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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Una recensione relativa a "Quando l'amore non basta" di Angela Siciliano, comparsa su MilanoNera.
Pe leggerla, clicca qui
Mario Zodiaco presenterà il suo libro
il 5 dicembre 2008
alle ore 18,00
presso la libreria Feltrinelli International di via Zamboni a Bologna.
Sarà proiettato un video storico sulla vita dell'autore e le foto d'archivio del Motor show.
Relaziona Marco Guidi (Il resto del Carlino, Messaggero)
 
Segnaliamo un 'intervista rilasciata dall'autrice di "Quando l'amore non basta", Angela Siciliano, su Radio Centro Musica.
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Il ventre della Terra
Valentina Francolino Gingko 2007 Venerdì 22 aprile 2181 Mira esce dalla facoltà universitaria di Archeologia della flora e della fauna di Londra per recarsi a casa. Come tutti gli abitanti del pianeta indossa capi d’abbigliamento anti-Uv e si cosparge la pelle di creme-barriera. Da trent’anni, infatti, le condizioni di vita sulla terra sono state completamente sconvolte, a causa del totale deterioramento dello strato di ozono che la proteggeva. Non esistono più forme vegetali o piantagioni commestibili. L’uomo è il solo rappresentante della specie animale ad essere sopravvissuto, benché decimato dalle conseguenze derivanti dalla catastrofe, non ultima una smisurata proliferazione di tumori alla pelle. L’alimentazione è costituita di sole sostanze nutritive a base di vitamine, proteine ed acidi grassi prodotti in laboratorio sotto forma di superconcentrati. L’ossigeno viene immesso nell’atmosfera in maniera artificiale, una volta scisso dall’idrogeno tramite un forte dispendio di energia, che viene ricavata dalle centrali nucleari che proliferano ovunque. L’ingente produzione di scorie viene smaltita trasportandola nello spazio, ed in modo particolare sulla luna. Ad attenderla, tra le mura domestiche, trova la madre in preda al pianto a causa della morte di una misteriosa zia indiana, di cui Mira fino a quel momento ignorava l’esistenza. L’atteggiamento della donna appare tuttavia vago ed indefinibile ed attira la curiosità della figlia. Lucien, il ragazzo che frequentava da un anno, diserta l’appuntamento previsto per l’ora di cena e da quel momento fa perdere misteriosamente le tracce di sé. Mira, dopo alcuni giorni di logorante attesa, cade in uno stato di profonda prostrazione dal quale esce solo dopo aver ricevuto sul proprio telefonino una sorta di messaggio cifrato in cui Lucien sembra darle appuntamento in un imprecisato luogo abitato da una foresta residua. Un aneddoto riesumato tra i ricordi infantili della madre ed un libro redatto dal famoso archeologo Andrew Berdel, repertato dall’oblio degli scaffali polverosi della London Library, sembrerebbero confermare l’esistenza di un ultimo ignoto brandello di paradiso ,sottratto alla deriva ambientale. Che si tratti dello stesso luogo? Mira decide di intraprendere il viaggio nella direzione di quella antica “Valle Nascosta”, che pare trovarsi alle pendici dell’Himalaya, alla ricerca dell’amore e della salvezza… Troppo spesso la fantascienza sociologica si è risolta in scadente narrazione e sterile ideologia, capace di denunciare situazioni senza saper suggerire soluzioni. Valentina Francolino decide pertanto di battere un percorso diverso, concependo un romanzo fantastico e sentimentale che va al di là della mera denuncia ambientalista, perché esce dall’anticipazione narrativa per toccare un nervo ormai scoperto. La vicenda di Mira, che si aggira nello scenario surreale di una Londra grottesca e desolata, costituisce infatti un felice espediente narrativo che consente alla scrittrice bergamasca di esplorare, senza troppe sovrastrutture ecologiste, i pressanti temi ambientali ed ecologici del nostro tempo. Una formula deliziosa per trasformare le varie concrezioni dello sconforto in un’avvincente scrittura d’immaginazione. Ed è tutto così maleficamente credibile che ci sembra di riempire delle lacune della nostra cultura generale. L’autrice non intende qui soffermarsi sugli aspetti deteriori di una civiltà che ha sconvolto gli equilibri naturali. Compie solo una breve digressione iniziale per dirci quello che tutti noi già sappiamo. Ovvero che la condotta sconsiderata dell’uomo ha creato le condizioni perché il verde fosse cancellato per lasciare il posto ad un mondo del tutto artificiale. E subito riprende il filo di una avventura esistenziale destinata ad approdare là dove talvolta la leggenda e le speranze confluiscono magicamente nella realtà. Le avventure di Mira, che vaga di rovina in rovina, morale e materiale, l’una nutrimento dell’altra, costituiscono una lettura divertente e struggente al tempo stesso, che appassionerà anche il lettore che abitualmente non frequenta il genere fantastico. Nessun intento moraleggiante appesantisce l’efficacia narrativa. Niente politica né banali richiami al rispetto della natura,ma solo desiderio di comprendere e di fare comprendere dove ormai siamo diretti. Un’incursione spregiudicata ed inquietante in un futuro che forse è già incominciato. [Gian Paolo Grattarola]
giampaolo.grattarola@fastwebnet.it
"Quando l'amore non basta" di Angela Siciliano, in un articolo su Repubblica.
Per leggerlo clicca qui

Angela Siciliano presenta al pubblico il suo "Quando l'amore non basta".

Un momento della discussione. Una lettrice prende la parola.
Angela Siciliano e Rosanna Orri per la casa editrice.

Lo stand Gingko

Rosanna Orri e l'editore Alessandro Pugliese
Penso che nell’ambito di una presentazione letteraria, la prima parola spetti a chi in questo testo ha creduto fortemente, l’ha letto e riletto più volte, ne ha curato ogni minimo particolare fino a darne ampia diffusione pubblicando pagine che fino a poco tempo fa erano del tutto private. E pertanto mi sembra giusto iniziare spiegando quali motivi ci hanno spinto nella scelta e perché abbiamo deciso di investire in questo testo tra tanti.
La Gingko Edizioni è una casa editrice giovane, sia nel senso che è di recente nascita, sia perché in essa lavora un gruppo di giovani. Ci siamo fin dall’inizio prefissi la ferma intenzione di valutare accuratamente i testi da pubblicare, di sceglierli in base ai contenuti e non in base al valore o alla presa commerciale degli stessi. Crediamo nella buona letteratura e cerchiamo di evitare testi scandalistici o puramente intrattenitivi. Nel caso specifico, nel momento in cui ci è pervenuto il testo di Angela, leggendone la sinossi io stessa ho immediatamente pensato che si trattasse di uno dei tanti libri lesbo, nel senso di un testo ad effetto che, trasudando sesso e trasgressione, volesse far leva sulla morbosità del pubblico e irretire il lettore. Vi sono moltissimi libri di questo genere. In verità ho anche pensato che sulla scia dei veri gay pride o dell’entrata in Parlamento dell’Onorevole Luxuria, un transgender che ha fondato la propria campagna elettorale sui temi dell’omosessualità e del riconoscimento di questa, fossi di fronte a un testo cosiddetto militante appunto, da gay pride.
