfalto.
Lo guardai, lui contraccambiava il mio sguardo, immobile e concentrato.
- Moriamo con il rimpianto di non aver vissuto, senza mai aver apprezzato la luce negli occhi di un altro essere, senza che mai ci sia importato di una sofferenza che non ci appartiene, senza mai aver fatto qualcosa per alleviarla.
- La nostra vista non è più allenata, vediamo solo ciò che ci interessa vedere; e il nostro istinto non ci guida più.
- Bene, Mira, - fece lui – va avanti.
- La religione ha perduto il suo carattere intimo e personale ed è divenuta qualcosa da mostrare quando si è in pubblico, ma svuotata di ogni significato. È stata una scusa per guerre, un alibi per mobilitarsi contro qualcuno e non per creare unità, per far crescere il rispetto, per capire le diversità. L’uomo, in realtà, ha smarrito l’anima. “
Penso che il percorso di Mira è quello che poi dovremmo fare tutti crescendo, diventando adulti, maturando: ampliare la mente, andare alla ricerca del nostro vero io, cercare di vedere anche nei problemi un’opportunità di crescita. Nel suo caso lei, attraverso questa grande avventura che si trova a vivere, riesce a comprendere per la prima volta, e non più con gli occhi di una ragazzina ma con quelli di una donna, il periodo storico che si trova a vivere, gli errori e le grandi responsabilità umane nei confronti, in questo caso, dell’ambiente, della natura.
TEMA UOMO-NATURA
E qui mi riallaccio al secondo grande tema di cui vorrei parlare: il rapporto tra l’uomo e la natura. Credo che il rapporto che ognuno di noi ha con il mondo naturale rispecchi fondamentalmente il nostro rapporto con quella parte di noi stessi più profonda, più istintiva, più selvaggia, e non plasmata che abbiamo.
Jung, uno psicanalista che si è occupato molto e a lungo dei simboli, ha detto: “ Il bosco perché oscuro e impenetrabile è, come le acque profonde e il mare, ricettacolo dell’inconscio e del misterioso: gli alberi come i pesci nell’acqua, sono i contenuti vivi dell’inconscio.”
Non a caso si usa l’espressione “linfa vitale” ad indicare quella forza creatrice e generatrice che tutti abbiamo dentro e che ci dà la vita. Il fatto che l’uomo si curi poco, o non si curi affatto, di coltivare, di proteggere, di sviluppare ciò che c’è nel suo profondo, e che, anzi, si dia da fare in senso opposto soffocando e distruggendo la sua natura autentica, si riflette all’esterno con i nostri comportamenti verso il mondo vegetale e animale.
Stiamo facendo uno scempio delle risorse del pianeta e gli appelli degli scienziati e degli ecologisti sono allarmanti, ma per quanto questi possano generare in ciascuno di noi sgomento e angoscia, finisce col prevalere l’indifferenza, preferiamo pensare ad altro come se tutto questo non riguardasse personalmente ciascuno di noi.
Il nostro atteggiamento mentale nei confronti dei problemi ambientali è identico a quello che assumiamo nei confronti della nostra interiorità: preferiamo pensare ad altro. Tutte le nostre energie sono utilizzate per raggiungere obiettivi esterni a noi ed è anche giusto, in parte, visto che viviamo in una società in cui la soddisfazione di certi bisogni è indispensabile, tuttavia ritengo che non dovremmo mai perdere di vista che comunque l’uomo è pur sempre un animale e, come tale, è strettamente dipendente dall’ambiente in cui vive. L’organismo umano è un sistema aperto. Un sistema chiuso è un sistema che non scambia energia con l’esterno come, ad esempio, un sasso. Intorno al sasso, faccio per dire, potrebbe accadere qualsiasi cosa, potrebbe esplodere una bomba atomica, potrebbe esserci un’inondazione, potrebbe sparire l’ossigeno dall’atmosfera, ma lui resterà sempre lì, indifferente a tutto ciò. Una persona invece, così come un animale o un vegetale, effettua degli scambi con l’esterno: ha bisogno di assumere energia da fuori, sottoforma di calore, di cibo, di acqua, la elabora; in parte la usa per tutte le sue funzioni e in parte la conserva, e produce sostanze di scarto che riversa nell’ambiente, come ad esempio l’anidride carbonica, che poi viene utilizzata da altri organismi, e così via. Gli esseri viventi fanno tutti parte di questo enorme ciclo che è l’ecosistema, che andrebbe immaginato come un essere vivente esso stesso, un essere vivente molto resistente perché è capace di adattarsi parecchio ai cambiamenti (ad esempio quando una specie si estingue), ma al tempo stessofragile perché oltre un certo punto rischia il collasso, e se collassa c’è pericolo per tutte le creature che ne fanno parte. L’uomo forse non si rende abbastanza conto che fa parte di questo ecosistema esattamente come gli altri esseri di questo pianeta.