Contrariamente, sono stata colpita dalla dolcezza e dalla freschezza delle pagine di Angela. Il suo libro non è ideologico, non è mieloso, non è militante, non è neppure lesbo, pur se scritto da una lesbica. Nella scelta è per noi stata determinante una caratteristica che ci interessa primariamente. E’ un testo vero, non è “stupefacente”. E’ normale. Racconta una storia normale di sentimenti e di affetto mancato. I veri protagonisti della storia sono la vita, le scelte di vita attraverso i sentimenti e il cuore.
E i sentimenti non hanno sesso, sono sentimenti. In queste pagine, qualsiasi persona etero o omosessuale o bisessuale può ritrovarsi perché sono pagine che narrano di vita, d’amore. […]
Il sentirsi sfiniti, senza respiro, sull’orlo del niente e delle lacrime dopo aver fatto l’amore con la persona che amiamo. Quanti di noi hanno provato queste sensazioni ? Spero tanti. Queste sensazioni non sono omosessuali, sono sentimenti e basta. Non esiste una sensibilità lesbo e una etero, così come non esiste una sensibilità di individui bianchi e una sensibilità di individui neri, così come non esiste una intelligenza di individui uomini e una intelligenza di individui donna. Il libro racconta una storia di sentimenti frustrati, di un amore infranto, di una felicità mancata a causa dei pregiudizi. Parla anche dell’Italia e dei difetti italiani. E’ un libro che, attraverso il lesbismo, la vita di una donna lesbica, riesce a parlare d’altro, vola più in là. In cui il lesbismo è un pretesto, come sarebbe potuto esserlo il razzismo, l’emarginazione dettata da altri fattori discriminanti, etc. E’ una parabola sul pregiudizio. Il vero protagonista è il pregiudizio, ma non il pregiudizio dei personaggi della storia, ma di chi lo legge, del lettore. L’elemento più straordinario è che non tratta del pregiudizio cosiddetto “esterno”, ovvero degli altri, a cui la lesbica e l’omosessuale o qualsiasi persona diversa soggiace, deve accettare, sopportare, o contro cui deve lottare. Tratta invece del pregiudizio interno. Nel libro si narra di un pregiudizio che una donna lesbica riceve e sopporta non dalla società, ma da se stessa, che ella alleva e ha dentro di sé, non che le è imposto. Questa donna, amante, ha pregiudizio verso se stessa. […]
Sono pagine che trattano dell’accettazione di noi stessi, delle barriere interiori che ognuno di noi alimenta e contro le quali ognuno passa la vita intera a scontrarsi. […]
In fondo parla di una questione universale che sta a monte di ogni nostro agire quotidiano. […]
Angela Siciliano, scrivendo un libro lesbico, ha sfoltito il genere, se così si può dire (e se esiste davvero un genere letterario lesbo), e lo ha fatto in una maniera assolutamente virginale e spontanea, ovvero raccontando semplicemente la verità. Non ha usato giri di parole, orpelli, non ha mascherato nulla. […]
Si potrà dire qualunque cosa di questo libro, una volta letto, ma non si potrà dire che è letterario, che non è vero, che non è autentico. Leggendolo vi renderete conto che, mentre seguirete la protagonista, starete seguendo voi stessi, starete rivivendo i vostri primi amori, l’innocenza del vostro primo bacio, le prime uscite con i ragazzi nella piazza del piccolo paese, starete rivivendo i fugaci appuntamenti estivi all’ombra di un albero o nella semioscurità del vicolo. Il libro parlerà al vostro cuore come ha parlato al nostro. E poco importa che a parlare dei suoi sentimenti sia una donna che nutre amore verso un’altra donna, poco importano le categorie, le emozioni sono le stesse provate da chiunque, da qualunque cuore. Il libro di Angela è così autentico e sono così vere e oneste le delusioni, il pudore, i tocchi delle mani sulla pelle, le carezze, la solitudine, il senso di inadeguatezza e di abbandono, la disperazione, la speranza, che vi verrà la pelle d’oca, un brivido di freddo vi risalirà lungo la schiena e comincerete a guardare l’uomo, la donna, chi ci passa accanto, il vicino, nella sua complessità. Ciò che vuol insegnare questo libro è il moto del cuore umano, la sua infinita e toccante fragilità. E’ un libro toccante, rivelatore sotto moli aspetti, perché al di là di tutta la nostra modernità, l’emancipazione nella quale crediamo vivere, esso svela quanto poca strada abbiamo fatto nell’accettazione di ciò che comunemente reputiamo diverso.
E qui mi preme aprire una parentesi e fare una digressione sul tema dell’omosessualità.
Il termine omosessualità, a cui noi spesso attribuiamo un significato ed una connotazione negativa, deriva da un termine greco, omoios, che significa simile e che è, per intenderci, lo stesso termine alla base di omeopatia (che non è, come molti pensano, la cura delle patologie con le piante, ma un tipo di cura che si basa sulla legge della similitudine per cui la stessa sostanza che provoca la malattia, se dosata sapientemente e in modo misurato, può portare alla guarigione) ed il termine latino sexus ovvero sesso. L’omosessualità è quindi l’orientamento sessuale caratterizzato da un’attrazione sessuale o puramente affettiva per individui del proprio genere sessuale. Definire una persona o definire se stessi omosessuale significa solo avere una particolare propensione sessuale affettiva o semplicemente delle affinità particolari con un individuo dello stesso sesso. Il termine omosessuale di per sé non è dispregiativo. Però spesso viene confuso con pederastìa - dal gredo pais paidòs (ragazzo) - e erastès (amante): amore per i ragazzi - e che per questo spesso viene confuso con pedofilia - o anche sodomia (termine traslato dalle sacre scritture cristiane che sta a denotare rapporti sessuali di tipo anali tra individui ). Questi sono termini che molti, e sono sicura anche qui tra i presenti, intendono come sinonimi di omosessualità, quando invece nel gergo comune e nel parlato quotidiano marcano con un velo di depravazione il termine omosessuale. E la connotazione di depravazione che spesso viene attribuita agli omosessuali deriva dal concetto inculcatoci fin da bambini che essere omosessuale è contro natura. Ma cos’è la natura? Cosa significa essere contro natura? Anche qui mi rifaccio all’etimologìa greca dove la natura è detta fusis (da qui fisiologico - quindi secondo natura, etc). Ma i greci ed i loro pensatori, che in molti aspetti della vita erano molto più illuminati di noi e da cui noi ancora oggi traiamo spunto, intendevano con natura non solo la realtà oggettiva così come ci appare ma riferita all’uomo (la physsi). La natura era intesa come disposizione naturale dell’uomo. […]
Sul tempio di Delfi era scritto Gnoti se autòn, conosci te stesso. Questo era l’unico insegnamento etico-morale che doveva guidare l’uomo. Conoscere se stesso e assecondare la propria natura, dove natura è la propria indole, la propria appunto disposizione naturale. L’omossesualità ha iniziato ad essere concepita in senso negativo con l’avvento del cristianesimo che ha postulato ed insegnato che è contro natura, perché non finalizzato alla procreazione, il rapporto omosessuale. E così noi che siamo intrisi di cultura cristiana diamo ancora oggi un significato negativo alla parola e spesso utilizziamo il termine omosessuale come insulto. Non sapendo che un tempo, in epoche più illuminate, avere rapporti con l’altro sesso era perfettamente considerato naturale tanto che i più grandi uomini del passato, pensatori, personaggi storici, uomini delle arti e delle scienze, lo sono stati e di questo si sono compiaciuti. L’Achille di Omero - parliamo del XII sec A.C. - è descritto come colui che ama l’amico Patroclo al di sopra di tutti e che per vendicare la morte di questi trova egli stesso la morte sul campo; Socrate spesso, nei dialoghi di Platone (Simposio e altri), viene descritto come un uomo che ama i ragazzi suoi discepoli, è catturato dalla loro bellezza fisica e addirittura elogia l’amore omosessuale come più importante e più dignitoso per un uomo (poiché nel rapporto omosessuale tra uomini vi è uno scambio tra amante e amato anche culturale, gli uomini erano gli unici a godere di istruzione). In tutto il pensiero pre-cristiano il matrimonio, che molti politici oggi giudicano alla base dello Stato come naturale, era visto in modo solo utilitaristico, solo come humus per la procreazione. I divorzi erano largamente ammessi e frequenti sia nella Grecia Antica che nella Roma antica che nello stato egiziano tolemaico. Questo per dire ancora una volta, senza voler fare l’apologia di niente e nessuno, quanta ignoranza c’è nell’uomo moderno! […]
Angela nel proprio libro, in modo molto esplicito, si scaglia contro le barriere imposte dal contesto sociale che impediscono a chi è omosessuale di dichiararsi tale. Eppure io penso che niente più dell’amore abbia bisogno di un contesto sociale favorevole, di una sovrastruttura in cui poter crescere. Lo stesso fenomeno è accettato o meno a seconda di come la società si pone di fronte ad esso, in base all’apertura e alla cultura degli individui facenti parte di quel contesto sociale. Una mia conoscente, che per mostrarsi agli occhi altrui progressista ed aperta, spesso dichiara: io sono molto aperta, ho anche amici gay e lesbiche. E’ in tal modo che non si accorge che proprio così ghettizza e rende diverso ciò che è normale. E’ come se io dicessi: io sono molto aperta, ho tante amiche bionde, operaie e laureate. In fondo in fondo, la realtà è sempre più semplice di quanto noi la vediamo e, in fondo in fondo, escludere o mobbizzare una persona per l’omosessualità significa giudicare la stessa persona solo per chi si porta a letto. Aberrante davvero. […]
Che Angela abbia raccontato la storia di una donna lesbica è un particolare, perché ciò che conta e ciò che è l’essenza del libro, è la storia delle storie, ovvero la storia, o meglio la cronistoria del cuore e dell’anima umana. Il cuore e l’anima sono quelli una donna, cinquantenne, ma sono il cuore e l’anima dell’adolescente, dell’uomo sposato, dell’etero, dell’omosessuale, dell’operaio e del colletto bianco.
Rosanna Orri
Chi non ha mai pensato di prendere le poche cose che servono, infilarle in un zaino e sbattere la porta per andare in stazione o in aeroporto e fuggire per sempre? Andarsene dall’altra parte del mondo, nell’angolo più sperduto e romantico, nel proprio ideale Eldorado, e rinnovarsi liberandosi dell’ozio e delle vecchie noiose abitudini quotidiane. Diventare un avventuriero, un viaggiatore (ma non un turista), imbarcarsi su qualche nave diretta al Polo, essere intenzionati a vivere una nuova avventura, semplicemente andarsene e ricercare un’oasi prediletta di semplicità, di naturalità, di semplicità, lontana dagli obblighi, dalle fatiche di ogni giorno.
In tutte le età, con motivazioni diverse, sicuramente tanti di noi almeno una volta hanno fatto un pensierino su una prospettiva simile. Il giovane come l’adulto, la donna come l’uomo, qualunque professione, qualunque ruolo, qualunque situazione economica... dire basta, zaino in spalla e via, verso l’adrenalina. Viaggiare per fugare il vecchio se stesso, mettersi alla prova, sfidare noi stessi, vedere se ce facciamo, se siamo in grado di liberarci dalla comodità, ritornare all’essere uomini, allo stato puro e semplice.
Il viaggio, da sempre, ha richiamato spiriti inquieti e battaglieri di ogni indole, da ogni angolo del mondo e in ogni tempo. E’ sempre stato vissuto e viene vissuto ancora come una summa di condizioni e elementi affascinanti, come la panacea di diversi problemi, la soluzione, la scelta, la ricerca di un senso alto della vita, per alcuni addirittura il vero senso della vita, l’orgasmo.
Chi non si è mai detto che siamo nati in un determinato contesto geografico, eppure per vivere veramente, per poter dire di aver vissuto intensamente e in maniera ricca è necessario varcare le barriere, andare oltre; siamo nati per conoscere, per vedere. Spesso l’idea di vivere per tutta la vita in un solo luogo ripugna, in una città, un quartiere, spesso un isolato, e la nostra vita si svolge in pochi kilometri quadrati di spazio e di aria, sempre la stessa.
Ulisse varcò le colonne d’Ercole, limite estremo del mondo allora conosciuto, Gengis kan estese il suo dominio per migliaia di kilometri attraverso la steppa asiatica e Alessandro portò i macedoni dal Peloponneso fino all’intricato e selvaggio continente indiano; Marco Polo, Colombo, grandi avventurieri e grandi viaggiatori che si spinsero al di là delle certezze e delle conoscenze, e furono esploratori anelanti mondi nuovi, curiosi di conoscere gente diversa.
Anche oggi esistono molti giovani e meno giovani che viaggiano. Nel suo libro Marco Biaz ne incontra tanti, con diverse motivazioni, i quali sono fulminati da un’idea di ricerca esuberante e, instancabilmente, calpestano terre negli angoli più remoti del pianeta. Uomini e donne che abbandonano la routine e le solidità della loro vita, sperimentano nuove conoscenze, ricercano esperienze. Il viaggio per loro, come per gli antichi, è ancora vissuto come stolido tentativo di trovare e custodire dentro di sé una felicità superiore che nel quotidiano, in casa propria manca, svelare l’essenza di se stessi alla costanza ricerca di un maggiore e più inteso senso di ogni singolo respiro. Questi viaggiatori, che sono i veri viaggiatori, coloro che reputano se stessi veri viaggiatori, i non turisti, sono sopra ogni cosa “ideologici”, tutto in loro è ideologico. Viaggiano perché non si sentono a loro agio nella moderna società, non ne accettano le convenzioni e sono alla ricerca di un mondo non ancora lambito dalla corruzione della modernità. Il loro viaggio è un viaggio verso gli esordi naturali dell’uomo, verso le forme più ancestrali e pure dell’esistenza ma, come presto o tardi scopriranno, si trovano di fronte a una delusione bruciante. Quel mondo ancestrale e primitivo, sincero, onesto, semplice non esiste e non esiste per due motivi: perché la modernità con le sue sicurezze o false sicurezze ha invaso ogni angolo del pianeta, e non esiste un Eldorado di puro fascino non corrotto o non corruttibile o perché loro stessi ne sono figli, sebbene ingrati, figli di questo tempo e al di fuori di questo tempo essi non riescono ad esser felici. Si erano illusi di essere semplici, puro intreccio di naturale sangue e nervi, ma nella vera naturalezza e semplicità si scoprono fanatici e scoprono i propri limiti nel pregiudizio, nella incapacità di adattamento; la loro forma mentis non gli permette di penetrare fino in fondo nell’anima dei popoli e dei luoghi che essi vorrebbero interiorizzare. In più, non riescono a liberarsi dal se stessi del passato, dai propri problemi, dall’ ansia della vecchia vita che si erano illusi di poter dimenticare attraverso appunto il viaggio, attraverso la fuga e l’allontanamento.