L’avidità di potere, di denaro, di “benessere” materiale si accompagnano ad una sorta di arroganza, di senso di superiorità, che fa pensare all’uomo di essere padrone del mondo, che gli fa credere di aver domato la natura, di poter disporre di tutto e di tutti in modo indiscriminato e distruttivo. Anche se forse ora si inizia ad intravedere un cambiamento in questo senso, per lo meno ora si iniziano a capire quali siano i nostri limiti. Paradossalmente, in questo sistema, anche l’uomo viene sfruttato, violentato, “modificato” da questa logica dell’usa e getta. Siamo bombardati continuamente da messaggi mediatici cheinvitano all’avere, al possedere sempre più cose, e ci convincono che il significato delle nostre esistenze si possa misurare dai beni accumulati, piuttosto che da quello che siamo veramente. E la vita che conduciamo, un po’ tutti in modo nevrotico, non fa che amplificare questo stato di cose, questo distacco uomo-ambiente. Le nostre vite sono diventate asettiche, anche noi siamo asettici nel senso letterale del termine, cioè disinfettati.
A volte mi capita di andare in un parco e di vedere magari un bambino che mette le mani nella terra. Generalmente arriva subito la madre che lo sgrida perché sporca i pantaloni da settanta euro…tutto questo per dire che quasi rifiutiamo il contatto con la natura perché è “sporca”. Produciamo spazzatura a tonnellate, inquiniamo l’acqua e l’aria con scarichi e veleni di ogni tipo, ma paradossalmente – o forse proprio per questo - siamo ossessionati dalla sporcizia: facciamo docce in continuazione, copriamo l’odore naturale del nostro corpo con profumi e deodoranti, usiamo disinfettanti sempre più potenti. Facciamo di tutto per inseguire un ideale irraggiungibile, per cui dobbiamo essere asettici; dobbiamo essere perfetti; dobbiamo dare il massimo, senza mai mostrare le nostre debolezze e i nostri difetti, anzi, sarebbe preferibile non averne proprio. La società ci impone di essere puliti, in tutti i sensi del termine, compreso il “senza peccati”, e per peccato intendo anche solo mangiare un dolce di troppo, avere un chilo di troppo. E proprio perché questo ideale ci impone di essere a tutti i costi in un certo modo, e dal nostro mondo interiore ci arrivano tutt’altri segnali, siamo in lotta perenne con noi stessi, e siccome di solito quello che facciamo vincere è l’esterno, ecco che allora si crea il distacco. Distacco con noi stessi, che si riflette poi con un distacco anche all’esterno. Gli animali fanno paura, la natura è qualcosa da dominare. Ma questo modo di vivere sta mostrando sempre maggiori pecche. La gente, soprattutto in Occidente, nonostante tutti i nostri bisogni primari siano soddisfatti, non è felice. Le persone, povere o ricche, sane o malate, belle o brutte che siano, avvertono un profondo vuoto dentro di sè e sentono la mancanza di qualcosa che a volte neanche la fede riesce a colmare. E, sempre di più, si rivolgono alle antiche saggezze dell’Oriente: al Buddismo: il cui fine è il “Risveglio”, l’illuminazione, il Nirvana, uno stato in cui non esiste più un sé separato da tutto il resto, che è un’illusione. Allo Yoga: vocabolo che in sanscrito significa Unione, l’unione di mente, corpo e spirito, l’unione degli opposti, dell’individuo con ciò che lo circonda. Non ci sono limiti, non c’è separazione, tutto è unito. Insomma si rivolge alla cultura di Paesi - da notare - cosiddetti “sottosviluppati” e che – guarda caso - basano la loro visione del mondo sull’integralità dell’essere umano quale parte del Tutto, e ridimensionano l’Uomo a un ruolo non di padrone della Terra ma di un essere soggetto alle stesse leggi che governano tutto l’universo. Per questo ritengo che il “viaggio” nel profondo di noi stessi sia fondamentale per ritrovare il contatto con la natura e rispettarne il delicato equilibrio. Ritrovare un rapporto con la nostra parte più antica e autentica, ritrovare e seguire i nostri cicli, ritrovare la sacralità in ognuno di noi sono tutte condizioni necessarie per ritrovare la sacralità nel mondo che ci circonda. Alla fine è tutto qui il senso del libro, proviamo a scoprire davvero come siamo fatti, cosa ci rende davvero felici e cosa invece è solo un’illusione, di cosa abbiamo realmente bisogno. E, a questo proposito vorrei concludere con un’ultima citazione in cui ho cercato di racchiudere in poche righe questo grande concetto. È un breve passo, in cui uno dei personaggi del libro sta spiegando alla protagonista come bisognerebbe “rapportarsi” con noi stessi:“E si fermò riconquistando il fiato. Mi prese per mano e io pensai che ormai poco importava il modo in cui sarebbe finita quella notte. Stavo assistendo a qualcosa di miracoloso, dovevo essere grata a quell’uomo che mi stava portando a conoscere il luogo più sacro sulla Terra. Quante cose avevo imparato da lui! Eppure chi era realmente?