Anche Biaz, qualche anno fa, fu uno di loro, un ricercatore, un avventuriero, un moderno cacciatore del klondide, un rabdomante del senso puro dell’esistenza. Fu uno di quei giovani che girano il mondo in zaino e sacco a pelo, senza troppi soldi nelle tasche e senza mai fatica nella ricerca continua e estenuante di mondi e modi di vita diversi; Biaz è stato uno di quei viaggiatori “sulla strada” alla Kerouak, alla Chatwin, uno di quei giovani con la barba lunga che incontriamo sui treni, che dormono nelle stazioni e negli ostelli a pochi spiccioli a notte, uno di quei sognatori con lo sguardo incantato ai finestrini ad osservare le distese erbose che scorrono veloci, le steppe asiatiche, le splendide morbide coste di un isola immacolata. Uno degli abitatori dei treni sgangherati indiani, e delle stazioni affollate e rumorose, uno di quegli osservatori del mare burrascoso dello Sri Lanka. Biaz ha viaggiato allungo per tutto il sud est asiatico e ha scritto le sue impressioni sul taccuino, ha fatto fotografie, ha conosciuto i moribondi delle case di Madre Teresa a Calcutta, ha registrato e incamerato volti, esperienze, vissuti, ha viaggiato e conosciuto gente. Anche lui ha pensato al viaggio come panacea di tutti i mali, ha creduto che viaggiare potesse alleviare o sanare la sua inquietudine, soddisfare il suo anelito libertario, disinnescare, come scrive DiMaggio nella Prefazione al libro, la bomba ad orologeria che lo spingeva sempre più in la, a vivere, esasperare per non esserne più schiavo della sua voglia di vita. Biaz ha viaggiato, come molti, nella convinzione che il viaggio potesse essere la soluzione di ogni cosa, che potesse aiutarlo a crescere e a migliorarsi, a insegnargli metodi e soluzioni per affrontare la vita, credendo che la vita è qualcosa di diverso dagli obblighi e dalle responsabilità che ogni uomo deve affrontare e accettare. Come ha raccontato nel libro, diversi personaggi da lui incontrati e ascoltati erano partiti per motivi diversi, molti per mettersi alle spalle i frutti dei propri fallimenti, amori naufragati, la noia dell’esistenza. Nel libro racconta non il viaggio di questi uomini, di questi viaggiatori, ma le loro motivazioni, le loro imprese, i loro guai e ci fa vedere il loro percorso di apprendistato, un apprendistato che, nel frattempo, diventava anche il suo, che anche lui stava vivendo. Il libro, come più volte si è detto, non è un libro di viaggio, o di viaggi, ma un libro sui viaggiatori, soprattutto viaggiatori occidentali, uomini e donne alle prese con i propri guai e che nel viaggio pensavano di risolverli. Attraverso la loro storia Biaz cresceva ogni giorno di più, tappa dopo tappa, esperienza dopo esperienza. E dopo quasi un anno di peregrinazioni anche per lui, come per tutti i viaggiatori che scelgono il viaggio come soluzione, giunse il momento della scelta. Si trovava ormai di fronte a un bivio, un bivio che tutti gli inquieti di questo mondo incontrano, il bivio dell’esistenza. Un ramo di questo bivio è la continuazione del viaggio, il partire e spostarsi perenne, nella consapevolezza recondita, ma inconfessata, che il luogo paradisiaco, l’Eldorado della nostra anima pacifica ancora non è stato trovato e, forse, non si troverà facilmente; dall’altro, l’altro ramo, era quello del ritorno, del fermarsi, dell’accettare che il viaggio smanioso di ricerca fiduciosa non condurrà mai a niente se non si è disposti alla sforzo erculeo di rinnovare prima se stessi, accettare il proprio destino. In una parola, crescere! Crescere significa decidere qual è il nostro posto al mondo, dove e come dirigere la nostra esistenza. Biaz scelse, di fronte a quel bivio, il secondo ramo, il ritorno a casa. Qualcosa, come lui dice, dentro gli si era rotto, incrinato. Avrebbe potuto viaggiare evidentemente lungo una vita intera e non trovare quello che stava cercando come molti che aveva incontrato, pur non confessandoglielo, gli avevano dimostrato con la loro storia personale. Si arrese nel senso che decise appunto di provare a crescere, maturare, accettare la propria condizione di uomo, di uomo perennemente inquieto e insoddisfatto e addestrare il proprio ego su una nuova strada, quella di un avanzare - senza muoversi - verso la felicità. Capì, in altri termini, che la ricerca della felicità e del significato della vita, poteva fare benissimo a meno del movimento materiale e fisico del suo corpo e che, adesso, finalmente, era giunto il momento di continuare ad avanzare con l’anima, da solo con essa, che era la sua anima ormai che doveva continuare il suo apprendistato, era la sua anima a dover continuare il viaggio verso la realizzazione dell’uomo, del se stesso, era essa che doveva condurlo verso l’Eldorado agognato della pacificazione con il suo spirito. Il viaggio continuava, la lotta continuava ma continuava con altre premesse, continuava dentro di sé, percorreva strade interne, non più i mercati e le pozzanghere indiane, non più scalava l’Annapurna, non più dormiva passando notte dopo notte nelle guest house, non prendeva più three whels per spostarsi, non si imbarcava più in ascese di monti sacri, in ammirazioni estasiate di statue gigantesche del Buddha, non dormiva più in letti con ragazze stupende e appena conosciute, non ripercorreva nemmeno più le stesse strade del passato, della vita di prima, faceva tesoro di quelle esperienze e le prendeva come punto di partenza. Biaz cominciava daccapo o, meglio, partiva da dove era ritornato, questa volta per un viaggio molto più avventuroso e ancora stupefacente ed emozionante: quello dentro il suo spirito e dentro la sua vita.
Biaz è di certo un inquieto, lo è tuttora, glielo si legge dentro. Adesso al viaggio ha sostituito la scrittura, il suo modo di evadere. E’ come tutti noi. La sua soluzione era il viaggio, ciascuno di noi ha una sua soluzione. Ognuno di noi cerca nella propria vita di eleggere una propria modalità di evasione: la palestra, la caccia, la pesca, lo sport in genere, la letteratura, il cinema, alcuni l’immersione totale nel proprio lavoro.
A.Pugliese
Una recensione di Rosi Polimeni per "Quando l'amore non basta".
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Una recensione di Gionata può essere letta qui
Marco Biaz presenta Fuga dal monsone
presso il negozio Fnac Torino Centro
venerdì 3 ottobre, alle ore 18
via Roma 56 - Torino
Sabato 18 ottobre 2008, ore 18,00
Valentina Francolino presenterà Il ventre della Terra presso la Libreria delle donne, via Pietro Calvi 29, Milano. Introduce la dott.ssa Antonella Nappi, docente universataria presso il Dipartimento Studi sociali e politici dell'università degli Studi di Milano.
Fuga dal monsone verrà presentato dall'autore in due occasioni.
Venerdì 19 settembre, ore 20.00, presso Circolo degli Amici, via Ribes, Colleretto Giacosa.
Venerdì 3 ottobre, ore 18.00, Fnac Torino, via Roma, Torino.
IL 10 11 12 OTTOBRE DECINE DI PICCOLI E MEDI EDITORI SI RIUNISCONO A PISA.
ANCHE NOI SAREMO PRESENTI, PRESSO LO STAND B090.
FATE UN BAGNO DI LIBRI...
VENITECI A TROVARE

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11 ottobre 2008, ore 14.00, sala Rossa. Presentazione Fuga dal monsone. La panacea del viaggio?
Un racconto sui viaggiatori occidentali. Il loro anelito libertario, la chimera di lasciarsi tutto alle spalle, boicottare la vita ordinaria, la sfida di mettere sotto assedio le vecchie abitudini, la noia, la propria corruzione come risorsa umana.
Intervengono Marco Biaz (autore), Rosa Giovanna Orri (Gingko)
12 ottobre 2008, ora 17.00, Sala Verde Presentazione Quando l'amore non basta.
La storia di due donne innamorate e degli ostacoli che alla fine hanno impedito il loro amore lesbico è la rappresentazione, tutto sommato universale, delle etichette e delle classificazioni che, esagerando spesso, sono chiamate valori e sani principi ma, al fondo, si rivelano stereotipi che impediscono la crescita naturale dell'individuo e il corso spontaneo di un sentimento, un talento e una visione politica.
Parteciperà alla presentazione l'autrice che attualmente vive in Danimarca. Relaziona per la casa editrice Rosa Giovanna Orri.
Novità...
Quando l'amore non basta
Angela Siciliano

Scritto con punte di lirismo toccante e con precisione affilata negli affondi “ideologici” sulla tematica delle relazioni tra donne, questo è un romanzo su un amore mancato e sul rimpianto inammissibile, sulle interferenze esterne che a volte annullano gli istinti e i bisogni naturali e sull’importanza di chiedere scusa – anche se tardivamente – a chi ha pagato il prezzo delle nostre rinunce pareggiando i conti con il proprio coraggio. Dalla prefazione di Grazia Verasani (autrice di Quo vadis, baby?)
vai alla scheda del libro
Segnaliamo una recensione di Quattroruote al libro di Mario Zodiaco.
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Fresco di stampa...
Nel segno dello Zodiaco
di Mario Zodiaco

Il libro contiene 56 pagine di foto storiche e illustrazioni d'epoca.
Prefazione a cura di Marco Guidi (Il Messaggero e il Resto del Carlino)
Collana: Bianca. Genere: Autobiografia. ISBN: 978-88-95288-04-8. Pagg: 448.
vai alla scheda del libro
Chi ha inventato il Motor Show di Bologna? Come nacque l'idea e come fu portata al successo tanto da divenire un fenomeno di costume? Come si giunse all'idea vincente di un Salone automobilistico per tutti i gusti, che concentrasse esposizione ed esibizioni al cardiopalma, la tradizionale mostra allo spettacolo stupefacente, che prevedesse la partecipazione di campioni del motorismo italiano e internazionale e che diventasse punto di incontro tra produttori e il mondo dei GP di Formula Uno e di Moto GP?
- Qui tutto va a puttane! -
Concorso letterario/ Progetto di pseudo scrittura collettiva/Antologia di racconti
Gingko edizioni in collaborazione con Fiori di Strada

Ci sarà bene un perchè vi sono tante prostitute per strada e nelle case, e se le città si popolano di donne o uomini che amano darsi o sono costrette a darsi al primo venuto. Chi sono quegli uomini e quelle donne che fermano l'auto, o entrano per fantomatiche sedute di massaggi, che cosa dicono, cosa vogliono, come lo chiedono, perchè lo fanno? E chi sono le donne e gli uomini che si vendono, quanto guadagnano, sono dei gaudenti o dei moderni schiavi, esibizionisti o malati, che cos'è davvero il sesso a pagamento?
Scrittori raccontano il vivere oggi in Italia
Perchè l'astrazione letteraria è utile per la mente, ma se un libro può dare una mano anche al corpo diventa uno strumento insostituibile!
[Il progetto ha scopi letterari e di beneficenza ed è totalmente gratuito. E' rivolto a tutti gli scrittori italiani e stranieri di ogni età.]
Per saperne di più e partecipare visita lo spazio dedicato al progetto
Segnaliamo un servizio del Tg3 Regionale Emilia Romagna che racconta l'ennesimo contributo dell'associazione onlus bolognese a favore della lotta contro lo sfruttamento della prostituzione e la tratta di esseri umani.
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Negli ultimi anni ci siamo abituati, in molte cittá italiane ed europee, a vedere le parate gay almeno una volta l'anno. E a prescindere dalle reazioni emotive degli altri cittadini, che a volte sono di allegria a volte di fastidio, bene o male ormai si svolgono pacificamente, con la musica a tutto volume, qualche striscione a grandi lettere, costumi e danze. Almeno cosí accade a Copenaghen (anche se pochi anni fa durante la sfilata in un quartiere - che una volta era operaio e ora è a maggioranza immigrati - un gruppo di ragazzini di origine diversa da quella etnica lanció una serie di pietre contro i carri, ferendo i ballerini. Le pietre furono lanciate insieme a ingiurie volgari e denigranti). In genere, dunque, ormai tutte le cittá, volenti o nolenti, si stanno rassegnando alle parate gay che se da una parte esagerano in carne in esposizione e pose direi fantascientifiche, dall'altra mettono anche allegria e spruzzano un po' di diversitá sulla monotona atmosfera cittadina. Non tutti gli omosessuali vanno alle parate, sia chiaro, é una piccola percentuale di gay che o ritiene un dovere politico parteciparvi o lo ritiene un modo divertente di esprimersi. Un'altra percentuale di gay magari si ferma a guardarli e saluta i conoscenti, qualcuno non ha proprio tempo o evita la folla per principio, ma certo i sentimenti verso le parate sono vari anche all'interno dello stesso mondo omosessuale. E il potersi permettere riflessioni su quanto sia utile o meno sbattere in faccia alla macellaia e al fruttivendolo un paio di chiappe imbellettate per poterli convincere che abbiamo il diritto si esistere é giá una grande libertá. Di pensiero e di espressione, appunto. Ma ci sono luoghi in cui é ancora reato essere omosessuali e le parate gay sono simbolo di disordine civile oltre che morale; finiscono con la polizia che attacca i manifestanti, piccoli eserciti neonazisti che provocano e bastonano, con la galera e cose simili (galera non per i neonazisti ma per i gay che riescono ad acciuffare).