Le mie gambe erano molto stanche. Riprendemmo a camminare.
Disse: - il modo giusto di vivere, di utilizzare la nostra anima senza mortificarla, esaltandola, donandole beneficio, non esercitando su di essa alcuna coercizione, è quello di cercare incessantemente il luogo silenzioso dentro di noi che è permeato di conoscenza, e che è lì per farci capire qual’è il nostro posto al mondo. Così facendo, Mira, riusciremo a liberarci delle gabbie che la vita ci impone, ad insegnarci la compassione verso le creature che insieme a noi si trovano in questa spirale di infinito che è la creazione.”
Sabato 5 aprile, alle ore 18.00, Raffaele Turturro presenta "Una stagione INattesa" ai suoi lettori romani.
La cornice è la libreria-caffetteria "Tra le righe", giovane e appassionato luogo di incontro di musica e libri, ubicata a due passi dall'università Luiss, in via Gorizia. Sul sito della libreria sono disponibili dettagli e informazioni su come raggiungerla e numerose foto. (www.libreriatralerighe.it).
L'incontro per la casa editrice è moderato da Rosanna Orri. Insieme all'autore interverrà Daniela Marro che ha curato la prefazione al volume.
Il 18 aprile l'autore presenterà il libro alla Biblioteca comunale di Frosinone. L'incontro è curato dalla società "Dante Alighieri". Insieme a Raffaele Turturro presenzierà Daniela Marro.
Qui è possibile consultare il calendario degli eventi organizzato dalla società "Dante Alighieri" alla Biblioteca comunale di Frosinone.
Qui potrete leggere un articolo uscito sul quotidiano "Il Tempo" relativo alla presentazione di "Una stagione Inattesa" avvenuta lo scorso gennaio al caffè letterario Satyricon di Frosinone.
Un solo carico di lavatrice, richiede circa 80 litri d’acqua. Una doccia di media durata, diciamo ‘normale’, non di ammollo, richiede una quantità d’acqua più o meno simile, mentre per un bagno in vasca si consumano fra i 120 e i 160 litri.
Questa quantità d’acqua corrisponde a quella disponibile giornalmente per 16 abitanti del Madagascar.
Bisogna aggiungere che per produrre un chilogrammo di carta sono necessari 325 litri di acqua. Nella metropolitana di Londra ogni giorno vengono abbandonate 6 tonnellate di carta! 95 litri d’acqua sono poi necessari per un chilo di acciaio e circa 10 litri d’acqua sono impiegati per un litro di benzina. Per costruire un’auto del peso di 1 tonnellata, di litri di acqua se ne consumano addirittura 150 mila.
Molti di noi saranno sicuramente amanti del kiwi. Questo frutto non è originario della nostra terra eppure siamo diventati i terzi produttori al mondo. Il kiwi proviene dalla Cina. Da noi, in Italia, il kiwi viene coltivato in molte zone ma in maniera intensiva in Ciociaria, Frosinone, Latina, etc. Bene, occorre sapere che il kiwi richiede una quantità d’acqua dieci-dodici volte maggiore a quella che necessita il pomodoro o la zucchina. Il nostro amore per il kiwi sta provocando un velocissimo quanto irreversibile depauperamento delle falde acquifere di quelle aree d’Italia. Ma il problema del kiwi è un’inezia. E questo solo per citare un dato a noi vicino. In alcune aree degli Stati Uniti, della Cina e dell’India, le falde acquifere vengono attualmente consumate più rapidamente di quanto non riescano a ricostituirsi, tanto che le superfici delle stesse si stanno riducendo costantemente e alcuni fiumi, come il Fiume Colorado negli Stati Uniti occidentali e il Fiume Giallo in Cina, spesso si prosciugano prima di raggiungere il mare. Grandi bacini, come quello del Guaranì, un corpo idrico a valenza globale, o il mar Morto stanno scomparendo (il mar Morto ha già perso il 30 per cento della sua superficie, come è quasi scomparso in Russia il lago Baikal e d’Aral. I grandi laghi dell’America del Nord, come i grandi fiumi dell’Amazzonia, dell’Africa e dell’Asia che attraversano più paesi, costituiscono degli “ecosistemi maggiori” d’importanza vitale per il funzionamento del ciclo integrale dell’acqua e della vita sul pianeta ma stanno morendo anche essi, vedono il loro livello scendere a causa dell’eccessivo prelevamento. Delle grandi paludi della Mesopotamia ne sopravvivono appena il 10%. In Africa le riserve di acqua dei laghi, con i loro 30.000 chilometri cubi, che sono tra le più vaste dell’intero pianeta, sono già scese a profondità tali per cui nella regione si prevedono gravi carenze già a partire da questo decennio, mentre il lago Chad è ridotto a un ventesimo delle dimensioni del 1960. Nel prossimo decennio sorte analoga toccherebbe ai cinque paesi del Maghreb. Già oggi per l’utilizzo delle acque del Senegal sono stati mobilitati molti mezzi senza per questo riuscire a soddisfare i bisogni locali. Nei paesi aridi che possono permettersi di spendere tanto (Kuwait, Arabia Saudita), il problema della scarsità idrica viene in parte risolto con la dissalazione dell’acqua marina per la coltivazione, ma si tratta di un processo comunque particolarmente costoso dal punto di vista energetico. In California il consumo d’acqua nella stagione estiva ha dovuto essere regolamentato (in alcuni periodi è infatti prevista solo una doccia al giorno per abitante). L’Egitto, che pure ha un piano per la gestione delle acque da trent’anni, si trova a far fronte a una domanda di acqua rapidamente crescente. L’aumento della popolazione e dello standard di vita, dal 1959 a oggi, ha portato a un dimezzamento dell’acqua disponibile pro-capite e si prevede che scenderà fino a un terzo nei prossimi venti anni.