È successo cosí a Sofia, in Ungheria, di recente, è successo cosí anche in altri ex-paesi comunisti appartenenti alla defunta Unione Sovietica. Diciamo che gli ultimi paesi entrati nella Comunitá Europea sono costretti a fare i conti con questo passaggio culturale, imposto dalle regole comunitarie: non discriminare i cittidadini omosessuali. E in questo caso dunque ben venga la mano lunga di Bruxelles. Poi si tratta di superare i pregiudizi, i miti, le informazioni sbagliate sull'omosessualitá, i tabù. In certi paesi - nel mondo - la gente é convinta che non esistano da loro i gay, oppure che essere omosessuali significhi apprezzare il sesso con i bambini o che se si é omosessuale allora si é anche pazzoide, malato fisicamente, posseduto dal diavolo, portatore di malattie infettive e cose simili.
Fuori dall'Europa, pochi giorni fa si é svolta la prima parata gay in India, a New Delhi. Gli organizzatori si aspettavano pochi partecipanti, riferisce Poul Bonke Justesen, il giornalista dell'articolo su Berlinske Tidende un quotidiano danese, del 5 luglio, perché in India vige ancora una legge che risale a 147 anni fa, dai tempi degli inglesi, la quale puo' condannare un omosessuale fino a 10 anni di carcere. Naturalmente ora si discute di eliminare la legge che é contro i diritti umani, ma é ancora vigente. E cosí gli omosessuali coraggiosi che hanno partecipato alla storica parata hanno preferito indossare una maschera, ma erano in migliaia, mentre gli organizzatori aspettavano al massimo un centinaio di partecipanti. Un successo. In India manifestazioni simili stanno avvenendo in diverse altre grandi cittá.
Riferisco anche i dati trovati in un articolo di Kirstin Stefánsdóttir Egekvist, 12 luglio, su un altro quotidiano danese, Politiken: a livello globale, in 8 nazioni essere omosessuali porta alla pena di morte; in 78 é un reato che porta a molti anni di prigionia. In Egitto il maggio scorso cinque uomini sono stati condannati a tre anni di prigione, scoperti perché siero-positivi (HIV), il loro medico ha dunque imposto loro una visita anale per dedurre se avevano avuto rapporti sessuali omosessuali. Tratte le conclusioni dalla visita medica, le autoritá li hanno tenuti legati al letto d'ospedale fino al processo, circa tre mesi dopo, e questo anche se malati. Ma i maltrattamenti e l'aggressivitá verso gli uomini e le donne omosessuali sono un fenomeno che più o meno appartiene a tutti i paesi, in misura diversa, ma é presente ovunque e quasi potremmo dire che l'aggressivitá cresce di pari passo con le libertá i e i diritti che si vanno acquisendo in misura sempre più completa. Le nazioni che condannano a morte gli omosessuali sono: Emirati Arabi Uniti, Gambia, Iran, Mauritania, Nigeria, Arabia Saudita, Sudan, Yemen. La nazioni che permettono il matrimonio, senza distinzioni di alcun genere tra quello omosessuale e quello eterosessuale: Repubblica Sudafricana, Spagna, Olanda, Belgio, Canada, California e Massachusetts negli Stati Uniti d'America, Norvegia. Le nazioni che permettono registrazioni di partnariato con diritti molto simili ai matrimoni eterosessuali ma conservando delle limitazioni: Argentina (solo in Buenos Aires), Australia, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Lussemburgo, Svizzera, Slovenia, Gran Bretagna, Svezia, Repubblica Ceca, Germania, Nuova Zelandia, Guinea francese, Uruguay, Messico (in Coahuila e nel Distretto Federale), Usa (Hawaii, Oregon,Washington, Vermont, New Jersey, Connecticut, New Hampshire, Maine).
A.S.
http://letture-e-riletture.blogspot.com/
Valentina Francolino
presenta
Il ventre della Terra
L'acqua, risorsa limitata e vitale
Libreria Odradek
via principe Eugenio 28
venerdì 4 luglio
ore 18.00
A introdurre l'autrice, per la casa editrice, sarà Rosanna Orri.
Ingresso libero.
http://www.odradek.it/html/librerie/libreriamilano.html
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Marco Biaz
presenta
FUGA DAL MONSONE
Osteria L’Uberge – Cintano (TO)
11 luglio 2008 - ore 20,00
Contributi audiovisual by FracK Tal
Musiche di Valentina Valenzano
Letture di
Oreste Valente
Modera: Fabrizio Dassano
Fresco di stampa...
Fuga dal monsone
di marco biaz

Il libro contiene due cartine e 46 illustrazioni di viaggio.
Prefazione a cura di Maurizio DiMaggio.
Postfazione dell'autore.
Collana: Bianca. Genere: Romanzo. ISBN: 978-88-95288-03-1. Pagg: 244.
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Per chiunque volesse leggerlo é disponibile un estratto del romanzo.
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In ultima analisi, la ragione effettiva per cui a una maggioranza è concesso di governare, e per lungo tratto, mentre originariamente il potere è nelle mani del popolo, non sta nel fatto che la maggioranza sia nel giusto più verosimilmente della minoranza; neppure perché si reputi corretto che la minoranza ceda; il fatto è che la maggioranza è fisicamente più forte. Ma un governo in cui la maggioranza decida su tutto non può essere fondato sulla giustizia, nemmeno sulla giustizia relativa al discernimento umano. […]
La legge non ha mai migliorato nessuno; e l’osservanza della legge trasforma anche il migliore degli individui in agente di ingiustizia quotidiana. Avete sotto gli occhi una semplice e diffusa conseguenza dell’indebito rispetto per la legge: una colonna di soldati – colonnello, capitano, caporale, soldati semplici, addetti alle munizioni e via discorrendo – avanzando in ordine mirabile per colline e vallette, va alla guerra contro la sua volontà, sì, contro il suo senso morale e la sua coscienza – marcia perciò durissima, che dà l’affanno al cuore. Costoro non hanno alcun sentore del maledetto affare cui prendono parte: presi a uno a uno, sono tutti pacifici. Orbene, che sono diventati? V’è più niente di umano in loro? Non sono piuttosto fortini amovibili e depositi al servizio di pochi uomini senza scrupoli al potere? Visitate l’Accademia navale e contemplate un marine, il tipico prodotto di una magia nera, pallida ombra e sembiante di umanità, deambulante cadavere vivente, già sepolto, per così dire, in assetto di guerra con accompagnamento funebre, ancorchè ciò che sia possibile. […]
Migliaia di persone sono contrarie alla schiavitù e alla guerra in linea di principio, e tuttavia non muovono un dito per farle cessare; si considerano tutti figli di Washington e Franklin, siedono con le mani in tasca, dicono di sapere il da farsi e non fanno nulla; pospongono il problema della libertà a quello del libero scambio, e dopo cena leggono pacifici il listino dei pressi delle merci e le notizie dal Messico; entrambi conciliano forse il loro sonno. Qual’è l’odierno prezzo di mercato di un uomo onesto e di un patriota? Scuotono il capo e deprecano e firmano talvolta petizioni; senza però far nulla di serio e efficace. Attendono ben disposti che altri rimedino al male, per non doverlo più deprecare. Nel migliore dei casi, offrono a ciò che è giusto, purchè sia a portata di mano, un voto a buon mercato, un debole appoggio e un auspicio.[…]
Ogni elezione è una specie di gioco, tipo dama o backgammon, con un leggero retrogusto morale: si gioca con il giusto e l’ingiusto, è un gioco morale; va da sé che si accompagni a scommesse. Gli elettori, tuttavia, non si mettono in gioco. Voto come getto il dado: che vinca però il giusto non è per me questione vitale. Sono pronto a rimettermi alla maggioranza. L’obbligazione che ne discende è quindi del tutto accidentale. Votare per quel che è giusto non significa fare qualcosa per esso: vale quanto manifestare pubblicamente, e timidamente, il desiderio che esso prevalga. L’uomo di valore non lascerà ciò che è giusto alla mercè del caso, né vorrà che prevalga grazie al peso della maggioranza. Nell’azione della massa v’è assai poco di virtuoso. Quando, in ultimo, la maggioranza voterà l’abolizione della schiavitù, lo farà per indifferenza, ovvero perché vi sarà ormai poca schiavitù da abolire con il voto. L’unico schiavo sarà allora la maggioranza. L’abolizione della schiavitù può vincere con il solo voto di chi, votando, afferma la sua libertà.