La riduzione delle falde acquifire è provocata da molti fattori. Non per ultimo per il fatto che la gran parte dei sistemi di irrigazione è inefficiente.L’irrigazione inefficiente non determina soltanto uno spreco di acqua, ma causa anche dei rischi ambientali e sanitari, fra i quali la perdita di terreni agricoli produttivi a causa dell’acquitrinizzazione dei suoli. L’acquitrinizzazione dei suoli che porta le acque ad essere stagnanti facilita la trasmissione della malaria.
Tutte le regioni italiane si stagliano nell’arco di spreco di acqua dolce che va dal 35 per cento al 60 per cento. In Svizzera e in Svezia la percentuale di tali perdite si attesta attorno al 9 per cento.
Secondo le stime del Wwf, ciascun italiano ha una disponibilità teorica annua di 2.700 metri cubi d’acqua, ma la quantità realmente disponibile crolla a 1.100 metri cubi a causa dell’inquinamento delle falde e dei fiumi e della rete idrica vecchia e inadeguata, con una significativa percentuale delle riserve sprecata per via delle perdite e degli allacciamenti abusivi.
I consumi domestici nel nostro Paese rimangono a livelli eccessivi, se si pensa che l’italiano medio consuma 250 litri d’acqua potabile al giorno, mentre i nostri vicini svizzeri ne consumano 159 litri e gli svedesi 119.
IL PROBLEMA DELLE DIGHE
Un altro problema considerevole è sicuramente quello delle dighe, che drenano l’acqua, spesso alterando il corretto equilibrio ecologico. Si calcola che nel mondo ci siano più di 800 mila dighedi varie dimensioni, che immagazzinano 6.000 chilometri cubi di acqua, pari al 15 per cento circa della riserva rinnovabile del pianeta.
LE DIGHE IN ITALIA
In Italia sono state censite circa 11 mila dighe, solo 800 delle quali controllate dal Servizio nazionale dighe. Le altre 10.000 sfuggono alle verifiche del Servizio nazionale per il semplice fatto che non rientrano nei parametri previsti per il controllo obbligatorio: un’altezza superiore ai 15 metri o un invaso della capacità di almeno 1 milione di metri cubi d’acqua.
LE GUERRE DELL’ACQUA
Solo sulla base di questi pochi numeri e di queste citazioni, non è un mistero ormai per nessuno che il problema dell’acqua sia un problema di primaria importanza, non solo per l’Africa, o per i paesi cosiddetti in via di sviluppo, ma per l’intera popolazione mondiale.
Circa 80 paesi, che rappresentano il 40% della popolazione mondiale, non hanno risorse sufficienti (meno di 2.7 litri al giorno per persona) di acqua dolce e almeno un miliardo di persone non ha accesso a risorse di acqua potabile. Nel 2000 il 18% della popolazione mondiale non disponeva di un accesso a fonti d’acqua dolce entro un chilometro dalla propria abitazione e ben il 53% del totale non disponeva di un accesso a connessioni domestiche. Ma l’acqua dolce che c’è, per esempio quella dei fiumi e dei laghi, non solo sta diminuendo ma diventa anche sempre più inquinata. Si è stimato che ogni metro cubo di acqua contaminata scaricata nei bacini o nei flussi idrici naturali rende inutilizzabili da 8 a 10 metri cubi di acqua pura. Ciò significa che la maggior parte delle regioni e d