Oh, dov’è l’uomo che è uomo e, come dice il mio vicino, ha una spina dorsale che non può essere trapassata da una mano! Le nostre statistiche sono in errore: hanno calcolato la popolazione per eccesso. Quanti uomini abitano in mille miglia quadrate di territorio? Forse uno.
L’America […] s’è ridotta a un tizio riconoscibile dalla sviluppo delle sue attitudini gregarie, dalla patente mancanza di intelligenza e di gioiosa fiducia in sé; uno preoccupato, da che viene al mondo, anzitutto del buono stato degli ospizi; un collettore, assai prima di indossare la toga pretexa, di fondi per sovvenire alle vedove e agli orfani di domani; uno che, in definitiva, osa vivere solo grazie alla società di mutuo soccorso che gli ha promesso esequie decorose. […]
Incontro direttamente , faccia a faccia, il governo americano in carica, ovvero il suo rappresentante, il governo dello stato del Massachusetts, una volta all’anno - non di più - nella persona dell’esattore delle imposte; è questo l’unico modo in cui un uomo nella mia condizione giocoforza lo incontra. Il governo dice allora, esplicitamente: , e il più semplice, più efficace e, nella attuale situazione, il più inevitabile modo di trattare con lui su questa base, di esprimergli la scarsa soddisfazione e il disamore che nutro, è non riconoscerlo. […]
Da parte mia, non mi piacerebbe pensare di dipendere in qualche modo dalla protezione dello Stato. Ma se rifiuto l’autorità dello Stato quando mi presenta la cartella delle imposte, esso confischerà e distruggerà ogni mia proprietà, e poi tormenterà me e i miei figli all’infinito. E’ cosa ardua da sopportare. Rende impossibile a un uomo, dal punto di vista pratico, condurre una vita che sia insieme onesta e agiata. Non vale la pena accumulare proprietà: esse sicuramente si decumulerebbero. Meglio affittare o occupare un posto qualsiasi, e raccogliere quanto può consumarsi subito. Meglio vivere alla giornata, contare su di sé, tenersi pronti a partire e avere poche cose. […]
Confucio disse: Se uno Stato è governato secondo i principi di ragione, povertà e miseria sono oggetto di vergogna; se uno Stato non è governato secondo i principi di ragione, ricchezza e onori sono oggetto di vergona […]
Capii che lo Stato era lento di comprendonio, che era timoroso come le vedove con i cucchiaini d’argento, e che non sapeva distinguere gli amici dai nemici; persi il rispetto che mi rimaneva e lo compatii. La Stato, infatti, non si misura mai direttamente con la sensibilità , intellettuale o morale, di un uomo, ma solo con il suo corpo e i suoi sensi. Non è armato di maggiore perspicacia o onestà, ma solo di superiore forza fisica. Non sono fatto per essere obbligato. Intendo respirare come meglio mi pare. […] Quando mi imbatto in un governo che mi dice: perché dovrei affrettarmi a cedere la borsa? Se è in difficoltà economica, e non sa come uscirne, non posso aiutarlo. Deve aiutarsi da solo, come me. […]
Mi piace immaginare uno Stato talmente avanzato da riuscire ad essere giusto con tutti gli uomini, e a trattare il singolo con rispetto dovuto a un vicino; che non reputi incompatibile con la sua autorità che alcuni vivano in disparte, senza avere commercio con esso, o soggezione, nel rispetto di ogni dovere di buon vicino e di essere umana.
(La disobbedienza civile
Henry David Thoreau
Edizioni La Vita Felice 2007
A cura di Giangiacomo Gerevini)

"Da giovane, mi dicono, ero testardo, egoista, a tratti spericolato e lunatico. […] Trascorrevo gran parte del tempo a fantasticare o intraprendere scalate di remote montagne dell’Alaska e del Canada, pinnacoli oscuri, ripidi e spaventosi, di cui nessuno al mondo, eccetto uno sparuto gruppo di fanatici alpinisti, aveva mai sentito parlare. In realtà, da tutto ciò qualcosa di buono uscì. Infatti, concentrando lo sguardo su una vetta dopo l’altra, ebbi modo di non disorientarmi nella fitta nebbia postadolescenziale. L’alpinismo era diventato importante per me.[…] Nel 1977, seduto su uno sgabello di un bar del Colorado a rimuginare sulle disgrazie della mia esistenza, ebbi l’idea di scalare una montagna chiamata Devil Thumb, un’intrusione di diorite che il lavoro di antichi ghiacciai ha trasformato in una torre di immense e spettacolari proporzioni.Soprattutto al nord, la sua imponenza è mozzafiato: la grande parete settentrionale, che non è mai stata scalata, si staglia liscia e pulita per un paio di chilometri circa, ovvero due volte all’altezza dell’El Capitan, nello Yosemite. Il progetto era di arrivare in Alaska, sciare dalla costa sul ghiaccio per una cinquantina di chilometri e arrampicarmi sul portentoso nordwand. Decisi peraltro che avrei fatto tutto da solo.
All’epoca avevo 23 anni […] I miei calcoli, se così possiamo chiamarli, erano infiammati dalle cieche passioni della giovinezza e da una dieta letteraria troppo ricca di Nietzsche, Kerouac e John Menlove Edward, quest’ultimo scrittore e psichiatra profondamente disturbato che, prima di mettere fine ai propri giorni nel 1958 con una capsula di cianuro, era stato uno degli alpinisti più eminenti del Regno Unito. […]
Avevo un libro in cui era riportata la fotografia del Devil Thumb […] Ricordo che quell’immagine suscitava in me un fascino quasi pornografico. Che sensazione avrei avuto, mi domandavo, a stare in equilibrio su una cresta tagliente come una lama, preoccupato per l’addensarsi di nuvole nere all’orizzonte, piegato contro il vento e il freddo opprimente, a contemplare l’abisso su ogni lato? […]
All’epoca lavoravo a Boulder come carpentiere a tre dollari e cinquanta l’ora. Un pomeriggio, dopo aver passato nove ore a curvare pezzi di cinque centimetri per venticinque, e infilare chiodi da sedici penny, informai il capo che me ne sarei andato. […] Subito dopo montai in macchina e partii alla volta dell’Alaska. […]
Dopo 4 o 5 chilometri arrivai al confine nevoso e sostituii i ramponi con gli sci. Mettermi quegli aggeggi ai piedi significò togliere quasi dieci chili dal carico sulle spalle e ciò permise di avanzare più velocemente, anche se sotto la neve potevano nascondersi dei crepacci e il percorso quindi diventava pericoloso. […]
Continuai a trascinarmi sulla vallata di ghiaccio per due giorni. Il tempo era buono, il percorso ben delineato e senza ostacoli. Trovandomi del tutto solo però, ogni cosa, anche la più banale, acquistava un significato più intenso. Il ghiaccio sembrava più freddo e misterioso, il cielo di un blu ancora più limpido, le cime senza nome che troneggiavano intorno erano ancora più grandi, affascinanti e minacciose di quanto non sarebbero state se mi fossi trovato in compagnia di un’altra persona. Analogamente erano amplificate le emozioni: i momenti di euforia erano più intensi e quelli di disperazione più profondi. Per un giovane coraggioso e inebriato dall’evolversi dell’avventura della vita, tutto ciò racchiudeva un fascino enorme. Tre giorni dopo aver lasciato Petersburg, giunsi a piedi della vera e propria calotta dello Stibine, nel punto in cui il lungo braccio del Baird si unisce al corpo principale di ghiaccio che più sopra fuoriesce da un alto pianoro e s’incanala fra due montagne, dirigendosi verso il mare in una fantasmagoria di ghiaccio in frantumi. Mentre osservavo quello spettacolo a poco più di un chilometro e mezzo di diatzna, per la prima volta dalla partenza dal Colorado mi sentii davvero spaventato. La cascata di ghiaccio era straziata da crepacci e seracchi traballanti che da lontano facevano pensare a una tragedia ferroviaria, come una fila infinita di vagoni bianchi deragliati dal bordo del ghiacciaio e rotolati giù per la scarpata. Più mi avvicinavo a quello scenario e meno mi piaceva. […]
Per buona parte della giornata brancolai in un labirinto bianco, tornando sui miei passi errore dopo errore. Ogni volta pensavo di aver trovato la via d’uscita, ma mi ritrovavo di fronte a una parete blu scura o sopra un pilastro di ghiacci a se stante. I rumori che venivano da sotto i piedi trasmettevano un senso di urgenza ai mie sforzi. […] Misi il piede su un ponte di neve sopra una spaccatura di cui non vedevo il fondo e poco più tardi mi ritrovai nella neve fino al bacino in un altro ponte, ma fortunatamente le aste mi sorressero ed evitai di precipitare per decine e decine di metri. Dopo essermi divincolato, rimasi qualche tempo piegato in due dai conati di vomito al pensiero di come sarebbe stato giocare in un mucchio di neve in fondo a un crepaccio ad aspettare la morte senza che nessuno sapesse come e quando l’avessi incontrata. […] Avevo pianificato di passare fra le tre e le quattro settimane sulla calotta e, per evitare di sopportare un pesante carico di cibo, di attrezzatura invernale da campeggio e di vari strumenti per l’arrampicata durante la risalita dal Baird, avevo dato 150 dollari - ciò che restava dei miei averi - a un pilota di Petersburg, per farmi gettare sei cartoni di provviste dall’aeroplano una volta che avessi raggiunto le pendici del Thumb. Sulla mappa gli avevo mostrato il punto esatto e gli avevo detto di darmi tre giorni per arrivarci. Promise che da quel momento in poi, e non appena il tempo lo avesse permesso, avrebbe sorvolato l’area e effettuato la consegna. […]
Mi svegliai presto la mattina del 11 maggio, col cielo terso e una temperatura relativamente calda, di 7 gradi circa sotto lo zero. Pur spiazzato dal bel tempo e mentalmente impreparato a cominciare l’effettiva scalata, mi affrettai a riempire uno zaino e mi avviai con gli sci verso le pendici del Thumb. Due precedenti spedizioni in Alaska mi avevano insegnato che non si poteva sprecare una delle rare giornate di buon tempo. […] La scalata era talmente ripida ed esposta che mi fece girare la testa. Sotto le suole Vibram la parete precipitava per centinaia di metri verso la scia sporca e segnata dalla valanghe del ghiacciaio Witches Cauldronb. Sopra invece la sporgenza si ergeva con autorità in direzione della cresta finale, a 800 metri di distanza in verticale. Ogni volta che infilavo una delle mie piccozze, la distanza si accorciava di altri 50 centimetri. A tenermi attaccato alla montagna, a tenermi attaccato al mondo, erano soltanto due sottili chiodi di molibdeno al cromo piantati in un centimetro di acqua congelata. Eppure più mi arrampicavo, più mi sentivo a mio agio. Sul principio di ogni scalata, specialmente se solitaria, senti costantemente il richiamo dell’abisso alle spalle, e per resistere devi compiere uno sforzo tremendo e consapevole, non puoi permetterti di abbassare la guardia un solo istante. Il vuoto, col suo canto di sirena, ti fa salire i nervi a fior di pelle, rende i movimenti incerti, goffi, scoordinati. Ma proseguendo la scalata, ti abitui all’esposizione, a stare gomito a gomito col destino, finisci per credere nell’affidabilità delle tue mani, dei tuoi piedi, della tua testa, finisci per fidarti del tuo autocontrollo. Poco a poco l’attenzione si focalizza con tanta intensità che smetti di far caso alle nocche sbucciate, ai crampi alle cosce, allo sfinimento per la concentrazione costante. I tuoi sforzi calano in una sorta di stato di trance, l’arrampicata diventa un sogno a occhi aperti, le ore scivolano come minuti e la zavorra accumulata giorno per giorno - le bollette non pagate, le opportunità sprecate, la polvere sotto il divano, l’inevitabile prigione che ti circonda - temporaneamente svanisce, esclusa dai pensieri da un irresistibile chiarezza di propositi e dalla serietà dell’obiettivo contingente. In simili frangenti senti nel petto qualcosa di prossimo alla felicità, non però quel genere di emozione sul quale contare. Nelle scalate solitarie l’intera impresa è tenuta insieme da una certa temerità, un adesivo non molto affidabile. Quella stessa giornata, mentre ancora stavo sulla facciata settentrionale del Thumb, ebbi modo di sentire quel collante disintegrarsi sotto la piccozza. Dopo aver lasciato la p |